L’Infame Giuramento_VI Parte (La scelta di Erfea)

Bentrovati. Continuo in questo articolo la narrazione del «Racconto del Marinaio e dell’Infame Giuramento», giunto ad un punto cruciale e drammatico: Armenelos, la capitale di Numenor, è caduta nelle mani dei seguaci di Pharazon, e ad Amandil e agli altri paladini si prospetta una difficile scelta, alla quale non potranno sottrarsi…
Buona lettura! Al termine del racconto troverete una spiegazione alla base degli eventi presentati in questo brano.

«Erfea tacque per un istante, rimembrando gli eventi di quegli anni perigliosi; allora Elrond parlò e gli pose un simile quesito: “Amico mio, tale fu il processo che la regina parve appagata dal suo esito; nel tuo sguardo, tuttavia, vi è solo silenzio. Ho forse torto a ritenere che non fosse tale il tuo parere in quell’occasione e che ritenesti, ancora una volta, ingiusta la sua sentenza?”
Il principe di Numenor osservò il Signore di Imladris e sorrise: “Nessun pensiero può essere tenuto nascosta dinanzi al figlio di Earendil, ché, ancora una volta, lungimirante si è mostrata la sua mente; mai ho ritenuto che un semplice ladro avrebbe avuto interesse a macchiarsi di un crimine tanto orrendo quanto quello che fu commesso: la sovrana, tuttavia, fu insensibile alle mie esortazioni alla cautela e alla prudenza ed io non potetti fornirle nessun nome che potesse placare la sua sete di vendetta; solo al termine di numerose vicissitudini scoprii chi avesse ucciso Morlok, ma la verità era stata compresa troppo tardi per arrestare il corso degli eventi così come si era configurato.
Al termine dell’estate, giunse a Tharbad un’armata proveniente da Sud e recante le insegne nere e dorate di Pharazon; lo scontro fu crudele, ma breve, ed essa fu tosto messa in rotta e fuggì ad oriente; ai comandanti che esultavano per la vittoria raggiunta, così però ribattei: “Questa vittoria esigerà un tributo di sangue superiore a quello di molte battaglie perdute nell’antichità”.
Amandil, che mai si era spinto così lontano nel Meridione e conosceva poco o punto i popoli chi ivi avevano preso dimora, così ribatté: “Perché affermi questo? Checché codesti guerrieri non appartengano alla nostra stirpe, sono pur seguaci di Pharazon”.
Brethil, tuttavia, avendo compreso il mio pensiero, parlò a sua volta: “Dove è dunque Pharazon? Si nasconde forse ove le nostre spie non riescono a scorgerlo? Egli è informato sul movimento delle nostre truppe; perché non è giunto qui, dunque, onde spezzare il nerbo dei Paladini di Elenna?”
Allora Amandil comprese quali timori si celassero dietro i nostri interrogativi senza risposta e riunì un nuovo consiglio nella sua tenda; gli altri comandanti, che nulla avevano sentito dei nostri colloqui, attendevano novelle di buono auspicio, ma le loro aspettative, come dimostrarono gli eventi successivi, andarono presto deluse.
Si parlò a lungo della vittoria e molti crederono che il Capitano dei Numenoreani Neri attendesse a sud delle sorgenti dell’Isen, nel medesimo luogo ove discorriamo adesso, forse credendo in tal modo di celarsi ai nostri sguardi indagatori; altri, invece, temettero che egli fosse in cammino e che sarebbe giunto presto ai nostri accampamenti: “È noto, infatti – sostenevano costoro – che i governanti di Umbar sono soliti mandare avanti le loro avanguardie prima di contrarre battaglia ed esse sono sovente costituite da Haradrim ed altri mercenari arruolati nell’estremo sud”.
Qualunque fosse il pensiero di Amandil in quell’ora, egli non lo volle rivelare ad altri che non fosse il figlio; lo sguardo di costui, tuttavia, mostrava infinita pena, come se temesse di ascoltare una condanna pronunciata da lungi ma non ancora udita; quanto a me, credevo che Pharazon, lungi dal percorrere la strada che conduceva a nord, attendesse nella sua fortezza di Umbar, lì ove il suo potere era maggiore, nell’attesa che fosse pronto per l’assalto finale.

Lungi dall’aver raggiunto un accordo su tale questione, giunse trafelato un messaggero recante il vessillo di Numenor; stremato, si inchinò ai piedi di Amandil e pronunciò parole che mai più oblierò nel corso della mia vita: “Sire, Armenelos è caduta; i seguaci di Pharazon hanno levato il loro stendardo sul palazzo reale e si stanno abbandonando a vendette e a soprusi sulle donne; la regina è tenuta prigioniera nella sua dimora e nulla sappiamo della sorte di coloro che sono con lei”.
Mille voci si levarono nel medesimo istante e presero a parlare in maniera confusa; a fatica Elendil raggiunse l’araldo, domandando chi gli avesse dato l’ordine di raggiungere Endor e questa fu la risposta che ricevette: “Mio signore, l’ordine giunge direttamente dalla sovrana; ella desidera che la guerra cessi e che i suoi comandanti facciano appello alla lealtà verso la casa reale, di cui anche Pharazon è discendente, per imporre la loro volontà sui soldati e condurli a Numenor disarmati”.
Il viso di Elendil esprimeva un’angoscia indicibile a narrarsi: «Cos’è accaduto ai miei figli? Quali notizie hai su di loro?”; tuttavia il messaggero, affranto, così rispose: “Nessuna nuova ho di loro dacché ho abbandonato i lidi di Numenor.”
“Deve essere stato invero un momento di grande sconforto per tutti voi – interloquì allora Groin – ché il nemico era giunto ove mai avrebbe potuto dirigersi se la fiducia di Tar-Miriel fosse stata maggiore nei confronti di quanti tutelavano il suo reame.”
Invero, Groin, nessun racconto potrebbe testimoniare lo sgomento che si impadronì del Consiglio dello Scettro in quel momento; fu allora, tuttavia, che Amandil mostrò grande saggezza e si guadagnò molta stima presso i principi del Regno: egli, infatti, pose all’araldo la medesima scelta che avrebbe domandato a ciascuno di noi. “Araldo di Numenor, non è più tempo di indugi; quale lealtà osserverai? Quella dei nuovi signori assurti dalle Tenebre e dall’inganno o quella dei Paladini di Elenna? Scegli dunque!”
L’araldo osservò il volto del Sovrintendente di Numenor e sul suo viso si lesse coraggio e determinazione; egli allora si inginocchiò e, sguainata la sua lama, ne offrì l’elsa al figlio di Numendil, giurando di servire la causa di Elenna. Commossi da tale gesto, molti fra noi pronunciarono le medesime parole ed il suono di molte spade sguainate riecheggiò nella fresca ora del vespro; Amandil, tuttavia, mostrando grande umiltà, si schernì innanzi a loro e dichiarò che se vi era un uomo che meritava tali omaggi, quello era il figlio di Gilnar. Stupefatto, lo osservai mentre si genufletteva innanzi a me e chiedeva perdono per non aver accolto in precedenza i miei pareri presso di sé e aver ignorato a lungo la minaccia di Pharazon e la follia di Tar-Miriel, senza opporre ad esse valida resistenza; io però non avrei gradito che la designazione giungesse per altro mezzo che non fosse la scelta del popolo; e, poiché i soldati del regno attendevano trepidanti un verdetto, dichiarai che avrei accettato tale investitura solo se essi si fossero dichiarati in tal senso.
“Una strana scelta, la tua, Dunadan – osservò Glorfindel mirando il sembiante di Erfea rischiarato dalla pallida luna – ché, se avessi invero trionfato, avresti riportato l’ordine a Numenor ed il destino del Mondo sarebbe stato forse mutato”.
Erfea ristette per lunghi attimi in silenzio, infine gli rispose in questi termini: “Vi erano diversi motivi per i quali caldeggiavo una simile soluzione; da un lato, infatti, la mia stirpe era prossima alla scomparsa ed io ero privo di discendenti, sicché, se anche avessi ottenuto il trono di Numenor, pure sarebbero sorte altre contestazioni alla mia morte e non desideravo che la mia patria piombasse nel disordine di un’altra guerra civile; dall’altro, era forte in me l’amore per la casa di Andunie ed essi erano i parenti più prossimi al sovrano; se vi era dunque una che avrebbe meritato un simile onore quella era senza dubbio la casata di Amandil e dei suoi discendenti. Mi appellai al popolo perché conoscevo quanto fosse forte la sua stima e la sua lealtà nei confronti della stirpe di Numendil ed esso avrebbe condiviso la mia scelta; inoltre, se anche quanto avevo sperato non si fosse realizzato, avrei desiderato che coloro i quali avevano sostenuto la lealtà a Numenor a costo della loro vita potessero scegliere un sovrano che paresse loro il migliore.
“Eppure, figlio di Gilnar, riconoscerai tu stesso che superiori ad Amandil erano la tua esperienza ed il tuo coraggio e la tua sapienza non era inferiore alla tua forza – interloquì allora Aldor Roc-Thalion – Perché, quando giunse l’ora, rifiutasti dunque tale incarico?”
Principe degli Eothraim, il tuo giudizio è lungi dall’essere nel vero, ché Amandil era un Uomo quale la nostra gente abbisognava in quel momento di grave sconforto; quanto a me – concluse ridendo – ho sempre privilegiato il ruolo del consigliere rispetto a quello del sovrano!”
“Erfea, hai dunque narrato della volontà di Amandil di conferire a te la maestà dei Sovrani di Elenna e di quanto la tua scelta fosse stata di appellarti al popolo; quali erano, tuttavia, i pareri degli altri nobili del regno su tale designazione?” domandò allora Bòr.

Il principe di Numenor rifletté per qualche istante, quasi che la sua mente stesse andando a quei giorni ormai lontani nello spazio e nel tempo; infine così rispose: “Brethil condivideva la medesima scelta di Amandil e mi esortava ad accettare un simile incarico; i suoi soldati, grati per i servigi che avevo reso alla casata del loro capitano, sostenevano la volontà del Principe del Mittalmar ed intonavano canti allorché mi scorgevano; quanti erano, invece, della casa di Morlok e non erano venuti meno alla lealtà nei confronti di Elenna, scelsero la stirpe di Andunie; nulla di certo potevo affermare riguardo i vassalli di Tar-Miriel, ed anzi temevo che essi sarebbero venuti meno alla parola data, preferendo non levare le armi contro i commilitoni che avrebbero scelto di difendere la regina, a costo di essere considerati traditori.
Allorché, dunque, si delegò al popolo la scelta su chi avrebbe ottenuto la maestà sui Numenoreani, un grave problema si pose dinanzi ai nostri occhi; vi erano più di cinquantamila soldati che attendevano ed essi, pur mostrandosi entusiasti di prendere parte ad una simile scelta, levarono al cielo un gran numero di opinioni discordanti, sicché nessuno parve comprendere alcunché di quanto accadeva; fu allora che Elkano, che un tempo era stato mio scudiero ed in seguito era assurto alla carica di capitano della cavalleria di Numenor, elaborò un’idea che consentì ai soldati di esprimere la propria volontà in tempi minori a quelli che avevamo previsto, impedendo che la confusione regnasse sovrana.

Vi erano, all’epoca, numerosi orci vuoti, che i servi accumulavano dinanzi alle porte dell’accampamento, non essendoci di alcuna utilità; Elkano ordinò che essi fossero trasportati all’interno del grande piazzale e frantumati; infine, pregò di distribuire ai soldati, incuriositi da tali gesti, i cocci costì ricavati e mostrò loro come usarli. Estratto il lungo pugnale dal fodero, Elkano tracciò sul coccio che aveva disteso sul palmo della mano sinistra due rune Anghertas, una “A” ed una “E”: i soldati avrebbero dovuto incidere la creta con l’iniziale del comandante che avevano scelto; in questo modo, dunque, nel volgere di poche ore, tutti i soldati espressero la loro volontà.
Non solo i figli di Numenor, ma anche i nostri alleati del Nord e del Sud si prodigarono per esprimere la loro preferenza, ché essi avevano a cuore le sorti dei loro signori e, pur non reputando Elenna la loro patria, soffrivano molto per la stato di guerra continua che affliggeva le loro contrade e desideravano che la maestà dei Signori degli Edain andasse ad un capitano di alto valore e provato coraggio; al termine della notte, infine, risultò essere vincitore Amandil e tutti i comandanti fedeli a Numenor giurarono che l’avrebbero seguito ovunque egli si fosse diretto».

P.S. Questo racconto nasce da un episodio storico che mi impressionò particolarmente e del quale, tra pochi giorni, ricorre l’anniversario: il giorno 13 settembre 1943, a Cefalonia, un’isola greca allora occupata dall’esercito regio italiano, si sarebbe svolto, secondo alcune fonti, una sorta di referendum tra le truppe italiane per sondare la loro disponibilità o meno a combattere l’esercito tedesco che richiedeva la loro resa. All’ispirazione fornitami da questo episodio, inoltre, ho unito il ricordo di una pratica adottata nell’Atene democratica, vale a dire l’ostracismo: essa veniva adoperata per sancire l’esilio di uomini politici ritenuti pericolosi per la sopravvivenza dell’istituzione democratica. Ciascun cittadino ateniese poteva esprimere il proprio voto, incidendo il nome del cittadino da ostracizzare su un coccio di vaso di terracotta, chiamato in greco, per l’appunto, ostrakon.

L’Infame Giuramento_V Parte (Paladino di Numenor e dei suoi compagni)

Bentrovati! Proseguo in questo nuovo articolo la narrazione degli eventi che condussero alla fine del regno di Miriel e all’ascesa di Pharazon come nuovo re di Numenor. Nel precedente articolo mi ero soffermato sulla figura di Morlok, una sorta di Ministro delle Finanze, al quale era affidata la gestione della parte economica del regno. In questo articolo, invece, scopriremo con quali modalità si verificò l’ascesa di suo figlio, il giovane ammiraglio Eargon, che diverrà ben presto uno dei protagonisti del colpo di Stato che porrà fine al regno di Miriel. Il titolo che ho scelto per questo articolo, tuttavia, non fa cenno alla figura di questo ambizioso individuo, ma a quella di Erfea, che qui possiamo ammirare non solo per il suo coraggio, ma anche per le raffinate doti di oratore, apprese durante gli anni della sua formazione giovanile.

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«Alcuni mesi dopo la nomina del figlio ad ammiraglio del regno, Morlok disparve e nessuno poté mai indovinare quale sorte avesse incontrato, ché egli era molto riservato e noi, al principio, non sospettavamo alcunché; infine, tuttavia, divenne palese a tutti che aveva dovuto soccombere dinanzi ad un nemico implacabile, sicché alcuni presero a mormorare che il suo crudele aguzzino non fosse altri che uno dei Consiglieri della Sovrana, ché il pugnale rinvenuto accanto al suo corpo orrendamente sfigurato recava incise rune intrise di grande potere.
Tar-Miriel prestò ascolto a queste voci sussurrate nell’ombra ed ordinò che le armi dei principi Numenoreani fossero consegnati ai capitani della sua guardia; grande fu il suo disagio allorché si avvide che fra le gloriose lame disposte innanzi ai suoi occhi vi era un fodero che ben conosceva; tuttavia, ancor prima che fosse pronunciata una condonna, lesta si sparse per tutta l’isola la voce secondo la quale il principe Brethil, mancando ai suoi doveri di vassallo della sovrana, aveva obliato di consegnare le sue armi secondo gli ordini ricevuti; la regina, la quale, invero, ben poco affetto nutriva nel cuore per l’Orbo, prese a sospettare della sua persona e ordinò che le si presentasse innanzi. Giunto che fu dinanzi alla sovrana, ella si levò furente dal suo scranno, rimembrandogli quanto infame fosse stata la sua condotta; levatomi a mia volta, presi le difese dell’anziano principe del Mittalmar, sostenendo la sua innocenza dinanzi alla colpa di cui era accusato, ché egli si era recato nell’estremo meridione della Terra di Mezzo ed era giunto alla sua patria solo al sorgere del sole di quel lontano giorno; allora Tar-Miriel parve acquietarsi, e sedette nuovamente sul suo trono, sempre tenendo lo sguardo fisso su di me. Il capitano della sua guardia, tuttavia, sussurrò all’orecchio della sovrana il suo pensiero ed ella, benché sul suo viso fosse ricomparsa la rabbia, pure manifestò un’amara soddisfazione, apostrofando con tali parole Brethil: “Non pago dell’accusa che grava sul vostro capo, attirate sventure ben peggiori di quelle che la vostra dimenticanza potrebbe procurarvi”.
“Dell’accusa ingiusta che avete mosso nei miei confronti, il nobile Erfea degli Hyarrostar ha testé dimostrata l’infondatezza. A cosa alludono, dunque, la vostra parole? Di quale nuovo misfatto si è macchiata la mia casata?” Sarcastico era stato il tono che Brethil aveva adoperato nel rispondere alla sua accusatrice, ché egli provava avversione nei confronti di Tar-Miriel ed era incapace di occultarla agli sguardi altrui; pure, alto risuonò il riso della sovrana ed ella pronunziò tali parole di sfida: «È consentito mostrare lealtà agli Uomini che riconoscono le proprie colpe e chiedono grazia per quanto hanno commesso; ma coloro che si macchiano di crimini infami nulla possono dichiarare che non sia un’ulteriore prova della loro colpevolezza. Ben m’avvedo quanto tempo abbia atteso, Brethil del Mittalmar, per ordire un complotto contro la mia autorità; ebbene, ogni tua speme si è rivelata falsa e l’ora del verdetto è giunta anche per te” – e così dicendo, levò in alto il pugnale che si era macchiato della morte di un uomo tanto probo quanto ingenuo e lo accostò al vuoto fodero di Brethil; le rune che erano incise sulla lama presero a risplendere di una luce rossa, sicché parve a tutti che egli fosse l’assassino di Morlok; pure, levata la mia voce affinché tutti potessero ascoltarla, così parlai:
“Numenoreani, come può un uomo, il cui destino sia stato segnato da una iniqua condanna ancora prima di ottenere la parola e tentare di discolparsi, ottenere giustizia? Privato del suo pugnale, Brethil è ora accusato di aver commissionato l’omicidio ad uno scaltro assassinio: sorte invero infausta per un uomo che subì un furto, quella di sentire proclamato un destino di morte, a causa di una colpa che non ha mai commesso!
Riconosco che egli avrebbe potuto prestare la sua lama ad un sicario ancor prima di salpare; tuttavia, non ritenete che un simile uomo si dimostrerebbe invero molto avventato o molto sciocco se agisse in siffatto modo? Chiunque avrebbe potuto agire come la nostra sovrana e scoprire che tale lama era proprietà del principe del Mittalmar; tuttavia, se mi è lecito avanzare un dubbio, in difesa non solo di un amico, ma di un uomo la cui lealtà nei confronti dello Stato mai è venuta meno in questi anni, non è stato forse possibile che l’assassinio abbia sottratto il prezioso cimelio per commettere un atto feroce, sperando che la colpa ricadesse su altri?
Fra voi sono alcuni, questo lo so, che ben ricorderanno, o perché erano giovinetti, come lo ero io, o perché ebbero sentore di queste storie dai loro padri e precettori, l’orrendo misfatto di cui si macchiò Arthol: ed egli è, come è noto, il parente più prossimo a Brethil; tuttavia, se il vostro giudizio privilegiasse tali parentele nell’attribuire le colpe, allora la nostra stessa sovrana dovrebbe essere accusata di alto tradimento, essendo ella nipote di Gimilzor il Crudele, del quale tutti, in questo consesso, ricorderanno gli scellerati crimini di cui si macchiò in vita”.
Così veemente era stata l’orazione che nessun Numenoreano osò contrastare la mia voce con la sua; finanche la regina, dopo avermi ascoltato si risiedette e restò in pensoso silenzio; infine, allorché l’eco della mia arringa si spense, così parlò: “Paladino di Elenna e paladino dei suoi compagni; un ruolo che ben ti si addice, Erfea Morluin. Dispongo che Brethil del Mittalmar sia privato dei suoi incarichi a corte finché non sarà accertata la sua colpa o la sua innocenza; egli, tuttavia, non sarà tratto in catene e potrà liberamente svolgere i propri affari, a patto che non abbandoni l’isola”.
Udita la condanna, Brethil chinò il capo, e furente abbandonò il Consiglio; la chiara voce della sovrana, tuttavia, lo arrestò che era ancora nella sala: “L’incarico che un tempo apparteneva al principe Brethil sarà d’ora in avanti e per tutto il tempo che riterrò necessario, di Eargon; possa egli dimostrarsi valido quanto lo fu il compianto padre”.
Il figlio di Morlok, allora, si levò dallo scranno e la sua soddisfazione era palese in volto; egli, tuttavia, non proferì parola e, baciata la mano della sovrana, lasciò il consesso, seguito dagli altri principi: quanto a me, rimasi seduto, avendo intenzione di discorrere con Tar-Miriel allorché fossimo rimasti soli, ma ella abbandonò la sala, accompagnata dalle sue guardie del corpo.
Quella sera, mentre ero intento a cenare, un servo venne da me e pronunciò queste parole: “Mio signore, il principe Brethil è giunto al cancello e chiede udienza”; lesto, allora, senza terminare il pasto, abbandonai il desco e giunsi di gran carriera al salone ove il mio ospite, nel frattempo, aveva trovato degna sistemazione. A lungo egli mi guardò, infine, un sorriso di gratitudine comparve sul suo sfigurato volto: “A te, amico mio, devo ben più della salvezza, ché, se non fosse stato per il tuo intervento agguerrito, ingiusta punizione sarebbe stata inflitta al mio capo”.
Sorrisi a mia volta e ci stringemmo in un caloroso abbraccio; infine, così gli parlai: “Brethil, è in atto un nuovo inganno a danno della sovrana di Elenna; se tu fossi stato condannato quest’oggi, non lei, ma il suo aguzzino avrebbe trionfato”.
“Credi dunque che vi sia Pharazon dietro a tutto questo? Io, però, pur condividendo i tuoi timori, non lo ritengo capace di atti sì astuti, ché egli ha sempre mostrato scarsa intelligenza nelle sue decisioni e se fosse responsabile di tali trame, pure ne sarei molto sorpreso. Bada piuttosto che Tar-Miriel non dimentichi la sua lealtà presso coloro che la servono, ché se questo avvenisse molto ne avrebbero a soffrire i paladini di Elenna”.
Vi erano rancore ed amarezza nella sua voce ed io, sebbene fosse lungi da me l’astio che in quel momento si agitava nel suo spirito, non potevo fare a meno di pensare a quanto veritiere fossero le sue parole; nulla però mostrai di quanto provavo e così risposi: “Eppure, se anche Pharazon risultasse estraneo a questi complotti, pure vi sarebbero altri a tramare nell’ombra; credo, amico mio, che finanche dei membri del Consiglio dello Scettro dovremmo prendere a diffidare”.
Nessuna risposta diede Brethil alle mie parole, né io aggiunsi nulla a quanto avevo detto; pure, i nostri pensieri corsero all’unisono a Eargon ed egli era sovente al centro delle mie preoccupazioni.
Tutto quanto ho narrato, avvenne alcune settimane innanzi che la guerra civile avesse inizio; prima di imbarcarci diretti ai lidi di Endor, Tar-Miriel revocò la sua condanna nei confronti di Brethil ed egli ottenne nuovamente quanto gli era appartenuto un tempo; nulla però, poteva ormai essere mutato nel suo cuore ed egli sempre diffidò della figlia di Tar-Palantir; un giovane ladro fu tosto accusato dell’assassinio di Morlok e condotto al patibolo, ché Tar-Miriel non intendeva portare avanti un processo che aveva desiderio di concludere quanto prima, essendo il suo cuore voglioso di ottenere giustizia sul suo anziano mentore».

L’Infame Giuramento_IV Parte (La storia di Morlok l’Occultatore)

Bentrovati! Proseguo la narrazione de «Il Racconto dell’Infame Giuramento», presentando una nuova figura, alla quale fin ora ho rivolto solo qualche cenno nel corso della trattazione: Morlok, una sorta di Ministro delle Finanze di Numenor, padre dell’ammiraglio Eargon, che avete avuto modo di conoscere leggendo «Il Racconto dell’Ombra e della Spada». In questa parte del racconto mi soffermerò su un aspetto che, di solito, nei racconti epici o fantasy viene trascurato, ossia il risvolto economico di queste vicende: intraprendere una guerra, una rivolta e, più in generale, tenere il governo di uno Stato potente come Numenor, infatti, richiedeva una certa disponibilità di denaro liquido: questa è la ragione per cui uomini apparentemente insignificanti come Morlok, in realtà, possono rivelarsi ancora più determinanti di un Paladino…

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«Coloro che erano con lui si levarono allora dai propri scranni e si apprestarono a raggiungere il desco; non era però con loro Erfea, ché egli rimase nella radura, contemplando le stelle di Varda sbocciare, come fiori argentati nella notte, ad occidente; allorché i suoi compagni furono di ritorno, lo trovarono che pareva addormentato: pure, così non era ed egli, al contrario, era immerso in profonda meditazione. Uditi i passi di coloro che gli si facevano incontro, il figlio di Gilnar si levò dal suo scranno e invitò i compagni a disporsi accanto a lui; con loro era adesso Glorfindel, ché molto ambiva conoscere eventi di cui gli erano giunti solo pallidi echi.
Erfea attese che il silenzio regnasse fra loro, infine levò nuovamente la sua voce ed essi lo stettero ad ascoltare.
“Vi fu, in seno al Consiglio dello Scettro, molta confusione in seguito alla mia proposta e non poche furono le voci di coloro che discussero al suo interno; alcuni erano per obbligare Tar-Miriel a rinunciare al trono e a nominare un nuovo sovrano fra loro che non avesse tema di arrestare Pharazon, stante l’accusa di alto tradimento; altri, e fra questi vi era anche Amandil, esortavano i presenti affinché ogni decisione fosse rimandata all’indomani della successiva seduta del Consiglio dello Scettro, che si sarebbe tenuta alcune settimane più tardi; comune a tutti, però, era la volontà di proseguire la guerra contro Pharazon: inviammo, allora, messaggeri ai nostri alleati, pregandoli di inviarci rinforzi prima che le armate del governatore ribelle piombassero su di noi, ma la nostra speme andò quasi del tutto delusa, ché alcuni araldi, infatti, furono trucidati dal Nemico prima di giungere a destinazione, mentre altri si smarrirono nelle selve e nelle paludi di Endor.
Di quei pochi che pervennero ai reami dei popoli liberi, avemmo notizie dopo una lunga attesa, ché le strade erano occupate dalle armate dei Neri e dalle loro spie; tuttavia, allorché essi furono di ritorno, confermarono le nostre peggiori paure, ché asserirono non sarebbero giunti aiuti da Khazad-Dum, mentre gli Uomini del Rhovanion avevano edificato i loro accampamenti al di là del mare di Rhun ed erano per noi irrangiugibili: solo gli Elfi risposero al nostro appello ed inviarono viveri ed armi.
Reso perplesso ed inquieto da tali notizie, compresi poco o punto le ragioni che avevano spinto i signori di Khazad-Dum a venire meno alla nostra alleanza, tanto più che erano state scorte spie di Pharazon aggirarsi lungo i tortuosi sentieri che conducevano alla rocca dei figli di Aule; grande fu la paura che mi colse, perché temetti che presto sarebbe stata instaurata un’alleanza fra i Naugrim ed i Numenoreani Neri; tuttavia, come vi spiegherà Naug-Thalion, i miei timori non trovarono conferma.
“A quell’epoca – interloquì il principe del popolo dei Naugrim – vi erano discordie anche all’interno del nostro Consiglio Supremo, ché alcuni premevano affinché i Fedeli di Elenna fossero sostenuti, mentre altri, infidi e pavidi, ritenevano sarebbe stato più saggio per il nostro reame se nessuna alleanza fosse stata stretta con quelle genti, temendo che le ricchezze di Khazad-Dum sarebbero state concupite dai Dunedain e che la gloria del nostro popolo sarebbe stata oltraggiata se avesse preso parte alle guerre fra i Numenoreani.
Per lungo tempo, quanti erano della mia schiatta riuscirono a contrastare la perniciosa influenza che consiglieri pavidi detenevano all’interno della corte, finché essa non trionfò e il sovrano non prestò ascolto alle subdole parole dell’opposta fazione; alcuni fra noi, allora, presero a inviare aiuti ai paladini di Elenna clandestinamente, contravvenendo agli ordini del re.
Ahimé, mai Durin IV avrebbe dovuto ascoltare tali infidi consiglieri, ché essi agivano spinti dalle medesime debolezze che attanagliavano sovente i cuori dei Naugrim, timorosi come erano di perdere i tesori che il nostro popolo aveva accumulato nel corso di lunghi secoli; fu fatto divieto a ciascuno dei principi del regno di soccorrere entrambi i contendenti e se questo fu, indubbiamente, di grande impedimento e danno per i capitani di Erfea, tuttavia provocò le medesime conseguenze anche per i loro nemici ed essi, ancora per qualche tempo, furono respinti”.
“Allorché mi giunsero tali notizie – riprese a parlare Erfea – sebbene non provassi nel cuore letizia alcuna, pure mi avvidi che finanche i miei avversari non avrebbero potuto godere di alcun aiuto; resistemmo, dunque, ancora per qualche mese, finché un nuovo evento, ancor più grave di quanti ho finora narrato innanzi a voi, colpì il mio partito e segnò le sorti di Numenor”.
“Se le tue parole non mi ingannano, Erfea Morluin, devo dunque dedurre che ancora non era stata presa una decisione in seno al Consiglio dello Scettro che privilegiasse la lealtà alla Corona o al popolo Numenoreano” osservò Glorfindel, campione fra gli Elfi.
“In verità, figlio di Gondolin, la decisione, nel cuore di ciascuno di noi, era stata già presa; tuttavia, poiché i Numenoreani di Pharazon risalivano da Sud rapidamente, pure si era detto che, fino al giorno in cui la pace non avesse trionfato nelle contrade abituate dai Dunedain, essa sarebbe stata taciuta”.
Erfea s’interruppe per qualche istante, indì proseguì: “All’epoca, tuttavia, non ci avvedemmmo della nostra ingenuità e in questo errammo a lungo, ché ignoravamo quali alleati sostenessero Pharazon nella sua lotta per impugnare lo scettro di Elenna; poche o punte certezze vi erano, sebbene io credessi che fra essi si occultasse almeno uno degli immortali servi dell’Oscuro Signore; questi, tuttavia, erano abili nell’occultarsi e si tenevano lontani dalla mia lama, sicché io scoprii le loro identità quando era ormai troppo tardi.
Scarsi erano, come vi ho testé narrato, i fondi di cui disponevamo per proseguire nella lotta contro i Numenoreani Neri, sicché in quei giorni la nostra unica fonte era costituita dal Tesoro Reale di Numenor, di cui era stato nominato Sovrintendente Morlok, il cui lignaggio era affine al mio, condividendo i medesimi padri; inusuale era stata la scelta della sovrana, ché mai, nella millenaria storia della nostra isola, un simile incarico era stato affidato alla sua stirpe, essendo stato, un tale compito, da sempre prerogativa dei principi del Mittalmar; pure, Tar-Miriel non aveva fiducia alcuna dell’unico superstite di tale casato, Brethil l’Orbo, così chiamato perché aveva perduto un occhio durante una delle battaglie contro gli Uomini del Re, dal momento che egli era cugino di Arthol il Rinnegato, condannato a morte per altro tradimento molti anni prima.
Non mi soffermerò ulteriorarmente su queste vicende, ché esse non riguardano tale narrazione; mi è sufficiente dire che Brethil, al contrario del corrotto cugino, era invece uno spirito lungimirante e privo di malizia, sicché egli, pur non alzando lamento alcuno durante le sessioni del Consiglio dello Scettro, pure soffriva per la sua mancata nomina a Sovrintendente del Tesoro, ché la riteneva, e a ragione, umiliante e priva di ragione alcuna: inutilmente tentai di persuadere Tar-Miriel affinché ella si ravvedesse sulla sua scelta e compisse atto di umiltà e giustizia, restituendo a Brethil la carica che apparteneva alla sua casata fin dai tempi di Elros Tar-Minyatur.
Poco o punto era stato possibile apprendere da Morlok, ché era riluttante nel parlare e conduceva vita solitaria; l’Occultatore presero a chiamarlo, ché si diceva fosse in grado di nascondere qualunque suo pensiero ai Saggi del Regno e finanche alle aquile di Manwe; non so quanta verità vi fosse in una simile diceria, ché lo sguardo di uno solo fra gli araldi del Signore dei Valar è arduo da sostenere ed essi leggono molto delle nostre intenzioni; ad ogni modo, egli si mostrò abile nella gestione delle finanze dello Stato ed il popolo benediceva sovente il suo nome, allorché lo scorgeva aggirarsi nei vicoli di Armenelos.
Per lunghi anni, dunque, Morlok ottenne l’amicizia dei membri del Consiglio dello Scettro e della Regina, la quale, tosto, prese a benevolere la sua casata, onorandola con ricchi doni, di cui il Sovrintendente, tuttavia, non amava fare sfoggio. Morlok prese moglie in tarda età, finanche secondo il metro dei Numenoreani, e la sua consorte aveva nome Linwen, una dama cara a Tar-Miriel come fosse una sorella; tale unione rafforzò il legame tra Morlok e la Regina di Numenor ed ella prese a confidarsi con lui, mostrandogli tesori quali mai occhi mortali che non fossero appartenuti alla stirpe dei sovrani avevano ammirato; un figlio allietò la dimora del Sovrintendente ed il suo nome era Eargon. Allorché furono trascorsi dieci anni, l’erede di Morlok si imbarcò su di una nave e nel volgere di un trentennio divenne un esperto capitano, sicché fu promosso Vice-Ammiraglio del Regno; quando questa notizia si diffuse a Numenor, non pochi ebbero a sussurrare che Eargon sarebbe presto divenuto un condottiero la cui fama avrebbe oscurato quella di qualunque altro paladino di Elenna; essi, tuttavia, non si avvidero che il giovane comandante era divenuto seguace di Pharazon ed ambiva ottenere conoscenze arcane, quali mai gli Uomini della sua stirpe avevano domandato e che sarebbe stato saggio non concupire mai; egli fu dunque corrotto e sedotto da Adunaphel e ne divenne lo schiavo preferito, nonché quello di gran lunga più potente”.
“In nome di Bema – proruppe allora la voce colma di orrore di Aldor Roc-Thalion – cosa accadde dunque a quel giovane, allorché la sua volontà fu annientata ed egli cadde vittima dell’Ombra? Non è ancora trascorso un giorno dacché ho udito la tua spaventosa storia sul maniero dei Nazgul e il mio cuore trema al pensiero di quale infausto destino possa aver conosiuto un siffatto Uomo!”
“Invero, il suo fu un destino di morte, ché egli aveva appreso le Arti Oscure ed era divenuto un capitano di mare quale pochi potevano vantare di eguagliare, né gli erano sconosciuti i segreti del Regno che il padre, per sua e nostra sventura, aveva osato narrargli, non sospettando alcunché. Eargon, allora, divenne una formidabile spia al servizio di Pharazon; eppure, le disgrazie maggiori dovevano ancora accadere».

L’Infame Giuramento_III parte (Una scelta difficile)

Bentrovati! Proseguo, in questo articolo, la narrazione degli eventi che condussero alla caduta di Numenor. Dopo aver avuto un alterco con Miriel in merito alla sua lealtà nello scorso articolo L’Infame Giuramento_Parte II (A chi va la mia lealtà?), Erfea prosegue la narrazione degli eventi passati ricordando la difficile scelta che si prospettò ai capitani lealisti di Numenor: deporre le armi per assoggettarsi a Pharazon e concludere così la guerra civile iniziata alcuni mesi prima, oppure resistere andando contro Pharazon e la loro stessa regina che richiedeva la pace tra le due parti. Del brano che ho trascritto mi piace rilevare l’umanità di Erfea, che si coglierà non solo nel confronto con Amandil ed Elendil, ma anche nel valutare i suoi sentimenti per Miriel, che dovevano essere oggetto di grande curiosità per i suoi contemporanei, attirandogli non poche critiche e perplessità.

Aspetto i vostri commenti, buona lettura!

«”Avventata fu invero la decisione di Tar-Miriel, Erfea – interloquì allora Aldor Roc-Thalion – eppure io non comprendo per quale motivo ella agì seguendo la via della stoltezza anziché della prudenza. Fu forse per follia o per qualche altra ragione che la regina di Numenor venne meno ai suoi doveri dinanzi al popolo?”
“Signore dei cavalli, all’epoca non compresi quale oscura trama si celasse dietro un’azione tanto avventata. Credevo, come molti altri, che la mente di Miriel fosse stata ingannata da qualche oscuro sortilegio e che ella fosse divenuta succube di uno dei servi di Pharazon, o, addirittura, del cugino stesso; ed in questo, come mostrarono gli eventi successivi, non mi ero sbagliato di molto, ché invero ella era caduta vittima della nequizia del figlio di Gimilkhad; eppure, vi erano altri motivi per i quali simili gesti venivano compiuti e, all’epoca, essi mi erano in gran parte ignoti; quanto accadde nei giorni seguenti mi dimostrò che, sovente, gli inganni orditi dagli uomini intrappolano, ancor prima delle loro vittime, quanti ne sono i folli artefici”.
Penosi mi apparvero i volti dei comandanti di Numenor allorché ritornai da loro latore di novelle di cattivo auspicio, e per lungo tempo essi non osarono parlare; dopo alcuni istanti che parvero non avere mai fine, si levò la voce di Amandil della casata di Andunie: “Miei signori, è stato ordito un oscuro inganno alla casa dei reggenti di Numenor; la nostra lealtà ci consiglierebbe di prestare fede al giuramento che stringemmo allorché fummo proclamati paladini del regno; non mi sbaglio, forse, affermando che fra noi vi sono tutti coloro che siedono al Consiglio dello Scettro e che detengono le sorti della nostra nazione? Se le mie parole non suonano false alle nostre orecchie, ebbene, perché noi dovremmo venire meno alla lealtà nei confronti di colei che ora siede sul marmoreo trono di Andor? Tale sarebbe il mio parere, se questi fossero giorni di pace, che io abbandonerei questi accampamenti e mi recherei ad Ovest, ove è la mia dimora ed attende impaziente la mia signora: eppure, così non è, ed i nostri voleri sono obbligati ad un’ardua scelta, ché essa potrebbe condurre Numenor alla caduta o alla vittoria.
La lealtà di coloro i quali siedono in seno al Consiglio dello Scettro non può essere messa in discussione, né verrà meno; mi chiedo, tuttavia, quali siano le reali intenzioni della nostra sovrana, ché la sua mi sembra una volontà vacillante; nondimeno, se questa mia ipotesi si dimostrasse veritiera, quale dovrà essere il comportamento che le nostre armate assumeranno? A chi andrà la nostra lealtà? A colei che è la figlia di Tar-Palantir o a colui che le sussurra gli ordini, occultato dall’oscurità di questi giorni?”
Silenzio si fece in tutta la tenda, ché ciascuno era immerso nelle proprie riflessioni; infine mi levai dallo scranno e presi la parola: “Membri del Consiglio dello Scettro e Comandanti degli eserciti di Numenor, avete testé udito la chiara voce di Amandil, il Sovrintendente, esporre il suo pensiero; permettete ad Erfea Morluin, della casa degli Hyarrostar, di parlarvi con la medesima chiarezza che caratterizzò il discorso del mio illustre parente. Invero, mai come in questo momento la volontà della nostra sovrana è stata sì vacillante da indurmi a chiedere se la nostra lealtà a Numenor non debba venire meno. Ebbene, mendace fu l’affermazione della nostra sovrana, ché la nostra obbedienza non già alla casa regnante, ma al popolo di Elenna è rivolta”.
Sguardi stupiti si levarono e più d’uno fu pronto a prendere la parola per replicare, sicché alzai la mano e chiesi di poter continuare a discorrere; allora essi parvero acquietarsi, ma i loro visi febbricitanti e colmi di timore covavano profonda inquietudine: “Miei signori, se è vero che la stirpe di Elros ha governato per lungo tempo la nostra patria, ciò è stato reso possibile per mezzo delle opere che il nostro popolo ha intrapreso; e se un dì il sangue dei sovrani di Elenna dovesse venire meno, pure non dovremo noi lealtà a coloro che giurammo di servire, affinché la follia e la sventura fossero tenute lontane dai loro giacigli? Quale lealtà dovremmo oggi perseguire se non quella che permetterebbe di salvare la nostra gente dalla furia distruttrice della guerra? Ché, se è vero la stirpe di Elros, di cui condividiamo il glorioso lignaggio, essere simile ad una rigogliosa pianta, pure essa è divenuta tale nel corso dei secoli, perché il colto e savio giardiniere ha avuto cura di lei; e se questo può sopravvivere privato di quella, è impensabile che il virgulto possa esistere senza colui il quale ne ha amorevole cura”.
Allorché l’eco della mia voce si spense, soffocato dai cinerei fumi che si levavano dai caldi bracieri, così parlò Amandil: “Gravi sono state le tue parole ed esse suonano sconosciute alle mie orecchie, figlio di Gilnar; tuttavia, poiché non sembri che quanto dirò sia troppo avventato, desidero domandanti perdono fin d’ora se le mie parole feriranno il tuo orgoglioso animo; coloro che rimembrano eventi accaduti anni or sono, infatti, non hanno obliato quale sentimento ti legasse un tempo a mia cugina, Tar-Miriel; vorresti tu smentire o confermare quanto le mie parole hanno rivelato dinanzi a questo consesso? Rispondimi, dunque!”
Freddo era stato il tono che aveva adoperato Amandil e non meno gelida fu la mia risposta: “Se io sapessi, o signore di Andunie, che la pace giungerebbe fra noi sulle ali dei medesimi venti che condussero fra noi questa missiva di sventura – e così parlando, levai in alto la pergamena scritta di pugno da Tar-Miriel, affinché tutti potessero scorgerla – avrei esortato i vostri voleri a rimettere le armate di cui siete comandanti nelle grinfie di Pharazon. Volete, dunque, che codesto sia il vostro ultimo gesto da uomini liberi, affinché la gente possa dire che preferiste una pace ignominiosa ad una resistenza valorosa? Quanto all’affetto che mi lega alla sovrana di Numenor e di cui, non dubito, molti hanno sussurrato nei giorni passati, non sarò certo io a disconoscerlo e, se questi non fossero tempi di dolore e follia ricolmi, mai avrei diretto i miei passi sì a levante; tuttavia, poiché non è per mezzo di questo sentimento che la libertà del popolo Numenoreano potrà essere preservata, è necessario che io debba prendere questa decisione.
Ho servito lealmente Numendil, tuo padre, e Tar-Palantir prima che la morte lo cogliesse; se la sua erede avesse mostrato maggior perizia nelle sue scelte, diverso sarebbe stato il mio parere in questa ora.”
Rabbia covavo nel mio cuore ed Amandil ne fu sgomento, ché di rado mi era accaduto di levare la voce nei suoi confronti, essendo egli come un fratello per me; Elendil, tuttavia, che molto era cresciuto in saggezza ed in lungimiranza dacché era iniziato il conflitto, parlò e acquietò i nostri animi feriti: “Padre mio, nobile cugino, perché adirarsi l’un contro l’altro? Quali che siano i sentimenti di Erfea per la nostra sovrana, è evidente che essi non sono d’impedimento al raggiungimento dello scopo per il quale siamo stati qui convocati. Se, infatti, Pharazon prevarrà e la guerra si estenderà anche a Numenor, abbandonando per qualche tempo queste coste, quale sarà la nostra scelta? Continueremo a prestare cieca obbedienza alla figlia di Tar-Palantir, oppure privilegeremo il bene del popolo? E se questa si rivelasse la migliore fra le decisioni possibili, quale destino si preparerà dinanzi ai nostri sguardi?”
Sagge erano state le parole di Elendil ed io così gli risposi: “Quale futuro incontreranno i nostri spiriti, è invero arduo indovinare; noi, tuttavia, non siamo aruspici, né affidiamo al capriccioso Fato le nostre vite. Chiedo scusa ad Amandil, ché non intendevo provocare fra noi discordia e astio; fu l’ira a parlare in me, non altro”.
“Erfea – così rispose il padre di Elendil – se la mia lingua ti è parsa infida, allora domando perdono per le parole che ho incautamente pronunziato; solo, desideravo comprendere quale sarebbe stata la tua scelta, se essa avrebbe preferito il cuore o la mente, ché sovente la volontà di Uomini savi e valorosi si perde in meandri tortuosi, difficili da comprendere”.
Silenzio si fece in tutta la sala, ché sebbene fosse scesa nuovamente la pace fra noi, pure vi erano ancora molte voci che tacevano e un accordo non era stato ancora raggiunto.
Erfea tacque, rimembrando lo stupore ed il silenzio che avevano regnato dopo la sua disputa con Amandil; allora Groin parlò e gli pose un simile quesito: “Figlio di Gilnar, hai testé affermato che il Sovrintendente di Numenor volle accertarsi che i tuoi intenti non fossero oscurati dall’amore che provavi per Miriel; credi, dunque, che egli tenesse in poco conto il destino di sua cugina e non si curasse del suo futuro, pur sapendo che ella non avrebbe più goduto della medesima benevolenza di un tempo, perfino presso di te?”
“Difficili sono da scrutare gli animi dei Numenoreani; questo solo posso rivelarti, figlio di Bòr: Amandil sempre diffidò della mia proposta, ché egli avrebbe preferito che fosse Tar-Miriel a detenere il trono e che io divenissi principe regnante accanto a lei; perfino quando fu designato sovrano dei Numenoreani Fedeli, egli accettò tale incarico a malincuore, non ritenendosi affatto all’altezza del suo ruolo; eppure, come dimostrarono gli eventi successivi, quella si dimostrò la scelta più saggia”.
“Tuttavia – interloquì allora Aldor Roc-Thalion – non sarebbe stato preferibile che tu regnassi accanto a Tar-Miriel, anziché permettere che la frattura fra i Numenoreani divenisse sempre più profonda? Molti eventi infausti avrebbero in tal modo essere potuti evitati, se Atalante non fosse mai accaduta e Sauron non avesse recato seco il germe della corruzione fra gli uomini dell’Ovesturia”.
Erfea ristette per qualche attimo in silenzio, infine così gli rispose: “È probabile che alcuni destini sarebbero stati mutati, se la mia scelta si fosse rivelata differente; eppure, Aldor del popolo degli Eothraim, sappi che se tale si fosse dimostrato il mio volere ed io avessi impugnato lo scettro di Numenor, trascorrendo le mie notti nel dolce talamo reale, pure la rovina non avrebbe tardato a cadere su di noi. Davvero credi che il seme di Sauron non fosse stato già sparso tra i Dunedain, all’epoca in cui io ed Amandil dibattevamo del destino di Elenna? No, ché esso era già fiorito ed aveva recato seco i suoi letali profumi; ancor prima che il nome di Pharazon echeggiasse a questo mondo, altri Numenoreani erano caduti sotto il giogo dell’Oscuro Signore; di Er-Murazor, Akhorahil e Adunaphel ho già parlato, sebbene la parte che essi ebbero nella Caduta non fu piccola; eppure, anche nei secoli successivi alla comparsa dei Nazgul, molti principi e guerrieri scelsero il vessillo di Mordor, pur credendo di essere liberi signori delle contrade che conquistarono con le armi. Gimilkhad, padre di Pharazon, fu uno di questi ed egli non fu né il più spietato, né il più crudele fra quanti si prostarono a Sauron ed ai suoi servi; Arthol, principe del Mittalmar, cadde vittima della medesima nequizia e con lui molti altri signori e dame. Quanto a me, sebbene provi profondo dolore per la morte di Tar-Miriel, pure comprendo che ella non avrebbe potuto essere salvata; vi provai, molti anni fa, ma fallii: fu allora che compresi quanto inutile sarebbe stata la mia unione con lei, vuoi perché ella era già vittima della disperazione e succube della volontà del cugino, vuoi perché, se anche i nostri corpi avessero conosciuto una serena vecchiaia l’uno accanto all’altro, quanti Numenoreani avrebbero seguito il mio ed il suo volere? Di questo resto convinto, ché mai il popolo di Andor sarebbe stato riunito, perché vi era infinita discordia tra i due partiti ed essi ambivano obiettivi differenti e contrastanti, come dimostrarono gli eventi degli anni successivi”. Tacque un attimo, infine così concluse: “Se non fosse esistito Pharazon, se Numenor fosse stata quella che i miei padri conobbero e onorarono, allora diverso sarebbe stato il mio destino; tuttavia, poiché queste condizioni vennero meno, codesta è stata la mia storia e, sebbene forte sia divenuto, con il trascorrere degli anni, il rimpianto per colei che persi allorché ero ancora giovane, pur comprendo che vi fu del bene nella sua infelice scelta, vuoi per una sua precisa volontà, vuoi per un disegno che i figli di Iluvatar scorgono di rado e di cui sono gli inconsapevoli artefici, sicché la stirpe degli Alti Uomini non è venuta meno ed essa prospera ancora oggi”.
“Ora comprendo quale volere ti mosse allorché abbandonasti Edhellond e, seppur conscio del bando che gravava su di te, prendesti la strada che conduceva a Numenor!” esclamò Elrond, il quale aveva preso posto accanto a Celebrian ed aveva ponderato ogni parola del Dunadan. “Fallisti, è vero, tuttavia non crucciarti, ché non imponesti la tua volontà sulla sua ed ella avrebbe potuto decidere diversamente se tale fosse stata la sua intenzione. È possibile, come hai testé affermato, che la sovrana abbia compiuto la missione per la quale era stata designata; eppure, labili sono i confini del mondo e al di là di essi vi è forse la speme che non tutto quello che gli Uomini hanno smarrito nel corso della loro breve esistenza vada definitivamente perduto, e alcuni legami siano destinati a sopravvivere alla morte stessa”.
“Diversi sono i destini degli Elfi ed in questo invidiano profondamente gli Uomini – interloquì allora Celebrian – eppure non è ancora giunta l’ora in cui i nostri fati debbano compiersi, ché molte volte ancora le rosse foglie dei faggi di Orthanc cadranno prima che il nostro destino sia compiuto e la gloriosa stirpe dei Noldor debba abbandonare questi lidi mortali.”
A lungo, coloro che erano con il Sovrintendente di Gondor rifletterono sulle parole che la figlia di Galadriel, di cui tenevano in gran conto il potere, aveva pronunziato, essendo ella saggia e lungimirante; infine, la profonda voce di Bòr si levò a sua volta: “Molti pareri sono stati espressi in questa ora e, sebbene il destino ultimo dei figli di Aule sia stato divulgato solo presso i loro eredi, pure dirò innanzi a voi che i nostri spiriti si reincarnano in altri corpi ed in questo credo che il nostro fato non sia dissimile da quello degli Elfi; tuttavia, poiché il sole è ormai calato ad occidente, inviterei Erfea a concludere il suo racconto, ché molto desidero apprendere gli eventi che condussero alla rovina Numenor ed egli non ha ancora fornito risposte esaustive alle mie domande”.
Rise il principe di Numenor e inchinatosi cortesemente all’anziano nano così gli rispose: “Errano coloro che credono l’abilità dei Nani essere solo nel forgiare forti armature e lame taglienti! Mio buono Bòr, vi sarà tempo per concludere il mio racconto, dopo che avremo desinato e coloro che sono affamati avranno soddisfatto i loro appetiti; qui vi attenderò, al calare della seconda ora dopo il tramonto, se vorrete ascoltare quanto la mia voce narrerà”».

Ritratti – Elwen

Bentrovati! Quest’oggi, come vi avevo anticipato alcuni giorni fa, ho il piacere di mostrarvi il primo di una nuova serie di ritratti, opera della bravissima Anna Francesca, dedicati ai personaggi de «Il Ciclo del Marinaio»! Iniziamo con Elwen, la bella mezzelfa di Edhellond…

Aspetto i vostri commenti…presto seguiranno nuovi soggetti!Elwen

L’Infame Giuramento_Parte II (A chi va la mia lealtà?)

Bentrovati. In questa seconda parte de «Il racconto dell’infame giuramento», Erfea, sollecitato dai suoi compagni a raccontare gli eventi che condussero alla fine del regno di Tar-Miriel (cfr. L’Infame Giuramento_Parte I (Il ritorno di Celebrian) ricorda il profondo dissidio che ebbe con la regina in merito alla lealtà che i Paladini di Numenor avrebbero dovuto tenere, se per la massima autorità del regno (ossia Tar-Miriel stessa), oppure per lo Stato, inteso come insieme di leggi e cittadini. Erfea, mostrando una sensibilità tipica di un uomo moderno, sceglie la lealtà verso lo Stato: nessun uomo o donna, neppure una regina, può essere ritenuto superiore alle leggi. Inutile aggiungere che un simile contrasto avrà inevitabili ripercussioni sulla vita privata del nostro Paladino…

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

Nell’immagine in alto potete ammirare Tar-Miriel nei panni della moglie di Pharazon.

«Erfea tacque per qualche istante, ché la sua mente andava a quei giorni remoti, di cui pochi oggi serbano memoria, ché l’incuria degli Uomini è cresciuta ed essi non si curano più di quanto accadde nei Tempi Remoti; infine parlò e parve a tutti che la sua voce provenisse da quei lontani anni, allorché egli era principe di una contrada oggi feudo della maestà di Ulmo.
“In quei giorni, come alcuni di voi ricorderanno – e quivi il suo sguardo cadde su Celebrian ed Elrond, sicché essi parvero annuire – io ero il comandante della cavalleria di Numenor e conducevo, assieme a uomini minori nel numero rispetto ai nostri avversari, ma il cui valore era proporzionato alle gesta che compirono, una lunga ed estenuante guerra contro coloro che noi chiamammo Numenoreani Neri, ché essi erano invero crudeli nell’animo ed ambivano possedere ogni sorta di ricchezza e di privilegio: per anni, il mare e la terra furono oltreggiati dal sangue dei caduti e l’aria fu offesa dalle alte grida di agonia che si levavano dai campi di battaglia. Atti di valore furono compiuti da entrambi gli schieramenti, eppure quanti sostenevano la causa di Pharazon parevano crescere di numero, mentre sempre meno soldati seguivano il vessillo di Numenor, prestando ascolta, per paura o ambizione non saprei dire, alle seducenti menzogne che il nemico sussurrava agli orecchi degli stolti e di cui Pharazon si prestava volentieri ad essere araldo; egli ambiva ottenere il trono e la maestà dei Numenoreani e poco o punto si curava di quanti militavano nelle sue fila, fossero essi mercenari privi di scrupolo o rinnegati provenienti da remote contrade: mai vennero meno l’oro e l’argento nei suoi forzieri ed egli indossava suntuose armature e si baloccava con preziosi quali mai i miei occhi hanno mirato presso altre genti. Degli oscuri sortilegi che accompagnarono e guidarono l’ascesa al trono del cugino della sovrana preferisco non farne parola, ché essi arrecarono infiniti lutti alla mia gente ed erano spaventosi ad udirsi; pure, Phararzon non mostrava timore di adoperare le arcane parole che mai avrebbero dovuto essere pronunciate, né si dimandò donde provenissero. Fra noi, vi era chi sosteneva essere al fianco del principe un uomo esperto delle Arti Oscure che si praticano a Mordor, senza tuttavia conoscerne il nome; io, tuttavia, per quanto sospettassi l’identità di un simile signore di inganni e sortilegio esperto, pure non potetti confermare o smentire i miei sospetti fin quando Pharazon non fu incoronato ed io riconobbi il suo oscuro mentore; ma questo accadde in seguito ed io non avrei mai creduto che la follia sarebbe dilagata a Numenor in tale misura da divenire tosto inarrestabile”.
Tacque un attimo, indi riprese a parlare: “Durante il primo anno di guerra, avevo ottenuto un’importante vittoria sugli eserciti di Numenoreani Neri presso la città fluviale di Tharbad, molte leghe a nord dal luogo presso il quale discorriamo: quella sera, mentre i soldati festeggiavano ed intonavano canti di vittoria, tenni un consiglio di guerra nella mia tenda ed erano con me i Signori di Elenna che sostenevano la causa di Tar-Miriel; cupi ed angosciati erano i loro volti, malgrado la vittoria ottenuta ed essi, ancorché fossero possenti guerrieri, erano riluttanti a parlare. Infine, allorché sembrò che il silenzio fosse divenuto sì grave da non poter essere più ignorato, Amandil, figlio di Numendil, si levò dallo scranno e pronunziò questo discorso: “Capitani di Numenor, godiamo di questa vittoria, eppure sappiate che essa non potrà rallegrare a lungo i nostri animi; molte, infatti, sono le notizie di cattivo auspicio pervenute dalla nostra dimora a questo accampamento, foriere di ventura per coloro che contrastano il volere di Pharazon”. Inquieti, attendemmo che egli srotolasse sotto i nostri febbricitanti occhi un rotolo imponente; sospirai, allorché lo scorsi, ché mi era noto il sigillo appostovi ed esso era caro al mio cuore; crebbe allora il disagio nel mio animo ed io ascoltai la voce del Sovrintendente di Numenor narrarci il contenuto della missiva: con orrore, mi accorsi che essa ordinava ai Comandanti del Regno di deporre le armi, ché non vi era più guerra fra i Numenoreani ed i rancori che in quei mesi avevano animato entrambi gli schieramenti dovevano essere obliati in nome della comune concordia.
Allorché Amandil ebbe terminato la lettura della pergamena, gli sguardi dei presenti si volsero, quasi all’unisono, verso il mio volto, sicché mi parve che essi attendessero una risposta che io solo avrei potuto offrire ai loro animi, tormentati dal dubbio; chi fra noi, infatti, avrebbe ceduto le armi, sapendo che, infine, il Nord era stato liberato dalla lordura dei servi di Pharazon e che ci dirigevamo trionfanti verso il Sud, lì ove il cugino della sovrana attendeva l’impeto delle nostre armate?
Pesante fu il mio cuore e grande fu lo sforzo che posi nel leggere quella pergamena, nutrendo la speranza che essa fosse stata vergata non già dalla regina di Numenor, nel cui nome combattevamo, ma da un’astuta spia; infine, emisi lentamente il mio verdetto su tale questione, ché ero, fra loro, colui che meglio conosceva la Signora di Armenelos e vi erano non pochi eventi che la riguardavano, ignoti a tutti gli altri, il cui ricordo custodivo nel mio cuore: “Questa pergamena è stata scritta dalla medesima mano che inviò i nostri eserciti, non più di trenta giorni fa, a Tharbad”.
Non ebbi bisogno di aggiungere alcuna parola, ché ogni cosa sembrava essere divenuta chiara a tutti e i miei compagni chinarono, prostati, il capo; infine, sforzandosi di parlare, Elendil si levò dal suo scranno e mi rivolse queste parole: “Principe dello Hyarrostar, non credo di ingannarmi sostenendo che molto hai appreso sulla sovrana di Numenor ed ella ha sempre rivolto benevolmente, in passato, il suo volere nei tuoi confronti; se quanto dico corrisponde al vero, allora ti chiedo di fare vela alla nostra patria, onde possa domandare alla regina in persona quale sia la sua volontà riguardo tale faccenda. Credo – e quivi parve che il suo sguardo si posassse su ognuno di noi – che altrimenti sarebbe molto penoso prendere una decisione inerente quanto abbiamo udito oggidì, ma che, in fondo, paventavamo all’interno dei nostri cuori dacché la guerra ebbe inizio alcuni mesi or sono”.
Mi levai dunque dallo scranno e abbandonai l’accampamento, dirigendomi verso la città di Tharbad; ivi, salpai a bordo di una piccola imbarcazione e mi diressi alla costa, ove sapevo era stato approntato un vascello per il lungo viaggio che mi avrebbe condotto a Numenor. Trascorse alcune settimane, approdai alle spiagge della mia patria e osservai con sgomento misto a sorpresa quanto i suoi abitanti fossero stati corrotti dalle bieche parole di Pharazon e dei suoi servi, sicché di rado mi rivolsero la parola e parvero aver obliato finanche il mio nome; chiesi udienza alla regina ed alla acconsentì a ricevermi: colmo di gioia fu il mio cuore nel rivederla, eppure il suo sembiante fu oscurato, come un fiore i cui petali fossero stati spezzati dal gelido Inverno.
A lungo le parlai e mi parve che ella non prestasse ascolto alle mie parole; infine, allorchè la mia pazienza sembrò esaurirsi, l’apostofrai con simili parole: “Mia Signora, giorno fa inviasti una missiva ai tuoi comandanti affinché deponessero le armi e si riconciliassero con i seguaci di Pharazon; eppure, ben m’avvedo come, perfino nella nostra patria, le cicatrici della guerra siano ancora visibili e fresche, sicché io ti domando per quale ragione volesti obbligare i nostri animi a compiere una simile volontà”.
Ella mi guardò, senza pronunciare parola alcuna; eppure, i suoi chiari occhi parvero domandarmi perdono e mi risposte con un antico detto, quali i Numenoreani adoperano in situazioni invero molto gravi: “Una speranza ho dato ai Duneadain, ma non ne ho conservato una per me”. Tacque per qualche istante, infine sospirò e presami la mano così mi parlò: “Vorreste, dunque, venire meno agli ordini della vostra sovrana? Non mentirmi, Erfea, ché io scorgo nel tuo sguardo il dubbio ed il timore che le mie parole hanno suscitato in te; eppure, se la lealtà dei miei comandanti dovesse venire meno, io perirei e altri avrebbero da patire sofferenze immani”.
Io la osservai, freddo, ché, sebbene il mio cuore sanguinasse copiosamente, pure non potevo ignorare quanto le sue parole avessero, inutilmente, tentato di occultare: “Vaneggi, Miriel, se credi che la nostra lealtà nei confronti di Numenor sia venuta meno; sappi, tuttavia, che ad essa solo risponderemo, quando sarà giunta l’ora, e a nessun’altra”. Ella, allora, lasciò cadere la mia mano ed il suo animo diventò gelido: “Va’, figlio di Gilnar e possa la tua lealtà non venire meno quando giungerà l’ora”.
Mi inchinai, senza risponderle alcunché, perché avevo compreso cosa celassero le sue parole ed ella era ormai perduta; pesante fu il mio cuore quella sera ed io abbandonai Romenna al calar della notte, dopo aver inviato messaggi a mio padre affinché radunasse quanti più uomini possibili e si preparasse a reggere un lungo assedio; vi erano pochi o punti dubbi, infatti, che Pharazon, qualora avesse sconfitto le nostre armate sul suolo della Terra di Mezzo, avrebbe concentrato le sue attenzioni su Numenor, invadendola con i suoi eserciti. Foschi furono i miei pensieri durante il viaggio di ritorno e, allorché giunsi a Tharbad un mese dopo, ebbi conferma dei miei peggiori timori: una grande schiera di Numenoreani Neri, infatti, aveva sconfitto i nostri eserciti del Sud ed ora giungeva nell’Eriador come lupo in cerca della preda ferita”.»

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Nell’immagine in alto, raffigurazione dell’incontro tra Erfea e Miriel narrato all’interno di questo articolo. Artista: Anna Francesca Schiraldi.

L’Infame Giuramento_Parte I (Il ritorno di Celebrian)

Care lettrici, cari lettori, bentrovati. Nel mese di agosto vi intratterrò con le vicende narrate nel «Racconto del Marinaio e dell’Infame Giuramento»: prima di leggere questo e gli articoli che seguiranno, tuttavia, vi consiglio la lettura del «Racconto dell’Ombra e della Spada», perché si tratta della continuazione ideale del filo narrativo iniziato in quel testo. Ad ogni modo, eccovi un breve riassunto delle vicende precedenti: al termine de «Il Racconto dell’Ombra e della Spada», Pharazon e i suoi consiglieri Nazgul avevano elaborato la loro strategia per prendere il potere a Numenor e rovesciare il regno della legittima sovrana, Tar-Miriel. In questo racconto, dunque, le premesse sinistre poste in quella riunione segreta tenuta dai Numenoreani ribelli diventeranno realtà; e toccherà ad Erfea, tornato nuovamente protagonista, essere la voce narrante di quanto accadde nell’ultimo anno di regno di Miriel, nel 3255 della Seconda Era.
Si tratta di un racconto molto drammatico e ricco di colpi di scena, al quale sono particolarmente affezionato. La vicenda si apre ad Orthanc (Isengard) nel mese di giugno dell’anno 3429 della Seconda Era: in quel luogo, infatti, si erano ritrovati i principali leader dei Popoli Liberi allo scopo di formare quella che sarebbe divenuta nota come «Ultima Alleanza», destinata a combattere il potere crescente di Sauron; ed è in questo frangente che Erfea ritrova una sua carissima amica…

Spero possa risultare piacevole la lettura di questo testo, così come per me è stato emozionante scriverlo. Aspetto i vostri commenti, buona lettura!

«Due figure si ergevano, l’una accanto all’altra, nel luminoso meriggio di giugno; deferenti inchini rivolgevano loro le alte guardie della poderosa fortezza che i Numenoreani avevano edificato alle sorgenti dell’Isen: Orthanc era il suo nome in lingua elfica e numerosi furono i principi ed i condottieri che quell’anno si recarono nelle sue profonde aule, affinché la minaccia di Sauron fosse allontanata dai reami delle libere genti ed esse non dovessero più patire la crudele schiavitù che i servi dell’Oscuro Signore imponevano a quanti avevano la sventura di cadere sotto i loro laidi artigli.

Lentamente, le due figure procedevano; l’una, ricolma di giovanile grazia e di sapienza vetusta, inspirava finanche nel più pavido figlio di Iluvatar amore per la sua bellezza senza tempo; neri come ala di corvo erano i lunghi capelli e nei vividi occhi brillava serena la luce di Earendil, colui che reca la speme fra coloro che sono in preda allo sconforto.

Vellutato era il passo della dama ed ella calzava morbidi stivali di bianca pelle; allorché, intimorati da tale bellezza, le alte guardie, eredi della maestà dei figli degli uomini, osavano levare lo sguardo, non pronunziavano parola alcuna, ancorché il nobile portamento della Signora ne consigliasse l’uso; ma quale suono poteva levarsi dalla bocca dei Secondogeniti dinanzi a cotanta bellezza, sicché non fosse parso impudico e sgradevole da udirsi? Gli Uomini che avessero avuto l’ardire di ammirare i suoi limpidi occhi, avrebbero scorto la maestà di Ulmo agitarsi in essi e lo stupore ne avrebbe invaso l’animo, ché non vi era dama mortale il cui sembiante fosse così vivido e splendente. Una Signora fra i Noldor ella era, giunta in codesta contrada per discutre dei grandi eventi che erano accaduti in quegli anni, sì lontani dai nostri giorni: grande era la sua lungimiranza ed i popoli abbisognavano del consiglio della figlia di Celeborn del Doriath e di Galadriel del Lorien; Celebrian era il suo dolce nome ed ella appariva simile a Varda, la sposa di Manwe.

Poco o punto l’Elfa si curava degli sguardi che le venivano rivolti, ché era intenta ad ascoltare quanto il suo compagno le narrava; una stinta ed ampia cappa occultava il capo di costui, eppure, le alte guardie mostravano nei suoi confronti la medesima dedizione che ponevano nel volgere il saluto alla dama dei Noldor: nulla era visibile del suo sembiante, eccetto un lungo fodero nero ed argentato che era al fianco ed un ampio mantello color del cielo; finanche i più anziani tra i soldati di Gondor cedevano il passo innanzi al suo e gli rivolgevano inchini profondi e sinceri, ché era noto il nome di tale comandante ai loro orecchi ed essi avevano imparato a rincuorarsi allorché udivano la sua voce, memori di quanto avevano compiuto dinanzi ai loro attoniti occhi durante gli assedi di Minas Ithil e di Osgiliath.
Cortesi cenni l’Uomo rivolgeva ai soldati ed essi erano colmi di ammirazione per il loro Signore e Comandante, ché era dello stesso lignaggio di costoro e proveniva dalla medesima patria ora scomparsa tra i flutti del Grande Mare.
A lungo camminarono, l’Elfa concedendo il proprio braccio all’Uomo che le era al fianco, secondo le usanze cortesi di quei popoli d’arte e di scienza esperti; infine, allorché ebbero percorso un’ampia scalinata e furono usciti all’aperto, Celebrian prese riposo su un alto scranno in pietra che mani savie avevano posto lungo il sentiero che dal pinnacolo di Orthanc conduceva al cancello meridionale delle mura esterne: l’uomo accanto a lei, dopo essersi leggermente inchinato, parlò ancora per qualche istante, infine tacque e l’unico suono che si udì fu quello dei gai e freschi zampilli d’acqua che dalle fontane sgorgavano verso il basso; infine, lieve come la neve in inverno, la dama si scostò una ciocca dai capelli e parlò: «Lungo è stato il tuo racconto, amico mio, ed ogni parola io ho ascoltato della narrazione; ora comprendo quanto dolore alberghi nel tuo animo ed il mio cuore piange perché non posso lenire simili ferite. Ahimé – concluse – questi giorni, di terrore ed oscurità intrisi, non pochi dolori arrecheranno alla prole di Iluvatar; infine mi è nota la sorte di Elwen la Mezzelfa, tuttavia sappi che le parole da te pronunciate in quest’ora nessun altro udirà».
L’Uomo la guardò e per un istante parve che brillasse, nella penombra all’interno della sua cappa, un remoto sorriso di gratitudine; infine ratto si voltò, ché gli era parso di ascoltare il suono di pesanti passi giungere alle sue spalle: due Nani erano intenti a percorrere il medesimo percorso per mezzo del quale egli e la dama degli Eldar erano giunti nel luogo ove riposavano le stanche membra. Nello stesso istante, un Uomo ed un Elfo, entrambi suntuosamente vestiti, comparvero dall’estremità opposta del sentiero; giunti che furono innanzi a Celebrian, il primo si inchinò profondamente, mentre l’Elfo, avvicinatosi, le prese dolcemente la mano; infine egli parlò e la sua voce riecheggiò limpida e profonda tra i maestosi alberi che occultavano quell’ameno luogo alla vista altrui.
«Grandi eventi sono accaduti in questi mesi ed altri ancora potrebbero verificarsi, ché la minaccia di Sauron non è stata ancora respinta ed egli, come una serpe nel suo oscuro anfratto, attende, paziente, che la vittima gli si mostri incauta». «Così è – replicò l’alto Uomo che era con lui – ché i crudeli Spettri dell’Anello hanno invaso le terre che un tempo furono del mio popolo ed esso è dovuto fuggire a sud e ad ovest, abbandonando i ricchi pascoli del Rhovanion alla mercé degli Orchi e degli Orientali asserviti a Sauron».
«Avevo udito, Signore degli Eothraim, narrare delle devastazioni che i Comandanti dell’Oscuro Signore hanno diffuso, simili ad un’empia pestilenza, nelle contrade orientali della Terra di Mezzo; a stento riuscimmo a sbarrare l’entrata dei Cancelli di Khazad-Dum, allorché il Nemico giunse alle porte della nostra dimora»; tali furono le parole che Groin, figlio di Bòr, aveva prounziato, sicché così gli rispose l’Elfo: «Invero non vi è stato regno o dimora dei figli di Iluvatar che non sia stato scosso, di recente, dal flagello delle armate di Mordor, ché l’Oscuro Signore di quella remota contrada ambisce impossessarsi degli antichi cimeli dei popoli liberi onde poterli pervertire a suo piacimento».
Sagge sono le tue parole, mio signore – interloquì allora il nano più anziano – eppure, mai la speme è scomparsa dal Mondo, ché vi sono, perfino in questa ora sì buia, Elfi, Uomini e Nani che ancora osano contrastare la minaccia delle schiere del Maia Caduto, gli uni conducendo alla vittoria armate gloriose, gli altri smascherando i subdoli inganni che costui perpetua a danno dei suoi nemici; non è fra noi, infatti, Erfea, colui che chiamano il Morluin, che molta gloria acquisì nelle sue lotte contro i corrotti Uomini di Numenor e gli eserciti del servo di Morgoth?»
L’Uomo che era accanto a Celebrian fece allora scivolare la cappa stinta ed i suoi compagni ammirarono il volto del figlio di Gilnar, reso saggio dai numerosi anni trascorsi nell’esilio; sorrise, infine parlò ed essi gli prestarono ascolto: «Mio buon Bòr, molti anni sono trascorsi dacché avvennero gli eventi che hai testé richiamato alla memoria di tutti; quali racconti vuoi che narri innanzi a voi, dunque?»
«Figlio di Gilnar, solo ieri udimmo la tua profonda voce narrare ai nostri sorpresi orecchi le vicende di coloro che si impadronirono degli Anelli del Potere e furono corrotti dalla malizia del loro artefice. Suvvia, raccontaci quanto accadde allorché Numenor non era ancora caduta e Tar-Miriel regnava su di una contrada dilaniata da una feroce guerra civile».

Fine I parte (continua)

 

Numenor: Game of Thrones (parte V ed ultima). La giustizia di Pharazon

Care lettrici, cari lettori, bentrovati. Concludo in questo articolo la narrazione del racconto «L’Ombra e la Spada», approfondendo la personalità di Pharazon, il pretendente al trono di Numenor. Fino a questo punto del racconto, infatti, la sua figura è apparsa in secondo piano, oscurata non solo da quella dei Nazgul, ma anche dagli altri numenoreani ribelli più anziani. Mi è sembrato importante, dunque, cogliere un aspetto importante del suo carattere, ossia la sua intrinseca crudeltà; cresciuto senza alcuna regola e, per converso, alimentato da una gelosia crescente verso la cugina Miriel, Pharazon era diventato un giovane sadico e spietato; non abbastanza lungimirante, tuttavia, per evitare di finire schiacciato da esseri molto più crudeli e furbi di lui. In questo articolo, inoltre, giungono a maturazione anche i piani finali dei Nazgul e dei loro complici per impadronirsi del potere…e si vedrà che, alle volte, anche una piccola svista, un errore a prima vista trascurabile, può rivelarsi determinante per decretare il fallimento del migliore progetto…

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

P.S. Presto avrete l’occasione di ammirare nuove illustrazioni!

Nell’immagine in alto potete ammirare la città di Armenelos, capitale del regno di Numenor.

«Akhôrahil ed Adûnaphel, l’uno alla destra, l’altra alla sinistra del loro oscuro Capitano, presero a mormorare un basso canto, le cui parole evocavano nelle menti degli sprovveduti mortali che avessero udito i loro echi, nient’altro che follia e panico; Er-Murazôr, al contrario, concentrò ogni sua attenzione sull’anziano Khôrazid, ché questi, oramai, non era più di alcuna utilità al suo Padrone e, senza pronunciare parola alcuna, evocò con un rapido gesto della sua sottile mano, dalle profonde tenebre che il canto dei suoi sottoposti avevano ispessito, una creatura quale gli uomini non dovrebbero mai scorgere, finanche nei loro più angoscianti incubi, allorché ogni ragione sembra essersi smarrita e l’eco di ancestrali paure sembra concretizzarsi dinanzi ai loro occhi. Il demone avanzò e invisibile agli occhi dei Numenoreani, balzò ratto sull’Ammiraglio, e per un solo istante, gli si rivelò nella sua terrificante forma, svelandogli il suo vero nome; Khôrazid si portò entrambe le mani al collo e stramazzò al suolo, mentre un’espressione di terrore indicibile a narrarsi gli si dipingeva sul volto sfigurato. Fra coloro che erano in quella sala, solo Pharazôn e i Nazgûl conoscevano quanto realmente si era verificato e a lungo tacquero su questo; gli altri, al contrario, videro un’inspiegabile follia impossessarsi di Ântenora e spingerla a trucidare con inusitata violenza il suo coniuge: inorriditi, essi gridarono angosciati e domandarono a gran voce che fosse fatta giustizia: Pharazôn, allora, chiamò a sé le sue guardie, delle quali nessuno sino a quel momento aveva sospettato l’esistenza, e diede loro ordini affinché la donna fosse catturata. I soldati eseguirono con spietatezza il compito che era stato loro assegnato, infine si voltarono al loro principe e chiesero con quale pena fosse colpita la Numenoreana: Pharazôn, allora, quasi obbedendo ad un ordine che altri aveva sussurrato al suo orecchio molti anni prima, afferrò brutalmente la donna per i capelli, nonostante quella gemesse e si proclamasse innocente, e domandò a gran voce: “Quale verdetto volete che io pronunci dinanzi a questo crimine? Rispondete, o Numenoreani!” Essi, in tutta risposta, levarono a gran voce un solo grido: “La punizione che gli Antenati erano soliti pronunciare in casi come questi!” Il cugino della regina, allora, afferrò la lama che il capitano delle sue guardie gli porgeva e con un rapido colpo decollò la vittima, lasciando cadere a terra subito dopo le sue tristi spoglie. Esultarono i principi allorché la condanna fu eseguita dinanzi ai loro occhi ed essi presero a sorridere ferocemente, ché, ora lo comprendevano bene, un simile fato avrebbe colpito tutti i loro nemici, i quali, ancora ignari di quanto sarebbe da lì a breve accaduto, riposavano nelle loro avite dimore: inebriati dal sangue versato in quella oscura sala, avrebbero a lungo perseverato nelle loro espressioni di feroce gioia, se non avessero udito una gelida voce risuonare alta fra quante commentavano i fatti di recente accaduti: “Principi di Numenor, rallegratevi, ché una solida guida avete scelto sulla strada per il potere ed essa non vi tradirà mai; esultate, ma siate più cauti nelle esternazioni della vostra gioia, almeno sino a quando tutti i vostri nemici non saranno stati abbattuti ed il Nuovo Ordine non regni sovrano su queste contrade. Credete, infatti, che sia semplice sconfiggere i Paladini? Alcuni, non ne dubito, saranno uomini di infima qualità e di scarso coraggio; non è, tuttavia, da simili nemici che dovreste guardarvi le spalle, ma da coloro i quali, chiusi nelle loro ricche dimore, tramano ancora e sempre contro il vostro successo”.

Ëargon, il quale era fra tutti il più inebriato per quanto accaduto, rispose sprezzante, per nulla temendo la reazione del Signore degli eserciti di Mordor: “Brethil è anziano, e non è troppo lontano il giorno in cui spirerà; quanto ad Amandil, credo che Khûriel abbia espresso l’opinione di tutti noi, ché sarà sufficiente evitare di minacciare palesemente la regina, pur di ottenere il suo tacito assenso alla nostra impresa. In verità, dunque, l’unico Paladino verso il quale dovremo adoperare la forza delle armi sarà Ërfea ed egli, sebbene sia sufficientemente abile nell’adoperare la spada, è pur sempre un mortale e nulla potrà contro le nostre gloriose armate”.

“Non sottovalutare la stirpe dei principi dell’Hyarrostar – tale fu la gelida risposta che Er-Murazôr pronunziò – ché essi sono Paladini di un valore superiore a quello che le tue sciocche parole hanno con imprudenza assegnato loro. Gilnar, sebbene sia giunto al termine dei suoi giorni, è un veterano sopravvissuto a molte battaglie ed il suo nome è ancora riverito tra gli eserciti di Numenor; quanto ad Ërfea, oserò dire, in questa ora incerta per i fati di molti fra voi, che è destinato a superare in possanza il padre, Brethil e finanche Amandil, che pure è il più esperto fra i Paladini dell’Accademia e detiene il titolo di Maestro Supremo: tuttavia, l’ora della gloria per il giovane principe numenoreano non è ancora giunta ed egli è un guerriero poco esperto, se paragonato ad alcuni dei suoi avversari – e qui parve a tutti che il consigliere di Pharazôn alludesse a sé stesso e ai suoi compagni – sicché non dovremmo preoccuparcene oltre misura”.

“Tuttavia – parlò irato Ëargon, il quale non tollerava che alcuno osasse contraddirlo – egli resta pur sempre l’amante di Miriel; non credi che tenterà di scendere a patti con i suoi antichi nemici, allorché avrà sentore che la sopravvivenza della regina sia in pericolo?”

“Non hai compreso i nostri piani, dunque? – lo rimproverò il Re degli Stregoni, palesemente irritato dai dubbi che le parole del giovane ammiraglio tradivano – La sovrana non dovrà essere minacciata in alcun modo, sicché ella non debba ritenere di ricorrere alla protezione dei suoi Paladini; quanto ad Ërfea – e qui il suo sguardo cadde minaccioso su quanti erano intorno alla sua ombra – dovrà essere tratto in catene per essere condotto ove non sarà più in grado di nuocere, né dovremmo preoccuparci che possa arrecare in alcun modo danno al nuovo sovrano” concluse, volgendo un cortese cenno del capo a Pharazôn, il quale, per tutta risposta e con grande sorpresa dei presenti, si levò dallo scranno e gli si inchinò profondamente.

Khûriel, la quale, in verità, aveva intuito cosa celassero le parole pronunciate da Er-Murazôr, annuì: “Figlio di Morlok, davvero conosci poco del nemico verso il quale nutri, per invidia o per paura non saprei dire, un odio sì profondo: egli, infatti, non rinuncerà a sacrificare la sua vita per la salvezza dello Stato e dei suoi compagni, ma non accetterà che i suoi sentimenti lo inducano a mostrar maggior clemenza verso quanti attenteranno nei confronti dell’Ordine e del Popolo; non esiterebbe, qualora il corso degli evento dovesse porlo dinanzi a questa scelta – senza alcun dubbio per lui molto gravosa – a condannare la stessa Tar-Miriel all’esilio, se ella dovesse mostrarsi troppo tollerante verso i suoi nemici. In verità, miei cari camerati – aggiunse la donna dopo aver riflettuto – Ërfea è un uomo quale pochi fra i suoi compagni o i suoi avversari possono ammettere di conoscere bene e il fine ultimo di molte sue azioni è destinato a rimanere celato per molto tempo ancora: oso credere, infatti, che finanche la stessa Tar-Miriel non abbia compreso il suo cuore e sia innamorata di un’ombra, quale il figlio di Gilnar non è, né mai sarà”.

“Simili elucubrazioni sfuggono alla mia lungimiranza – commentò pensoso il Re degli Stregoni – tuttavia il fato di Ërfea si compirà al di là di questa isola ed egli, a prescindere dall’esito della lotta che tosto avrà inizio, avrà l’animo infranto dal dolore della perdita o della sconfitta: qualora, infatti, dovesse ottenere il successo sulle nostre armate, pure dovrebbe punire la regina per non aver sostenuto i suoi Paladini e l’ingresso al suo dolce talamo gli sarebbe per sempre negato. Persa la battaglia, invece, il Terzo Ammiraglio di Numenor dovrà, ad ogni modo, conoscere l’onta della sconfitta, alla quale, inevitabile, si aggiungerà il disprezzo di colei che un tempo aveva amato sì profondamente, ché, dica pure Khûriel quanto il suo cuore avverte, pure il sentimento che lo lega alla bionda fanciulla è veritiero e profondo”. Così parlò il Re Stregone e nessuno osò contraddirlo; egli, tuttavia, non espresse a voce alta i suoi reconditi pensieri, ché, in verità, aveva compreso quanto la stessa figlia di Tar-Palantir, contrariamente alle parole pronunciate con veemenza da Khûriel,  contraccambiasse con forza il sentimento che lo legava al principe e se, talvolta, accadeva che esitasse nel mostrarlo apertamente, ciò avveniva solo per timore di dover ottenere una risposta che l’avrebbe intristita e condotta verso un grande dolore, incapace come era di leggere nelle reali intenzioni di Ërfea.

Adûnaphel, la quale aveva prestato molta attenzione alle parole pronunciate dal suo Capitano, allora interloquì e la sua voce si levò alta: “Nessuno di noi oserà levare la mano contro il Morluin ed egli sarà ignorato almeno finché non avremo vinto la guerra: che la morte ed il disonore si abbattano su quanti ignoreranno l’avvertimento dei consiglieri di Pharazôn.”

Ëargon, il quale era in verità propenso ad ignorare quanto il Re degli Spettri aveva ordinato, a malincuore mutò parere, allorché si avvide che la principessa al suo fianco lo sosteneva e si convinse ad abbandonare, almeno per i primi tempi, ogni disio di vendetta sul Morluin, verso il quale, come Khûriel aveva compreso, egli nutriva un sentimento misto di invidia ed ammirazione; quanto al giuramento stretto nelle mani del suo nuovo signore, il giovane ammiraglio lo considerava nient’altro che una vacua formula, la quale l’avrebbe tutelato da ogni vendetta dei suoi guerrieri, almeno finché fosse rimasto in vita. L’orgoglio si accrebbe nel cuore di Ëargon e nella sua mente scorsero, vivide, le immagini di un futuro non troppo lontano, nel quale egli avrebbe impugnato lo scettro di Numenor ed Adûnaphel sarebbe stata regina al suo fianco, mentre Tar-Miriel la schiava con la quale trastullarsi a suo piacimento; nessuno, fra questi desideri, era però sconosciuto ai Nazgûl e diffidenza nacque nel loro cuore nei confronti dei figlio di Morlok, ché si avvidero quanto la sua ambizione fosse smisurata; non ignorarono, tuttavia, che egli avrebbe potuto svolgere un ruolo di primaria importanza, figurando dinanzi agli occhi dei Paladini come il nemico più pericoloso da combattere: se fosse caduto in battaglia, la sua perdita non sarebbe stata considerata irreparabile; se, al contrario, fosse sopravvissuto, la stessa Adûnaphel si sarebbe incaricata di ucciderlo, dopo che i suoi sensi avessero goduto della sua giovinezza e del suo ardore. Er-Murazôr, il quale aveva compreso quali malvagi pensieri nutrisse il nero spirito della Spadaccina, sorrise e assentì leggermente con il capo, mentre colei che era stata presentata come la Principessa delle Terre dell’Aurora, si inchinava con femminile grazia, avendo intuito la sua volontà, la quale, in verità, derivava da quella di Sauron in persona.

Akhôrahil, lieto che fosse stato finalmente raggiunto un accordo, parlò: “Non è sufficiente, o camerati, che abbiate prestato giuramento al nostro signore, ché i nostri nemici non saranno sconfitti solo dalla nostra ritrovata unità di intenti: è necessario, dunque, che si trovi un pretesto per scatenare un conflitto che vedrà i loro destini incontrare un fato di morte: se i vostri pareri saranno favorevoli, mi appellerò alla vostra saggezza e lungimiranza perché un solco, ancor più profondo di quanti fino ad oggi il destino ha voluto che esistessero fra la regina ed il suo amante, separi definitivamente i due giovani.”

I Numenoreani, molti dei quali nutrivano un forte rancore nei confronti del principe dell’Hyarrostar, lanciarono grida di giubilo allorché il Quinto fra i Nazgûl si ebbe rivolto loro e domandarono a gran voce quale fosse il suo piano: “O sommo fra i principi del fato, rivelaci dunque quali sono i tuoi intenti!”

“Camerati, non vi è volontà che non possa essere piegata, non vi è spirito che non possa essere dominato, non vi è mente che non possa conoscere il giogo della schiavitù, se di essa è noto il nome segreto: nessuno fra noi conosce, tuttavia, quale sia quello del Morluin ed egli si è dimostrato negli anni invero prudente ed accorto nel pronunciarlo ad alta voce”.

“Credi che quanto hai testé affermato costituisca per noi motivo di sorpresa? – interloquì sprezzante Azâran, il quale, sino a quel momento, non aveva preso parte ad alcuna discussione – Erfëa è un paladino: vuoi forse che si comporti diversamente da quanto il codice del suo Ordine dispone? Un paladino è solito non rivelare ad alcuno il proprio nome, a meno che questi non abbia contratto con quello un giuramento che l’obblighi al silenzio su tale rivelazione: solitamente, solo il consorte viene a conoscenza del reale nome del paladino suo sposo; non potremmo mai, perciò, ottenere questa informazione, né adoperando la forza, né l’astuzia, ché Erfëa non è vincolato a nessuno e questo dovresti saperlo bene”.

Akhôrahil rivolse un ironico inchino all’anziano principe, infine pronunciò parole sarcastiche: “Ti ringrazio per l’approfondita lezione sull’Ordine dei Paladini; se la tua presenza fosse venuta a mancare quest’oggi, dubito che altri avrebbero saputo parlare con tanta arguzia ed erudizione. Non capisci? – mentre pronunciava tali parole, il suo tono si indurì – il figlio di Gilnar è legato alla regina ed essi si frequentavano ancor prima che questi abbandonasse il nome paterno: ella conoscerà, dunque, il suo vero nome[1]”.

Molti signori annuirono e presero a congratularsi con il Nazgul per la sua astuzia; inaspettatamente, tuttavia, e per buona sorte di Erfëa e di Tar-Miriel, la glaciale voce di Er-Murazor si levò fra lo stupore ed il terrore dei presenti: “Quanto affermi, Akhôrahil, sarebbe stato vero qualora il nostro principe si fosse dimostrato uomo colmo di quei sentimenti che gli abitanti di queste contrade coltivano con grande passione e che sono soliti essere espressi nelle ballate e nelle romanze suonate durante le feste di primavera; tuttavia, il Morluin non è incline a queste emozioni e considera la salvezza del regno un bene più grande di quello che un’emozione rubata tra il tramonto e l’alba potrebbe procurargli. Lo spirito del Paladino della casa degli Hyarrostar è freddo e razionale ed egli mai si sarà arrischiato a rivelare il proprio nome ad una donna: non è capace di simili confessioni”. Le convinzioni dell’uditorio vacillarono e furono sostituite da dubbi ed inquietudini: solo, ché egli altri erano troppo atterriti per parlare, il Quinto fra i Nazgûl osò esprimere il suo dissenso: “Eppure, concorderai su questo, il figlio di Gilnar ama teneramente la sua regina ed ella era un tempo la sua più fedele confidente”.

“Questo lo credi tu – gli rispose il Capitano Nero – I miei sensi scorgono sì un sentimento amoroso dibattersi nel petto di Erfëa, eppure esso è così nascosto che dubito profondamente possa spingerlo a sussurrare all’orecchio della sua amata una parola così imprudente da pronunciare”.

Azâran, avvedutosi che il suo pensiero era simile a quello del Capitano Nero, si pronunciò in favore di questi, né egli aveva alcuna simpatia per Akhôrahil, del quale, come altri, diffidava profondamente: “Perfino nell’esprimere i propri sentimenti il Morluin dimostra profonda conoscenza del Codice: in esso, infatti, è scritto che il Cuore parla attraverso la voce del Silenzio; se egli si fosse invaghito di una Paladino, ecco che quella, forse, avrebbe saputo comprendere il suo silenzio; eppure, non fu forse Miriel stessa, allorché era ancora re suo padre, ad abbandonare l’Accademia per dedicarsi all’incarico che sapeva esserle presto destinato?”

“È vero – concordò Khûriel – sembra che Miriel non tollerasse il duro addestramento al quale era stata sottoposta e che la sua fuga dall’Accademia avesse infuriato profondamente Ërfea”.

“Ho conosciuto un’altra versione del medesimo evento – interloquì Ëargon – secondo la quale fu lo stesso Ërfea a rifiutarsi di prendere come sua allieva colei che sarebbe stata un domani regina, perché i sentimenti che provava per lei gli impedivano di attenere ai suoi doveri.”

“Sia come sia – lo interruppe con forza il Capitano Nero – la regina di Numenor non conosce il reale nome del nostro più pericoloso avversario e se provassimo a sottoporla a tortura per ottenere dalla sua bocca informazioni che mai potrebbe darci, non otterremmo altro che un rifiuto ed un pericoloso irrigidimento delle sue posizioni nei nostri confronti.”

Akhôrahil, scaltro eppure timoroso nei confronti dell’autorità del suo Signore, chinò il capo in segno di resa e sospirò: “Cosa proponi, dunque?”

“È necessario, ancor prima di contrarre battaglia contro i nostri nemici, che uno di noi sieda al Consiglio dello Scettro, ché in tal modo ci sarà più semplice influenzare la debole mente della regina ed allontanarla dai suoi Paladini”.

Ëargon, il quale aveva un animo sì ambizioso da non temere alcuna conseguenza delle sue azioni, finanche delle più crudeli ed infami, si fece avanti e propose la propria candidatura ad un tale ruolo: dichiaratisi che furono gli altri principi a favore di tale soluzione, Er-Murazôr, il quale, in verità, auspicava che il figlio di Morlok si offrisse per un simile incarico, si rallegrò e gli affidò un compito tanto abietto quanto periglioso: “Giovane Ammiraglio, il tuo animo è forte e nutre grande bramosia di potere; solo, fra coloro che hanno autorità nel Consiglio dello Scettro, tuo padre potrebbe ostacolare ogni tuo progresso, avendo a tema che il tuo giudizio possa essere troppo immaturo rispetto a quello degli altri consiglieri: per tale ragione, liberati della sua influenza perniciosa e reclama a te quanto il Fato ha decretato che fosse tuo diritto ottenere”.

Sulle prime, Ëargon dubitò, non perché provasse alcun sentimento di pietà nei confronti dell’anziano padre, essendo la sua mente ed il suo cuore già corrotti, ma a causa della difficoltà che tale missione comportava: egli, infatti, si avvedeva di essere nient’altro che una semplice pedina nelle mani di forze ben più grandi di lui, eppure, fu tanto arrogante quanto sciocco da credere che le stesse potenze che oggi lo obbligavano a percorrere un sentiero periglioso, un domani egli potesse ambire a dominare. L’ammiraglio prestò allora giuramento nelle mani di Adûnaphel e si avvide che esse erano calde al tatto e profumate all’olfatto, sicché forte crebbe nel suo spirito la lussuria e l’ambizione di farla sua; questa, alla quale non erano sfuggite le reali intenzioni del figlio di Morlok, si decise ad assecondare ogni suo disio, finché Pharazôn non fosse stato proclamato Sovrano di Numenor ed i piani del suo Padrone non fossero stati realizzati.

I Principi di Elenna, allorché si avvidero che ogni cosa era compiuta, si inginocchiarono ancora una volta ai piedi del futuro re e lo acclamarono per tre volte; infine, ad un suo cenno, abbandonarono l’oscura sala e si dispersero come foglie nella gelida nebbia dell’alba,  custodendo ciascuno nel proprio cuore il ricordo di quanto era accaduto quella notte colma di terrore e di meraviglia e della quale, in verità, non recarono che una pallida reminiscenza, che divenne sempre più sbiadita man mano che il sole reclamava il suo dominio: le notti future, tuttavia, afflissero i loro spiriti con incubi di ogni sorta ed essi non ebbero più alcun riposo sin quando il loro fato non si fu compiuto ed esso, se le storie che si narrano dinanzi al fuoco sono vere[2], fu invero terribile ed atroce, ché furono divorati dall’oscuro potere che avevano contribuito, per arroganza e per vanagloria, ad accrescere».

Fine

Note

[1] Cfr.  «Il racconto della Rosa e dell’Arpa».

[2] Segue una nota, scritta da Erfëa, a proposito del destino ultimo dei principi che avevano preso parte al consesso degli Uomini del Re: Azâran perì nell’incendio che consumò la sua dimora e che alcuni affermano essere stato appiccato dai servi di Akhôrahil, essendo questi desideroso di appropriarsi delle sue ricchezze; Ëargon fu trucidato da Adûnaphel (si veda anche il racconto de «Il marinaio e l’infame giuramento»); Khûriel, infine, morì a causa di un misterioso morbo che contrasse allorché, resasi conto che era ormai nel novero dei nemici del nuovo sovrano, fuggì nel regno dei Chey e trovò ospitalità presso il signore di quella contrada, il quale era in realtà Ren il Folle, Ottavo tra i Nazgûl. Sulla sorte di Pharazôn, al contrario, non vi sono notizie certe: secondo i Saggi fra i Noldor, egli, intrappolato dalla volontà di Iluvatar nelle Caverne dell’Oblio, attende ancora l’ultima alba, giunta la quale prenderà parte alla battaglia finale contro Morgoth ed i suoi servi; secondo i Fedeli, invece, il suo corpo, distrutto dall’ira dei Valar, non sarebbe mai stato più ritrovato.
È noto, tuttavia, che all’indomani della Caduta, sulla spiaggia dinanzi alle mura di Pelargir, fu rinvenuto un cimelio la cui presenza lasciò stupefatti tutti gli Uomini che lo esaminarono: era, infatti, la corona di Ar-Pharazôn ed essa risultava integra, non avendo perduto alcunché del suo splendore; i Fedeli la raccolsero e la condussero ad Osgiliath, ove, in quei giorni, si trattenevano Elendil l’Alto ed i suoi figli. I consiglieri del figlio di Amandil, allora, pregarono il sovrano di distruggere il cimelio, ancorché fosse di mirabile fattura e piacevole a vedersi, ché esso era stato forgiato a Mordor e recava seco incisi incantesimi esiziali per i seguaci dei Valar: Elendil, scagliata con forza la corona nelle fornaci della città, decretò che nessuno, pena la morte, avrebbe dovuto impossessarsi dell’oro ormai informe e delle gemme ancora splendenti: egli stesso, accompagnato da Erfëa, si recò poi sul promontorio del Belfalas, lì ove, secoli dopo, sarebbe sorta la città di Dol-Amroth, e restituì l’oro maledetto al mare dal quale era giunto, mentre le gemme, che provenivano dal tesoro di Miriel, su suggerimento del Sovrintendente dei Reami in esilio, furono incastonate nei diademi che, da allora, indossarono le donne della famiglia reale nelle occasioni solenni.

Numenor: Game of Thrones (parte IV): Un sovrano per domarli tutti.

Care lettrici e cari lettori, bentrovati. Dopo essermi dedicato alla stesura del Dizionario dei personaggi de «Il Ciclo del Marinaio» del quale consiglio la lettura per chiarire dubbi o semplicemente rinfrescare la memoria sui protagonisti che agiscono in questo articolo, ritorno alla narrazione del «Racconto dell’Ombra e della Spada». In questo brano verranno alla luce le divisioni esistenti fra i Fedeli, delle quali sapranno approfittare Pharazon e i Nazgul suoi consiglieri per costringere gli altri Numenoreani ribelli a sostenere la sua candidatura al trono. A proposito dei Fantasmi dell’Anello, mi piace sottolineare come in questa parte del racconto abbiano un ruolo fondamentale, soprattutto a livello oratorio: credo che questa sia una profonda differenza rispetto alle opere di Tolkien, nelle quali, invece, i Nazgul proferiscono poche parole, legate essenzialmente alla caccia dell’Anello e del suo portatore…per non parlare, poi, del celebre dialogo Re Stregone vs Eowyn, ormai reso oggetto (anche) di numerose parodie sul Web.

P.S. L’immagine che ho scelto come illustrazione principale per questo articolo, in effetti, non è ispirata alle vicende numenoreane, ma a quelle raccontate ne «La Caduta di Gondolin». Con un po’ di fantasia, tuttavia, non è impossibile immaginare che la figura corrispondente ad Idril sia Miriel, e che quella riferita a Maeglin sia invece Pharazon. Per quanto non abbia mai fatto cenno (almeno fino ad ora) ai trascorsi esistenti tra i due cugini, non è forse suggestivo immaginare che Miriel sospettasse fin dall’inizio delle oscure ambizioni di Pharazon? (osservate lo sguardo che Idril, la dama dalla bionda capigliatura, rivolge a Maeglin per rispondere a questa domanda). Buona lettura, aspetto come sempre i vostri commenti!

«Malumore e timori serpeggiavano ancora fra i Numenoreani, sicché Akhôrahil così ammansì i loro animi: “Amici, camerati di vecchia data, perché consumare nel nostro sangue la vendetta che noi tutti vogliamo ottenere su altri? Non sarò certo io a decantare le lodi di colei che così ferocemente ha tranciato i fili dell’esistenza di Dôkhôr, eppure, se le mie parole rivestono ancora importanza fra voi, dirò che ha agito secondo giustizia, né questo deve sembrarvi in contraddizione con quanto poc’anzi ho riferito, ché sovente essa si mescola alla ferocia, né, in tempi bui come questi, ove stolti governanti ed infidi ministri desiderano abolire diritti che i nostri antenati si procurarono versando il loro sangue in epiche imprese, è possibile agire in modo diverso. Io scorgo nei vostri occhi la medesima voglia di vendetta che si agita nel mio petto e che vorrei condividere con voi tutti: vendetta contro Tar-Miriel, vendetta contro Ërfea e Brethil, vendetta contro tutti coloro che tramano alle nostre spalle, fingendo di offrirci la loro amicizia in cambio del nostro silenzio. Il principe Dôkhôr è morto, e questa circostanza – spiacevole, indubbiamente – ci offre, tuttavia, la seguente scelta: obliamo tutti gli antichi rancori di cui la vittima – per ambizione personale o per poca lungimiranza non saprei dire – era portavoce e uniamoci al fine di salvaguardare le nostre esistenze. Ricordatelo, o Numenoreani – concluse poi, ritirandosi lentamente verso lo scranno di Pharazôn – i nostri nemici non sono in questa sala, ma dimorano oggi nelle vetuste aule della reggia di Armenelos”.

I Numenoreani allora si acquietarono e si sedettero nuovamente: Khûriel, che fra le Signore di Andor era quella più anziana e temuta, si levò allora dal suo scranno – unica fra tutti a non averlo abbandonato quando i suoi camerati erano stati presi dal terrore e dal panico – e così parlò: “Sei saggio e risoluto, mio signore; entrambi, lo sappiamo bene, condividendo la conoscenza delle arcane scienze che sono prerogativa di ben pochi iniziati, siamo giunti alla medesima conclusione, né è possibile attendere ancora, ché se così agissimo, ci comporteremmo invero stoltamente”.

Akhôrahil trasalì allorché udì le parole pronunciate così avventatamente dalla donna: ella osava paragonarsi ad uno degli immortali capitani di Sauron! Tanta audacia non poteva essere lasciata impunita! Egli formulò allora rapido nella propria avvizzita mente le parole che avrebbero costretto la Numenoreana a strisciare sul lurido suolo della caverna, simile ad un cieco verme che si agiti, inerme, nell’oscurità: furente, levò la mano, eppure, chiare e distinte gli giunsero altre parole, pronunciate per un diverso fine, ma che ebbero il potere di arrestare la sua ira. “Mia signora – aveva domandato Ëargon, incuriosito dalla sua affermazione precedente – qual è il tuo consiglio in questa ora buia per il tuo popolo?”

Khûriel tossì leggermente – aveva ormai superato il duecentottantesimo anno di vita ed il suo corpo iniziava lentamente, ma costantemente, ad indebolirsi, sebbene fosse ancora lucida di mente – e così rispose: “Giovane Ammiraglio, sei stato risoluto allorché hai affrontato Dôkhôr senza mostrare esitazione alcuna, ché se la Principessa delle Terre Orientali non fosse intervenuta al tuo fianco – e qui si inchinò leggermente dinanzi ad Adûnpahel, la quale, condividendo l’opinione del Quinto Nazgul sul destino che avrebbe voluto riservare alla donna, fu costretta, suo malgrado, a mostrare per il momento la medesima cortesia, in attesa che il Re degli Stregoni, che ora era nuovamente immerso in profonda meditazione, mostrasse quale fosse la sua opinione al riguardo – non avrei avuto alcuna tema a prendere il suo posto, né sarei stata tanto clemente così come lo è stata lei, ché l’avrei ucciso seduto stante ed egli non avrebbe potuto oppormi alcuna resistenza, ché, osservatemi, io non sono disarmata”. Rapida, Khûriel levò allora in alto uno spadino che aveva occultato nelle pieghe del suo scialle nero, sicché finanche coloro tra i Numenoreani avevano manifestato ilarità dinanzi alla sua dichiarazione, furono costretti a ricredersi e più non risero. Soddisfatta dall’aver visto negli occhi dei suoi camerati la paura, la donna proseguì ed ella si rivolse a tutti loro: “Se non fosse stato per lady Adûnaphel, tutti voi saresti morti due volte: la prima volta, a causa del cieco terrore che si era impadronito delle vostre membra e che avrebbe prostrato ogni volontà di resistenza; la seconda, per i colpi che vi sareste inferti l’un l’altro senza più discernere l’amico dal nemico, il saggio dallo sciocco. Stolti! – rimproverò loro con quanta forza aveva in corpo – conoscete così poco dei vostri avversari da non capire quanto essi siano deboli e divisi al loro interno? Credete forse che nell’Accademia dei Paladini, ove essi risiedono meditando e duellando ogni dì, perseguano tutti un medesimo scopo? No, camerati, vi sono gravi motivi per ritenere che vi siano fratture al loro interno, delle quali potremmo approfittare se agiremo tempestivamente e con forza”.

Udendo quelle parole, l’ira di Akhôrahil decadde ed egli considerò sotto una nuova luce la donna: sino a quel momento, infatti, aveva finto di essere a conoscenza di informazioni utili a distruggere il nemico senza, tuttavia, avere la minima cognizione di esse, ché suo scopo non era divulgare, ma istigare gli animi dei Numenoreani affinché rivoltassero il governo di Tar-Miriel. Nessuna parola, tuttavia, fu mormorata a proposito di quello che era il vero obiettivo del Re Tempesta: avere la testa di Ërfea Morluin, l’unico ad aver profanato la fortezza dei Nazgûl situata nel profondo delle sabbie dell’Harad, sottraendo loro documenti di importanza vitale, ed egli era molto cauto nel pronunciare il suo nome, per tema che i Numenoreani intuissero le sue ambizioni e comprendessero quanto sarebbe stato meglio celare il più lungo possibile. Per molte leghe tutt’intorno, infatti, erano note le gesta del figlio di Gilnar e, nelle lunghe veglie serali, alcuni soldati erano soliti mormorare che questi fosse venuto a conoscenza di arcani segreti appresi nel lontano Oriente, fra i quali erano compresi la facoltà di domare la mente dei suoi nemici e di arrestare il corso del tempo. Akhôrahil, naturalmente, sapeva che era tutto falso, né gradiva che sul suo acerrimo nemico circolassero voci che avrebbero contribuito a rendere la sua figura ancora più potente a corte: quanto al suo Signore, egli non rivelava alcunché dei suoi pensieri agli altri Nazgûl, a meno che Sauron non avesse espresso parere contrario, e questo perché, come tutti coloro che un tempo erano stati Paladini, Er-Murazôr riteneva poco degno confidarsi con altri che non fossero la propria mente ed il proprio congiunto[1]. Non avendo preso moglie neppure negli anni in cui era stato solo il secondo figlio del re di Numenor, il Capitano Nero custodiva ogni cosa gelosamente e quanto all’indovinare in quale direzione si orientasse il suo pensiero, solo l’Oscuro Sire in persona aveva forza sufficiente a scoprirlo.

Khôrazid, credendo di aver trovato un’alleata nell’anziana donna, così l’apostrofò: “Deh, parla dunque! Cosa ti spinge a credere che i Fedeli siano divisi quanto lo siamo noi?” e qui la sua bassa voce si alterò in modo orribile ad udirsi, affinché tutti potessero cogliere l’intrinseca ironia sottesa a quelle parole.

Khûriel non fu parca di spiegazioni: “Sappiate, o camerati, che fra i nostri nemici, solo Amandil gode di una popolarità tale fra il popolo da poterlo spingere, un giorno, a ribellarsi all’autorità della regina, se volesse impadronirsi del trono o favorire l’ascesa di un suo compagno; tuttavia, mai egli avrà in mente un tale desiderio, essendo la sua stirpe la più prossima fra quelle che servono Tar-Miriel ed i legami di sangue con lei troppo profondi per poter essere spezzati senza aver tema di attirare su di sé la vendetta dei Valar, cui Amandil, come tutta la sua gente, è molto devoto”.

Ëargon allora interloquì: “Eppure, non posso fare a meno di ritenere Ërfea l’ostacolo più imponente che ci separa dalla vittoria. Forse che io erro prestando fede a ciò che il mio cuore mi suggerisce?”

Khûriel replicò: “Non sbagli, figlio di Morlok; tuttavia, è stato detto che l’errore coesiste spesso con la verità ed un giovane Paladino di Numenor dovrebbe conoscere questo precetto, che è uno dei più importanti fra i Precetti dell’Ordine”.

Pharazôn, il quale era sorpreso da una simile dichiarazione, non avendo mai militato fra i Paladini, dei quali il padre aveva avuto una pessima considerazione, così interrogò la donna: “Sai questo? Come è possibile?”

Trascorse molto tempo prima che la donna rispondesse, infine, quando la maggior parte dei camerati si era convinta che si fosse ormai tramutata in una roccia grigia per effetto di un perverso incantesimo, parlò e la sua voce parve, per qualche istante, provenire dagli algidi abissi al di là del tempo: “Sono stata una Paladino, molti anni fa, quando i vostri nemici erano giovani”; infine si scosse, e parve che il suo spirito fosse ritornato nel loro mondo provenendo da universi senza nome: “I Paladini sono invisi al popolo e tardivo si è rivelata l’apertura dei cancelli dell’Accademia anche a quanti non sono di sangue reale”.

“Eppure – interloquì perplesso Pharazôn – Amandil stesso è un Paladino ed il suo nome è onorato da tutti”.

“Sì, lo è – rispose la donna – ma solo perché il popolo vede in lui l’erede primigenio di Elros Tar-Minyatur[2] ed egli è stato abile a porsi al di sopra delle due fazioni in diverse occasioni, sembrando l’uomo più indicato per porre fine alla guerra civile che ormai da troppi secoli persevera nella nostra isola. I miei informatori riferiscono che Amandil è un moderato e non intende entrare nella lotta tra partiti, ambendo solo al bene del suo popolo; ciò significa, non di meno, che dovremmo considerarlo sin d’ora un nostro nemico, perché egli si opporrà con violenza alla nostra marcia su Armenelos e difenderà la cugina con ogni mezzo.”

“Sono stato un fraterno amico di Amandil, allorché avevamo entrambi un minor numero di primavere sulle spalle, prima che la condanna di mio padre all’esilio ci allontanasse e conosco la sua umiltà e la sua determinazione; ammetto, invece, di conoscere poco Ërfea, sebbene pochi anni ci separino ed egli sia uno dei miei nemici più acerrimi, anche per questioni che in questa sala non menzionerò[3] – ammise Pharazôn – “tuttavia, non condivido il medesimo parere di Khûriel e ritengo che il figlio di Gilnar rimanga pur sempre l’avversario più temibile fra quanti si frappongono fra noi ed il trono”.

“Non nego la tua ultima affermazione – replicò la donna – eppure, sai meglio di me che a difendere un reame la spada di un solo Paladino, per quanto micidiale, non è sufficiente.”

“Ritieni dunque – le domandò, inquieto, Ëargon – che nessuno fra i Paladini accorrerebbe in difesa del Morluin se noi dovessimo minacciare la vita della sovrana?”

Khôrazid, che sino a quel momento aveva meditato in silenzio su quanto ascoltava, espresse il suo dissenso ad una soluzione che portasse alla morte di Tar-Miriel e questo perché, come ammise egli stesso – “per molti anni, quando era un’infante, ero solito tenerla sul mio grembo, come fosse stata una delle mie figlie, ed ora il mio cuore, al solo pensiero che la luce dei suoi biondi capelli possa essere soffocata dal rosso sangue, trema ed è preso da grande sgomento”.

Akhôrahil, che era sul punto di scagliare una pesante invettiva contro l’anziano principe, allorché scorse serpeggiare un grande disagio tra quanti erano della fazione moderata, mutò parere e si limitò a rispondergli con ironia mista a sarcasmo: “È nel fato degli uomini incontrare quando meno se l’attendano la morte ed abbandonare questo mondo; se la tua gente, tuttavia, inorridisce dinanzi a tale realtà, non è affar mio o di quanti mi sostengono; in fondo – ammise, mentre una nuova malvagia idea gli sorgeva nella mente – non è necessario che la regina muoia”.

Il volto di Khûriel si illuminò allorché si rese conto che, finalmente, il consigliere di Pharazôn era giunto alle sue medesime conclusioni: “Non lo è, infatti; anzi, se così agissimo, non faremmo altro che infliggerci da soli una pesante sconfitta. Non dobbiamo in alcun modo condannare a morte la sovrana, o altrimenti scateneremmo nel popolo una feroce reazione dinanzi alla quale nessun muraglione, bastione o torre potrebbe esserci d’aiuto. Tar-Miriel sarà parte integrante del Nuovo Ordine, quando questo sarà costituito”.

“Sono d’accordo con quanto affermi – interloquì allora Ëargon – tuttavia ancora non hai dato risposta alla mia domanda: nessun Paladino interverrà in aiuto del Morluin, se, anziché rivolgere le nostre armate contro la sovrana, dovessimo rivolgerle contro i Fedeli, aprendo una nuova fase della guerra civile che ormai perdura da diversi secoli? Quale sarà, inoltre, il parere di Tar-Miriel, allorché il suo generale più valido – e, diciamolo pure, il suo amante – sarà attaccato?”

“I quesiti che poni sono strettamente intrecciati, figlio di Morlok, ed ad essi verrà data risposta. Ërfea sarà sostenuto dalla sua gente ed essi, per quanto possano essere valorosi, sono pur sempre in numero minore rispetto alle genti delle altre contrade, né gli mancherà l’appoggio di Brethil ed egli, in verità, può contare su un sostegno ancor più esiguo da parte del suo popolo: le mie fonti, infatti, riferiscono che quasi tutti i cittadini del Mittalmar abbiano abbandonato le loro ancestrali dimore, trasferendosi nella grande città di Armenelos, ove sono stati tosto sedotti dai nostri agenti, rinfoltendo, in questo modo, le nostre fila di guerrieri. Per quanto concerne la tua seconda domanda, posso adesso rivelare che mai la regina ha trovato in Brethil un fedele compagno, prediligendo piuttosto i servigi che il duca Morlok, tuo padre, non ha risparmiato di offrirgli”.

“È vero che mio padre ha sempre tenuto in grande stima la sovrana – ammise pensieroso Ëargon – e questa sua preferenza ha costituito sovente motivo di contrasto tra le mie e le sue opinioni a tal riguardo; tuttavia, credevo che, spinta dall’affetto per il suo amante ritrovato, ella sarebbe stata più indulgente nei confronti di Brethil, il più anziano tra i suoi Grandi Ammiragli”.

Khûriel replicò: “Giovane comandante, non ti nascondo che nei giorni scorsi anche io ho nutrito il tuo medesimo dubbio, tuttavia, infine, le mie perplessità sono svanite allorché ho riflettuto su di un episodio avvenuto molti anni fa, quando tu non eri ancora nato, e che coinvolse un cugino di Brethil, Arthol il Superbo”.

Il figlio di Morlok annuì: “Se è il medesimo Arthol di cui mi hanno narrato i miei precettori, allora non dirò che la sua vicenda mi sia sconosciuta; cosa avrebbe a che fare, tuttavia, questa antica storia con quanto deve ancora essere?”

La donna sogghignò: “Arthol, Brethil ed Ërfea erano un tempo molto legati, costituendo un terzetto inseparabile, sicché Brethil, sebbene fosse in età maggiore rispetto agli altri due ragazzi, pure era ad essi molto legato. Come alcuni tra noi ricorderanno – e qui il suo sguardo si diresse su Akhôrahil – Brethil accompagnò suo cugino all’investitura di Cavaliere del Regno e per molto tempo ebbe per lui parole degne di ammirazione: ogni legame di amicizia e di rispetto, tuttavia, fu reciso allorché Arthol e sua sorella Gilmor furono coinvolti nell’oscuro complotto per eliminare Tar-Palantir e sua figlia, ché Brethil ed Ërfea, il quale, pure, era stato di Gilmor l’amante, denunciarono i loro sospetti a Gilnar e forse allo stesso Tar-Palantir, ché costui sembrava essere stato messo a conoscenza di quanto era accaduto ancor prima che il caso fosse dibattuto pubblicamente nell’assemblea del Senato, ed essi provvidero affinché i congiuranti fossero arrestati e giudicati. Tar-Miriel, nonostante l’indubbio legame che continua a legarla al Morluin, non ha mai dimenticato la parentela che intercorreva fra Arthol e Brethil, diffidando da quel giorno in poi di questo ultimo, né il Comandante dell’Esercito sembra abbia perdonato alla regina e a suo padre di non aver mai voluto accertare le responsabilità di coloro che, a sua detta, pur avendo preso parte al complotto, erano ancora liberi. Brethil non si fermò alle minacce, ma si diresse al Palazzo Reale, ove mostrò alla corte stupefatta un elenco dei probabili mandanti del complotto, senza però che la sua proposta fosse seriamente valutata, a causa della mancanza di prove; quanto a Brethil stesso, interrogato più volte da Amandil a proposito, non volle mai rivelare dove avesse appreso quei nomi, per tema che codesti uomini potessero essere messi sull’avviso e fuggissero da Numenor”.

Ëargon interloquì: “Non ero a conoscenza di questi avvenimenti ed è un bene per tutti noi che la tua presenza in questo consesso non sia venuta a mancare oggi; se a quanto dici si aggiunge l’invidia crescente fra Brethil e mio padre, per la sua nomina a Tesoriere del Regno, allora si intuisce che la frattura fra i principi fedeli alla corona è in realtà molto più grave di quanto non si possa credere a prima vista”. Khûriel, che era giunta al termine della sua narrazione, sorrise al giovane ammiraglio e fece ritorno al suo scranno, in attesa che altri prendessero la parola.

Pharazôn, che aveva ascoltato ogni singola parola pronunciata dalle anziane labbra della donna, prese a riflettere sui nuovi elementi che aveva testé appreso; egli, infatti, se da un lato aveva da sempre mirato a colpire i paladini più che la regina stessa, ignorava molte delle lacerazioni delle quali aveva discusso Khûriel, e credeva che queste, laddove fossero state presenti, si sarebbero ricucite per far fronte alla minaccia che i suoi uomini avrebbero portato allo Stato. Infine, dopo aver così ponderato, parlò ed espresse i suoi pensieri: “Supponiamo, per un solo istante, che Ërfea sia abbattuto, la sua gente condotta in catena per il divertimento dei miei guerrieri e Minas Laure ridotta ad un cumulo di macerie; supponiamo, altresì, che gli altri Paladini non accorrano in suo aiuto e che decidano di non immischiarsi in questioni che ritengano non essere di loro interesse; supponiamo, infine, che ogni nostra speranza si realizzi e che la Regina si mostri indulgente nei nostri confronti e disposta ad offrirci la sua collaborazione: a cosa condurrebbe tutto ciò? Al nostro successo, forse? No, ché questo sarà possibile solo quando uno tra noi – e qui il suo sguardo cadde malizioso su ognuno dei principi presenti – reclamerà ed otterrà per sé la corona di Numenor; tuttavia, se prima non facciamo chiarezza su questo punto, nessun fato sarà tanto benigno da permetterci di trionfare”.

Turbati, i Principi dei Numenoreani scrutarono nelle tenebre che circondavano gli alti scranni neri sui quali sedevano e presero a meditare sulla proposta, implicita e tuttavia fin troppo palese, che Pharazôn proponeva loro: accettare il suo dominio e sostenerlo nella lotta contro i Paladini; dapprima esitanti, essi infine furono spinti a pronunciare giuramenti ed a presentare i loro vessilli ai piedi del cugino della sovrano, ché il desiderio di trucidare Ërfea, Brethil ed i loro compagni si era accresciuto nei loro cuori ed essi non avevano più alcun timore di prestare obbedienza ad alcuno, purché si fosse mostrato in grado di ottenere la vittoria sui Fedeli. Smaniosi ed esultanti, i Principi supersiti, fra i quali Ëargon e Khûriel erano in prima fila, presero ad intonare canti bellici in onore del loro futuro re e non si avvidero, colti com’erano da questa improvvisa euforia, che i tre Nazgûl, riunitisi alle spalle del trono di Pharazôn, avevano preso a scambiarsi sguardi che esprimevano una palese soddisfazione, ché il primo obiettivo del loro Signore si era realizzato ed ora la sua vendetta su quanti l’avevano in passato sconfitto, sebbene fosse ancora lungi dal concretizzarsi, sarebbe divenuta realtà».

Note

[1] Secondo il Codice dell’Ordine, dieci erano le indicazioni che i Paladini dovevano sempre tenere a mente: 1) Non coltivare pensieri perversi; 2) la Via consiste nell’addestramento; 3) coltivare parecchie Arti diverse; 4) cercare di conoscere le vie e le modalità relative a qualsiasi mestiere o attività; 5) saper discernere il successo dal fallimento nelle questioni mondane; 6) esercitare l’intuizione e la capacità di giudizio in ogni attività; 7) saper percepire le cose che non si vedono; 8) prestare attenzione perfino alle cose marginali; 9) non fare cose inutili; 10) tenere segreta la mente ed ogni suo pensiero a quanti non sono a conoscenza del proprio nome. È evidente, per altro, che Er-Murazôr aveva obliato alcune indicazioni del Codice, prestando giuramento solo a quelle che riteneva utili per raggiungere i suoi scopi.

[2] Dopo l’editto prolungato da Tar-Aldarion, anche alle donne fu permesso di salire al trono di Numenor; Silmariel, perciò, ava di Amandil e primogenita del sangue reale, avrebbe anch’ella ottenuto la corona se fosse vissuta in tempi successivi, né questo particolare, nell’epoche turbolente che seguirono la scissione dei Numenoreani, fu dimenticato dai Fedeli, sebbene Amandil in persona avesse tentato sino all’ultimo di rifiutare la maestà delle genti occidentali.

[3] Qui segue una nota frettolosamente riportata sul margine sinistro del manoscritto da Ërfea e che Ëruo volle includere nella revisione finale del testo: “In verità, è evidente che il Re (Ar-Pharazôn) ambiva ottenere la mano di Tar-Miriel non solo perché il matrimonio fra i due avrebbe aperto la sua strada verso il trono, ma anche perché era attratto dalla regina e desiderava ottenerla per soddisfare le sue brame; non è improbabile, infine, che egli abbia voluto in questo modo rendermi profondamente infelice ed ottenere così vendetta sul mio rifiuto di sostenerlo nella sua lotta per ottenere lo scettro”.

Da Numenor alla Terra di Mezzo: benvenuti, lettori de «Il Ciclo del Marinaio»!

A distanza di più di un anno, a causa delle modifiche che nel frattempo il blog ha subito e per aiutare i nuovi lettori a orientarsi all’interno dei racconti de «Il Ciclo del Marinaio», ho deciso di ripubblicare questo articolo…spero possa esservi utile, buona navigazione!

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Apro questo blog per scrivere, discutere e apprendere storie, canti e racconti ispirati alla Seconda Era della Terra di Mezzo, così come è stata concepita e descritta dallo scrittore inglese J.R.R. Tolkien. Qualche consiglio utile per la lettura: se sei interessata/o a scoprire quale sia stata la genesi del mio romanzo, «Il Ciclo del Marinaio», ti suggerisco di leggere questi due articoli: In principio era…Othello, ovvero come nacque il Ciclo del Marinaio e …e arrivò il Marinaio! Corto Maltese, Aldarion ed Erfea.
Se, invece, preferisci addentrarti subito nella lettura dei vari racconti, puoi sfogliare le categorie che si riferiscono ai vari racconti, iniziando dall’articolo più in alto nella cronologia per finire a quello più recente. Per aiutarti nella lettura di questi racconti e agevolare la comprensione di nomi ed eventi notevoli, ti consiglio di leggere quest’articolo: Cronologia della vita di Erfea e dei racconti del Ciclo del…

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