Erfea e l’Albero Bianco

Uno degli elementi più affascinanti della storia della Terra di Mezzo è costituito dalla presenza dell’Albero Bianco a Gondor, erede della più antica pianta che un tempo ornava la dimora dei sovrani di Numenor. Nelle pagine del Silmarillion è narrata la vicenda che portò Isildur a sottrarre, a costo della sua stessa vita, un frutto dell’albero dalla reggia di Ar-Pharazon per preservarne l’esistenza, dal momento che era ormai chiaro ai Fedeli l’infausto destino che l’albero avrebbe conosciuto per mano di Sauron, che sobillava il sovrano affinché lo bruciasse. L’odio dell’Oscuro Signore nei confronti di questa pianta era spiegato in virtù delle sue nobili origini, che risalivano addirittura ai due Alberi di Valinor, la terra degli dei, scomparsi ormai da epoche immemorabili. Attraverso i secoli, nella Terza Era, si mantenne l’usanza di coltivare un esemplare dell’Albero Bianco, la cui sopravvivenza, in qualche modo, era legata a quella stessa di Gondor e della linea di successione di Isildur e Anarion: purtroppo, però, nell’anno 2852 di quell’epoca, l’ultimo esemplare conosciuto di Albero Bianco cessò di vivere e, in mancanza di un suo sostituto, fu deciso di conservarne le spoglie ormai rinsecchite. Nacque così la leggenda dell’Albero Morto, il cui sembiante è visibile anche nel terzo capitolo cinematografico del Signore degli Anelli: in questo film, tuttavia, l’albero rifiorisce dopo lungo tempo (oltre 150 anni più tardi), presumibilmente perché avverte l’arrivo dell’erede di Isildur, ossia di Aragorn. Per quanto la scena della prima rifioritura dell’Albero Bianco dopo così tanto tempo sia davvero suggestiva, nel romanzo gli eventi prendono una piega differente: il vecchio albero, infatti, è ormai irrecuperabile ed Aragorn, prossimo ad essere incoronato re di Gondor, si mostra piuttosto preoccupato per la mancanza di un nuovo virgulto. Gandalf, tuttavia, lo conduce attraverso sentieri ignoti verso un luogo remoto sul Monte Mindolluin che sovrasta la città di Minas Tirith: in quei luoghi l’ultimo erede di Isildur trovò un nuovo alberello. Alla legittima domanda mossa da Aragorn in merito alla provenienza di quel virgulto – che si trovava laddove nessun essere umano si recava più da anni – così rispondeva enigmaticamente Gandalf: «In verità questo è un alberello della linea di Nimloth il Bello; seme di Galathilion e frutto di Telperion dai molti nomi, il più antico degli Alberi. Chi può dire come mai si trovi qui all’ora indicata? Ma questo è un luogo antico, e prima che i re si estinguessero e che l’Albero appassisse, fu indubbiamente deposto qui un frutto. Perché dicono che benché il frutto dell’Albero maturi di rado, la vita in esso può tuttavia covare per lunghi anni, e nessuno può prevedere quando si desterà». (Il Signore degli Anelli, p. 731).

Questo passaggio mi ha incuriosito fin dai tempi della mia prima lettura del Signore degli Anelli: per questa ragione ho deciso di ispirarmi alla misteriosa presenza di un virgulto dell’Albero Bianco in un luogo così inospitale per tracciare un filo invisibile in grado di legare Erfea ai suoi più lontani discendenti…ma non voglio anticiparvi altro, vi auguro buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Grandi distanze egli percorse, e mai nessuno gli si parò innanzi; la sua venuta a Feneria non passò tuttavia inosservata, ché se gli occhi dei mortali sovente sono accecati da empi pensieri, altri sguardi, più acuti, avevano osservato quanto era accaduto nel bianco santuario: le grandi aquile di Manwe, infatti, riconobbero le sembianze del Dunadan e alto levarono un grido di gioia.
Quella notte esse avevano udito squillare il possente olifante di Earendil, ed ora le parole di Erfea Morluin risuonavano al loro udito come una sfida rivolta a Sauron e ai suoi servi; veloci, le ambasciatrici di Manwe si librarono in volo, raggiungendo infine la maestosa città di Andunie. Ivi avevano dimora i discendenti di Silmariel, congiunti dei sovrani di Numenor: Amandil era in quei giorni il loro capostipite e sagge e gradevoli ad udirsi erano le sue parole; Elendil l’Alto, assistito dai suoi eredi Isildur e Anarion, uomini d’arme valorosi, erano con lui. Numerose gesta essi avevano compiuto ed erano altresì esperti di tradizione, tuttavia grande fu lo stupore che essi palesarono, allorché Ar-Thoron, sovrano delle aquile, si inchinò dinanzi a loro.
“A te Amandil del seme di Elros Tar-Mynatur e ai tuoi eredi auguro che mai il vento cessi di soffiare sotto le vostre ali!”
Amandil, che conosceva quale fosse la giusta risposta, replicò inchinandosi: “Possano il sole e la luna splendere ovunque le tue grandi ali ti conducano, araldo di Manwe Sùlimo! Quale motivo ti ha spinto lungi dalla tua remota dimora? Invero questa notte il mio sonno è stato turbato da uno squillo di corno e poi da un altro e da un altro ancora. Rapido mi vestii e, sceso in strada, mi apprestavo a seguirne l’eco, quand’ecco che la Tenebra fu tutta intorno a me e smarrì il sentiero: dovetti attendere l’alba, ché scacciasse le tenebre, per tornare alla mia dimora; tuttavia, molti dei miei congiunti hanno udito il medesimo suoni e si pongono simili quesiti.”
“La mia venuta in questo luogo e quanto accaduto questa notte sono fatti di estrema importanza e tra loro intrecciati, Amandil, ché i miei occhi hanno scorto colui che ha turbato il tuo riposo.”
“Dov’ è costui? – l’interruppe il signore di Andunie – Deve essere stato un uomo di grande vigore, se l’eco del suo olifante è giunto da sì lontano.”
Annuì lentamente Ar-Thoron, mentre con il suo becco adunco lisciava il suo prezioso piumaggio: “Quanto affermi, corrisponde a verità, figlio di Numendil, ché invero possente è Erfea dell’Hyarrostar, che il tuo popolo chiama il Morluin.”
Palese divennero allora il sollievo e la gioia sui visi dei signori di Andunie, ché il figlio di Gilnar era loro noto e ne conoscevano il fiero valore. Tosto Elendil soffiò nel suo magnifico olifante il cui nome era Culkarak [1], ché era stato ricavato da una zanna di mumakil, che oggi si dice viva ancora nelle remote foreste dell’estremo Harad; forte e limpido echeggiava il suo suono, ed ecco, ora convocava  tutti i fedeli che avevano dimora nella signoria di Andunie.
Non dovette attendere a lungo il figlio di Amandil, ché tosto uomini e donne, possenti giovani e canuti anziani, si radunarono all’ingresso della sua dimora.
“Non tutti i Numenoreani sono sottoposti al volere di Sauron”, fece notare Amandil, mentre la folla inneggiava agli Eldar e all’Uno che è sopra i custodi di Arda; finanche Ar-Thoron rimase sorpreso nello scorgere la moltitudine di Fedeli che si erano ivi radunati: “Se tale è il corso del mondo, per cui tutto debba andare in rovina, tuttavia oggi dico che la speme sopravvivrà a lungo fintanto che la tua stirpe, Amandil di Andunie, perduri.”
Isildur, giunto in quel momento, ascoltò quanto l’aquila aveva detto e serbò nel suo cuore la sua ultima osservazione, ché presagiva quale valore la sua casata avrebbe conservato nei giorni a venire, quando la stirpe di Ar-Pharazon sarebbe stata consumata dallo stesso odio che gli aveva permesso di giungere al potere; parola però non pronunciò, ma afferrata la propria spada, la levò in alto in un impeto di gioia e rise a lungo.
Frattanto, Amandil aveva pregato l’aquila di raccogliere quante più informazioni possibili, ché egli era cosciente di quale minaccia gravasse il peso sulle spalle di Erfea, mentre alcuni fra la sua gente, uomini abili e furtivi, si erano offerti di rintracciare il Morluin prima che la luna tramontasse.
Lunga sarebbe stata però la cerca, ché non solo i Fedeli, ma anche agenti dei Nazgul erano stati inviati in ogni contrada dell’isola, spinti dal medesimo obiettivo, né Sauron l’Aborrito si era dato per vinto, ché covava nel suo nero cuore la speranza di avere in dono le spoglie del paladino quanto prima.

Erfea Morluin, sebbene il fardello sulle sue spalle non fosse svanito e il capo gli dolesse per la stanchezza, era riuscito, a costo di grandi fatiche, a far perdere le proprie tracce ai seguaci dei Nazgul, mentre percorreva l’antica strada che dal Luogo del silenzio conduceva ad Armenelos, sede dei re e dimora dell’Albero Bianco, erede del frutto di Nimloth il Bello, germoglio dell’Albero di Tirion, che si diceva fosse l’immagine vivente di Telperion il Bianco, che in epoche passate reggeva le sorti del mondo.
Il Dunadan attraversò le strade di Armenelos, celato dal suo manto scuro, mentre intorno a lui bambini si rincorrevano senza alcuna sosta fra i vicoli sporche e senza luce; giunto infine dinanzi alla valle di Noirinan, ove erano conservate le spoglie mortali dei monarchi di Elenna, il Dunadan arrestò il proprio passo, ché era sua intenzione onorare l’ultima dimora di Tar-Palantir, sovrano di Numenor e padre di Tar-Miriel. A lungo egli vagò, in cerca di quanto i suoi occhi desideravano, finché si prostrò innanzi al suo sepolcro: questo era imponente, edificato con marmo pregiato e intarsiato di laen nero e non era meno nobile delle sepolture che tutto intorno si ergevano; eppure l’opera del tempo corruttore non l’aveva risparmiato, corrodendo le iscrizioni ivi scolpite. Nessuno fra i mortali udì le silenziose parole che Erfea, figlio di Gilnar, pronunciò in quell’ora, ché nessuno era con lui in tale luogo ed esse sono per noi perdute: tuttavia egli non sostò a lungo, ché il giorno giungeva al meriggio e non aveva completato ancora la sua missione; allora si levò, e fatto scivolare il suo lungo manto, egli rivelò il suo sembiante al sovrano, in segno di eterna riconoscenza. Infine, abbandonato quel luogo deserto, affrettò il passo, ché una minaccia gli opprimeva il cuore ed egli era confuso e stanco, ostinato tuttavia nel voler portar a termine il proprio compito: dopo aver percorso dieci miglia, sospirò, ché, sebbene avesse raggiunto la sua meta, pure il suo cuore era turbato e tetro.

Silenzio si poteva udire per molte leghe intorno, disturbato solo dal pesante incedere dei passi del ramingo perso nella cupa nebbia, repentinamente levatesi.
“Una potenza malefica è all’opera – mormorò Erfea, rabbrividendo nel pronunciare simili parole, ché mai aveva avvertito un simile orrore sulla cima del Menalterma, ed egli era solo e privo d’aiuto; tuttavia il tempo non s’era arrestato, ed egli si mosse nuovamente, sguainando la sua lunga lama, Sulring la splendente, forgiata secoli addietro dalla sapiente arte dei fabbri di Gondolin; grande era il legame che vincolava Erfea alla propria arma, ché le era stata consegnata anni prima direttamente dalle mani del supremo re dei Noldor Gil-Galad; tuttavia, soffocato com’era dalla nebbia insidiosa, egli si avvide tardivamente dell’apparizione di una luce azzurra, in principio tenue, poi vivida sulla lama della sua possente spada, latrice di grave pericolo; tale era infatti il comportamento delle armi forgiate a Gondolin, quando esse si imbattevano nei servi di Morgoth, fossero orchi o di altra razza.
Improvvisa, una voce si levò nella tenebra: “Tarda è l’ora di Numenor, figlio di Gilnar, e ancora più tarda è la tua venuta in questo luogo. A lungo hai percorso il tuo cammino nelle tenebre tessute di inganni, eppure sappi che nulla può essere celato al nostro sguardo.”
Pronta fu la risposta del Dunadan, ché non gli era sconosciuta l’identità del suo invisibile interlocutore, ed era conscio della presenza di altri nemici tutto intorno a lui: “È lecito supporre da parte mia che quanto tu dica sia vero, perché negarlo sarebbe insensato e pericoloso. Tuttavia, sebbene il vostro dominio su quest’isola debba perdurare per dolorosi anni, essa sarebbe solo un frammento di Arda e non Arda stessa.”
Rise un’altra voce nella Tenebra: “Parole artificiose le tue, Morluin, dettate da una mente ormai vacillante. Non è forse Elenna prossima a Tol-Eressea, cancello dell’immortalità? Cos’altro potrebbe essere la conquista di questo avamposto per le Terre Imperiture, se non la promessa di un successo, del raggiungimento di un fine?”
“Il vostro padrone – ribatté Erfea, tenendo accanto al proprio corpo la spada, ché sapeva essere prossimo un attacco – non può dimostrarsi al tempo stesso corruttore ed ispiratore, dominante e dominato. Presto egli rivelerà il suo vero sembiante e palese diverranno le sue intenzioni.”
“Veritiere sono le tue parole, Numenoreano – pronunciò una terza voce nell’oscurità – temo tuttavia che tu non possa impedire in alcun modo al nostro signore di reclamare il proprio dominio su questa isola; già le mie orecchie odono i cuori degli uomini avvizzire e consumarsi nel lungo gelo della loro lenta agonia.” Luminosa era ora la spada di Erfea Morluin, ché egli era prossimo a raggiungere l’ingresso della sala e i suoi nemici gli erano prossimi; tuttavia non esitò a parlare nuovamente: “Quale ricompensa vi ha riservato il vostro signore? Oppure ritenete che la schiavitù eterna sia un dono sufficientemente grande da placare la vostra insaziabile ambizione?” Risa orribili ad udirsi riecheggiarono nel cortile deserto, ora distanti, ora prossime al guerriero di Numenor; infine una voce stridula si levò sopra le altre: “Non essere sciocco, Dunadan! Credi che le nostre orecchie siano sorde e ciechi i nostri occhi? Se nessuno ha ancora levato la propria spada contro di te avviene perché altri sono i nostri scopi.”
Beffardo ripose Erfea: “Forse quanto affermi corrisponde a verità, eppure mi è sconosciuta la vostra risposta alla mia domanda! Avanti dunque, servi di Sauron, rivelate i vostri scopi!”
Una quinta voce si levò nel grigiore della sera, ed era colma di scherno: “Nessun intelletto mortale può comprendere quali ricchezze i nostri spiriti abbiano accumulato: saggezza infinita si è dischiusa innanzi alle nostre menti, lungi dalla vostra scienza.”
Rabbiose ululavano adesso le voci dei servi di Sauron, ché essi erano impazienti di distruggere il loro nemico, intrappolato dagli oscuri lacci della negromanzia di cui erano esperti usufruitori, ed ora seguitavano a parlare senza interruzione alcuna: “Qualunque mortale può impugnare codeste armi e indossare tali cenciosi stracci elfici! Morte è il tuo destino, ché ignoti sono a te e a quanti si oppongono al nostro dominio, gli artifizi per giungere a una sorte diversa.”
“Così è – fece eco una settima voce – dal momento che Eru Iluvatar è fuggito dal mondo e gli Ainur si sono dimostrati imbelli nel governarlo, ché il loro dominio è prossimo a crollare. Grandi saranno le ricompense per coloro che si riuniranno sotto lo stendardo di Melkor, il padrone del Fato: immenso è il suo potere e inevitabile la sua vittoria”. Un ottavo essere proseguì nel parlare: “Egli è dio delle Verità, ed esse sono infinite. Io sono una Verità” concluse, ridendo beffardo.
Più parola venne pronunciata, mentre il lieve tintinnare dell’acciaio risuonava fosco alle orecchie del Dunadan; egli tuttavia attese ancora, infine parlò nuovamente: “Ho ascoltato le voci di ciascuno di voi, ed esse non mi sono ignote, al pari dei vostri nomi: Uvatha, Ren, Adunaphel, Hoarmurath, Akhorahil, Indur, Dwar e Khamul, gli spettri dell’Anello, servi di Sauron. Tuttavia, esitate ad attaccarmi, ché non avverto la presenza del vostro capitano, essendo egli lontano: altri incarichi gli ha affidato il signore di Mordor in sua assenza, e non può soccorrervi.” Rise, dapprima in modo sommesso, infine con forza, poiché il momento del confronto era giunto: “Aure entuluve! Il giorno risorgerà!” e così dicendo soffiò nel proprio corno con forza. I Nazgul, tuttavia, non scomparvero, ché era desiderio del loro padrone impossessarsi di Erfea onde corromperlo e acquistarlo alla propria causa, cosicché avanzarono lentamente, con le lunghe lame protese in avanti: scintille schizzarono via, quando le spade furono a contatto, si ché la nebbia fu illuminata da bagliori simili a stelle remote ed effimere nella notte. Lesta era la mano di Erfea e potente il suo braccio; tuttavia vana sarebbe stata la sua difesa, se non fosse intervenuto tempestivamente Ar-Thoron, re dei Venti. Forte gridò Erfea, quando riconobbe il magnifico uccello che gli si parava innanzi, e il suo cuore fu colmo di gioia e sorpresa, ché aveva obliato le grandi aquile di Manwe e la loro lungimiranza: rapido si aggrappò al possente grinfio illuminato dalla luna e presto fu sollevato in aria, mentre al suolo, gli Ulairi chiamarono con urla stridule il loro capitano. Il Re-stregone, tuttavia, avrebbe dovuto percorrere circa settecento leghe a volo d’uccello, cosicché egli non fu in grado di soccorrerli tempestivamente, ragion per cui essi si ritirarono nella Tenebra, delusi e sconfitti, recando notizie di cattivo auspicio al Maia decaduto. Nessuno fra i Numenoreani dormì quella notte, ché il loro sonno fu turbato da fantasmi ed arcane paure, sebbene levatisi al mattino, conservarono solo un pallido ricordo di quanto era apparso loro in sogno.
Più furono visti i Nazgul a Numenor, ché l’Oscuro Signore destinò i loro spiriti ad altri incarichi, ed essi mutarono nuovamente sembianza, risultando così irriconoscibili agli occhi dei mortali; pure, è stato detto che essi covassero nel profondo dei loro cuori neri odio indicibile per Erfea Morluin, e non smettessero mai di dargli la caccia, fin quando la Seconda Era non fu conclusa ed essi scomparvero nell’ombra.

“Figlio di Gilnar, non è la prima volta che i miei occhi si posano sulle tue sembianze mortali, ché ieri ti vidi discorrere a lungo con la sovrana di Numenor. Ar-Thoron è il mio nome, re dei venti e messaggero di Manwe Sùlimo. Quali notizie porti dalle contrade ove hai trascorso il tuo lungo esilio? Quali auspici ti spinsero a recarti in luoghi ove la Tenebra regna sovrana? Pochi sono coloro che fra i mortali possono opporsi ai nove servi di Sauron, e ancora meno coloro che conoscono i loro nomi.”
“Temo che niente di quanto ho compiuto nei miei tristi pellegrinaggi sia per te ignoto” gli rispose Erfea, mentre sorvolavano ampi pascoli e borghi fatiscenti.
“Acuto è il mio udito, e molti racconti giungono dinanzi al re degli uccelli, eppure finzioni e realtà sovente si accompagnano. Tuttavia, quanto dici è vero, ché sebbene tu abbia compiuto imprese degne di nota, in luoghi remoti e oscuri, le aquile di Manwe sono ancora vigili e nulla di quanto i figli di Eru compiono è motivo di sorpresa. Rapido è il nostro volo, silenzioso nella bruma della sera, tale che ben pochi fra gli Edain e gli Eldar avvertono la nostra presenza; eppure, l’Oscuro Signore è vigile e le sue spie sono ovunque. Il mio cuore mi dice che verrà un tempo in cui il loro potere si estenderà all’intera Numenor, e noi saremo costretti a fuggire altrove.” A lungo meditò Erfea, infine gli rispose: “La grande guerra contro Sauron è prossima, ché se anche Elenna fosse avvolta nella tenebra corruttrice, ecco che altri popoli prenderebbero le armi per battersi contro Mordor e le sue schiere. I cuori della Seconda Stirpe non sono stati tutti corrotti, e la speme vive ancora, nelle aule dei nani nelle profondità delle montagne, così come tra le foglie dei boschi della Terra di Mezzo, ove dimorano ancora gli Eldar, nei ricchi palazzi dei signori e nelle umili capanne dei pescatori del Belfalas[2]. Finanche a Numenor alcuni oppongono resistenza a Sauron, ed essi sono miei leali congiunti. Dove è la dimora di Amandil, figlio di Numendil, signore di Numenor? Conducimi presso la sua città, te ne prego, ché grande è il mio desiderio di discorrere con lui.”
Rise la grande aquila di Manwe: “Curiosi sono invero i destini dei mortali, e lungimiranti i figli di Elros Tar-Minyatur! Sappi, infatti, Erfea Morluin, che codesta è la meta del nostro viaggio, ché altri sanno della tua presenza qui ad Elenna e non tutti fra essi sono tuoi nemici. Sii paziente, e narrami le vicende che ti hanno spinto ad attraversare il tempestoso dominio di Osse, conscio della condanna che grava sul tuo capo.”

A lungo Erfea gli parlò di quanto era accaduto nella Terra di Mezzo durante il suo esilio, narrandogli dei suoi viaggi da Tharbad a Rhun[3], da Mordor fino all’estremo Harad, ove le costellazioni sono differenti dalle nostre. Ar-Tharon ascoltò con attenzione, infine sospirò profondamente: “Mi erano giunte voci sulle tue peregrinazioni, eppure non avrei mai creduto che un mortale si fosse spinto finanche a Gorgoroth[4]! Eppure, Erfea, sei un uomo di grande valore, né leggo malizia o inganno alcuno nei tuoi occhi. Ahimè – continuò – pondererò quanto mi hai riferito; sappi tuttavia che il fato è immutabile così come lo è la Profezia di Mandos; cupi sono stati i miei pensieri in questi giorni disperati, eppure il tempo dell’attesa è ormai terminato.”
Tacque Ar-Thoron, e parola non pronunziò più Erfea, affascinato dalla visione che gli si schiudeva in basso: come un fiore in primavera dischiude lentamente il suo calice, trepidando di gioia per l’evento, così ora le bianche nuvole si sollevarono ed egli vide una grande città di uomini; bianca e remota pareva, eppure egli ne conosceva ogni segreto recondito, ché quella era Andunie la Bella, fortezza dai potenti bastioni e feudo di Amandil il Lungimirante, della stirpe di Elros Tar-Minyatur. Breve fu la discesa, ché l’aquila puntò su una grande piazza, lì ove molti uomini e donne si erano radunati: fra essi vi erano tre imponenti guerrieri, la cui l’altezza superava quella di ogni altro tra i presenti.
Lieto divenne il volto di Erfea, quando riconobbe i volti di coloro che l’attendevano trepidanti; tuttavia, ancora prima di porgere loro il saluto, egli si congedò dalla sua possente guida e salvatore: “Possano i giorni dei Valar perdurare allorché la Tenebra calerà i suoi velenosi strali sui regni degli Eldar e degli Edain! Non tutto mi è dato di conoscere, tuttavia, se il mio cuore non si inganna, sappi che all’ora prestabilita dal Fato, quando ogni speme sembrerà perduta, ci rincontreremo e molti altri della tua stirpe saranno con noi.”
“Possa quel giorno non tardare – gli rispose l’aquila, mentre Erfea le si inchinava grato – sebbene numerosi mali debbano sopraggiungere in quell’ora disperata. A lungo squillerà il tuo olifante, che la pugna sarà feroce e la morte prossima, tuttavia esso infiammerà molti cuori e non tutto andrà perduto.” Prostratosi a sua volta, Ar-Thoron volò via, mentre il tripudio della folla accoglieva festante l’esule Numenoreano: bardi e cantori presto accorsero da ogni contrada e ivi fu celebrato un grande banchetto, ché la venuta di Erfea era a tutti gradita. Balli e canti animarono il lungo festino, eppure il volto di Erfea, dopo aver al principio gioito, adesso era scuro e neppure le luci dei grandi bracieri si riflettevano nei suoi occhi: a lungo egli ristette solo, tormentato da numerosi pensieri, ignoti a quanti lo circondavano.
Infine Anarion, il secondogenito di Elendil, gli si avvicinò: “Quali angustie ti tormentano, signore di Minas Laure? Talvolta il desio irrealizzabile causa profondi dispiaceri; ignoro quale sia il motivo per cui parola non pronunci, tuttavia non pretenderò di conoscerne la causa, se il tuo parere sarà contrario.”
“Mio signore, invero lungimirante  è stato  il tuo pensiero. Sono prigioniero delle medesime paure inflittemi in questi anni di tormento, e sebbene il mio cuore desideri recarsi al di là del mare nella ridente Edhellond, ove ogni cosa è a me cara, qui ha dimorato per lungo tempo la mia anima ed essa esige il suo riscatto.” Parola più non pronunciò Erfea, ma fatto cenno al giovane principe di seguirlo, cavalcò a lungo nella notte, e dopo alcuni giorni raggiunse la sua città natia.
Silenziosi erano i colli e le stelle splendevano vivide e remote nell’oscura cappa che avvolgeva Endor: giunti che furono innanzi al cancello, nessuna voce li accolse, né alcun suono allietò l’animo di colui che era stato capitano sotto Tar-Palantir. Solo il silenzio diede il suo benvenuto ai due viaggiatori, e solo l’eco di quello che un tempo era stato echeggiava ora nel cuore di Erfea, mentre egli si aggirava tra rovine corrose dall’incuria del tempo. Nessuno, ad eccezione dei piccoli animali furtivi della notte, scorse i due uomini, ed essi mai fecero parola con altri di quanto avevano scorto.
Nulla fu detto del loro viaggio a ponente e i ricordi furono gelosamente custoditi; tuttavia gli storici ritengono che da quell’episodio sia sorta la forte amicizia che Erfea ed Anarion strinsero e che perdurò fino alla morte di quest’ultimo, durante l’assedio a Barad-Dur.

Trascorse alcune settimane nella città di Andunie, alla vigilia di Loende[5], Erfea si recò alla dimora di Amandil e gli rivolse la parola: “Forte è in me il richiamo delle spiagge della Terra di Mezzo, ed ecco il mio cuore anela ad esse. Giungo alle aule del signore di Andunie per salutarlo, affinché il suo destino possa essere diverso dal mio ed egli non abbia a disgiungersi dagli affetti che lo circondano.”
Silenzio regnò nella sala, mentre Amandil accarezzava la sua corta barba; infine così rispose al suo ospite: “Erfea, figlio di Gilnar, della casa degli Hyarrostar, le porte della mia dimora e di quelle della mia gente saranno sempre aperte per te. Ahimè! Qualunque sia il tuo compito in questa contrada, esso deve essere di gran lunga più arduo di quanto io possa immaginare: tuttavia, se tale è il tuo volere, possa la mia benedizione accompagnarti fino alla fine dei miei giorni, ché verranno tempi in cui il tuo volere plasmerà le sorti di tutti noi. Sono lieto di aver dato a te la mia più calda ospitalità, tuttavia rimpiango il poco tempo che ci è stato concesso per discutere di quanto hai appreso in questi sofferti anni d’esilio. Va’ ora e che la buona sorte ti accompagni ovunque si dirigano i tuoi passi!” [qui consiglio di leggere il seguente articolo: Sauron, il politico]

Erfea, sebbene non avesse sentore di quanto accadeva, pure avvertì tangibile la presenza di un’Ombra, la quale si dileguò rapidamente così come era giunta; allora, egli si recò nel cortile dell’Albero Bianco e ivi inginocchiatosi, ché esso era emblema di Varda e benedetto da Yavanna, ne colse un frutto, che ripose poi nella propria sacca. Rapido allora si allontanò, percorrendo sentieri sconosciuti ai servi di Mordor, finché, al calar del sole, non giunse al porto di Romenna, ove recuperò il suo naviglio; tardivi furono i guerrieri di Sauron, ed essi non lo seguirono in mare, ché temevano la collera di Osse di gran lunga rispetto a quella del loro padrone, né questi aveva potere sulle vaste acque del Belagaer. Calma era adesso la notte e il vento spirava nella direzione corretta, tuttavia Erfea non prese riposo, ma ritto sulla poppa, mirò allo specchio che Celebrian gli aveva donato, e il suo cuore ne fu sollevato, ché da tempo non osservava il dolce sembiante di colei a cui volgeva il pensiero grato. Lunga fu la sua navigazione ed egli molto dovette penare, eppure al termine di Yaramie, giunse alle bianche spiagge di Harlindon, ove Cirdan lo attendeva lieto. “Ben m’avvedo che quanto cercavi hai ottenuto, tuttavia non vi è letizia nei tuoi occhi.” Triste Erfea lo osservò, infine rispose: “Lungimirante è la mente di Cirdan del popolo dei Sindar! Invero un grande dolore alberga nel mio cuore ed esso non potrà mai essere lieto, salvo che il destino del mondo venga mutato e quanto accaduto di recente svanisca dalle menti ottenebrate.” Altre parole non pronunziò, congedandosi in tal modo dal Signore dei Porti: questi però scosse il capo e a lungo sospirò, ché i suoi occhi scorgevano in profondità negli animi degli Eldar e degli Edain più di chiunque altro nella Terra di Mezzo, ed egli tosto comprese quanto il silenzio del Dunadan avesse occultato.

Erfea Morluin, allontanatosi dal Lindon, si diresse in seguito alla volta della città di Tharbad, ove un tempo aveva vinto una grande battaglia contro i seguaci di Ar-Pharazon; tuttavia, pochi fra i cittadini serbavano ricordo di quell’evento e ancora meno osavano farvi accenno, ché molti e potenti erano i seguaci di Sauron e del re al Nord; abbandonata allora la città, egli intraprese un grande e periglioso viaggio, che lo condusse, attraverso la breccia del Calhenardon e i guadi dell’Angren[6], fino a Sud, alle dorate sponde dell’Anduin il Grande.
Altri uomini avevano occupato quelle contrade deserte e grande fu lo stupore di Erfea, allorché comprese che essi non erano soldati del sovrano, ma suoi consanguinei ed amici degli Eldar, fuggiti da Numenor alcuni anni prima. A lungo Erfea rimase presso codesti esiliati, condividendone le pene e la rabbia che covavano nei loro cuori: alcuni, infatti, avevano compreso che Numenor era per loro perduta e che mai più vi avrebbero fatto ritorno; altri, invece, figli di Numenoreani e delle donne locali, non erano stati ben accetti agli arroganti sostenitori del Re, che consideravano corrotta la loro discendenza, e fuggivano da essi.
Grandi edifici furono innalzati, e presto gli esuli ebbero dimore confortevoli situate su entrambi gli argini del Grande Fiume: in tal modo ebbe dunque origine la città di Osgiliath, che sarebbe divenuta la capitale del regno di Gondor nei secoli futuri, quando Numenor sprofondò negli abissi. All’epoca, tuttavia, ben pochi fra gli esuli avrebbero immaginato una simile rovina; sebbene, infatti, le opere che edificassero in quei giorni allontanassero dai loro cuori la nostalgia e le privazioni delle loro esistenze, esse non erano altro che pallide imitazioni di quanto i loro animi desideravano con veemenza e sapevano non poter più mirare. Torri e manieri, porti e santuari essi eressero a guardia di quelle contrade, ché il Nemico era molto potente ed essi temevano le scorrerie che gli orchi compivano nella notte: i reami degli Haradrim a meridione e quelli degli Esterling a settentrione ne segnavano i confini, mentre a levante, le lugubri fortezze di Mordor pullulavano di creature ricolme di nequizia; pure sarebbe giunta alla fine la vittoria, sebbene lo scotto che i Popoli Liberi avrebbero pagato sarebbe stato arduo da obliare.

In quei giorni Erfea prestava la sua collaborazione a quanti la richiedevano e cavalcava velocemente, percorrendo numerose leghe: ad est i suoi passi lo conducevano, per respingere l’Oscurità di Mordor, eppure il suo cuore ambiva alla splendente luce del Vespro, ed egli sovente guardava nello specchio donatogli da Celebrian di Rivendell. Una grande inquietudine si agitava nel suo animo, ché Inrive[7] era prossimo e nessun segno gli era giunto; infine una notte di Ringare[8], in sogno gli apparve Tar-Silwen, un tempo regina di Numenor e madre di Tar-Miriel, morta anni prima: a lungo ella gli parlò, sì ché il Dunadan comprese che il segno da lui atteso era finalmente giunto. Il mattino seguente, egli cavalcò ratto diretto al Mindolluin, un monte posto all’estremità orientale degli Ered Nimarais[9]; ivi giunto, percorse sentieri impervi, ignoti ai mortali, finché non raggiunse la vetta: il sole era appena tramontato e grandi nubi riflettevano i variopinti colori del tramonto. Erfea, compresa che l’ora prestabilita era giunta, scavò una fossa profonda un piede e larga altrettanto, ove ripose il seme dell’Albero Bianco; quando ebbe terminato, una voce parlò nella sua mente: “Hai operato bene, figlio di Numenor ed io farò sì che nessuno possa disturbare la sacra quiete di questo luogo, finché l’Erede non venga a reclamare il suo trono.”
Lentamente Erfea si chinò e ivi rimase in silenziosa preghiera, ché il suo compito era ora svolto; infine si levò, e l’ultimo scintillio del sole fu catturato dall’elmo in mithril che egli recava con sé, mentre discendeva lungo i declini scoscesi: più il figlio di Gilnar vi fece ritorno, finanche quando stabilì definitivamente la propria dimora nel regno di Gondor, ché smarrita era in lui la memoria di codesto luogo.
Eppure, lungimiranti furono i Valar e benedetto il coraggio del Morluin, ché Aragorn figlio di Arathorn, discendente di Elendil, fu incoronato Re di Gondor, e come narrano le cronache di quei giorni, insieme a Mithrandir[10] individuò e diede dimora al germoglio dell’Albero Bianco, erede del seme che il Dunadan aveva recato da Numenor, affinché fosse vivida testimonianza della maestà e della bellezza degli Antichi Giorni e auspicio di prosperità per i tempi futuri».

Note

[1] “Corno rosso” nella favella dei Noldor.

[2] Promontorio situato nella regione di Gondor, a sud delle Montagne Bianche.

[3] Regione di Mordor.

[4] Contrada posta ad est del fiume Celudin e abitata dagli Esterling.

[5] Il centottantatreesimo giorno dell’anno, detto anche di Mezza Estate.

[6] Il Calhenardon era una contrada posta a nord di Gondor e scarsamente abitata; durante gli anni del dominio di Sauron, tale regione fu fortificata e ne fu impedito l’accesso a chi non fosse servo dell’Oscuro Signore: codeste fortezze andarono tuttavia in rovina negli anni in cui Sauron fu tratto in catene a Numenor. L’Angren, chiamato dagli uomini del Rhovanion Inondagrigio, attraversava la breccia del Calhenardon nella sua lunghezza ed era immissario dell’Anduin.

[7] “Inverno”, nella favella degli Elfi Grigi.

[8] “Dicembre” nella favella degli Elfi Grigi.

[9] I Monti Bianchi.

[10] Mithrandir era uno degli Istari (stregoni) giunti da Valinor per aiutare le genti libere nella loro lotta contro i servi di Morgoth; egli era anche noto con il nome di Gandalf presso gli uomini del Nord, Tarkhun presso i nani ed Incanus nelle terre del Sud; pochi furono in grado di comprendere la reale identità che lo stregone celava sotto mentite spoglie, tuttavia in seguito alla sua di partenza si seppe che egli era un Maia di Manwe, il cui nome nelle lingua degli elfi di Valinor era Olorin.

Don’t worry…be happy (Numenorean)!

Prendo a prestito il titolo di una famosa canzone di Bobby McFerrin (1988) per mettere su carta (virtuale) i miei primi pensieri e le mie prime impressioni sulla serie Amazon che dovrebbe uscire nei prossimi mesi e che, stando agli ultimi rumors, dovrebbe essere ambientata nella Seconda Era, come si può evincere dalla mappa che il sito della nota multinazionale americana ha pubblicato negli ultimi giorni. Qualcuno fra i lettori più acuti aveva già notato come nella prima parte della mappa della Terra di Mezzo pubblicata da Amazon non comparissero alcuni nomi usati nel corso della Terza Era (come quello di Rohan, per esempio, sostituito dal più antico Calenardhon), mentre, al contrario, erano presenti molti dei boschi nella regione dell’Eriador che, ai tempi di Bilbo e di Frodo, erano ormai del tutto scomparsi.
Leggendo qua e là i commenti sulle varie pagine social dedicate alle opere tolkieniane ho notato una serie di commenti che possono essere suddivisi sostanzialmente in due categorie: massima ostilità nei confronti di una serie ambientata nella Seconda Era (posizione maggioritaria) e un grande interesse, motivato proprio dall’elemento che l’ala oltranzista critica non sopporta, ossia l’ambientazione della serie nella Seconda Era e la possibilità di vedere sul piccolo schermo la grande isola dell’Ovest (posizione minoritaria).
In questo articolo non voglio commentare i gusti altrui: ognuno è libero di esprimere la sua preferenza verso quelle che ciascuno di noi può ritenere essere le parti più interessanti della grande opera tolkieniana. Il mio intento, al contrario, è quello di mostrare come non bisogna avere (soprattutto in questo stadio di produzione della serie Amazon) troppi pregiudizi nei confronti di qualcosa che, al momento attuale, non siamo ancora in grado di conoscere e, perciò, di valutare serenamente (da qui il richiamo al titolo della canzone).
Inizierò questa mia disamina affrontando la figura di Annatar, ossia Sauron nella sua figura di seduttore degli Elfi dell’Eregion….e dal momento che il tema di quest’anno individuato per il Tolkien Reading Day riguarda il mistero, ho scelto di trascrivere e commentare con i miei lettori un brano poco noto del legendarium tolkieniano, nel quale si registra la prima testimonianza della Seconda Era relativa a «un pericolo che giunge da Est» e che potrebbe aprire nuove luci anche sulla prossima serie di Amazon. Il brano che trascrivo appartiene al testo di una lunga lettera che Gil-galad scrisse al sovrano di Numenor Tar-Meneldur, padre di Aldarion. La lettera risale grosso modo all’anno 883 della Seconda Era, diversi secoli prima dell’arrivo di Sauron/Annatar nell’Eregion:

«Una nuova ombra si leva a est. Né si tratta della tirannide di Uomini perfidi, come ritiene tuo figlio: un servo di Morgoth si agita, e male cose si risvegliano. Anno per anno esso acquista forza, perché gran parte degli Uomini sono proni alla sua volontà. Non è lontano il giorno, a mio parere, in cui diverrà troppo grande perché gli Eldar gli resistano senza aiuti. Per questa ragione, ogniqualvolta scorgo un’alta nave dei Re di Uomini, il mio cuore esulta. E ora ho l’audacia di chiedere il tuo aiuto. Se hai braccia di Uomini che ti avanzano, prestamele, ti prego.
Tuo figlio ti riferirà, se lo desideri, tutte le nostre considerazioni. Ma in sostanza è sua opinione (la quale è sempre saggia) che, quando l’assalto verrà, come non può non accadere, dovremmo cercare di tenere le Terre Occidentali, dove tuttora dimorano gli Eldar e Uomini della tua razza, i cui cuori non sono ancora abbuiati. Per lo meno dobbiamo difendere Eriador sulle rive dei lunghi fiumi a ovest dei monti che noi chiamiamo
Hithaeglir [le Montagne Nebbiose]: il nostro principale baluardo. Ma in quel vallo montano si apre, a sud, un grande varco verso la terra di Calenardhon; e per esso non potrà non venire l’invasione dall’Est. Già il nemico striscia lungo la costa a quella volta. Lo si potrebbe difendere, impedendo l’assalto, se disponessimo di una base sul litorale viciniore». (JRR Tolkien, Racconti Incompiuti, pp. 276-277).

Dalla lettura di questo brano diviene possibile ricavare alcune indicazioni fondamentali, e perfino sorprendenti, per certi versi, sulla concezione che Tolkien aveva di Sauron nei primi mille della Seconda Era: il ritratto più comune di Sauron in quei secoli, infatti, non è quello di un nemico pericoloso agli occhi di Gil-Galad, quanto quello di un enigmatico individuo, i cui veri scopi sono abilmente celati da un eloquio raffinato, in grado di ingannare quasi tutti i suoi interlocutori. Per rendersi conto di quanto risulti «anomala» la descrizione dell’Oscuro Signore che ho trascritto in precedenza, è sufficiente leggere il capitolo del Silmarillion dedicato alla forgiatura degli Anelli del Potere e, in aggiunta, l’incipit del lungo discorso tenuto da Elrond in occasione del concilio che da lui prese il nome.

«E più a sud e più a est, Uomini si moltiplicavano; e la maggior parte di loro si volse al male, poiché Sauron era all’opera. […] [Sauron] guardò con odio agli Eldar, e provò paura per gli Uomini di Numenor che di tanto in tanto tornavano, con le loro navi, alle spiaggie della Terra di mezzo; ma a lungo però dissimulò la propria mente e tenne celati i tenebrosi disegni che andava plasmando in cuor suo. Di tutti i popoli della Terra, trovò che gli Uomini erano i più facili da sviare; ma per molto tempo ancora non desistette dal tentar di persuadere gli Elfi a mettersi al suo servizio, ben sapendo che i Primogeniti erano dotati di maggior potere; e girò in lungo e in largo tra loro, e il suo sembiante era pur sempre quello di uno bello quanto saggio. Solo a Lindon non si avventurò, poiché Gil-galad ed Elrond nutrivano dubbi su di lui e la sua bella apparenza e, sebbene non sapessero chi egli fosse davvero, pure non gli permettevano di metter piede in quella contrada». (JRR Tolkien, Il Silmarillion, p. 361).

Da questo brano emerge un’immagine diversa da Sauron, più in linea con quella «classica»: sebbene l’autore accenni alla presenza di Uomini che si volgevano al male perché subivano la sua influenza, sembra proprio che, in questa versione della Storia, Gil-galad non abbia ancora preso coscienza del rischio rappresentato da Sauron, limitandosi a mostrare perplessità nei confronti di questo enigmatico straniero che si aggirava fra gli Elfi, il cui aspetto, secondo fonti non canoniche, avrebbe potuto essere ispirato perfino a quello dei Vanyar, la prima stirpe elfica, che mai aveva abbandonata Valinor tranne che in occasione della Guerra d’Ira. Un elemento, quest’ultimo, piuttosto inquietante, che avrebbe dovuto spingere i più lungimiranti a chiedersi donde venisse fuori Annatar, che, al di là della fittizia attribuzione alla stirpe dei Vanyar, sembrava conoscere molto bene Valinor, come dimostra il discorso tenuto ai fabbri dell’Eregion: «Ma perché dunque la Terra di mezzo dovrebbe restare per sempre desolata e buia, laddove gli Elfi potrebbero renderla altrettanto bella di Eressea, che dico, persino di Valinor? E poiché non vi avete fatto ritorno, come pure potreste, ben m’avvedo che, al pari di me, voi questa Terra di mezzo l’amate. Non è dunque nostro dovere di lavorare fianco a fianco al suo arricchimento e per l’elevazione di tutte le stirpi elfiche che vi si aggirono, all’oscuro del molto potere e della sapienza che sono di coloro i quali stanno di là dal Mare?» (JRR Tolkien, Il Silmarillion, p. 362).
L’immagine di Sauron/Annator subisce una nuova modifica nel resoconto tenuto da Elrond nel concilio dei Popoli liberi alla fine della Terza Era, nel corso del quale fu formata la Compagnia dell’Anello: al principio di quella riunione, ecco come Elrond accennava alla figura del Nemico: «A quell’epoca Sauron non era ancora d’aspetto malvagio, ed essi accettarono il suo aiuto e diventarono potenti nella loro arte, mentre egli apprese tutti i loro segreti e li tradì» (JRR Tolkien, Il Signore degli Anelli, p. 198).

Come conciliare tutte queste descrizioni dello stesso personaggio? Indubbiamente, una prima risposta può essere rintracciata nella mancata sistemazione organica di tutto il legendarium tolkieniano, un problema che si evidenzia ogni qual volta si notano discrepanze fra le diverse versioni delle storie della Terra di Mezzo. La stessa figura di Sauron, considerato come servo di Morgoth e suo principale erede nel funestare la Terra di Mezzo dopo la scomparsa del suo signore, per esempio, è molto differente da quella del Negromante, descritta nel romanzo de Lo Hobbit (ne parlo in questo articolo, per chi fosse interessato ad approfondire la questione: Chi è il Negromante?) Un elemento, tuttavia, sembra essere comune a tutte le descrizioni riportate in questo articolo: l’assenza di una versione guerriera dello stesso Oscuro Signore. Perfino nella versione riportata nei «Racconti incompiuti», infatti, Gil-galad sembra accennare (almeno, questa è la mia interpretazione) più alla presenza dei servi del Nemico in assetto da guerra nelle terre occidentali, piuttosto che a quella di Sauron in persona. Un primo suggerimento che mi sento di offrire, dunque, per prepararci alla visione della nuova serie di Amazon ambientata nella Seconda Era, è quello di dimenticarci dell’immagine di Sauron offerta nella trilogia cinematografica di Jackson: per gran parte della sua (lunga) esistenza, infatti, Sauron assunse certamente tanti aspetti diversi (riuscì perfino ad assumere forma di demoniaco lupo nel corso della Prima Era!), tuttavia il ruolo di guerriero fu quello che probabilmente disdegnò più di qualunque altro. Con ogni probabilità, l’unico momento in cui decise di calzare i panni che abbiamo visto nella riproduzione cinematografica de «La Compagnia dell’Anello» fu durante lo scontro mortale combattuto contro i comandanti dell’Ultima Alleanza (e che, diciamolo pure, non fu il suo momento migliore); nelle altre circostanze in cui interagì con gli esseri viventi (sia Elfi che Uomini) Sauron assunse più che altro un aspetto piacevole da vedersi, perché sapeva, da fine conoscitore dell’animo dei viventi qual era, che questo travestimento gli avrebbe permesso di fare breccia nei loro animi e nelle loro coscienze. Resterei molto deluso, dunque, se gli sceneggiatori della serie di Amazon non tenessero conto di questi elementi nella rappresentazione di Sauron: mi vengono in mente, a questo proposito, le scene del primo incontro fra Johnny Blaze alias Ghost-Rider e Mefistofele, il Diavolo in persona, nel film «Ghost-Rider» del 2007; quest’ultimo, per evitare di spaventare la sua vittima designata, gli appare sotto le sembianze di un anziano distinto signore…solo per un attimo, si intravede che la sua ombra non è quella di un normale essere umano, bensì di una creatura infernale. Ecco, fatte le debite proporzioni (tra l’altro, nel proseguimento del film del Ghost-Rider, la reale identità di Mefistofele viene svelata), mi piacerebbe che nel corso della serie Amazon lo spettatore – soprattutto quello che non ha molta domestichezza con l’universo tolkieniano – potesse avere dubbi sull’identità e sulle reali intenzioni della figura di Annatar, scoprendo progressivamente le sue reali e sinistre intenzioni.

Un anno…auguri!!!

Preso da mille impegni, avevo dimenticato che il 13 marzo di un anno fa prendevo la decisione di aprire questo Blog dedicato al legendarium di Tolkien, in particolare al mito di Numenor e al Ciclo del Marinaio, una serie di racconti, dei quali sono l’autore, ambientati a Numenor e nella Terra di Mezzo durante la parte finale della Seconda Era.
Pur essendo rimasto un blog di nicchia (e non poteva essere diversamente, considerato lo specifico argomento di cui tratta) sono rimasto piacevolmente colpito da una buona partecipazione da parte dei miei lettori, i cui commenti sono stati per me fonte di riflessione, discussione e di grande soddisfazione.
Voglio quindi ringraziare di cuore tutti i miei lettori, in particolare quelli che più frequentemente hanno commentato i miei articoli nel corso di questi dodici mesi: Saurongorthaur, Lettrice, Eowyn, Federico e fanwriten91 (in rigoroso ordine decrescente di interventi).
Dal momento che sono un tipo originale, preferisco rivolgere gli auguri a voi lettori anziché al mio blog: vi auguro, perciò, quanto più possibile («sempre» è una parola che, direbbe Barbalbero, risulterebbe troppo lunga anche per gli Ent) di riuscire ad emozionarvi, appassionarvi, incuriosirvi e, perché no, anche a mettervi in una situazione di disaccordo con quello che scrivo…perché, oggi più che mai, sono convinto che la diversità, l’alterità, rappresentino una grande molla per la crescita umana di ciascuno di noi. Vi chiedo, dunque, di continuare a seguirmi e a commentare i miei articoli: aspetto perciò le vostre osservazioni, i vostri suggerimenti, le vostre critiche e, mi auguro, anche i vostri apprezzamenti.
La notizia data da Amazon nelle scorse settimane riguardo all’ambientazione della prossima serie tolkieniana nella Seconda Era potrebbe comportare benefici influssi sul mio blog. Vedremo. In fondo, sono fiducioso per natura.
Grazie.
Domenico

One last time…

Prendo volentieri a prestito il titolo di una struggente canzone dei Dream Theater, un gruppo progressive-rock, contenuta all’interno dell’album Metropolis Pt. 2: Scenes From a Memory (1999) che, per certi versi, costituisce la colonna sonora di molti miei racconti, per presentarvi un altro estratto dal «Racconto del Marinaio e dell’Albero Bianco», che fa seguito alla narrazione iniziata nell’articolo Ritorno a Rivendell: l’incontro con Celebrian.
Prima o poi tornerò sul rapporto musica-scrittura: per ora mi limito solo a suggerirvi di ascoltare il brano citato mentre leggerete questo articolo. Non intendo svelarvi altri particolari per non rovinare la sorpresa, ma osservando con attenzione l’immagine posta in evidenza dovreste capire di quali personaggi questo brano racconterà…per l’ultima volta!
Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Durante la mattina, egli prese congedo dai signori degli Eldar, ed il figlio di Earendil ebbe per lui parole di conforto e speranza: “Ti saluto Erfea, paladino di Numenor! Possono i tuoi passi echeggiare nuovamente per queste aule. Lieti saranno i festeggiamenti, quando farai ritorno alla mia dimora, ché sempre il benvenuto sarai a Imladris. Giovane eri quando ti conobbi e il peso grave di innumerevoli anni è calato sulle tue spalle; saggezza hai appreso e la lungimiranza, dono della tua stirpe, ti accompagna. Allorché impervio ti sembrerà il tuo cammino, allora questo dono ti riporterà alla mente la bella dimora degli elfi nell’Eregion.”

Un grande corno fu mostrato ad Erfea, ed egli con gioia lo strinse nella sua forte mano. Lucido al tatto era e minuscole figure di avorio ne increspavano la solida superficie: vi erano ritratti Vingilot, il vascello di Earendil, che ogni notte solca il cielo di Endor, e la flotta dell’armata dei Valar in viaggio verso il Beleriand.

“Questo cimelio appartiene al tesoro della mia famiglia: Aegnor, un fabbro di Ost-in-Edhil lo scolpì, molti anni addietro, ché il ricordo della battaglia d’Ira non andasse smarrito. Esso reca incise rune di grande potere e molto gli orchi lo temono, ché tale corno fu reciso dal corpo di Ancalangon il Nero, abbattuto da Earendil in singolare tenzone; allorché le sue note riecheggeranno vivide, il timore atterrerà i tuoi nemici e nuova forza fluirà nel tuo animo e in quello dei tuoi compagni.”

Lieto divenne allora il volo di Erfea, sì che pareva avvolto da nuova luce: “Echeggia il corno dei Valar e gli amici accorrono: Auta i lòme! La notte sta per finire! Non era forse questo il grido di battaglia di Fingon, re degli Elfi, quando il mondo era ancora giovane e chiara splendeva la luce di Aman? Possa suonare nuovamente tale olifante ed atterrire gli schiavi di Mordor! Memoria imperitura conserverò di questa ora, ché, sebbene sia destino che i nostri percorsi dovranno nuovamente intersecarsi, molto tempo trascorrerà fino ad allora. Addio signore degli Eldar! Possa la tua grazia proteggere il tuo popolo e mai la tua saggezza venire meno; molto è stato perduto, eppure è un grande onore serbare il ricordo di Imladris e di quanto le sue mura proteggono.”

“Addio, discendente di Ciryatur[1], ammiraglio di Numenor! Possa quel giorno non tardare troppo! Qui io ti attenderò: che la benedizione dei Valar e di colui che è Uno proteggano i tuoi passi!”

Tale fu l’ultimo saluto tra Erfea ed Elrond ed invero trascorsero molti anni prima che i due si incontrassero nuovamente; tuttavia, poiché altrove[2] si narra di codeste storie, qui non se ne serba memoria. Il Dunadan era prossimo ad attraversare il guado del Bruinen[3], allorché gli sovvenne di non aver salutato dama Galadriel, la più antica e possente tra le donne elfiche; ratto tornò sui suoi passi, eppure non giunse mai dinanzi ai cancelli di Imladris, ché una dolce voce lo chiamò a sé: “Non angustiarti, Erfea, e non ritardare oltre la tua partenza; Galadriel ti nomina Amico degli Elfi, ed è questo il suo dono d’addio. A lungo soggiornerò sotto le chiome argentate di Lorien[4], finché il mio tempo non sarà giunto ed io abbandonerò questi lidi mortali; a te, Dunadan, dico che se la speme non dovesse morire del tutto, allora ella ti sarà accanto quando giungerà la fine.”

Profondamente grato, così le disse addio Erfea, figlio di Gilnar: “Signora degli Eldar, il mio cuore mi dice che questo non sarà il nostro ultimo incontro, ché in questi stessi giardini, quando giungerà nuovamente l’ora, discorreremo nuovamente. Addio, fino a quel momento.”

“Dunadan, sovente i sentieri degli Eldar incrociano quelli degli Edain, sebbene questo accada per ragioni che i Noldor non comprendono appieno. Eppure, se è vero che Earendil è erede di entrambe le stirpi, allora è probabile che i nostri destini siano più intrecciati di quanto sembri. Namarie[5], Amico degli Elfi. Elen sìla lùmenn’omentielvo. Una stella brilla sull’ora del nostro incontro.”

Preso commiato da dama Galadriel, Erfea attraversò rapidamente il guado di Bruinen, dirigendosi verso Brea nell’Eredior, ridente cittadina posta all’incrocio di due grandi strade numenoreane; celere fu il suo viaggio, ché egli era nel pieno delle sue forze e forte era divenuta nel suo cuore la nostalgia di Numenor. Numerose leghe egli percorse, finché non ebbe raggiunto la contrada di Forlindon, ove regnava Erenion, figlio di Fingon, che il suo popolo chiamava Gil-Galad: ivi si recavano i Caliquendi[6], per oltrepassare i confini del mondo mortale e giungere in tal modo a Tol-Eressea, creata dagli dei per quanti, tra coloro che abbandonarono Aman, fossero stati colpiti dalla Prima Profezia di Mandos[7], ma desiderassero altresì abbandonare le terre mortali.

Mithlond, i Porti Grigi, era la capitale del regno di Gil-Galad, l’ultimo Alto Re elfico ad oriente del Belagaer; tuttavia egli viveva nelle aule a nord del golfo di Lhun, mentre il suo capitano Cirdan il Sindar era signore delle navi e dei porti: anziano, eppure vigoroso, egli era saggio tra gli elfi e temuto da Sauron, ché secoli prima egli era stato respinto dal Lindon. In tale terra di splendore non ancora offuscato, simile ad un giardino nel mese di maggio, giunse Erfea Morluin e tre settimane erano trascorse da quando aveva dato addio alla dimora di Elrond di Imladris: lieti lo accolsero gli elfi ed egli non ne fu stupito, ché ben sapeva quanto i Dunedan fossero amati nel regno di Gil-Galad.

Numerosi porti i Numenoreani avevano edificato fin dal loro arrivo nella Terra di Mezzo, tuttavia Erfea non osava avvicinarsi ai loro minacciosi bastioni, ché tutti, ad eccezione di Pelargir nel Sud, erano caduti nelle corrotte mani dei servi di Ar-Pharazon, uomini avidi di scienza malefica e adoratori di Sauron e di Morgoth: costoro avevano l’ordine di trucidare il principe dell’Hyarrostar, qualora fosse ritornato in un dominio di Numenor, per portarne le spoglie al sovrano Ar-Pharazon, avversario di Erfea fin dai tempi in cui Tar-Palantir impugnava lo scettro.

Ai servi di Sauron, tuttavia, era negato l’accesso al regno di Gil-Galad, ed Erfea fu grato a Cirdan allorché questi gli donò un piccolo vascello ad un solo albero.

“Galadriel mi ha annunziato che questo oggi un Dunadan sarebbe giunto da me per imbarcarsi diretto a Numenor, ché una grande missione l’attende in tale contrada. Di rado i Sindar concedono le loro navi agli stranieri, ma io non ho obliato quanto facesti per la mia gente molti anni fa; concedimi dunque di annullare il debito che ho contratto presso di te.”

Rapido Erfea gli si inchinò, infine rispose: “Nessun debito hai mai avuto presso di me, ché le genti libere devono contrastare i servi del Vala caduto ovunque essi si annidino; in codesta occasione agii seguendo il mio credo, ed esso non è oggi mutato. A te, Cirdan, dico che questa sarà la mia ultima navigazione verso ponente, ché nuove frontiere si apriranno e il vecchio mondo cadrà: possano gli Ainur essere clementi, quando sarà giunta l’ora.”

Erano ormai calate le tenebre, quando Erfea veleggiò, la prua rivolta verso occidente; monotono fu il suo viaggio ed egli non scorse alcuna nave numenoreana, circostanza, questa, che lo sorprese non poco: una crescente inquietudine soffocava il suo petto, ché non v’era nulla per miglia e miglia.

Calmo era il mare e l’acqua opaca, sì che il creato sembrava attendere un evento terribile e mortale. Quindici giorni erano trascorsi da quando Erfea aveva abbandonato le coste di Endor, allorché la fitta nebbia che aleggiava il suo capo si dipanò, mostrando Numenor in tutto il suo splendore: colmo di gioia fu il cuore del Dunadan, ed egli levò una preghiera di ringraziamento a Manwe per aver diretto i venti nella direzione a lui favorevole. Tosto, però, la sua gioia si mutò in stupore e poi in sgomento, ché gli apparve, imponente e minacciosa, l’intera flotta numenoreana. Nel porto di Romenna[8], ove il figlio di Gilnar si accingeva a sbarcare, erano ormeggiate le navi che da lungi depredavano e saccheggiavano la Terra di Mezzo, cancellando ovunque la memoria di quanto i Numenoreani avevano compiuto per saggezza e non già spinti da odio e rancore. Imponenti, come torri lignee e d’acciaio, parvero i vascelli di Ar-Pharazon ad Erfea, ché pure aveva appreso la superba maestria degli uomini del mare nel fabbricare grandi imbarcazioni; sgomento parve il figlio di Gilnar, ché non comprendeva per quale motivo l’intera flotta del re giacesse in un unico luogo; tuttavia, allorché comprese, ritto sul suo vascello elfico, egli non poté che reclinare il capo e versare lacrime amare. A lungo pianse Erfea Morluin, ché manifesta gli era divenuta la follia degli uomini della sua patria e più non avrebbe potuto ignorarla; arrogante e vanitosa, Numenor si specchiava nella sua flotta, emblema della sua volontà di dominio sul creato. Come il contadino che mostra orgoglioso il suo campo ben curato, ignorando il deserto che si estende alle su spalle, così Elenna rendeva gloria a sé stessa e ai suoi figli, nutrendosi avida della propria potenza.

Triste spettacolo fu quello, eppure non fu il peggiore tra quanti Erfea ebbe modo di osservare nell’isola: silenzio non si udiva più, finanche negli antichi luoghi di culto, ma canti e urla echeggiavano ovunque; eppure non erano suoni gioiosi, ma risa crudeli, rese ancor più fragorose dall’inquietante silenzio che pareva aleggiare al di là dell’isola stessa. Numerosi uomini giravano pesantemente armati, come se una grande guerra fosse imminente; pallidi erano i loro visi e parola non proferivano, ché essi erano schiavi e non più uomini liberi: Erfea ne fu stupito, ché fin dagli albori del regno mai si erano vedute scene simili; eppure anche questa era opera di Sauron l’Aborrito, ché egli aveva ormai corrotto i cuori dei Numenoreani e molti tra loro avevano preso ad adorare Morgoth e i suoi oscuri poteri. Le menti degli uomini tosto si erano volte al male, sicché Numenor si ergeva come una novella Mordor e il Signore Oscuro ne era divenuto l’infido padrone. Ignote erano ad Erfea simili vicende, sebbene egli avesse appreso a Pelargir[9] racconti sulla spedizione di Ar-Pharazon nella Terra di Mezzo per umiliare Sauron, il quale era infine giunto a Numenor prigioniero; né il capitano dei Dunedan era a conoscenza di quanto in seguito era accaduto, ché Sauron da vassallo era divenuto consigliere, riducendo il sovrano ad un fantasma da pervertire secondo la sua oscura volontà: Ar-Pharazon aveva accettato senza esitazione alcuna, ché il Maia caduto sovente gli aveva ripetuto i grandi uomini prendono con la forza quanto desiderano.

A lungo vagò Erfea, occultato alla sguardo vigile dei servi del re, ma non già a quelli di Sauron, ché questi sapeva il suo avversario essere sull’isola; allora grande divenne la sua ira e chiamò a sé i suoi schiavi più potenti, gli Ulairi[10]: rapidi, gli spettri dell’Anello, si mossero alla ricerca del Dunadan, ché il suo nome era loro noto ed essi a lungo avevano covato odio contro di lui nei loro cuori; infine Khamul l’Esterling[11], il secondo dei Nazgul, ne avvertì la presenza e rapido corse da Sauron per comunicargli quanto aveva visto. Lieto divenne allora il signore di Mordor, ché il suo nemico gli si presentava inerme alla sua mercé, straniero nella sua terra natia; tuttavia, nel medesimo istante in cui il Nazgul aveva scorto Erfea tra la folla, a sua volta il figlio di Gilnar era divenuto conscio della sua presenza: manifeste gli apparvero allora le sue intenzioni, ché egli molto aveva appreso sugli Ulairi, sin da quando si era infiltrato nella loro grande fortezza nell’Estremo Harad, scoprendone nomi ed identità. Consapevole di essere stato individuato, Erfea comprese quale malvagità avesse allungato il suo bieco artiglio su Numenor, ché non aveva obliato quanto odio provasse Sauron nei confronti dei Numenoreani, fin dai lontani giorni dell’assedio ad Eregion e della successiva sconfitta che le sue armate avevano ricevuto per mano delle armate di Elenna.

Rapido divenne allora il passo del ramingo, ed egli si diresse verso Armenelos, ché ivi si trovava il luogo ove avrebbe dovuto compiere la sua missione; sul suo cuore gravava fitta la tenebra di Numenor e Sauron gli opponeva la sua forte volontà, desideroso come era di fiaccarne le forze, ché cadesse nella trappola da lui sapientemente tesa: nota gli era la missione di Erfea, ché grande era il suo potere in quell’ora oscura e solo alcuni fra i signori degli Eldar sarebbero stati in grado di occultare la propria mente dinanzi allo sguardo del più possente tra i servi di Morgoth.

Giunto innanzi al santuario del Menalterma[12], Erfea comprese che un grande potere era all’opera, lo stesso che adesso gli negava l’accesso alla sala dell’Albero Bianco; allora il Morluin suonò nel corno di Earendil e le sue paure svanirono, calpestate da note squillanti. A lungo echeggiò il corno, ed il suo suono fu udito in molte contrade di Numenor: nuove speranze suscitò nei cuori dei Fedeli, ché essi compresero come la Tenebra fosse di passaggio e non dominasse incontrastata, mentre i servi di Sauron chinarono il capo dubbiosi. A più riprese il corno di Erfea squillò nella notte; molte luci si accesero nelle case e la gente uscì per strada, mentre voci si levavo confuse; allora crollò la volontà di Sauron, ché non aveva obliato l’umiliazione inflittagli dai Valar nella Guerra d’Ira ed ecco il corno ricavato dal dragone Ancalangon il Nero spaccava le catene forgiate dalle sue turpi mani; convocati a sé i suoi servi egli abbandonò il luogo sacro ove si annidava, consentendo ad Erfea di entrarvi.

Molti fra gli abitanti di Numenor si destarono quella notte, ché sogni di ogni sorta disturbarono i loro sonni: mai visione fu però sì curiosa come quella che scosse il riposo di Ar-Zimraphel, sovrana dell’isola. Ella sognò di essere nel Luogo del Silenzio, ove mancava da molti anni, eppure non era questo che la sorprese, quanto la presenza di un uomo, il cui nome aveva obliato, accanto a sé: alto si ergeva vicino al santuario, e pur non pronunciando parola alcuna, le parve che la chiamasse a sé innumerevoli volte, prima che giungesse l’alba. Turbata si levò Ar-Zimraphel, ché non capiva quale significato avesse il sogno; infine stanca di attendere ancora, si recò nei pressi del Menalterma, soppesando lentamente ogni passo su un sentiero che ben pochi ormai osavano percorrere. Giunta sulla sommità del monte, si accorse con meraviglia di essere stata preceduta, ché un uomo aveva preso posto su uno degli alti scranni in pietra che il tempo impietoso aveva ormai corroso; sedutagli al fianco, la donna meditò in silenzio per alcuni istanti, infine ormai certa dell’identità dell’uomo, pronunziò lentamente queste parole: “Mai avrei creduto di rivederti in questo luogo, lo stesso che vide il nostro ultimo incontro. Il tempo ha forse offuscato i miei occhi, tuttavia non ho obliato né il tuo nome né il tuo aspetto.”

“Chi può dire perché tutto questo accada?” replicò l’uomo. “A lungo ho vagato, in regioni disabitate e pericolose, ove mai parola viene sussurrata, eppure nessuna contrada è ora ricolma dell’oscuro fetore di Sauron quanto Numenor. Non ti nascondo, figlia di Tar-Palantir, che il mio cuore ora sanguina; poca speranza nutro nella guarigione di questa terra e ancor meno della sua gente.”

“Mio signore – rispose Ar-Zimraphel – questa notte ho udito un corno chiamarmi a lungo, prima che il sole sorgesse: adesso riconosco in te l’uomo che l’impugnava con forza e disperazione.”

“Disperazione? – le fece eco il ramingo – Disperazione, regina di Numenor? Quale azione condotta in tempi oscuri non condurrebbe alla follia? Se il mio animo non dispera, è perché i miei occhi hanno veduto la luce di Aman e ad essa vogliono far ritorno.” Così grande parve l’ira di Erfea, che Ar-Zimraphel dovette chinare lo sguardo, profondamente turbata; tosto tuttavia la voce dell’uomo parve venire meno e la sua luce oscurarsi, ché rapido il suo risentimento decresceva. Silenzio seguì, mentre la regina e lo straniero evitavano l’uno lo sguardo dell’altra; infine non potendo tollerare ulteriormente quanto accadeva, egli prese nuovamente la parola: “Se ti ho recato offesa, domando scusa, ché non era mia intenzione rattristare il tuo animo già provato dall’oscurità di questi giorni.” Sospirò per alcuni istanti, infine le parlò ancora: “Non mi domandi per quale ragione Erfea Morluin sia ritornato nella sua patria, conscio del bando che grava sul suo capo?”

Sorrise Ar-Zimraphel, allorché gli rispose: “Invero, voci mi sono giunte da Endor, dai bianchi porti degli Eldar; quanto la mia mente ha a lungo ignorato, non lo può il mio cuore, ché la verità esso ha appreso.” Rise, ma il suono che echeggiò per la vallata contrastava palesemente con l’espressione che le si era dipinta sul volto: “Non temere, Erfea Morluin! Non provo alcuna rabbia. Se tale è la tua scelta, possa condurti ad un felice avvenire.” Infine si fece seria, e più non sorrise: “Cosa cerchi figlio di Gilnar? Numenor non è più la tua patria, dunque allontanati in fretta dalle sue coste; qualora tu non seguissi il mio avvertimento, ecco che Ar-Pharazon porrebbe fine alla tua esistenza. Va dunque, e che la fortuna non ti volti le spalle, lasciandoti cieco ed inerme.”

Tali furono le parole che adoperò Ar-Zimraphel, sovrana di Numenor, ed ella si apprestava ad abbandonare la recondita valle, allorché Erfea la chiamo dolcemente: “Non ho obliato il tuo nome, Miriel figlia di Palantir, né il tuo grazioso sembiante. Se incauti sono stati i miei passi in questi giorni, tuttavia essi mi hanno condotto ove il mio cuore desiderava giungere.” Immobile, Miriel ascoltò la voce del paladino, infine si voltò e per un attimo ad Erfea parve che l’antica luce brillasse nuovamente nei suoi occhi: “Molto tempo è trascorso da quando le mie orecchie ascoltavano sussurrare questo nome nelle dolci veglie dell’Estate, ché esso è morto anni fa. Tuttavia se Erfea Morluin l’ha pronunciato, un preciso movente l’ha spinto a fare ciò.”

Annuì triste il figlio di Gilnar: “Letale è il veleno che l’Avversario ha sparso in quelli che una volta erano verdi prati e sorgenti cristalline, ed essi ora marciscono, avvizziti ed infettati; tuttavia, con rabbia percepisco quanto dolore alberghi nel tuo cuore, regina di Numenor.”

Rise allora Miriel, e mai suono fu più grottesco e orribile ad udirsi: “Regina? Su cosa eserciterei il mio dominio, Erfea? La dignità, l’onore, l’amore, tutto quanto avevo di prezioso mi è stato sottratto con l’inganno; persino il più povero tra i pescatori della costa gode di miglior fortuna. Una volta mi dicesti che la buona vigna offre un vino senza pari, eppure essa è stata deturpata molti anni fa! Lacrime di sangue e non nettare dolce sprizzano dalle sue ferite! Regina? Direi piuttosto prigioniera delle medesime debolezze che allora frenarono la mia volontà ed oggi mi impediscono di commettere atti di valore.”

Pallido divenne il volto di Erfea, ché aveva compreso a cosa alludesse: “Non confondere coraggio con viltà, mia signora! Forse vi è ancora speranza, finché gli Ainur reggono le sorti del nostro mondo.”

Avvampò d’ira Miriel e grave squillò la sua voce: “Ciechi sono i tuoi occhi e sterile la tua fede! Chi impugna adesso corona e scettro? Non è forse Ar-Pharazon, che la mia debole mano fermò dall’ottenere giusta condanna? Non vi è più speranza alla quale possa aggrapparmi, come naufrago nel fortunale.” Silenzio regnò per alcuni istanti, infine Erfea levatosi e presale dolcemente la mano, così la confortò: “Mente angosciata può partorire incubi aberranti; nulla però ti obbliga a prendervi parte. Qualunque sia il tuo parere su questa faccenda, Miriel, resti ancora una donna e non già una schiava.”

Gravi erano state le parole di Erfea Morluin, ed egli si attendeva dura replica; grande fu il suo stupore, tuttavia, allorché la signora di Numenor gli si accostò, sussurrando tristi parole: “Da lungi la mia mente vacilla, sebbene lontano da me sia l’acredine verso i Valar che ossessiona mio marito; non è a te che imputo la responsabilità per quanto è accaduto, ché un altro cammino avrei potuto percorrere se non avessi dubitato delle tue parole. Sebbene la mia speme nei Valar sia smarrita, tuttavia non è nella mia volontà contrastare l’azione di quanti ancora scorgono i loro disegni; essi sono però alquanto oscuri e la mia vista è offuscata, ché gravi nubi si addensano.”

Altro non disse Miriel e, abbandonato il Luogo Del Silenzio, discese lungo il sentiero che conduceva ad Armenelos, sede dei re; più Erfea Morluin la vide, ché i tempi erano ormai mutati e l’erba avvizziva sotto i suoi piedi: turbato la guardò allontanarsi, figura silenziosa sotto il sole nascente, i suoi biondi capelli svanire come bruma al mattino. “Namarie” le sussurrò Erfea, incurante di non essere udito e infine si mosse, ché l’ora era tarda e il suo compito lungi dal concludersi».

Note

[1] Ammiraglio di Numenor e signore dell’Hyarrostar, sconfisse nell’anno 1700 della Seconda Era le armate di Sauron al termine della guerra che seguì la forgiatura dell’Unico.

[2] Si veda “Il racconto del marinaio e del Re Stregone”.

[3] Tale corso d’acqua segnava il confine tra le terre di Elrond e le distese desertiche dell’Eriador.

[4] Contrada boscosa posta alla confluenza dei fiumi Celebrant e Anduin, governata durante la seconda era dall’elfo Sindar Amdìr: dopo la sua morte nella battaglia della Dagorlad, il reame fu governato dal figlio, Amroth, il quale tuttavia disparve in mare; essendo venuta a conoscenza di tale avvenimento, Galadriel e suo marito Celeborn fecero ritorno a Lorien, ove gli elfi accettarono di buon grado la loro potestà.

[5] “Addio” nella favella dei Noldor.

[6] Gli Eldar che avevano visto la luce dei Due Alberi ed i loro discendenti nati nella Terra di Mezzo.

[7] Mandos, Vala e Signore del Destino profetizzò che nessuno degli Eldar che avevano seguito Feanor, avrebbe fatto ritorno ad Aman; tali parole non furono mai obliate dagli Eldar in esilio ed essi erano soliti narrare della loro triste sorte riferendosi alla “Prima profezia di Mandos”. La Seconda profezia di Mandos concerne la fine del mondo e il fato ultimo dei figli di Eru, tuttavia essa non è mai stata divulgata apertamente e ben pochi, perfino tra i Signori degli Eldar, ve ne fanno cenno.

[8] Porto orientale di Numenor, situato presso la città di Armenelos.

[9] Città fondata nella tarda Seconda Era dai Numenoreani fedeli all’alleanza con gli elfi e i Valar alla foce del fiume Anduin.

[10] I Fantasmi dell’Anello, noti nella favella di Mordor come Nazgul.

[11] Tale termine indica coloro che tra i Secondogeniti si stabilirono ad est del Rhovanion: in senso improprio è talora adoperato per indicare quanti fra i servi umani di Morgoth scamparono all’ira dei Valar nella battaglia che rovesciò Thangodrim e fuggirono nelle regioni Orientali della Terra di Mezzo, ove preservarono il loro odio verso gli Eldar e gli Edain.

[12] Monte di origine vulcanica, sulla cui sommità era stato eretto un tempio dedicato a Manwe Sùlimo.

Cronologia della vita di Erfea e dei racconti del Ciclo del Marinaio

Come mi ha fatto giustamente notare uno dei miei lettori, non è semplice orientarsi all’intervento delle molteplici avventure vissute da Erfea e dagli altri protagonisti del «Ciclo del Marinaio» senza avere la possibilità di consultare una chiara e approfondita cronologia degli eventi principali della sua lunga vita e, più in generale, della tarda parte finale della Seconda Era, epoca nella quale sono ambientate le vicissitudini del principe di Numenor.
Pur disponendo della stesura di una cronologia già da diverso tempo, fino ad oggi ho nutrito delle riserve intorno a una sua pubblicazione, perché, inevitabilmente, essa avrebbe comportato l’anticipazione di qualche evento al quale, fino a questo momento, non avevo ancora fatto cenno: arrivati a questo punto, tuttavia, alla luce di una maggiore articolazione delle avventure di Erfea presente attualmente all’interno del mio blog, sento l’esigenza di non dover ulteriormente procrastinare la pubblicazione di uno strumento che spero possa rivelarsi utile per orientarsi all’interno degli eventi principali che si succedettero nel corso della Seconda Era e poter così apprezzare ulteriormente le vicende del paladino di Numenor e degli altri personaggi dei miei racconti. Invito vivamente i miei lettori a utilizzare le cronologie presentate nel Silmarillion e nel Signore degli Anelli per poter ricavare ulteriori informazioni sugli eventi della Seconda Era. Un’utile lettura, infine, può rivelarsi anche quella delle biografie dei sovrani numenoreani, contenute nel volume «Racconti incompiuti», anche questo scritto da Tolkien. Vi ricordo che potrete trovare le informazioni essenziali sui personaggi de «Il Ciclo del Marinaio» anche nel Dizionario dei personaggi de «Il Ciclo del Marinaio».
Buona lettura, aspetto le vostre osservazioni!

IL CALCOLO DEGLI ANNI DELLA SECONDA E DELLA TERZA ERA DALLA NASCITA ALLA MORTE DI ERFEA

3112 Seconda Era (poi abbreviata in S.E.): Erfea, figlio di Gilnar principe dell’Hyarrostar e di Nimrilien, del lignaggio di Andunie, nasce a Minas Laure.

3117 S. E.: Miriel, figlia di Palantir, principe ereditario al trono di Numenor e di Silwen sua sposa, nasce ad Armenelos.

3132 S. E.: Erfea incontra per la prima volta Miriel, principessa di Numenor.

3136 S.E.: Erfea affronta il drago Morluin e diviene noto alle stirpi della Terra di Mezzo come Erfea Morluin.

3140 S. E.: Erfea parla con Sauron nel Palantir; morte di Silwen, moglie di Palantir.

3144-46 S. E.: Erfea compie il primo viaggio nella Terra di Mezzo, ove instaura rapporti di amicizia con i Signori degli Eldar e conosce Tom Bombadil e sua moglie dama Baccador. Prima di far ritorno a Numenor, Erfea riceve dalle mani di Gil-Galad la spada Sulring, forgiata dai fabbri elfici di Gondolin nei giorni precedenti alla sua caduta.

3146 S. E.: Erfea ritorna a Numenor, ove viene nominato cavaliere. Nello stesso anno il principe Arthol, supportato da una fazione di Numenoreani ribelli, attenta alla vita di Palantir e della figlia Miriel: la congiura viene scoperta anche grazie alle rivelazioni di Erfea, e i congiurati sono condannati a morte dal principe Akhorahil perché non rivelino le identità dei reali mandanti del tentato omicidio e del colpo di Stato che ne avrebbe fatto seguito.

3146-3253 S. E.: Erfea torna nella Terra di Mezzo, ove serve Gil-Galad, l’ultimo degli Alti Re elfici ad est del Mare; si reca nel Rhovanion, ove conosce Imracar Folcwine, signore degli Eothraim.

3168 S. E.: A Khazad-Dum nasce Groin, figlio di Bòr, signore del popolo di Durin.

3170 S.E.: Erfea si avventura fino all’estremo Harad, ove entra nella grande fortezza dei Nazgul, scoprendone le reali identità.

3183 S. E.: A Edhellond nasce Ewen la Mezzelfa, figlia di un marinaio numenoreano e di una Noldo.

3254 S. E.: Erfea ritorna a Numenor, ove succede al padre, ormai anziano, nella carica di consigliere del sovrano Tar-Palantir.

3255 S. E.: Scoppia la seconda guerra civile a Numenor: battaglia di Tharbad, ove Erfea infligge una dura sconfitta al Capitano della fazione fedele a Pharazon l’usurpatore. Al termine dell’anno, Ar-Pharazon diviene il venticinquesimo sovrano di Elenna e prende in sposa sua cugina Miriel, contro la sua volontà e le leggi del regno.

3256 S. E.: Morte di Gilnar e Nimrilien: Erfea diviene l’ultimo dei signori dell’Hyarrostar.

3260 S. E.: L’infame giuramento: tutti capitani di Numenor, eccetto ventuno, tra cui Erfea ed Amandil, giurano lealtà ad Ar-Pharazon.

3261 S. E.: Erfea fa naufragio alle foci dell’Anduin e giunge alla città di Edhellond, ove conosce Elwen la mezzelfa: nello stesso anno Ar-Pharazon sbarca ad Umbar per sottomettere Sauron.

3270 S. E.: Erfea abbandona Edhellond; il principe di Numenor ritorna ad Imladris, ove conosce Celebrian e ritrova Elrond e Galadriel. Nello stesso anno giunge a Numenor, ove incontra per l’ultima volta Miriel; fuggito ai Nazgul, Erfea si stabilisce ad Osgiliath.

3277 S. E.: Erfea sconfigge il Capitano Nero a Edhellond e si riappacifica con Elwen.

3278–3320 S. E.: Erfea viaggia per tutta la Terra di Mezzo, giungendo fino all’estremo Nord, al Forochel, e ad Umbar, ove scopre che il reale padrone del porto è divenuto Sauron, che esercita il suo potere attraverso il Nazgul Adunaphel.

3320 S. E.: Con la caduta di Numenor (3319 S.E.), si costituiscono i regni in esilio di Arnor e Gondor: Erfea è nominato sovrintendente del re Anarion ad Osgiliath.

3429 S. E.: Le armate di Adunaphel attaccano Minas Ithil che viene in seguito conquistata, mentre la popolazione civile trova rifugio a Osgiliath: Erfea e Anarion difendono la città. Nello stesso anno si tiene il Consiglio di Orthanc che pone le premesse per la nascita di un’alleanza fra Elfi, Uomini e Nani allo scopo di contrastare l’ascesa di Sauron (Ultima Alleanza).

3433 S. E.: La battaglia della Dagorlad, cui Erfea partecipa; morte di Bòr (Naug Thalion)

3441 S. E.: Isildur si impadronisce dell’Anello Sovrano e Sauron fugge all’est.

2 Terza Era: disastro ai campi Iridati: Isildur e la sua gente vengono massacrati.

8 Terza Era: Erfea muore ad Osgiliath, dopo aver rivisto per l’ultima volta i suoi amici Elrond e Celebrian, ai quali consegna le sue memorie.

Ordine di lettura dei racconti del Ciclo del Marinaio

Mi sono reso conto che anche un’indicazione in merito all’ordine di lettura dei racconti del Ciclo del Marinaio può essere di grande utilità per i lettori.

Di seguito, dunque, troverete l’elenco dei racconti così come andrebbero letti in senso cronologico (e non secondo l’ordine in cui sono stati scritti). Il mio suggerimento, dunque, è quello di leggere i vari racconti, partendo dal menù a tendina presente nella parte destra del blog e scegliendo l’ordine di successione qui di seguito presentato.

Se vi saranno delle integrazioni, sarà mia premura modificare questa pagina.

Buona lettura!

Racconti:

1) Il Marinaio e il Messere di Endore;
2) Il Marinaio e il Drago;
3) Il Marinaio e le Palantiri;
4) Il Marinaio e la Principessa;
5) L’Ombra e la Spada;
6) Il Marinaio e l’infame Giuramento;
7) Il Marinaio e la Mezzelfa;
8) Il Marinaio e l’Albero Bianco;
9) La Rosa e l’Arpa;
10) Il Marinaio e il Nanosterro;
11) Il Marinaio e il Re Stregone;
12) Il Concilio di Orthanc;
13) Il Marinaio e la Grande Battaglia.

Appendici:
1) Cronologia della biografia di Erfea;
2) Gli anni del grande assedio a Gondor;
3) Le storie dei Nazgul;
4) Le stirpi dei Nani;
5) Le armate di Mordor.

 

Ritorno a Rivendell: l’incontro con Celebrian

Abbiamo lasciato Erfea deluso ed amareggiato per non essere riuscito a ricongiungersi con Elwen alla fine del racconto narrato in Il nemico del mio nemico…è mio nemico. Dopo lungo peregrinare, Erfea prende la decisione di far ritorno alla casa di Elrond, a Imladris; è stato già ospite del più sapiente mezzelfo della Terra di Mezzo quando, da ragazzo, prese la decisione di far rotta verso le sponde del Lindon, per conoscere meglio gli efi e la loro cultura. Nella bella valle di Gran Burrone Erfea è alla ricerca di un consiglio che possa mettere pace nel suo animo tormentato…e lo troverà stringendo amicizia con uno dei personaggi meno noti del Signore degli Anelli: Celebrian, moglie di Elrond e madre dei gemelli Elladan ed Elrohir e di dama Arwen.

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Tenebrosi divennero i giorni di Numenor, l’isola del dono, al termine della Seconda Era della Terra di Mezzo, ché sedeva sul trono marmoreo Ar-Pharazon il Dorato, mentre i Fedeli fuggivano da Andunie, timorosi della follia e della crudeltà del sovrano.

Anni amari erano trascorsi, tra cupi silenzi e dolorosi rimpianti, ché gli uomini di Endor stentavano ad opporre resistenza agli eserciti che gli Ulairi, gli schiavi dell’Anello, comandavano in battaglia. Molte genti fuggivano ad occidente, ché ivi correva voce si compiessero splendide geste per opera di coloro che si opponevano al nero nemico di Mordor, ora sbaragliandone le sue schiere in battaglia, ora sventandone le subdole azioni che costui perpetuava a danno dei Popoli Liberi.

Negli Ered-Luin, aveva dimora Gil-Galad, l’ultimo degli Alti re elfici ad est del Grande Mare: saggio e lungimirante era il suo pensiero e molte genti lo temevano e lo onoravano, ed egli era il massimo avversario di Sauron di Mordor; finanche il Re-Stregone avrebbe avuto tema di affrontare il figlio di Fingon, ché numerosi erano i suoi poteri e forte il suo spirito, temprato dalle innumerevoli avversità che egli aveva affrontato e vinto nel corso della sua lunga esistenza. Numerosi uomini d’arme si riunirono sotto il suo vessillo, ed il suo regno non conobbe mai le pene dell’occupazione e la schiavitù per mano degli schiavi dell’Oscuro Signore.

L’araldo di Gil-Galad era Elrond il Pheredil[1], figlio di Earendil, il custode del Silmaril e sentinella dei cieli di Endor: grande era la sua saggezza e bello il portamento, ché in lui brillava la luce della stirpe materna, giunta da Valinor in epoche remote di cui pochi adesso si rammentano, ché l’antica stirpe è svanita quasi del tutto e i litorali più non echeggiano del lamentoso canto del gabbiano.

Nei giorni in cui si svolse tale storia, Elrond dimorava nel Rivendell; ivi aveva edificato un palazzo, chiamato Imladris nella lingua elfica, bastione a guardia degli orrori di Mordor: numerosi Eldar erano all’opera in quella valle, nascosti alla nequizia di Sauron e dei suoi schiavi, ed essi sovente accorrevano in aiuto di coloro che sfuggivano la morte o la schiavitù, fossero questi consanguinei o di altre stirpi.

In breve tempo, il nome e la sapienza di Elrond si diffusero in tutta Endor, destando, ovunque gli insegnamenti dei Valar non fossero stati obliati letizia e speranza; eppure il potere del nemico era invero possente e lungo il suo braccio, ché molte vite furono spezzate in quei giorni ormai obliati e il destino del mondo si apprestava a mutare nuovamente, nel lento declino di un’era ormai giunta al termine. Fu in quegli anni che Imladris divenne un rifugio per coloro che fuggivano l’Ombra dell’Est, ed Elrond applicò la sua arte di guarigione innumerevoli volte, ché i veleni diffusi da Sauron avvizzivano il fragile cuore degli uomini, così come la neve in Sùlimo[2] soffoca i virgulti benedetti da Yavanna[3]; tuttavia, mai il Pheredil disperò, in preda a confusione e timore, ché la sua mente non era stata deturpata dalla favella del Nemico e la sua arte lo preservò dalle fatiche e dagli affanni, finché la sua opera non fu compiuta ed egli abbandonò le sponde mortali per recarsi al di là del mare, sancendo in tal modo l’inizio dell’era del dominio degli uomini.

Nell’epoca precedente, tuttavia, forti brillavano i raggi del sole e della luna e negli Eldar l’amore per Endor non era ancora svanito: grandi opere essi compivano ed i Dunedain di Numenor in quei giorni tristi furono sempre al loro fianco. Grande fama aveva tra essi Erfea Morluin, della casata degli Hyarrostar, ed il suo nome era noto sia al Nemico, sia a quanti lo contrastavano. Un durevole legame d’amicizia aveva stretto Elrond con questi, fin da quando Erfea era stato condotto nella Terra di Mezzo dal padre Gilnar, affinché conoscesse ed amasse i Priminati; tosto il giovane Dunadan era stato affascinato dalle arti degli Eldar, ed Elrond aveva compreso quale sarebbe stato l’avvenire di Erfea, ché questi avrebbe acquisito grande fama presso i Popoli Liberi, qualora Sauron si fosse levato nuovamente. Numerose giornate il signore di Gran Burrone trascorse con il giovane Numenoreano, e molto apprese costui delle possenti arti e della scienza degli elfi, sicché in breve tempo si dimostrò esperto di tradizione.

Numerosi anni erano trascorsi dal loro ultimo incontro, tuttavia Elrond presagiva che il capitano di Numenor sarebbe nuovamente giunto alla propria soglia, ché nel mondo la Tenebra si infittiva e dolore e tormento laceravano l’animo di Erfea Morluin; accadde dunque che una notte di Viresse[4], un uomo stanco chiamasse al cancello il sire di Imladris, domandando ospitalità per la notte.

“Mio signore – tali furono le parole che il ramingo pronunziò dinanzi al figlio di Earendil – concedimi di trascorrere qualche ora di riposo nella tua sala, ché il mio corpo vacilla e sulle mie spalle grave pesa la stanchezza.”

“Viandante proveniente da remote regioni, deponi il tuo fardello nella mia dimora, ché l’oscurità rapida cala, e i sentieri si smarriscono nella bruna menzognera. Può un uomo o un elfo percorrere il suo cammino in simili condizioni?”

“Chiedo perdono, grazioso signore, eppure sovente la mente è infida quanto la nebbia vespertina. Pesante è il mio cuore, ché domande attendono risposte smarrite molto tempo addietro.”

“Non turbarti, Ramingo! Lieto sia il tuo cuore, ché questa notte nulla lo turberà. Dormi, e che sia il tuo un sonno benedetto da Elbereth.”.

Inchinatosi profondamente, il viandante fu condotto nella sua dimora, ove tosto cadde preda di un sonno profondo.

La mattina seguente, destatosi al primo sorgere del sole, quando la rosea alba indora le cime lontane di freddi colori, l’uomo si recò nel grande parco che circondava la sala ove aveva trascorso la notte: ivi, egli udì parole frammiste a risa; inquieto, si incamminò allora lungo il sentiero, lasciandosi guidare dall’eco, che ora distinto, ora remoto, gli giungeva.

Il ramingo attraversò graziosi ponti sospesi tra le cristalline e ridenti acque di ignoti torrenti, costeggiò alte siepi e ammirò statue imponenti i cui artisti dimorano ora nelle lontane Terre Imperiture; giunto infine nei pressi di un laghetto egli arrestò i propri passi ché il sole era ormai sorto per reclamare il suo dominio sulla terra mentre le cerulee acque erano increspate da una brezza marina recante con sé la dolce essenza della lontana Elenna. Commosso, il viandante lasciò scivolare via la sua profonda cappa, rivelando una capigliatura corvina e un viso logorato dalla rabbia e dal dolore, figli di quei tempi ormai obliati: a lungo ispirò profondamente, quasi volesse assaporare l’Oceano che, lungi da Imladris, lo invocava alla sua dimora.

“Cosa cercate mortale? Mai vi avevo veduto prima d’ora in tale luogo.” Ratto si voltò Erfea, ed il suo sorriso si deformò in una smorfia incredula, ché davanti a sé aveva una dama elfica avvolta in uno scuro manto, nel cui volto, occultato da un pesante velo, sfavillanti occhi adamantini lo osservavano severi, eppure curiosi. A lungo il ramingo ne sostenne lo sguardo, infine turbato le rivolse la parola: “Credevo di aver ascoltato parole frammiste a canti, ma la mia mente vacilla, ché invero mi era parso di ascoltare il dolce canto di una dama a voi affine.”

“Offuscata è forse la vostra vista, tuttavia, le vostre parole hanno destato in me grande curiosità. Il sole è sorto da poco, e immagino che voi non abbiate ancora desinato. Suvvia! Concedete a Celebrian di Imladris, figlia di sire Celeborn e dama Galadriel, di porre ammenda all’offesa che vi ho recato poc’anzi.” Rise allora e parve che l’intera vallata echeggiasse della letizia che tale suono esprimeva. Tosto lo straniero le si inginocchiò e presale dolcemente la mano la baciò, pronunciando tali parole: “Sono io, mia cortese dama, a domandarvi perdono, ché da lungo tempo conosco i signori degli Eldar, e benedetti sono i loro nomi presso la mia stirpe. Ben m’avvedo adesso quanto simile ai loro visi sia il vostro, tuttavia sovente il desiderio confonde presente con passato, realtà con finzione.”.

A lungo lo osservò Celebrian, infine volto lo sguardo ad occidente, sospirò: “Chi può dire quali siano i destini degli Edain e degli Eldar? Remoti sono ormai i tempi dei due Alberi di Valinor, pure il mio cuore mi dice che non è lontano il giorno in cui le due stirpi si incontreranno nuovamente e allora questa era della Terra di Mezzo giungerà al termine.”

Sospirando nuovamente, si rivolse ancora al suo interlocutore scuotendo il capo: “Mio signore, il vostro arrivo mi era noto da molti giorni, eppure i miei occhi non sono stati pronti nel riconoscervi, Erfea, della casata degli Hyarrostar, colui che chiamano il Morluin nelle contrade di Endor. Non siete forse voi il pellegrino che è giunto questa notte, chiedendo ospitalità a sire Elrond? La vostra vicenda mi è nota, paladino di Numenor, ché possente è la lungimiranza degli Eldar ed amore nutre ancora il loro cuore per la dimora che scelsero in tempi remoti.”

“Ebbene, Celebrian di Imladris, sappiate che numerosi soli e lune ho scorto vagando in terre straniere, ché dubbi e timori oscuravano il mio animo, e molte risposte questo attende. A lungo ho cercato la bella dimora di Elrond, ma il mio cammino è stato ostacolato dagli inganni del nemico, vigile all’interno della sua oscura torre.” Lentamente annuì Celebrian, infine si mosse leggiadra, come una brezza primaverile proveniente dalle Terre Imperiture al di là dell’Oceano; Erfea la seguì ed ella lo condusse attraverso acque e luce, foglie e vento, finche non prese posto su di un altro scranno, invitando con grazia il Dunedan a sederle accanto: questi non tardò a chiederle per quale motivo lo avesse condotto in quel luogo ameno. Lieta in volto così gli rispose l’erede di Celeborn: “Sii paziente, Erfea figlio di Gilnar, ché l’ora da te sì desiderata è infine giunta.”

Breve fu l’attesa, ché d’un tratto due alte figure percorsero il sentiero che conduceva agli alti scranni di pietra: con interesse le esaminò Erfea, eppure le loro fattezze erano celate da un manto grigio e da una cappa di seta bianca che copriva i loro volti. Ignote erano al Dunadan le loro identità, e queste sulle prime non pronunciarono alcuna battuta; tuttavia una grande maestà splendeva come aura sui loro corpi, sì che Erfea a lungo tacque meravigliato.

Infine, Celebrian si levò dallo scranno, e fatto un piccolo ma grazioso inchino rivolto alle due figure, così parlò: “Ecco il capitano di Numenor, Erfea figlio di Gilnar della casata degli Hyarrostar, colui che chiamano il Morluin; egli è qui, ché grande è il suo disio di discorrere con i signori dei Noldor.”.

Lentamente risposero i due esseri: “Grande è invero il dolore che affligge questo uomo, tuttavia gli Eldar sono giunti al crepuscolo e più non si occupano di quanto accade in queste contrade.”

Lesta fu la risposta di Erfea: “Eppure, vi è tra gli Elfi colui che discende da stirpe immortale e mortale. Non è egli forse Elrond di Imladris, signore di questa dimora ove noi ora discorriamo? Se fosse qui, si ricorderebbe di me, ché quanto afferma dama Celebrian corrisponde al vero: il figlio di Earendil mi conobbe tempo addietro, tuttavia non dubito che saprebbe riconoscermi anche adesso.”

Facendo scivolare via la cappa, la figura più alta sorrise mentre tali parole pronunziava: “Non sbagli, figlio di Numenor, che Elrond non ha obliato l’antica alleanza con gli Edain, stretta all’epoca delle guerre contro Morgoth, né il ricordo di Erfea è stato cancellato; le fatiche non gravavano ancora sul tuo capo, quando giovane giungesti a me anni addietro: sappi però che le tue fatiche sono lungi dall’essere terminate, ché l’Oscurità si infittisce e la Terra di Mezzo si consuma nel suo inesorabile logorio. Eppure, finanche in questa ora buia, la speme non è ancora svanita, ché i signori degli Eldar non sono inattivi, e le loro mani leniscono le sofferenze che Sauron, l’Oscuro Signore di Mordor arreca a coloro che gli oppongono resistenza”.

“Ahimè, questi giorni oscuri inaridiranno la speme nel cuore di molti uomini – interloquì l’altra figura – già odo il clangore delle armi e le urla dei guerrieri turbare la pace di Endor; simile ad una pestilenza, così l’ombra di Sauron prospera e si diffonde. Tuttavia, vedo innanzi a me un Dunadan della stirpe di Elenna, capitano dei Fedeli, e il mio cuore si rallegra, ché fin quando la tua stirpe prospererà, allora Galadriel di Eregion canterà lieta nei giardini di Lorien. Suvvia Erfea! L’antica stirpe non è del tutto svanita; sebbene essa viva il suo crepuscolo, è ancora lontano il dì della dipartita dell’ultimo vascello per Valinor. Fino a quel momento, possa regnare la concordia fra le nostre stirpi, ché essa possa essere tramandata a quanti verranno dopo di noi.”

Erfea, inchinatosi profondamente dinanzi ai signori degli Eldar, così parlò: “Mai ho disperato di perdere la speme, ché essa anima il cuore di quanti vagano, raminghi obliati e senza nome, cacciando ovunque i servi di Sauron; eppure il mio spirito è tormentato ché esso anela tornare alla sua terra natia. Quale sarà la mia scelta? Io chiedo ai signori degli Eldar qui presenti, di dissipare i miei dubbi.”

A lungo tacquero i tre elfi, infine Celebrian prese la parola: “Ignoro quale ragione ti spinga a ritornare a Numenor, eppure ben m’avvedo che è tuo desiderio far vela verso la dimora dei tuoi padri. Gli Eldar non sono soliti dare consigli, perché questi sovente si rivelano infidi e oscuri da comprendere; tuttavia, poiché sei stato tu a domandarlo, dirò quanto ho in serbo nel mio animo.” Tacque qualche minuto, infine parlò nuovamente: “Il tempo di Numenor è prossimo a terminare; non vi è alcun ragione che ti costringa a recarti nell’isola del Dono. Sii cauto, Erfea Morluin, ché un grande male è all’opera nella tua patria e io temo per la tua vita: al di là del Belagaer vi è solo morte; piuttosto fa vela ove al tuo animo è stata inflitta offesa, ché il mio cuore mi dice che rivedrai ancora di Elwen di Edhellond prima che questa era finisca.” Tali furono le parole che Celebrian adoperò; eppure mentre parlava, il suo sguardo cadeva sovente sul volto di Elrond e ad Erfea parve che una lieta luce brillasse nei suoi occhi.

Il sire di Imladris attese qualche istante, infine si pronunciò: “Quanto Celebrian sostiene, corrisponde a verità; io, tuttavia, non dirò se il suo consiglio sia buono o meno. Se il tuo cuore anela le bianche spiagge di Elenna, è forse destino che tu debba compiere un’altra impresa in tale contrada, prima che il suo tempo giunga a conclusione. Oscuri sono i disegni dei Valar, e tra i Primogeniti, finanche i Noldor vi possono leggere ben poco.” Così parlò il figlio di Earendil, tuttavia cos’altro il suo cuore presagisse non è stato tramandato.

Per ultima, infine, dama Galadriel prese la parola, ed invero il suo consiglio si dimostrò prezioso: “Udito hai dunque i pareri di due tra i signori dei Noldor. Ascolta adesso quello che ti dirò, ché molto temo Sauron e la sua perfidia. Ad Elenna il tuo sentiero ti conduce, che tu lo voglia o meno. Non ignorare gli avvertimenti di Elrond e Celebrian, ché grande è loro saggezza e lungimiranza; tuttavia, ivi, un ultimo compito ti attende. Non è solo la sopravvivenza dei lidi che ami ad essere in pericolo, Erfea figlio di Gilnar, ma anche la stirpe a te consanguinea. Affrettati, dunque, ché i tempi sono ormai maturi e la guerra è prossima: doloroso sarà il tuo peregrinare e molto soffrirai, eppure il mio cuore mi dice che ivi troverai la risposta ai dubbi che affliggono il tuo spirito.”

Dopo aver meditato per qualche istante, così Erfea rispose: “Se tali sono i vostri pareri in questa faccenda, la mia decisione è tosto presa; mi recherò ad Elenna, ché molta nostalgia il mo cuore nutre per Minas Laure[4] e Armenelos la bella.” Tali furono le sue parole, ed egli quel giorno non volle aggiungere altro.

Il mattino seguente, mentre Erfea affilava la sua lama, Sulring[5] di Gondolin, Celebrian gli rivolse la parola: “Mio signore, oscuro è il tuo volto e silente la tua voce. So cosa temi, tuttavia non è in mio potere alleviare il tuo dolore; eppure, non desidero che tu abbandoni la dimora di Elrond, senza che io ti abbia fatto dono di quanto desideri.”

Inchinatosi profondamente, così le rispose Erfea: “Mia signora, nessun dono o ricompensa potrebbe lenire il mio dolore; tuttavia, è stata per me gioia senza pari aver mirato il volto di dama Celebrian, prima che i giorni si ottenebrino nuovamente.”

Graziosamente rise la figlia di Celeborn: “Ben m’avvedo quanto la tua gentile favella non sia inferiore a nessun’altra tra quelle possedute dai figli di Eru, fossero finanche gli eredi di Feanor! Tuttavia il mio dono, sebbene non possa renderti quanto il tuo cuore brama di possedere, ti sarà di conforto allorché grande sarà il suo rimpianto.”

Così dicendo, Celebrian estrasse dal suo manto un piccolo specchio, incastonato in una cornice di mithril e laen azzurro, e lo consegnò al capitano di Numenor: “Tale è il suo potere, per cui la tua malinconia sarà sanata; tale artefatto mi fu donato da Celembrimbor, prima che l’Eregion fosse devastato e io l’ho custodito fino ad oggi; temo tuttavia che a me non sia più utile, ché quanto desidero è a me prossimo, pur essendo il suo destino ancora disgiunto dal mio.”

Commosso, Erfea le baciò la mano, infine prese la parola: “Gentile e graziosa dama, il tuo dono sarà per me simbolo dell’amicizia che lega le nostre stirpi. Possa questa alleanza perdurare anche quando i tempi saranno mutati.”

“Va’ adesso, figlio di Numenor! Lunga e impervia è la tua strada, eppure ti dico che ci vedremo ancora una volta.”

Ammutolito dalla grazia e dalla bellezza che splendevano in Celebrian, Erfea non trovò altre parole per ringraziarla e breve fu il suo commiato: “Che i Valar abbiano cura di te e che realizzino il tuo disio. Ardua è l’attesa, tuttavia la Primavera di Arda non è terminata e nuovi virgulti fioriranno prima che giunga l’Estate.”

Triste fu il commiato da Imladris, ché ad Erfea parvero che fossero trascorsi numerosi inverni da quando aveva varcato l’ingresso della dimora di Elrond ed ora era restio ad abbandonarla, sebbene la volontà di recarsi a Numenor non venisse meno.

Note

[1] Pheredil (Mezzelfo, in Quenya) indicava chiunque avesse avuto genitori appartenenti ad entrambe le stirpi figlie di Eru: al termine della Prima Era, i Valar imposero ai mezzelfi un’ardua scelta, che obbligava loro a privilegiare la vita immortale degli elfi oppure il dono che Eru aveva offerto agli uomini, la morte. Elrond scelse di appartenere alla stirpe della madre, mentre suo fratello Elros scelse la mortalità e divenne il primo sovrano di Numenor.

[2] “Marzo” in Sindarin.

[2] Valar e signora della Terra, chiamata sovente Kementari (“apportatrice di frutti” in Quenya)

[3] “Aprile” in Sindarin

[4] Minas Laure era la capitale della contrada dell’Hyarrostar e città natale di Erfea Morluin.

[5] Sulring , (“Vento di ghiaccio” nella lingua Sindarin), fu consegnata ad Erfea dalle mani di Gil-Galad, l’Alto Re dei Noldor in esilio, allorché il Dunedan ebbe compiuto ventuno anni: essa era stata forgiata a Gondolin da Galdor, fabbro del re e custode della porte; come molte lame elfiche della Prima Era, il suo filo riluceva allorché vi erano degli orchi od altri servitori di Morgoth nelle vicinanze.

Raminghi del Nord: declino o ripresa nella Quarta Era?

Nell’attesa di riprendere in mano il destino di Erfea dopo la scomparsa di Elwen, mi piace approfondire una questione legata ai suoi lontani discendenti, i Raminghi del Nord, gli eredi dello scomparso reame di Arnor. L’ispirazione per questo articolo mi è venuta dalla lettura, qualche giorno fa, di un quesito lanciato su una delle pagine Facebook dedicate al Signore degli Anelli, nel quale si chiedeva agli appassionati delle opere tolkieniane cosa potrebbe essere accaduto ai Dunedain del Nord dopo la restaurazione del regno di Arnor ad opera del re Elessar. La questione è molto interessante, non solo perché ci proietta inevitabilmente verso la Quarta Era e il dominio degli Uomini sulla Terra di Mezzo, ma soprattutto perché richiede un’analisi a metà tra il metodo di ricerca qualitativo e quello quantitativo per cercare di comprendere quale possa essere il futuro dei congiunti di Aragorn.

Cominciamo dalle promesse: nell’anno 3429 della Seconda Era, Elendil, Isildur e Anarion, accompagnati dai loro congiunti Fedeli, fuggono verso la Terra di Mezzo, per paura di finire invischiati nella follia scatenata da Ar-Pharazon per conquistare Aman, la terra dei Valar e ottenere così la vita eterna. I conti del sovrano, tuttavia, si rivelano tragicamente sbagliati e la sua impresa si conclude nel modo peggiore che si sarebbe potuto immaginare: la sua flotta viene distrutta e Numenor inabissata nelle profondità dell’Oceano. Destino diverso tocca ad Ar-Pharazon e agli uomini che con lui si erano accampati nelle Terre Beate: vengono seppelliti sotto una valanga di pietre e condannati a restare nelle Caverne dell’Oblio, dove sarebbero stati risvegliati solo al termine della Storia. Un racconto che, inevitabilmente, non può richiamare alla mente altre leggende simili, come quella che vorrebbe l’imperatore Federico I Barbarossa immerso in un sonno millennario all’interno di una grotta in Asia Minore (Anatolia) da dove si dovrebbe svegliare quando sarà giunta l’Ora. Per tacere, poi, delle più note vicende arturiane….

Ad eccezione del seguito di Ar-Pharazon, comunque, Tolkien sostiene che sopravvissero alla Caduta solo tre gruppi di Numenoreani: oltre ai già citati membri della spedizione comandata dalla famiglia di Elendil, l’autore menziona i Numenoreani che già da tempo vivevano nelle colonie che i loro avi avevano fondato nella Terra di Mezzo, come Pelargir e Annuminas. Nell’estremo Sud, infine, continuarono a sopravvivere le colonie dei Numenoreani Neri, gente che si era trasferita a vivere nella Terra di Mezzo per venerare Sauron perché erano avidi della conoscenza della sua Magia Oscura.

Fatta questa doverosa premessa storica, la prima domanda che dovremmo porci riguarda la demografia della società numenoreana: quanti abitanti vivevano a Numenor prima della sua Caduta? Per rispondere a questa domanda, è utile ricordare come nel volume «War of the Jewels» (non ancora tradotto in italiano) si accenni alla quasi estinzione degli Edain al termine della Prima Era: secondo Tolkien, probabilmente solo 10.000 tra uomini e donne erano sopravvissuti alla Guerra d’Ira. La maggior parte di loro, in seguito, fece vela verso la loro nuova patria, anche se un certo numero di Edain è probabile che possa essere rimasto nella Terra di Mezzo. Questi ultimi rappresentanti dei Secondogeniti, grazie alle arti degli Eldar e alla lunga pace che ne seguì, si moltiplicarono in fretta, fino a raggiungere una popolazione che deve essere stata ragguardevole, numericamente parlando. Non sappiamo, tuttavia, quanti fossero i Numenoreani: il bellissimo e ricco volume Atlante della Terra di Mezzo, scritto da Karen W. Fonstad, sostiene che l’Isola dell’Ovest fosse 40 volte più grande di Big Island, nelle Hawaii. Facendo due rapidi conti – e ipotizzando che i Numenoreani fossero più o meno al nostro stesso livello di scienza medica, come sembra suggerire Tolkien quando ricorda le loro arti di guarigioni al termine dell’Assedio di Gondor, definendole in grado di curare qualunque male umano, eccetto la vecchiaia – potremmo ipotizzare che a Numenor vivessero almeno 6,4 milioni di persone. Una cifra importante – data dalla moltiplicazione dell’attuale popolazione di Big Island per l’estensione di Numenor rapportata alle sue dimensioni – se paragonata a quella di altri regni tolkieniani: piccola, al contrario, se paragonata all’effettiva importanza che Numenor ricopriva nei meccanismi di potere della Seconda Era.

Quanti di questi Numenoreani potrebbero essere sopravvissuti alla Caduta? È molto difficile ipotizzare una risposta in merita: molto dipenderebbe dall’effettiva capacità di carico delle navi che furono usate da Elendil e dai suoi figli per sfuggire al disastro. Immaginando che fossero simili ai grandi galeoni di epoca moderna, potremmo azzardare un paragone con la Mayflower, la nave che nel 1620 salpò alla volta degli odierni Stati Uniti d’America: essa era in grado di portare circa 130 persone (compresi i membri dell’equipaggio). Se ipotizziamo come base di partenza 130-150 uomini per nave, allora le nove imbarcazioni numenoreane potrebbero aver salvato circa 1170-1350 Dunedain: un po’ troppo pochi, in effetti, per fondare due regni, Arnor e Gondor, nella Terra di Mezzo. Dobbiamo allora supporre che essi furono accolti da una fiorente comunità di esuli numenoreani (cui apparteneva anche Erfea, tanto per restare in tema); tuttavia Tolkien, pur ammettendo che negli anni precedenti alla Caduta molti Numenoreani avevano preferito stabilirsi nella Terra di Mezzo, non offre alcuna cifra utile per quantificare il loro numero. Possediamo, tuttavia, due indizi indiretti per cercare di avere un’idea, almeno sommaria, della popolazione dei Regni in Esilio: al termine dei colloqui imbastiti per decidere quale strategia adottare contro Sauron, infatti, Imrahil di Dol Amroth ricorda i bei tempi andati di Gondor, paragonando la piccola schiera raccolta dai Capitani dell’Ovest all’avanguardia dell’esercito di Gondor nel suo glorioso passato. Considerato che Aragorn aveva raccolto circa 7500 uomini (ma tra questi andrebbero considerati anche i Rohirrim), dovremmo immaginare che l’esercito di Gondor ai tempi del suo apogeo fosse costituito da un minimo di 21.000 uomini (se accettiamo che un terzo di loro combattessero all’avanguardia) ad un massimo di 28.000 (se invece optiamo per un rapporto retroguardia/corpo centrale dell’esercito di 1 a 2). Indubbiamente un numero di tutto rispetto; tuttavia, se confrontato con quello di altri eserciti medievali o di età moderna, appare sensibilmente piccolo (per esempio, l’armata francese alla battaglia di Azincourt nel 1415 contava tra i 36.000 e i 50.000 uomini; ancora, l’esercito della sola città Atene alla battaglia di Maratona del 490 a.C. annoverava almeno 10.000 uomini). Questo dato potrebbe gettare luce sulla popolazione globale di Gondor: considerato che mancano esempi di leva obbligatoria nei romanzi di Tolkien, e dato perciò per assunto che l’esercito del regno del Sud fosse costituito solo da professionisti, potremmo immaginare che la sua popolazione fosse compresa tra i 300.000 abitanti (un soldato per ogni dieci abitanti), fino ad un massimo di 1.500.000 (un soldato per ogni cinquanta abitanti). Un dato, quest’ultimo, che confermerebbe la bassa densità demografica del regno di Gondor, considerato che alla sua massima espansione territoriale, la sua superficie era pari a circa 700.000 miglia quadrate. A complicare la questione, inoltre, bisogna considerare che Imrahil avrebbe potuto fare riferimento all’esercito di Gondor in un altro momento storico di grande sviluppo del Regno del Sud, quale, per esempio, quello connesso con la dinastia dei Re Navigatori fra il IX e il XII secolo della Terza Era…

Nel regno di Arnor, la cui estensione non superò mai le 250.000 miglia quadrate di superficie, la situazione avrebbe potuto essere anche peggiore, sotto un punto di vista demografico: nel racconto dedicato al disastro dei Campi Iridati, presente nel volume «Racconti incompiuti», Tolkien sostiene che la perdita dei 200 uomini che componevano la guardia del corpo di Isildur arrecò un grave colpo alla stabilità del regno di Arnor, la cui popolazione risultò sempre inferiore rispetto a quella del suo gemello meridionale.
È questo un concetto che spiega molto bene Elrond, durante il consiglio con i rappresentanti dei Popoli Liberi: «A nord, dopo la guerra e la catastrofe di Campo Gaggiolo, gli Uomini dell’Ovesturia erano scemati, e la città di Annuminas vicino al Lago Evendim cadde in rovina; e gli eredi di Valandil si trasferirono a Fornost sulle alte Lande del Nord, ed anche lì ora tutto è desolazione. […] Il popolo di Arnor infatti si estinse, e i suoi nemici lo divorarono, e la loro signoria scomparve, lasciando soltanto tumuli verdi sulle colline erbose» (SdA, p. 199).
Potremmo quindi azzardare un paragone con la storia greca e più precisamente con Sparta, il cui sovrano, in epoca classica, era protetto da una guardia del corpo di 300 uomini (i famosi protagonisti dell’omonimo film del 2007). Oltre a questi soldati, Sparta poteva mettere in campo circa 10.000 soldati: quindi, utilizzando l’ipotesi precedente, potremmo stabilire in circa 100.000 unità la popolazione del regno di Arnor (soglia minima) e 500.000 (soglia massima). Si comprende bene, perché, dunque, con la tripartizione del regno del Nord avvenuta nell’anno 861 della Terza Era, Arthedain, Cardolan e Rhudaur, le nuove entità statali succedutesi allo scomparso regno di Arnor, fossero divenute facili prede del Re degli Stregoni di Angmar (il capitano dei Nazgul).

E giungiamo così, dopo questa lunga premessa (che spero i miei lettori mi perdoneranno) alla scomparsa dell’Arthedain – ultimo dei regni dei Dunedain nel Nord – nell’anno 1974 della Terza Era: Tolkien scrive chiaramente che, nonostante la distruzione, avvenuta nel corso dell’anno successivo, della potenza di Angmar, resa possibile grazie alla collaborazione fra forze di Gondor, degli elfi del Lindon e dei supersititi dell’Arthedain, non fu possibile più restaurare alcun organismo statale al Nord. Una delle maggiori cause a favore di questa scelta potrebbe essere stata la drastica riduzione della sua popolazione, che non riuscì più a riprendersi dalle distruzioni e dai lutti della guerra, nonostante la linea regale fosse sopravvissuta: i pochi sopravvissuti alla caduta dell’Arthedain divennero noti come i Raminghi, probabilmente perché persero i connotati tipici di una civiltà urbana a favore di un maggior nomadismo. Un destino invero infelice per gli eredi di un popolo che, stando a quanto riferì Ghan-Buri-Ghan a Theoden, utilizzavano tanta di quella pietra per le loro costruzione da far credere che fosse il loro alimento preferito!

Quanti Dunedain sopravvissero a Nord? È molto difficile dare una risposta a questa domanda: nel dialogo che segue fra Gandalf e Frodo dopo il risveglio di questi nella casa di Elrond, lo stregone non sembra essere molto fiducioso nelle capacità di recupero dei discendenti di Numenor, perlomeno di quelli stabilitisi al Nord: «La stirpe dei Re venuti dall’altra sponda del Mare è quasi estinta. È probabile che questa Guerra dell’Anello sia la loro ultima avventura» (SdA, p. 181) Nel corso del romanzo, alla vigilia della grande guerra contro Sauron, Aragorn viene soccorso dalla Compagnia Grigia; Halbarad, portavoce della Compagnia, così si esprime in merito alla sua formazione: «Ho trenta Uomini con me […] Tutti coloro che riuscii a radunare in fretta; ma anche i fratelli Elladan ed Elrohir fanno parte del gruppo» (SdA, p. 589).

Queste indicazioni, se pur scarne, possono aiutarci ad abbozzare una tesi, per quanto essa possa sembrare semplice, quasi rudimentale: è possibile, infatti, che la Grigia Compagnia fosse costituita dai Dunedain che abitavano o comunque agivano nei pressi di Gran Burrone; questa ipotesi si regge sulla compartecipazione dei figli di Elrond alla Compagnia. Se questi Raminghi, infatti, fossero giunti a Rohan da altre regioni del regno scomparso di Arnor avrebbero probabilmente impiegato molto più tempo ad arrivare; senza considerare che, con ogni probabilità, fu Galadriel a comunicare ad Elrond la necessità che i superstiti del popolo di Numenor si radunassero per aiutare Aragorn nella sua missione. Per inciso, questa circostanza ci permette di approfondire un’interessante questione: come facevano Galadriel ed Elrond a comunicare a distanza? Sembra possibile che essi potessero parlare telepaticamente, come sembra sia avvenuto, per esempio, al termine della Guerra dell’Anello, quando, durante le notti, essi erano soliti chiacchierare con Gandalf senza però pronunciare parola.

Tornando alla questione demografica dei Raminghi, ad ogni modo, il numero di trenta uomini sembra molto esiguo: le parole di Halbarad, comunque, sembrano alludere alla presenza di altri Raminghi sparsi nelle regioni dell’ex regno di Arnor, ma non ci dicono altro. Nei «Racconti Incompiuti» si accenna, in una delle tante versioni scritte da Tolkien della caccia all’Anello tentata dai Nazgul, ad uno scontro che sarebbe accaduto tra i Raminghi e i Cavalieri Neri per impedire agli Spettri dell’Anello di entrare nella Contea. Dalla scarna narrazione delineata dall’autore si può intuire che vi fossero almeno una decina di Raminghi: ma anche volendo considerare quest’altro piccolo gruppo, saremmo ancora a 40 uomini. Immaginando che per ogni uomo in assetto di guerra vi fossero almeno una donna, un/a bimbo/a e un anziano, potremmo arrivare a 120 persone. Stando al racconto che narra Gandalf ad Omorzo, al ritorno a Brea dopo la caduta di Sauron, i Raminghi abitavano ancora fra le rovine di Fornost: dobbiamo quindi considerare una loro presenza anche in quella che era stata un tempo la capitale dell’Arthedain. Con uno sforzo ulteriore di speculazione, quindi, potremmo immaginare che vi fossero almeno 100 Raminghi, ed avere una popolazione pari a circa 400 individui, simile a quella che attualmente abita un piccolo paese in Italia.

Decisamente troppo pochi per rifondare un Regno.

Se questa teoria fosse vera, giustificherebbe i timori di Gandalf in merito alla possibile estinzione dei Dunedain, in caso avesse vinto Sauron, alla fine della Guerra dell’Anello. Anche arrivando a ipotizzare 1000 abitanti sparsi nelle regioni che un tempo appartenevano ad Arnor, resterebbe un numero troppo basso di abitanti per poter ricolonizzare quelle terre. Concludo questo lungo articolo ipotizzando che la ripresa di Arnor avvenne solo grazie all’emigrazione massiccia di Uomini dalle regioni meridionali della Terra di Mezzo: si può supporre che i Dunedain superstiti fossero stati integrati nella nuova società del regno, magari assumendo cariche di primo piano a livello politico e finendo così per costituire la «nuova» nobiltà del rifondato Regno del Nord.

Nascita di una stella fredda

Quella che segue è la terza versione del «Racconto del Marinaio e della Mezzelfa», che potrete leggere nella sua versione approfondita nei seguenti articoli: Il nemico del mio nemico…è mio nemico; L’assedio di Edhellond; I dubbi di una scelta difficile: Elwen, Morwin ed Erfea. Come scritto in precedenza, si tratta di una versione diversa dalle altre: sono del tutto assenti, infatti, il linguaggio e i temi epici che solitamente caratterizzano i miei racconti. Si tratta, in effetti, di una rielaborazione in chiave «intimistica» degli eventi e dei pensieri che turbarono Elwen subito dopo la riappacificazione con Erfea. È un racconto – incompleto – che tenta di far luce sul carattere e sulle scelte intreprese dalla bella mezzelfa e sul suo tormentato rapporto con Erfea e Morwin.

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Le ombre della notte non si erano ancora dileguate quando la mezzelfa si destò dal suo irrequieto sonno. Stupita, battè leggermente le palpebre, mentre la mano, istintivamente, cercava il corpo dell’uomo che, la sera precedente, si era addormentato accanto a lei.

Il letto era freddo. Si poteva indovinare, tuttavia, dalle increspate impronte che i suoi muscoli avevano impresso sulle bianche lenzuola, ove avesse disteso il suo corpo quella notte. La mezzelfa lasciò scorrere la mano, ancora per qualche minuto, sul guanciale accanto al suo, immersa in un profondo silenzio, meditando su quella unica parola che, durante la notte, aveva squarciato il velo oscuro che era calato sui loro visi.

Adesso era del tutto desta; con la naturale grazia tipica della sua stirpe, afferrò una vestaglia in seta bianca che la sera precedente aveva ripiegato con cura lungo lo schienale di uno scranno di ebano nero e si mosse verso una piccola finestra che dava ad oriente.

Fuori, albeggiava lentamente, quasi che Arien non avesse avuto alcuna intenzione di sorgere sul mondo. Era quell’ora in cui tenebra e luce si incontrano, partorendo larve che le menti dei figli di Iluvatar temono o perchè atterriti dalla loro presenza, o perchè bramosi di ottenerle senza alcuna speme.

Ella era una mezzelfa nel fiore degli anni, di una bellezza quale ogni bardo desiderebbe cantare, salvo venire meno all’impegno preso, allorché avesse scorto il suo sembiante ergersi in tutta la sua splendente grazia. Ricordò che sua madre, un tempo, le aveva raccomandato di occultare il suo volto con un lungo velo bianco, per tema che gli occhi degli uomini e degli elfi fossero sconvolti da tale beltà; ella non aveva mai seguito questo saggio ammonimento, avendo avuto, al contrario, cura di esporre il suo viso in pubblico, convinta com’era che la luce potesse solo riscaldare i cuori ed illuminare le menti, senza che questa potesse arrecare alcuna sofferenza ai figli di Iluvatar.

Egli, invece, era la tenebra. Era giunto sulla spiaggia di Edhellond sette anni prima, ricoperto di alghe e con la pelle scura incrostata da sale e sabbia. Gli abiti nobili che un tempo indossava erano stati dilaniati dalla furia di Ulmo ed a malapena era riuscito a salvare dai flutti una lama come i Primogeniti erano soliti forgiare nei secoli precedenti il sorgere del primo sole dell’era nella quale avevano avuto in sorte di nascere. Ai pescatori che erano accorsi in suo aiuto, lo straniero aveva narrato di essere giunto a quella contrada in seguito ad un fortunale che si era abbattutto sulla sua nave. Non aveva denaro con sè, nè amici o patria sulla quale vantare i propri domini: tuttavia, gli elfi più anziani, coloro che in tempi antichi si erano recati nell’Ovesturia, ora sommersa dalle acque del tempestoso oceano, per ascoltare i canti che colà si udivano all’ora del vespro, presero a mormorare, dapprima negli oscuri recessi delle proprie dimore, poi nelle pubbliche piazze, che il naufrago portava impressi sul volto i lineamenti degli Uomini del Mare, i Numenoreani. Un marinaio che era stato alla corte di Gil-Galad negli anni precedenti la venuta dello straniero, infine lo riconobbe e lo chiamò con il suo nome: tra l’incredulità e lo stupore generali, tuttavia, l’uomo, pur senza disdegnare i referenti appellativi che gli erano stati rivolti, non volle accettare alcun inchino da parte di coloro che gli erano tutt’intorno; al contrario, quasi avesse avuto disagio nell’abitare presso di loro, aveva accettato con gratitudine l’offerta di occupare una minuscola dimora, prossima all’Oceano, ove, egli diceva, non avrebbe recato fastidio ad alcuno, uomo od elfo che fosse. Trascorsero alcuni giorni prima che l’uomo facesse ritorno alla città di sire Morwin, eppure non si tratteneva a lungo nei suoi bianchi vicoli, ove la luce del sole amoreggiava con la chiara pietra con la quale erano stati edificati torri e minareti, terrazze e bastioni, preferendo di gran lunga oltrepassare i suoi cancelli quando calava l’oscurità: questa attutiva l’eco dei suoi pesanti passi, smorzava la sua profonda voce e, finanche, allontanava il suo ricordo dalle menti e dai cuori di coloro che, per sorte o per libera scelta, discorrevano con lui. Era la Tenebra; e come la sua Signora, non poneva alcuna domanda, eppure ascoltava le parole che, elfi ed uomini, gli rivolgevano, esitanti, nel cuore della notte.

Arrestò, per un istante, il flusso dei ricordi. Avvertì la forte aura dell’uomo nella stanza accanto a quella ove lei si attardava rimembrando episodi del passato. Inspirò profondamente. Egli, dunque, non si era allontanato dalla sua città. Non ancora.

Ne fu rasserenata.

In passato, quando il nome del forestiero giunto dal mare risuonava alle sue orecchie oscuro quanto la tenebra che striscia dalle Montagne Bianche, ella non avrebbe tollerato quanto era accaduto quella mattina. In fondo, era una mezzelfa che aveva scelto il destino dei Primogeniti. La linearità, l’eternità del domani, l’avversione al cambiamento: queste erano le ragioni che l’avevano spinta a rinunciare alla sua mortalità, non altro. Detestava il fragile mondo degli uomini, intento a ricorrere le folli chimere suscitate dagli oscuri poteri che erano sorti a levante, avvizzito entro fragile mura dalle quali, alte, si levavano le grida folli. Questi erano gli uomini, così come ella avrebbe potuto definirli sino a pochi anni fa. Gli uomini sprezzanti di ogni legame; gli uomini vogliosi di accrescere le proprie brame a scapito delle altre creature di Arda; gli uomini, violenti e fedifraghi.

Perchè, dunque, condivideva il suo talamo con un uomo?

Il suo sposo, se fosse stato presente, non l’avrebbe compresa, né sarebbe giunto a giustificare un simile tradimento. Conosceva l’uomo, così come gli altri elfi della sua casata; eppure, non avrebbe smesso di detestarlo, e quanto era accaduto in sua assenza, certo non avrebbe contribuito a riappacificarlo con la stirpe dei Secondogeniti. Non v’era, apparentemente, alcuna ragione che potesse avallare il suo comportamento; in quanto elfa signora della sua città, ella aveva commesso peccato tre volte: dinanzi a se stessa, dinanzi al suo sposo e dinanzi al suo popolo. La sua coscienza, secondo il parere dei dotti fra il suo popolo, era stata ora macchiata da una colpa sì grave per la quale l’esilio sarebbe stata una pena necessaria per riportare l’ordine nella bianca città. Il cerchio, entro il quale i Primogeniti si erano rinchiusi dopo la rinuncia al loro dominio sul mondo, doveva essere ripristinato, pena la distruzione dell’ordine entro il quale le loro leggi avevano valore.

Ella era cosciente di aver infranto la legge e di aver rinnegato la sua natura di elfa.

Il cerchio era stato infranto con troppa veemenenza perchè qualunque legge, pena o rinuncia potesse ripristinarne l’antica forma. La luce che splendeva nel suo cuore era stata corrotta dalla tenebra che l’uomo aveva recato con sè, provenendo da abissi remoti e senza nome.

No.

Per lungo tempo si era ingannata.

La sua luce, di cui andava così fiera da esporla come vessillo della sua grazia e della sua beltà, non era altro che un pallido riflesso della luminosità che splendeva negli occhi dell’uomo giunto dal mare.

Ripensò a giorni lontani.

Con le arti che le erano congenite l’aveva sedotto, legandolo al suo destino di giovane fanciulla, resa inquieta da una profezia lontana, che risaliva ai primi anni della sua vita, quando ancora la madre risiedeva in città e non aveva oltrepassato il mare. Per i suoi disegni, l’uomo rappresentava null’altro che un tramite verso il più profondo disio che ancora riuscisse ad ancorarla al mondo dei miseri mortali: le vaste distese oceaniche il suo cuore ambiva, non potendole possedere come qualsiasi altra brama la sua anima avesse desiderato soddisfare. Disprezzava l’uomo che aveva costruito il proprio eremo lontano dalla civiltà e dai ricordi che le erano cari: pur essendo null’altro che una minuscola ombra, vagante in compagnia delle sue sorelle generate dalla notte, ella non poteva fare a meno di notare come fosse attratta dalla remota pace che era in lui. Elfi possenti, il cui lignaggio nessuno avrebbe potuto mettere in discussione, le avevano chiesto invano non già la mano – un privilegio al quale ambivano inutilmente da diversi anni – ma finanche il semplice piacere della sua compagnia: ella, tuttavia, aveva sempre disdegnato tali proposte, non perché non fosse insensibile al loro corteggiamento, ma perchè riteneva che avrebbero potuto spezzare il delicato – eppure, quanto forte le era sembrato in quei giorni! – equilibrio sul quale poggiava la propria esistenza. Non desiderava condividere la propria vita con alcuno che non gli paresse degno: ed ella mostrava sarcasmo ogni qual volta la madre, desiderosa di congedarsi da lei salutandola con quell’appellativo che per innumerevoli anni era stato il suo e di tutte le elfe della sua stirpe, la pregava di mutare parere. Non erano che ombre di una virtù ben più grande, le parole che le erano rivolte da signori elfici cortesi nei modi ed eleganti nell’eloquio; eppure, allorché essi avevano in sorte di potere discorrere con lei, frustati facevano ritorno alle loro dimore, non già perchè inefficaci si erano rivelate le parole con le quali si erano presentati davanti al suo uscio, ma perchè senso di inadeguatezza provavano nei loro cuori e ne erano turbati ed atterriti. L’armonia sulla quale si reggevano le loro vite era sul punto di andare in frantumi: ma avrebbero, essi, accettato di rinunciare alle antiche leggi dei loro padri per ottenere quanto non erano in grado di confessare neppure a loro stessi, per tema di scorgere ferite all’interno del proprio cuore? Non lo erano: sicché, dopo qualche tempo, essi smisero di offrire i propri omaggi alla fanciulla impertinente che si burlava, a loro dire, di ogni eloquenza e creanza, e presero ad allontanarsi dalla sua dimora».

Il nemico del mio nemico…è mio nemico

Un vecchio adagio recita: «il nemico del mio nemico è mio amico», ma spesso la realtà si dimostra molto più complessa rispetto ai detti popolari…come impareranno a loro spese Erfea e Morwin, protagonisti della terza ed ultima parte del racconto «Il Marinaio e la Mezzelfa». Vi ricordo che potrete leggere le prime due parti di questo racconto all’interno di questi due articoli: I dubbi di una scelta difficile: Elwen, Morwin ed Erfea e L’assedio di Edhellond

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Eppure silenzioso era il mondo posto tutto intorno a loro, ché nubi gravide di sventure si addensavano su Edhellond, e il Signore degli stregoni covava vendetta nei tetri meandri di Barad-Dur, furente per la sconfitta subita.

Quando notizie figlie di gravi sventure giunsero infine alla città degli Elfi, il cuore di Erfea tremò, ché gli parve inutile attendere la marea nera chiuso nella sua roccaforte. Numerosi pensieri allora elaborò la sua lungimirante mente, e sovente ne faceva parola con Elwen, ché teneva il suo parere in gran conto, stimolandolo di gran lunga superiore a quello di molti capitani della sua stirpe; allorchè giunse il momento di partire, egli si congedò con parole affettuose dalla sua amata: “Mia signora, il fato mi chiama ad altre imprese e vedo già il mio sentiero attraversare ardue difficoltà e orrori indescrivibili. Tuttavia, fin quando il mio compito non sarà terminato e la Primavera non spargerà benedette le sue lacrime sui nostri vittoriosi visi, mi attenderai tu dinanzi al cancello?”

“Soffierà il terrore e ruggirà lo spavento, eppure il mio cuore resterà qui, saldo come quello dei gabbiani durante le traversate invernali: sicuro sarà il giorno fin quando la tua lama splenderà tra le remote tenebre”.

“E allora festosa sarà la scura notte, fin quando chiare le stelle si specchieranno nei tuoi grigi occhi”. Tale fu il loro ultimo saluto, ed Elwen a lungo lo pianse, ché sebbene fosse una fiera fanciulla, pure il suo cuore non resse a tale dolore e silenziosa si recò nella sua stanza, e tale rimase per molti giorni a venire. Naturalmente, questo comportamento attirò l’attenzione di Morwin, non appena questi fu di ritorno a Edhellond, avendo egli combattuto eserciti di Sauron in remote terre[1]. A stento il capitano riconobbe la sua sposa, ché solo in seguito fu informato della visita di Erfea; tuttavia, essendo egli signore tra gli Eldar, nutrì il sospetto che in qualche modo Elwen fosse stata oltraggiata.

Infine, stanco di quel silenzio, e informatosi su quanto era realmente accaduto il sire di Edhellond si recò nella bianca dimora di Elwen: “Mia signora, davvero ingrata sarebbe la dama che non nutrisse sentimenti di riconoscenza verso colui che le ha salvato la vita nell’ora della morte. Tuttavia, tale è il corso del mondo, che facilmente i sentimenti mutano forma e sostanza, confondendo finanche le menti più argute”. Lesta fu la risposta di Elwen: “Non capisco cosa tu voglia dire, Morwin di Edhellond, ma senza dubbio la fortuna dimostra di possedere grande vigore se continua ad assisterti. Tuttavia io credo che altre siano le accuse celate dal tuo formalismo, ché non vi è dubbio o incertezza, quando una dama è presa da passione”. Stupore comparve allora sul viso di Morwin: “Non comprendo il segreto valore delle parole che sgorgano dal tuo animo, tuttavia vedo bene quanto Erfea Morluin sia il responsabile di tale repentino cambiamento d’umore; ebbene una parola sola non aggiungerò, finche tale sarà il tuo comportamento nei miei confronti”. Elwen non rispose, ché lungi il suo pensiero vagava, all’Occidente tempestoso[2] dove infine Erfea l’avrebbe condotta, non appena la sua missione fosse stata portata a buon termine.

Invero difficile era il cammino che il condottiero di Numenor si accingeva a percorrere, essendo giunto alla grande fortezza di Umbar, capitale delle colonie Numenoreane poste sulle coste di Endor: degli Uomini del Re era la fortezza e da tempo ai Fedeli ne era negato l’accesso. Tuttavia, Erfea riuscì ad entrarvi, a costo di grandi fatiche, ché egli era uomo dotato di grande forza e di possenti arti magiche, apprese durante la sua giovinezza. A lungo allora esplorò la possente guarnigione, scoprendo numerosi gli inganni di Sauron, che in quella città aveva da tempo calato la sua cupa mano. Infine, ad Erfea parve di scorgere, remota eppure chiara, la figura di un uomo o di un elfo che sembrava avvicinarsi sempre più; grande fu allora il suo stupore, ché era Morwin per cui nutriva profonda avversione.

A lungo essi si osservarono, poi il sire di Edhellond prese la parola: “Sorpreso sono nel vedere la tua bianca rosa in tali contrade, abitate solo dalla paura e dal terrore; tuttavia questa non è arte del subdolo nemico, ché davanti a me ho Erfea Morluin, l’indecoroso amante della mia sposa”.

“Dure parole le mie orecchie ascoltano – gli rispose Erfea – ché esse sono l’eco di ben altri pensieri, più neri e foschi di quelli di che una volta concepivi. Invero difficile è conquistare l’amore di una fanciulla con l’odio e con la vendetta, signore di Edhellond”.

Furente divenne allora Morwin, il quale per tutta reazione estrasse la sua lunga lama dal nero fodero: “Arrogante e infida è la tua favella; non sei degno di Elwen, esule assassino. Troppo a lungo ho arrestato la mia mano, tuttavia giunto è finalmente il momento della vendetta”.

Iniziando stava dunque il duello e gli animi dei due guerrieri, resi forti da anni di dure battaglie, già iniziavano a bruciare come le betulle nella calda estate, quando ad un tratto, cogliendo impreparati i due duellanti, lesta come il corvo nella nebbia serale, così giunse Adunaphel, potente fra i Nazgul, e il fato, che dapprima intendeva separare i due capitani, li riunì in una disperata lotta per la vita.

Adunaphel, tuttavia, si faceva beffa dei suoi nemici, ché era certa della vittoria; tali erano i suoi poteri, infatti, che ben pochi avrebbero avuto il coraggio di affrontarla in duello. Si narrava che fosse stata la più abile spadaccina di tutti i tempi e che avesse ricevuto un’educazione militare molto rigida, simile a quella di molti capitani; cresciuta come un guerriero, dunque, Adunaphel aveva poi appreso le arti magiche della guerra, subendo il fascino perverso della negromanzia esercitata da Sauron in persona, il quale le aveva affidato uno degli anelli degli uomini, promettendole l’immortalità, se avesse accettato di consegnarli l’anima. Possente era la forza di Adunaphel il Nazgul, e mai ella era dovuta intervenire di persona per sedare un duello in corso nella sua città; ché Umbar, sebbene fosse formalmente un dominio del re, e come tale governato da un suo funzionario, in realtà era feudo di Sauron, teatro di spaventose magie. Ivi Adunaphel aveva stabilito il suo dominio, celando il proprio potere e la propria natura sotto mentite spoglie, ché era esperta nel mutare forma; una fanciulla, curiosa e vivace, ma pur sempre innocua, appariva agli occhi dei profani, ché ben di rado gli uomini indovinavano quale fosse la sua vera essenza, incapaci com’erano di sostenere il potere della sua mente corrotta. Da tempo, ormai, il Nazgul sia aggirava tra le corti della sua città, presenza inquieta e tuttavia ben più pericolosa di quanto la sua apparente natura non lasciasse intendere: quali oscuri pensieri concepisse, mai nessuno mortale riuscì a comprendere, operando ella come serva di Sauron e non già come sua avversaria; tutto quanto Adunaphel faceva, intrigo o magia, era ispirato dalla volontà di Sauron, a cui aveva ceduto la propria libertà. Mortale era il suo sguardo e gli uomini lungimiranti lo evitavano accuratamente; sovente i suoi stessi servi, gente infida e scaltra, non osavano guardarla in viso, tanto era il terrore che accompagnava ogni sua manifestazione. Sauron, da parte sua, era invero soddisfatto di una tale servitrice, che gli pareva l’unica in grado di lacerare l’animo degli uomini, laddove essi risultavano più deboli; molti segreti, in tal modo, la sua mente avvizzita fu in grado di apprendere, e grande fu la sua preoccupazione quando capì che il suo mortale nemico, Erfea, si apprestava ad entrare nel suo dominio.

Non appena ella ebbe comunicato tale notizia al suo padrone, ricevette l’ordine di rimanere guardinga, nell’attesa che il Signore dei Nazgul giungesse ad Umbar, portando con sé tutti gli altri Ulairi. La dama Numenoreana, tuttavia, aveva preferito attendere Erfea nella propria roccaforte, lasciandogli l’illusione di avere libero accesso ai più oscuri segreti della città, allo scopo di tendergli una trappola che mai il capitano di Numenor, per potente che fosse, avrebbe potuto evitare.

Spie di Mordor avevano altresì avvertito il Settimo dei Nazgul dell’immanente arrivo di Morwin alla città di Umbar, e grande era stata la gioia di Adunaphel, quando questa missiva le era stata comunicata: “Tale è il loro ardire, che senza dubbio essi oseranno addentrarsi nei meandri di Umbar, sicuri che Sauron sia ancora distante, e che nessuno controlli il loro operato. Grande dunque sarà la sorpresa e lo sgomento, quando la verità sarà loro manifesta!” Tali erano i pensieri di Adunaphel, e tale era anche il volere di Sauron che ogni sua azione ispirava. Tuttavia, deludendo le aspettative dell’Oscuro Signore, né Erfea, né Morwin le si prostrarono tremanti; al contrario la resistenza che entrambi opposero al Nazgul e ai suoi servi fu tale che alla conclusione dello scontro risultarono vincitori, sconfiggendo le speranze di Mordor.

Tre volte Adunaphel chiamò sé gli schiavi di Sauron, orchi e altre abominevoli creature della notte; e per tre volte Erfea e Morwin scagliarono oltre i cancelli del nulla le orde delle tenebre. Infine, stanca di quel combattimento, Adunaphel in persona accettò di sfidare la possanza e la forza dei due capitani, e in primo momento le sembrò di aver scelto il momento opportuno; tale era, infatti, la stanchezza dei due capitani, che il perfido servo dell’Anello fu vicino ad ottenere una vittoria che per l’elfo e per l’uomo avrebbe significato la morte certa. Tuttavia, proprio quando le speranze dei due capitani sembravano non trovare riscontro nella realtà, e l’ora della sconfitta si avvicinava sempre più, allora possente si levò il vento dell’Ovest: esso riscaldò l’aria tutto intorno, messaggero del glorioso sole, che si apprestava a prendere possesso del mondo. Grande fu l’ira della sgomenta Adunaphel, la quale non seppe opporre resistenza a un tale potere, fuggendo al di là dei brumosi monti, fin quando la sua corsa rovinosa non l’ebbe condotta a Barad-Dur, dove Anor mai sarebbe giunto a sfidarla.

Tale fu dunque la conclusione di uno scontro inaspettato, e sebbene sia Morwin che Erfea fossero risultati vincitori, liberando per qualche tempo la città di Umbar dalla lordura dei servi di Sauron, tuttavia Adunaphel sopravvisse, ombra schiava dell’oscurità, fin quando il suo padrone non venne privato dell’anello, molti secoli al di là a venire, ed ella scomparve, scagliata al di fuori dei cancelli del mondo.

Esauritesi le ostilità e sopraggiunta una pesante stanchezza, i due duellanti, Erfea Morluin di Numenor e sire Morwin di Edhellond, presero a fissarsi negli occhi, ciascuno appoggiandosi alla propria spada: “Invero è strano il nostro destino, se io, da sempre acerrimo avversario della vostra stirpe, ora sono in debito con un suo capitano! Vi è dunque qualcosa che comprendere non si possa, remota all’orizzonte e pur sempre vigile? Eppure, tale è la sapienza e la conoscenza di noi Noldor, che tale entità presto si sarebbe rivelata in tutta la sua forza. Qual è dunque la verità?”

Lenta fu la risposta di Erfea, che in tali termini si espresse: “Non confondere scienza con conoscenza, erudizione con sapienza! A te, capitano degli Eldar, posso rivelare solo questo: ben poco ci è dato di conoscere sulla nostra sorte, che attende i nostri spiriti quando la morte ci strappa al dolce tepore della vita. Tuttavia, io non credo che i nostri destini si siano incrociati in questo frangente per un puro caso. Vi è forse un potere che muove le nostre azioni, secondo un suo disegno ben preciso, del quale io, pur conoscendo in parte i contenuti, ignoro però le forme. Certo, differente dal nostro è il credo degli Eldar, essendo la loro sorte intrecciata con quella dell’intero creato”.

“Sagge sono le tue parole, principe dei Numenoreani. Tuttavia, non credere che Morwin abbia dimenticato il suo antico rancore, ché una grave colpa è posta sulle tue spalle e lieto mai sarà il tuo destino”. Erfea però, non lasciò trapelare nessuna emozione, e impassibile in volto, si accinse a rispondergli: “È probabile che io debba penare ancora a lungo; tuttavia, sebbene non desideri un simile avvenire, tale è il destino di colui che liberamente decide di assumersi determinate responsabilità. Potrai fuggire, Morwin, eppure esse ti inseguiranno ovunque tu diriga i tuoi passi, mai paghe di rimembrarti il tuo dovere, ché da un patto ferreo, ma libero, esse traggono linfa vitale”.

“Ben dici, Erfea; e meglio sarebbe se tu apportassi a guisa di esempio, il vincolo stretto tra me ed Elwen. Mai potrai spezzare i suoi anelli, più forti del tempo e dello spazio, ché essi si ergono di là del flusso e dell’essenza, simili a monoliti scolpiti da ciclopiche mani, ormai obliate nelle leggende e nei canti”.

Erfea rise dinanzi a tali parole: “Non vi è alcun vincolo tra te e lei, ché non Elwen lo pronunziò, ma l’eco di ancestrali paure, gelide e soffocanti, come gli antri di caverne nei luoghi profondi della terra. Timori e freddi inganni hanno soffocato quanto ella avrebbe davvero voluto, ed ecco! La primavera giunge finalmente vittoriosa e con essa le nostre ferite sono lavate con profumata acqua di fonte. Più grande di te è il nostro giuramento, Morwin; a nulla servirà la tua ira funesta, ché dovessi morire oggi stesso, ecco che anch’ella si allontanerebbe dalle sponde mortali, e mai più tu la vedresti, ed essa porterebbe con sé il mio , e non già il tuo ricordo”.

Parole non aggiunse Erfea e niente trovò da ribattere Morwin, ché la verità finalmente gli era stata rivelata, e più avrebbe potuto ignorarla, fingendo che il suo volere sarebbe stato sufficiente a ricondurre a sé Elwen.

Mai, da quando egli aveva ottenuto il potere su Edhellond, una sì grande sconfitta gli era stata impartita da un mortale; e mai notizia fu per lui più amara, quando, ritornato alla sua città natale, apprese con tristezza che Elwen era fuggita, portando con sé le ultime vestigia della luce di Arda.

Più le storie narrano di Morwin, il sire e il fabbro della bianca città degli Eldar, esperto nel trattare i metalli e i servi di Sauron, secondo il caso, e sebbene i bardi ignorino la sua fine, tuttavia, secondo alcuni della sua famiglia, anch’egli avrebbe abbandonato la città, errando a lungo per il vasto mondo senza una meta, memore soltanto del proprio nome e di quello della sua antica sposa , fin quando, stanco di quel vagabondare senza scopo, egli avrebbe deciso di unirsi all’esercito dell’Ultima Alleanza. Nella battaglia della Dagorlad[3] Dwar di Waw trucidò il sire di Edhellond, mentre costui difendeva una colonna di elfi silvani sorpresi dall’attacco dei Mumakil: in tal modo glorioso Morwin concluse la propria esistenza, silente custode della propria fama e della propria amarezza.

Di Elwen, non v’è più traccia certa nelle storie della Terra di Mezzo; certuni affermano che visse per qualche tempo a nord, nella regione del lago di Vesproscuro, governando con sapienza gli uomini e gli elfi di quella remota regione insieme ad Erfea; taluni, invece, dicono che Elwen non sia mai giunta ad Edhellond, dove il Dunadan l’attendeva impaziente, e che sia stata uccisa lungo la strada, allontanandosi così per sempre dalla Terra di Mezzo, soddisfacendo in tal modo il suo fanciullesco desiderio e portando nel proprio petto il ricordo dell’amato Erfea, ultimo dei grandi capitani dell’Ovesturia ad aver traversato indenne un’epoca cosi turbolenta.

Note

[1] Nell’anno 3277 S. E., le armate di Dwar avevano compiuto scorrerie nel Calhenardon, minacciando Lorien: timorosa di un massiccio attacco al suo reame, Galadriel aveva chiesto ed ottenuto l’appoggio delle schiere di Edhellond, per mezzo delle quali il nemico era stato respinto.

[2] Si ignora a quale contrada facessero allusione tali parole; è verosimile, tuttavia, che Elwen si fosse riferita al Lindon, la regione più occidentale di Endor, ove vivevano in quei giorni molti della sua stirpe.

[3] Si veda anche Oropher o del cattivo Fato degli Elfi

L’assedio di Edhellond

Continuo in questo articolo il racconto «beta» del «Marinaio e della Mezzelfa», iniziato in I dubbi di una scelta difficile: Elwen, Morwin ed Erfea. Consumata la rottura tra il Numenoreano e la mezzelfa, ecco che un’inattesa e drammatica circostanza potrebbe permettere il riavvicinamento di Erfea ad Elwen, mentre nuovi e vecchi nemici sono all’opera e la sinistra ombra di Sauron minaccia di estendersi fino alla ridente cittadina di Edhellond…

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«Tutto questo accadeva mentre Erfea era lontano per contrastare le forze di Sauron, in tali giorni di terrore e di incertezza, ahimè, spesso dimenticato. Tuttavia, sebbene, egli fosse distante e notizie non gli pervenissero da Edhellond, un’ombra non tardò ad invadergli il cuore, costringendolo a ritornare repentinamente nella città elfica, lì ove i suoi timori si rivelarono esatti. Appena giunto nel cortile del palazzo, senza badare al proprio cavallo o alle armi preziose che costui portava, egli si diresse a grandi passi verso la dimora di Elwen. Ivi la trovò che ricamava e gli parve che le fiamme del camino ridessero crudelmente, come se avessero una vita propria “Tale è il pensiero degli Eldar, dunque, che essi non si preoccupano neppure di ricevere i propri consorti? Una fitta ombra mi ha gelato il cuore e tuttavia vedo bene quali altri cuori il freddo abbia imprigionato nella sua fredda morsa”. Fu solo allora che Elwen alzò il fiero capo, non già per scusarsi, ma per deriderlo apertamente: “Salve a te capitano dei Numenoreani! Dici bene quando affermi che il mio cuore è diventato gelido. Ma guarda! Forse che tale freddo non è figlio di una tua degenza? Di una colpa mai confessata? Palese ti sia ora, Erfea, quanto dolore il tuo atto insulso abbia scatenato: freddo nel mio e nel tuo cuore. Non nutrire sterili speranze, che non vi sarà primavera dei mortali in grado di riscaldarle”. Tale fu la derisione e la sorpresa che sulle prime, nulla Erfea trovò da ribattere; ma fattosi forza rispose: “Colei che accusa un uomo senza prove è una stolta o un’ingenua, e quale delle due tu sia io non saprei dire. Tuttavia ben mi avvedo quanto oculatamente tu abbia nascosto il mandante di tali accuse; ché la sua voce ora ascolto, e non già la tua eco”. Così dicendo, grande fu la furia che lo invase, e tutti i servi della casa si coprirono le orecchie con le mani, tanta era la potenza della voce. Tuttavia Elwen non batté ciglio, limitandosi a restituirgli l’anello della stirpe degli Hyarrostar, l’emblema della casata di Erfea, accompagnando il gesto freddo con ancor più fredde parole: “Questa non è più la tua dimora, dunque allontanati in fretta!” Incollerito, ma impotente, Erfea rimase in silenzio, livido per la collera, ché qualunque azione avesse compiuto non gli avrebbe portato alcun giovamento in quel delicato frangente; allora, coperto il viso con il cappuccio del suo lungo mantello, egli si apprestò ad abbandonare quel luogo.

Era dunque sul punto di sellare la sua splendida cavalcatura, quand’ecco che una delle dame di Elwen, a nome Finduilas, gli si accostò turbata in viso, come se una grande paura covasse in lei. Ma Erfea la tranquillizzò con dolci parole e poi le domandò se avesse nuove da consegnarli; dinanzi a tale domanda, l’elfa non più in grado di nascondere il suo disappunto e la sua preoccupazione, facendosi forza gli rispose tremante: “Mio signore, questa mattina, sire Morwin si è recato da dama Elwen. Non ho potuto ascoltare la loro conversazione, ma vi assicuro che questo non è stato il loro unico incontro e io temo per la vostra incolumità; avrei dovuto mandarvi un messaggero, tuttavia non conoscevo la meta del vostro peregrinare. Perdonatemi per quanto dirò, ma negli ultimi tempi il comportamento di dama Elwen è insolito”.

Erfea Morluin sorrise lievemente: “Sì, Finduilas, non sembra esservi una spiegazione apparente, tuttavia ti prego di proteggere questa casa e le persone che in essa dimorano fino al mio ritorno. Sappi che in verità gravi sono gli avvenimenti di recente accaduti, e ben poco possono gli uomini, se non esercitare un controllo continuo, a costo della loro stessa vita e di quanto hanno più caro”.

Tali furono le parole pronunciate da Erfea, e più elfo di Edhellond lo vide per molto tempo, mentre Finduilas serbò nel suo cuore le ultime parole pronunciate da Erfea prima della sua partenza, e mai vi fece cenno con la sua signora.

Elwen, tuttavia, non di rado rivolgeva il proprio pensiero all’errante, sebbene fosse sorpresa da tale comportamento, ché ella ancora amava Morwin, e solo in seguito si sarebbe pentita del suo gesto. Sette lunghi anni trascorsero dalla dipartita del Dunadan e molte notizie giunsero dal mondo esterno, tutte funeste. Sovente gli elfi si imbarcavano sulle navi ancorate nel porto di Edhellond, e più non vi facevano ritorno, abbandonando la Terra di Mezzo ed i suoi problemi, ché un nuovo potere si era levato, simile ad un manto oscuro, e da levante invadeva Endor.

Draghi si risvegliavano nel Nord, orchi ed altre empie creature accorrevano numerose sotto lo stendardo di Sauron, ché egli riteneva fosse giunto il momento del confronto con i propri nemici; allora nove cavalieri giunsero da terre obliate e si accinsero a condurre in battaglia il potere dell’anello e del suo padrone. Oscure erano le loro stirpi ed obliati i loro nomi, ché raramente essi rivolgevano parola ad altri che non fosse Sauron in persona; ma nei canti sopravvissuti a quella oscura epoca, molto si parla degli Ulairi, o schiavi dell’Anello, e dei loro molteplici e terribili poteri.

Immense e spaventose erano le arti magiche esercitate dai Nazgul, ché traevano la loro forza da quella dell’Oscuro Signore; l’anello posto al suo nero artiglio, muoveva infatti tutti i loro passi ed essi erano i suoi più fidi luogotenenti, nonché gli schiavi di gran lunga più potenti.

Grandi re e negromanti erano stati gli Spettri dell’Anello nella loro esistenza terrena ormai obliata, ed eterna la fama che si erano guadagnati in seguito alle loro guerre condotte contro gli elfi o i popoli mortali. Si narra che fossero nove, come nove erano gli anelli che il loro signore aveva diffuso tra gli uomini; ché l’intento di Sauron era quello di distruggere la stirpe dei secondogeniti, assoggettandola al suo volere, essendo codesta la più malleabile e influenzabile tra tutte. Fra i Nazgul, massimo era il loro sire, noto con il nome di Signore degli Stregoni o Capitano Nero; tale era la sua forza e la sua perfidia, che sovente Sauron gli affidava missioni delicate e complesse. Numenoreano il Nazgul era stato in vita e ora arma mortale nelle terribili grinfie di Sauron, ché egli era profondo conoscitore delle umane debolezze. Da tempo non guidava le truppe di Mordor nelle terre dei Popoli Liberi, e ciò accadeva a causa del timore che Sauron nutriva nei confronti di Galadriel, massima guardiana tra gli Eldar. Tuttavia, sebbene la Dama fosse potente, sovente ella era costretta ad allontanarsi dal bianco porto, lasciandolo così sguarnito, ché molti erano i popoli bisognosi della sua sapienza. Approfittando allora della latitanza di Galadriel, e di Erfea Morluin, anch’egli noto a Sauron, e da questi massimamente temuto, ché lungimirante e nel pieno delle forze, l’Oscuro Signore ordinò al Capitano Nero di marciare contro Edhellond. Lesta fu dunque l’azione bellica, ché Sauron proprio sulla sorpresa puntava, ritenendo che nessun nemico sarebbe stato così possente da resistere ad un attacco condotto dal Signore degli Stregoni in persona. E invero amara sarebbe stata la sorte del bianco porto, se Erfea non avesse fatto la sua ricomparsa nell’ora più buia che la città avesse mai affrontato nel corso della sua millenaria esistenza. Il capitano dei Numenoreani, giunto innanzi al cancello affrontò a singolare tenzone il suo mortale avversario, non temendo il suo lungo braccio, né la subdola magia: rapido, e tuttavia crudele, fu il duello, a tal punto che non fu mai dimenticato da coloro che vi assistettero, ed Erfea, seppur mortale, riuscì nella sua impresa, costringendo il perfido capitano degli spettri dell’anello a fuggire a Mordor, essendo questi stato privato della sua forma mortale.

Tuttavia, sebbene grande fosse il successo che Erfea ottenne da tale impresa, e gli orchi fuggissero lontani in preda al terrore, il primo tra i Nazgul non fu distrutto, ché la forza dell’Unico Anello era in lui e lo sosteneva; non era ancora giunta l’ora in cui una fanciulla del Nord[1] gli avrebbe dato la morte, perforando il diabolico incantesimo che lo sosteneva, permettendogli di rigenerare il suo corpo con il solo pensiero. Tale fu dunque il trionfo che Erfea riportò, che molti elfi si riunirono festanti, onorandolo per quanto aveva fatto, lui che pure era un mortale e non della loro stirpe. Finanche Elwen la mezzelfa accettò di riceverlo a palazzo, essendo Morwin in quella epoca lontano ed ella reggente della città; grande fu il suo stupore nel rivederlo e, tuttavia, bene seppe mascherarlo: “Prendi questa mantella che ho intessuto con le mie ancelle, ché grandi saranno le imprese che dovrai affrontare e spesso il volere degli dei non ti sarà favorevole, e freddo e gelo incontrerai; allora utile ti sarà il nostro presente, signore dei Numenoreani. Di rado si vedono degli stranieri indossare i nostri abiti, tuttavia è un dono, il mio, pari al tuo valore”.

Sebbene grande fosse la sua ira, ché mai l’aveva obliata, tuttavia Erfea restò impassibile, come il falco nella tempesta del nord. “È possibile che difficoltoso sia il mio cammino e invero numerosi sono stati i nemici che ho finora affrontato. Tuttavia, pur curioso mi sembra che la signora degli Eldar si preoccupi del mio agire, lei che in passato rinunciò alla primavera e al suo dolce tepore. Strano invero – concluse – è tale dono: ben poco servirà, temo, se la mano che l’ha tessuto nelle lunghe notti d’inverno è ancora gelida come il cuore che la tiene in vita”. Tale fu dunque la conclusione della discussione, essendo Erfea stanco per il grande duellare e desideroso non già di liti o rimproveri, bensì di riposo, ché numerose preoccupazioni gli gravavano l’animo.

Improvvisamente però il cuore di Elwen si scosse, e qualcosa in lei cambiò e per sempre, mutando il suo carattere, ma non il suo futuro, ché invero era stato già deciso il suo destino e mai più ella avrebbe conosciuto la mestizia della vecchiaia, essendo ora Eldar, come lo sposo a cui era legata: calde lacrime, allora, le scivolarono via dagli occhi grigi e parole non riuscì a pronunciare, tanto forte era la sua disperazione.

Erfea, tuttavia, che pure le stava innanzi, osservando il suo strano comportamento, parole non trovò per consolarla e andò via con lo sguardo chino, chiudendo lentamente la porta dietro di sé. Cupo fu il suo pensiero e consiglio non portò la notte tempestosa. La mattina seguente, svegliatosi all’alba, Erfea si diresse con passo incerto, ché contrastanti erano in lui i pensieri, verso il bianco cancello, con la speranza che il sole gli rivelasse quella risposta che da tempo cercava. Splendente gli parve il maestoso spettacolo dell’aurora, che tingeva le mura e le torri di una luce tenue, nascosta dalla fitta nebbia.

Nessuna creatura era sveglia, ché il creato era ancora immerso in una profonda veglia; tuttavia non trascorse molto tempo che il giovane Dunadan avvertisse la sensazione di non essere più solo. Infine, desideroso di scoprire quali sembianze si muovessero nell’ombra, scorse, tra le brume che il sole andava allontanando, una esile figura, immobile come il primo raggio di luna in una notte senza nubi. Per lunghissimi attimi, nessuna delle due figure accennò a muoversi, cercando invano di sondare la mente altrui. Infine, cedendo alla stanchezza di quella lunga attesa, la seconda figura si mosse, leggera foglia nell’autunno incipiente: “Possente invero è la mente dei mortali, capitano dei Numenoreani, se immutato ne esci da tale sfida, mossa da una signora degli Eldar”.

“Così è, infatti, Elwen; tuttavia stupito sono dinanzi alla tua affermazione, essendo tu per metà della mia stessa stirpe: hai dunque rinunciato alla tua mortalità?” le chiese Erfea, certo della risposta.

“Invero, mio signore, diversi sono ora i nostri destini, ché sono destinata al bianco mare e alle immortali terre che al di là di esso si ergono, fanali nel vasto oceano”.

Impetuoso, il vento soffiava in quella ora, ed entrambi si mossero, camminando lungo il viale che dal castello conduceva al tempestoso mare: “Qual è dunque il motivo per cui tu ora giungi innanzi a me? È forse un altro inganno ordito dalla tua mente distorta?”.

“Mio signore, animo gelido può avere mente distorta, è vero, eppure ora solo mi avvedo di quanto abbia errato senza alcuna giustificazione. Riuscirai ad obliare le mie dure parole? Non voglio più essere la bianca signora degli Eldar, ma la sposa del mare, ruggente sul mio triste viso” concluse distogliendo il suo malinconico sguardo dal bel viso di Erfea.

“Dure parole furono invero e mai vi sarà una scusa degna di tal nome per porre rimedio ad esse. Sanguinanti sono ora i nostri cuori, e il fosco oceano rigetta coloro che tradiscono la parola data. Tuttavia, ora entrambi siamo stati esiliati, io dall’amata Numenor, lontana nell’occidente profumato, e tu da Valinor la Beata. Invero dura è l’esistenza degli esuli e mai Vala potrà ricondurre i nostri spiriti al primigenio desiderio; eppure guarda! Luminosi siano ora i tuoi grigi occhi e tali rimangano per sempre!”
Ed Elwen, che ritta innanzi a lui, ne aveva ascoltato le parole, spinse lo sguardo oltre il velo malinconico di una pioggia benedetta. E meraviglia! Ogni cosa le parve di nuova luce avvolta e più la sua mente vagabondò per sentieri lastricati dal dolore. Eppure, sebbene una possente felicità le inondasse il cuore, sicché le parve primavera anche il freddo inverno, tuttavia parole non trovò, ché non le pareva più possibile parlare e ignorava con quale lingua potesse esprimere il suo sentimento: muta, dunque, come una stella cadente sull’orizzonte, ella si rifugiò tra le braccia di Erfea, e il vento dell’ovest scompigliò i suoi lunghi capelli; allora il sole sorse sul mondo illuminando le creature errabonde, insegnando un linguaggio nuovo ad Elwen, liberandola dalle sue pesanti catene. Allegra trascorse dunque la giornata, tale che parve simile alla primavera di Arda, sebbene l’inverno fosse ormai alle porte, gravando sui destini degli uomini e degli elfi. Lieti trascorsero i giorni successivi, e mai i loro cuori furono turbati dalle oscurità del mondo esterno, ché chiare splendevano ora le stelle sulle forti torri di Edhellond.

[CONTINUA]

Note

[1] Eowyn di Rohan: camuffatasi da uomo per recarsi alla battaglia in difesa di Gondor, ella uccise il Signore degli Stregoni, realizzando in tal modo le parole che Elwen aveva profetizzato ad Erfea e Glorfindel durante l’assedio di Osgiliath (Osgiliath cadrà? Scontro finale).