L’assedio di Minas Ithil (parte I). Il ritorno di Sauron

Care lettrici, cari lettori, in questo articolo riprendo la narrazione dei racconti del Ciclo del Marinaio, che negli ultimi mesi sono stati un po’ tralasciati per fare spazio ad altri progetti figurativi. La serie di articoli che mi accingo a scrivere nelle prossime settimane riguarderà i primi eventi bellici che interessarono Gondor e Mordor circa un secolo dopo la Caduta di Numenor.
Non vi nasconderò che questi eventi costituirono per me una vera e propria sfida: dovetti superare il classico «blocco dello scrittore» per andare avanti nella trattazione della vita di Erfea, perché non riuscivo a capire come riprendere i fili della vita di un Uomo distrutto spiritualmente dalla morte di Miriel, la principessa numenoreana della quale era innamorato e dalla scomparsa di Elwen, la mezzelfa di Edhellond, della quale si erano perse le tracce. Impiegai qualche tempo per ritrovare il filo della matassa e decisi così da ripartire da un nuovo ruolo per Erfea, quello di Sovrintendente del nuovo regno di Arnor e Gondor – perché, ricordiamolo, fintantoché fu vivo Elendil, queste regioni erano considerate parte di un unico organismo statale – che ha in qualche modo ritrovato la forza di andare avanti perché preoccupato dal ritorno di Sauron.
Su questo argomento vorrei qui spendere qualche parola: per quanto possa sembrare strano, Numenoreani ed Elfi – salvo qualche rara eccezione, come vedremo – erano convinti che l’unico vantaggio derivato dalla distruzione di Numenore fosse stata quella del suo peggiore nemico, l’Oscuro Signore di Mordor. Gli eventi, tuttavia, presero una piega diversa: il corpo di Sauron era stato effettivamente distrutto durante la Caduta ed egli era ritornato sulle ali di un vento malvagio alla Terra di Mezzo, laddove, grazie ai poteri dell’Unico, aveva recuperato la sua forma fisica, seppure orribile a vedersi. Certo, aveva perso la capacità di assumere un aspetto bello a vedersi (Tolkien utilizza il termine «storpiato», riferendosi alla sua condizione dopo la Caduta), tuttavia, a dispetto delle speranze di tutti, era sopravvissuto. Ed era ansioso di ottenere vendetta sui suoi nemici: i Duneadain sopravvissuti alla Caduta e gli Elfi di Gil-Galad…

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Centodieci anni erano trascorsi dalla caduta di Ar-Pharazon e dall’inabissamento di Numenor nei profondi flutti del Belagaer, allorché una nuova minaccia sorse per tutto l’Occidente ed essa mieté numerose vite, implacabile come il crudele vento del Nord che soffia gelido nei mesi di Hrive[1]. Gemiti e lamenti si levarono tosto nelle contrade di Endor, ché molti temevano l’oscura terra che si estendeva oltre gli Ephel Duath, le Montagne dell’Ombra: ivi, nella Terra Oscura, dimorava Sauron l’Aborrito, Signore degli Anelli e corruttore del cuore dei Secondogeniti.
A lungo i Saggi avevano creduto che il suo spirito giacesse ove il sembiante di costui era stato umiliato, allorché egli era stato scagliato nell’Abisso, ed erano soliti predicare che finanche il Maia corrotto avesse trovato la morte in tale sciagura. “No – tali erano le parole che costoro avevano ispirato in Elendil l’Alto, sovrano di Gondor e Arnor – nessuno sarebbe potuto sopravvivere all’ira di Eru Iluvatar ed ora il trono dell’Oscuro Signore giace negli abissi profondi, corroso dalla salsedine e dalla furia di Ulmo”; tuttavia non tutti fra i consiglieri del re erano dello stesso partito, ché ve n’era uno, il cui pensiero discordava da costoro e temeva la nequizia di Sauron. Erfea era il suo nome, ultimo signore di Minas Laure ora sommersa dai flutti, colui che chiamavano il Morluin perché in gioventù aveva abbattuto un drago di tal nome: bello era il suo portamento e nobile ogni suo atto, ché Manwe e Varda vegliavano su di lui ed egli era caro a Tulkas, il Paladino dei Valar; mai Erfea aveva dismesso la sorveglianza degli Ephel Duath, ché temeva nel suo cuore la minaccia di Mordor e sapeva che l’Ombra dei Nazgul non era scomparsa dalla Terra.
Silenti erano i giorni, né voce alcuna giungeva da oriente, tuttavia Erfea vagava inquieto, abbandonando sovente Osgiliath, di cui pure era stato nominato sovrintendente, per esplorare contrade selvagge ed ignote ai più; infine una notte di Narvinye[2], un messaggero a cavallo chiamò a gran voce i Signori di Gondor al cancello orientale di Osgiliath: tosto egli venne ricevuto e nuova inquietudine crebbe nel cuore di Erfea, ché l’ora era tarda e gravida di sventure. Lesto lo straniero si inchinò dinanzi ad Anarion, infine prese la parola: “Graziosissimo signore degli uomini, il mio nome è Aldor Roc-Thalion, signore degli Eotrahim, e giungo da voi latore, mio malgrado, di morte e distruzione, ché l’Ombra si è destata a levante ed ora leva la sua mano corruttrice fino alle terre della mia gente, nel Rhovanion”.
Grave scese il silenzio dopo che furono udite tali parole, ché il sovrano si avvide che nella sala le paure del suo sovrintendente si erano tramutate in realtà; infine egli invitò il suo ospite a disquisire sui motivi che l’avevano spinto così lontano dalla sua dimora, desideroso di apprendere cosa fosse accaduto e il messaggero, sebbene portasse in volto impressi i segni di una recente fatica, non fu parco di parole: “Due settimane sono trascorse dacché l’Ombra è scesa su di noi, disonorando le terre dei nostri padri e inaridendo la nostra letizia! Eravamo nei nostri accampamenti posti sulla riva occidentale del Celudin[3], allorché le vedette di guardia ci riferirono di aver scorto un’immensa moltitudine di carri marciare a poco meno di tre miglia da noi; lesti i nostri Thaeng[4] ordinarono che fosse allestita una spedizione per verificare quali intenzioni avessero tali uomini.
Molte ore trascorremmo nell’attesa gelida che ognuno portava nel suo cuore, invano lenita dai grandi bracieri che splendevano nella notte: al sorgere del sole, un uomo tornò all’accampamento; lesti i miei signori gli andarono incontro, ma la sorpresa che essi provarono in tale frangente non fu inferiore all’orrore che ne incupì i volti. La vita aveva infatti abbandonato il corpo mutilato del cavaliere e la sua testa era stata orrendamente sfigurata con il marchio della Lancia Nera in campo giallo: la rabbia si impadronì dei nostri animi, allorché scorgemmo tale marchio, perché esso era opera dei Logath[5] e degli Asdragh[6], antichi nemici del nostro popolo; eppure esso non era il solo infame marchio che deturpava il volto dell’uomo. Vi era infatti un simbolo quale nessuno fra noi aveva scorto fino a quel momento: un occhio rosso circondato da lingue di ghiaccio. A lungo ponderammo su quale significato potesse avere per noi tale disegno: giunse il mattino ed esso non portò consiglio, bensì la morte; udimmo infatti un lungo stridio e i nostri cuori furono avvolti dalla gelida morsa della paura, ché nessun animale della steppa e nessun uccello del cielo emette versi simili, impregnati di oscurità. Rapido giunse allora in risposta il suono di molti olifanti e vedemmo piombare sui nostri accampamenti migliaia di carri; lesti i nostri guerrieri corsero ad armarsi, eppure ogni resistenza fu vana, ché la confusione regnava nelle nostre menti e il terrore pareva dilagare ovunque: io fui uno degli ultimi ad abbandonare i nostri campi prima di rifugiarci ad est, ove il mio popolo ancora si oppone all’invasore”. S’interruppe per un attimo, infine parlò nuovamente, ma una profonda angoscia era scesa sul suo volto e le sue parole parvero echeggiare da antri oscuri: “Fu allora che lo vidi: innanzi a me vi era un essere simile in apparenza ad un uomo, eppure differente! Un re sembrava essere, ché una corona forgiata nell’acciaio ne adornava il capo, mentre un mantello regale gli scendeva lungo le spalle; tuttavia le luci delle capanne in fiamme non illuminavano alcun viso ed egli sembrava farsi beffa delle frecce che i nostri arcieri inutilmente scagliavano contro di lui: una grande tenebra lo accompagnava e la sua stessa gente fuggiva dinnanzi al suo cospetto. Mai i cavalieri Eothraim avevano veduto una potenza simile all’opera: buia fu la notte, eppure il giorno non recò sollievo nei nostri cuori, ché le armate del nemico incalzavano la nostra ritirata, impedendoci ogni fuga verso sud; numerosi Orchi si erano aggiunti agli Asdragh e agli altri popoli dell’Est ed essi conducevano un grande stendardo innanzi a loro, adornato da un marchio simile a quello che aveva deturpato le spoglie dell’esploratore.
Molte leghe percorse il mio popolo e alfine giunse nei pressi di un lago, nelle cui acque cristalline si specchiava una roccia imponente: qui l’avanguardia del nemico fu costretta ad arretrare ed essi si ritirarono verso Sud, ove riorganizzarono le loro file e si spartirono il bottino accumulato nei giorni precedenti. Io fui inviato presso le genti di Gondor, perché corre voce qui viva un possente capitano, il cui nome è noto presso il mio popolo: Erfea Morluin è chiamato e grato sarebbe il mio cuore se le fatiche del mio viaggio fossero alleviate dalla sua presenza in tale consesso”.

“La tua cerca è giunta al termine, cavaliere del Rhovanion! Io sono Erfea Morluin, figlio di Gilnar di Numenor, sovrintendente di Gondor e a te dico di non crucciarti, ché nessuna delle armi forgiate nelle vostre fucine è in grado di ferire Hoarmurath di Dìr[7], sesto in possanza fra coloro che servirono in vita l’Oscuro Signore di Mordor ed ora perseverano nella schiavitù che contrassero con costui allorché accettarono, bramosi dell’immortalità, gli Anelli del Potere degli uomini”. Indi Erfea si levò dallo scranno e i suoi capelli, ancora neri, sebbene egli fosse ormai anziano, furono illuminati dalle luci della sala: “Codesto atto infame d’aggressione è un monito per tutti i popoli liberi di Endor. Sauron, l’Oscuro Signore di Mordor è tornato e reclama il suo dominio perduto”. Gravi divennero i visi dei presenti, tuttavia solo Anarion espresse apertamente il suo parere: “Se quanto tu affermi corrisponde al vero, Erfea Morluin, perché il signore di Mordor esita ancora nell’attaccare i nostri possedimenti? Forte è l’odio che egli nutre per noi, ché se davvero il suo nero spirito è tornato sulle ali di un vento malefico, ebbene, le sue spie gli avranno riferito che non tutte le genti di Numenor perirono nella Caduta e che i Fedeli perdurarono alla sciagura che colpì tempo addietro l’Isola del Dono”. Perplessi e inquieti, i consiglieri del sovrano osservarono Erfea e nei loro occhi palesava il dubbio; lesto tuttavia il sovrintendente rispose: “Mio signore, Sauron non è uno sciocco; gli Eothraim sono stati per le sue armate niente altro che una prova per verificare il loro stato di preparazione e l’efficienza dei propri comandanti; tuttavia, non tarderà a lungo l’attacco al nostro regno, ché forte è nell’animo dell’Oscuro Sire il desiderio di vendetta ed egli non ha obliato né il vostro nome, né quello della vostra stirpe”.
Anarion sospirò, infine, levatosi anch’egli dal proprio scranno, si approssimò al suo comandante: “Cosa vuoi che faccia? – gli sussurrò a voce bassa, ché grande era scesa nel suo cuore la paura ed egli nutriva fiducia nel giudizio di Erfea – non vi sono uomini a sufficienza per sorvegliare l’intero confine di Mordor e il pericolo potrebbe giungere dai regni a meridione dell’Anduin come da quelli posti sulla sua riva orientale”. Tetro in volto, così Erfea rispose al suo sovrano: “Mio sire, convoca Isildur a Osgiliath, perché pesante grava sul mio cuore una minaccia”.
Silenzioso stette Anarion per qualche istante, infine congedò l’ambasciatore degli Eothraim con queste parole: “Le storie tramandateci dai nostri padri narrano che la gente di Haladin non proseguì il suo viaggio verso Occidente, ma che preferì stabilirsi nei territori che il vostro popolo ha difeso sì strenuamente; siamo dunque fratelli e il nostro aiuto non verrà meno in questa ora del bisogno. Invieremo un corpo di cavalleria a Nord: temo tuttavia che altrove risieda una minaccia ancor più grave e che le difese di Gondor non possano essere private di troppi uomini”.
Grato chinò il capo l’ambasciatore, infine parlò: “Sia fatta la volontà dei Signori della Terra del Sud; possano i rinforzi non tardare a lungo, ché la mano del Nemico si protende su contrade sulle quali mai era calata la Tenebra”».

Note

[1] “Inverno” nella favella degli elfi Noldor

[2] “Gennaio” nella favella degli Elfi Noldor

[3] Questo fiume scorre a ponente dei Colli Ferrosi e sfocia nel mare interno di Rhun

[4] I “Thaeng” erano i capitani delle tribù che costituivano la federazione degli Eothraim; ogni dieci anni, essi eleggevano un uomo fra loro che avrebbe dovuto rappresentarli innanzi agli altri popoli della Terra di Mezzo e a costui veniva dato il titolo di “Alto Thaeng”: durante gli anni che opposero gli Alleati alle armate di Mordor, tale incarico fu ricoperto da Aldor Roc-Thalion.

[5] I Logath erano una confederazione di popoli dell’estremo Est, servi di Sauron e discendenti degli Orientali che avevano militato nelle schiere di Morgoth durante la Prima Era; le storie di quell’epoca narrano che essi fossero prevalentemente cacciatori e domatori di bestie, ché le loro terre erano incolte e perennemente battute dal vento. Nel terzo millennio della Seconda Era, subirono l’influenza dei Signori della Guerra Hoarmurath e Khamul e costituirono le avanguardie degli eserciti di Mordor fino alla distruzione di Barad-Dur.

[6] Sotto tale nome erano comprese numerose tribù stanziate presso le coste orientali del Rhun; feroci e rudi d’aspetto, costoro praticavano l’agricoltura, seppure in forma rudimentale e veneravano i Demoni della Natura e le rappresentazioni degli Antenati; superstiziosi e bellicosi, essi militarono nelle schiere di Sauron per tutto il corso della Seconda Era.

[7] Sesto fra i Nazgul; si veda Hoarmurath di Dir, il Re del Ghiaccio, il Sesto.

Gli anni dell’assedio di Gondor. Una cronologia

E finalmente vennero gli anni dell’Assedio di Gondor! In questo articolo troverete una dettagliata cronologia degli eventi che condussero le Armate di Mordor a minacciare – e in alcuni casi a conquistare – non solo il Regno di Gondor, ma anche altri territori che si opponevano alla tirannia di Sauron e dei suoi alleati. L’ispirazione mi è stata suggerita dalle pagine che Tolkien, con cura certosina, dedicò alla descrizione degli eventi che si succedettero nei mesi degli anni 3018 e del 3019 della Terza Era.

Prima di lasciavi alla lettura di questo articolo, voglio fare una premessa doverosa: molti degli eventi descritti sommariamente – come prevede, del resto, la forma letteraria di una cronologia – potrebbero costituire ottimi spunti per tanti racconti inediti che, tuttavia, per il momento sono destinati a restare pensieri e non ancora parole su carta…vedremo cosa riserverà il futuro, per il momento non mi resta che augurarvi buona lettura e restare in attesa dei vostri commenti!

Anno 3429 della Seconda Era

4 Gennaio: Sauron ordina al nazgul Hoarmurath di attaccare gli Eothraim, cavalieri del Rhovanion.

14 Gennaio: gli Eothraim sono sconfitti sul fiume Celudin ad opera dei Carrieri e dalle armate di uomini ed orchi di Hoarmurath.

1 Febbraio: Sauron ordina al nazgul Adunaphel di attaccare la città di Minas Ithil.

13 Febbraio: Erfea convince Isildur – nel frattempo rifugiatosi a Osgiliath con la sua famiglia – ad abbandonare la città ormai in fiamme e di trovare rifugio a Nord, per avvisare Elendil del pericolo che incombe sui Popoli Liberi; durante la notte, a bordo di un piccolo vascello, Isildur abbandona la città.

18 Febbraio: Anarion decide di evacuare la città di Minas Ithil, per evitare di essere preso alle spalle dalle truppe che potrebbero giungere da Nord; lo stesso giorno, Sauron  ordina ai nazgul Akhorahil e Indur di attaccare con le loro flotte Pelargir.

27 Febbraio: Gli orchi di Adunaphel espugnano la città di Minas Ithil e bruciano l’Albero Bianco; duemila soldati di Gondor si sacrificano per ritardare la loro avanzata. Anarion, colpito da un orco alla testa, resta in coma per alcuni mesi, impossibilitato ad agire; Erfea, in qualità di Sovrintendente del reame, assume il comando delle armate di Gondor.

7 Marzo: Le postazioni dei Dunedain nell’Ithilien cadono nelle mani del nemico o sono abbandonate.

28 Marzo: Sauron ordina al nazgul Dwar di attaccare le genti di Lorien e gli uomini del Bosco Verde il Grande.

6 Aprile: Gli elfi di Lorien e gli uomini dei boschi ottengono una vittoria sulle legioni di Dwar ed esse vengono respinte oltre il Guado di Carrock.

20 Aprile: Sessantamila orchi di Adunaphel giungono dinanzi alle mura di Osgiliath e iniziano l’assedio.

4 Maggio: Le forze di Adunaphel sono messe in fuga e si ritirano nella fortezza di Minas Ithil.

18 Maggio: Pelargir è incendiata, ma le flotte degli elfi di Edhellond e di Gondor distruggono le navi di Umbar.

26 Maggio: Isildur giunge a Mithlond ed avverte Gil-Galad del pericolo che corre il Regno del Sud.

31 Maggio: Erfea si incammina lungo il sentiero che conduce a Nord e ad Angrenost (Isengard) viene riunito un consiglio di tutti i rappresentanti dei Popoli Liberi della Terra di Mezzo per decidere quale strategia adottare contro le genti di Mordor.

3 Giugno: Erfea giunge ad Angrenost, ove ritrova i Signori degli Eldar, Bòr, suo figlio Groin e Aldor Roc-Thalion, signore dei cavalli del Rhovanion.

10 Giugno: Fine del concilio e nascita dell’Alleanza tra Uomini, Elfi e Nani per distruggere la minaccia di Sauron.

Luglio-Agosto-Settembre: Si succedono scontri di piccola entità nel Rhovanion e nell’Ithilien, senza tuttavia che il confine tra Gondor e Mordor subisca mutamenti di rilievo.

7 Ottobre: Sauron ordina ai Nazgul Ren e a Uvatha di attraversare il confine tra Gondor e l’Harad; essi sono tuttavia fermati dai discendenti di Bòr l’orientale e devono arretrare.

20 Ottobre: Mentre i sovrani dei Popoli Liberi iniziano a radunare le proprie armate, Ar-Thoron, Signore delle aquile di Manwe, comunica ad Erfea che il Re di Morgul è intento a radunare un immenso esercito nella città di Minas Ithil.

Anno 3430 della Seconda Era

2 Marzo: Sauron rinnova i suoi attacchi ad ovest, a sud e a nord: i superstiti del Rhovanion e del popolo di Bòr trovano rifugio entro i confini del regno di Gondor.

18 Marzo: Erfea, temendo la minaccia di Mordor, invia Ar-Thoron, Re delle Grandi Aquile, presso i suoi alleati, affinché rechino ad Osgiliath rinforzi.

30 Marzo: Le prime forze dell’Allenza giungono ad Osgiliath: esse sono rappresentati dai guerrieri di Edhellond, sotto il comando di Edheldin.

14 Aprile: Le superstiti genti del Rhovanion e dei Boschi, condotte da Aldor Roc-Thalion, prestano soccorso alla città dei Re.

16 Aprile: Le schiere degli eredi di Bor prestano giuramento al Sovrintendente di Gondor.

17 Aprile: I nani della stirpe di Bòr e Groin offrono i loro servigi al capitano di Osgiliath.

20 Aprile: La cavalleria di Imladris, comandata da Glorfindel, raggiunge la città dei Dunedain.

23 Aprile: Le donne guerriere del Rast Vorn, discendenti delle Amazzoni del popolo di Haleth, comandate da Ariel l’Impavida, giungono al cancello di Osgiliath.

1 Maggio: Attraverso il Palantir, Isildur ordina ad Erfea di chiamare le genti dei Monti Bianche, ma esse tradiscono l’alleanza con Gondor e l’erede di Elendil le maledice.

12 Maggio: Il Monte Fato emette una quantità di polveri e di ceneri tale che il cielo sopra Osgiliath ne viene oscurato.

19 Maggio: Il Capitano Nero conduce il suo esercito, forte di centomila creature delle tenebre e di cinquantamila uomini in direzione di Osgiliath, mentre Sauron ordina a Khamul di condurre, attraverso il Cancello Nero, l’Armata di Nurn alla capitale di Gondor.

27 Maggio: Il Signore dei Nazgul arresta il suo enorme esercito sulla riva destra dell’Anduin; la fortezza di Cair Andros è rasa al suolo dalle armate di Khamul e l’isola è occupata dalle schiere di Mordor.

3 Giugno: I Nazgul riuniscono le loro schiere dinanzi alle mura di Osgiliath: la città è circondata da duecentomila nemici e può contare solo su meno di un quarto di soldati per contrastare la loro azione.

4 Giugno: Inizia l’assedio di Osgiliath; Erfea decide di evacuare la popolazione civile e ordina che sia condotta nella fortezza di Minas Anor, mentre le sue schiere e quelle degli alleati difendono il Fiume, le mura e il fossato.

22 Agosto: Dopo mesi d’assedio, un terzo dei difensori è morto e meno della metà dei superstiti è ancora in grado di brandire un’arma.

28 Agosto: I Nazgul ricevono l’ordine da parte di Sauron di far avanzare tutte le linee; i troll di caverna conducono dinanzi alla città le possenti macchine d’assedio necessarie per distruggere il cancello.

1 Settembre: La Grande Alluvione: le macchine di Mordor si impantano nel fango e le schiere del Signore degli Anelli sono costrette a ritirarsi.

Anno 3431 della Seconda Era

26 Marzo: Le forze di Elendil composte da quindicimila soldati, si incontrano con quelle di Gil-Galad, forti di ventimila unità, sul colle di Amon Sul e si dirigono verso Imaldris.

31 Marzo: Il Re degli Stregoni convoca i grandi draghi di Morgoth, affinché lo aiutino ad abbattere il possente muro di laen bianco che difende la città.

4 Aprile: Riprende l’assedio ad Osgiliath: le grandi macchine d’assedio vengono fatte avanzare fino al fossato, ove iniziano a crivellare di colpi la città.

14 Aprile: Molti edifici di Osgiliath sono in fiamme; Erfea, nonostante le insistenze di Glorfindel ed Aldor, non ordina a diecimila cavalieri di prendere alle spalle il nemico per distruggerne i trabucchi e gli arieti, dal momento che il guado di Cair Andros è in mano alle armate di Khamul.

21 Aprile: Tre possenti draghi alati appaiono dinanzi alle mura di Osgiliath: grande atto eroico di Ariel, che sacrifica la propria vita per distruggere Ando-Anca, il più potente tra i Vermi Alati; il suo enorme corpo, precipitando in basso, distrugge le macchine d’assedio forgiate a Mordor; l’esercito nemico, atterrito, si dà alla fuga e l’assedio subisce una pausa.

1 Maggio: Sauron viene a conoscenza dei piani dell’Alleanza, e temendo un attacco al Cancello di Mordor da parte delle armate di Elendil e Gil-Galad, ordina al Re Stregone di inviare a nord alcuni reparti di Mumakil, Sudroni, Carrieri e Haradrim, convinto ormai che l’assedio a Gondor sia prossimo a concludersi.

5 Maggio: Il Capitano Nero ordina alle truppe di stanza a Cair Andros di evacuare l’isola per sostenere l’attacco a Osgiliath.

9 Maggio: Alle due del mattino il grande drago del ghiaccio Bairanax apre una breccia nelle mura di Osgiliath, mentre il soffio gelido di Angurth crea una spessa coltre di ghiaccio nel fossato, permettendo alle truppe di Mordor di entrare in città. Nel disperato tentativo di evitare la sconfitta ormai imminente, Erfea affronta a singola tenzone il Signore dei Nazgul e lo sconfigge. Il sovrintendente di Gondor affida il comando della città ai suoi alleati, e venuto a conoscenza che il guado di Cair Andros è scoperto, attraversa il fiume e conduce la cavalleria alle spalle del nemico.

10 Maggio: Mentre Osgiliath orientale è occupata, Aldor, Glorfindel e Bòr difendono il ponte che conduce ai quartieri occidentali e a Minas Anor.

11 Maggio: Aldor uccide Bairanax e gli orchi fuggono innanzi a lui. Alle sei del mattino, l’olifante di Erfea echeggia per le pianure dell’Ithilien e l’esercito di Mordor è colto di sorpresa; Anarion, tornato cosciente, guida i fanti di Gondor contro le legioni del Nemico: i soldati del Regno del Sud, galvanizzati dall’improvvisa apparizione del loro sovrano sconfiggono l’esercito di Mordor.

15 Maggio: Il nemico è in rotta e si rintana tra le mura di Minas Ithil.

20 Giugno: Tutto l’Ithilien viene liberato dalla lordura dei servi di Mordor.

31 Agosto: Ha inizio l’assedio di Minas Ithil condotto dalle forze dell’Alleanza.

26 Settembre: Per mezzo delle macchine d’assedio progettate da Groin, la città della luna è presa.

OttobreDicembre: Si susseguono scontri nella provincia del Calhenardon fra le forze di Dwar e quelle di Anarion, le quali alla fine trionfano.

Anno 3432 della Seconda Era

Gennaio: Agenti di Gondor informano Erfea che Sauron durante l’inverno ha radunato nuove truppe a Mordor e temono perciò che sia imminente un nuovo assedio alla città di Osgiliath. Sauron ordina agli orchi di Gundaband di attaccare Khazad-Dum.

17 Gennaio: Le truppe degli orchi subiscono una grave sconfitta nei pressi del Mirolago e si disperdono; alcuni guerrieri trovano rifugio nelle caverne nei Monti Nebbiosi e ivi si rintanano in attese che giungano nuovi ordini da parte di Sauron.

Marzo: Le forze dell’Alleanza attraversano l’Alto Passo ed entrano nel Rhovanion, ove attendono le armate dei Nani di Khazad-Dum, degli elfi di Lorien e di Bosco Verde il Grande.

4 Aprile: Khamul e Dwar attaccano Gil-Galad ed Elendil, ma essi sono presi alla retroguardia dagli eserciti di Lorien e vengono sconfitti.

15 Aprile: Ar-Thoron comunica ad Erfea che una nuova razza di orchi è stata avvistata compiere delle scorrerie: sono gli Orchi Neri di Modor.

24 Aprile: Sauron tenta di impadronirsi nuovamente di Cair Andros, ma le truppe di Dwar sono respinte.

1 Maggio: Le forze dell’Alleanza raggiungono il Calhenardon ove soggiorneranno per i successivi sei mesi.

28 Maggio: Una grossa avanguardia di Orchi Neri attacca Minas Ithil, ma sono trucidati dai soldati di Gondor.

6 Giugno: Sauron ordina ad Hoarmurath, Uvatha e Ren di condurre i Carrieri e gli Esterling alla riva sinistra dell’Anduin per attaccare sul fianco le forze dell’Alleanza.

22 Giugno: Le schiere dell’Ovest sono sbaragliate, ma esse si rifugiano nella fortezza di Angrenost, ove gli uomini di Sauron, privi di macchine d’assedio, non possono raggiungerli.

21 Luglio: Adunaphel, Akhorahil ed Indur muovono dal sud con ingenti forze e si dirigono verso Osgiliath; ad esse si aggiungono diecimila Orchi Neri provenienti da Mordor.

1 Agosto: La città di Osgiliath è nuovamente circondata: Erfea e Glorfindel spediscono messaggeri ad Elendil e a Gil-Galad, affinché inviino rinforzi consistenti.

23 Agosto: Gli Ent di Fangorn giungono nell’Ithilien e distruggono le armate degli orchi.

28 Agosto: La Notte delle Termiti: entrate negli accampamenti dei Carrieri, distruggono gli archi e i finimenti dei cavalli: l’armata di Hormurath è in rotta.

1 Settembre: I Nazgul si ritirano da Osgiliath.

7 Settembre: Agli eserciti dell’Alleanza si uniscono anche i nani delle stirpi di Belegost e di Ruurik.

12 Settembre: Le avanguardie delle forze di Gil-Galad ed Elendil giungono a Minas Anor.

3 Ottobre: I fanti dell’Alleanza giungono al cancello occidentale di Osgiliath.

8 Ottobre: Il Capitano Nero prende il comando delle forze del Signore degli Anelli innanzi al Cancello Nero.

Novembre 3432Febbraio 3434: Mesi di inattività, in cui entrambi gli schieramenti addestrano nuovi soldati all’interno delle proprie roccaforti.

Anno 3434 della Seconda Era

3 Marzo: Le schiere dell’Alleanza, forti di centomila unità, affrontano nella piana della Dagorlad, dinanzi al Cancello Nero, 400.000 guerrieri di Mordor.

Osgiliath cadrà? Scontro finale

Proseguo la narrazione della storia dell’assedio di Osgiliath da parte delle armate di Sauron al termine della Seconda Era. Nell’articolo precedente il Drago del Freddo Bairanax aveva aperto una breccia nelle mura della città: mi rendo conto, tuttavia, che non ho spiegato per quale motivo il Re Stregone avesse reclutato questa specifica specie di drago. Le mura esterne della città era state costruite con il laen, un materiale refrattario al fuoco, ma estremamente vulnerabile nei confronti delle temperature basse. Per questa ragione Sauron desiderava avere nei suoi eserciti i draghi del freddo: essi, infatti, a differenza dei più noti draghi del fuoco, erano in grado di emettere un getto di azoto liquido, avente punto di ebollizione pari a -195,82 gradi celsius, che aveva un effetto deleterio sulle mura di Osgiliath (oltre che sui malcapitati esseri viventi che avessero avuto la sfortuna di trovarsi nei paraggi). Buona lettura!

«Un grande e selvaggio clamore si levò dalle schiere di Sauron ed esse esultarono, ché la città era prossima a cedere; tuttavia, essi non avevano mezzi per superare il profondo canale ed erano riluttanti a immergere le proprie membra nella fredda acqua che lambiva le mura; Angurth allora soffiò sulla sua morbida superficie e la rese rigida, affinché le creature di Mordor potessero attraversarla e recarsi in città. Grida confuse si levarono da Osgiliath e molti capitani, senza che alcun ordine fosse stato dato loro, gettarono le armi e a nuoto attraversarono l’Anduin, raggiungendo in tal modo la sponda occidentale, ove credevano stoltamente non sarebbe giunta la minaccia dei Nazgul; impaurite, le schiere degli alleati arretrarono e la catastrofe sarebbe invero giunta su ali di tenebra, se Erfea non fosse balzato lesto sulla breccia, soffiando nel suo olifante.

Risero gli schiavi di Mordor, ché erano ancora in gran numero e non temevano la collera del Numenoreano; allora Erfea suonò nuovamente e coloro che si davano alla fuga, impugnarono nuovamente le armi e nuovo coraggio e vigore affluì nelle vene dei combattenti dell’Alleanza. Una terza volta risuonò nella notte il corno del Sovrintendente ed era codesta una sfida all’Oscuro Signore e alle sue armate; possente si levò la voce di Erfea ed essa chiamava a duello il Capitano Nero: “Murazor! Murazor! Murazor! Se non hai obliato la ignominiosa caduta dinanzi al cancello di Edhellond, vieni innanzi a me! O forse la parole di Erfea, figlio di Gilnar, colui che chiamano il Morluin, incutono troppo timore nel tuo codardo cuore?” Stupiti si arrestarono allora i soldati di entrambi gli schieramenti, ché non pareva loro possibile che un Uomo osasse sfidare il Capitano degli eserciti di Mordor, il Signore dei Nazgul e Re di Morgul: lame furono abbassate, frecce dall’acuminata punta riposte nelle loro faretre e visiere alzate; per un lungo istante gli schiavi di Mordor dubitarono e le loro membra sembrarono cedere dinanzi alla terribile sfida che il Comandante dei loro nemici aveva lanciato; stupefatti e timorosi, essi si guardavano l’un altro, senza pronunciare parola alcuna; finanche i grigi segugi di Dwar si accucciarono e l’unico suono che si udì nella pianura fu quello dei loro silenziosi guaiti.  Non vi era follia nello sguardo di Erfea, né rassegnazione, ché la morte non gli incuteva timore, avendola scorta infinite volte nel corso della sua vita; rapide, le sue labbra levarono un’ultima preghiera a colui che è sopra le potenze di Arda, infine aspettò che il suo nemico gli si mostrasse e accettasse la sua sfida: non dovette attendere tuttavia a lungo, ché il Capitano Nero tosto apparve. Fosco era lo sguardo del nemico dei Popoli Liberi e nulla era possibile leggervi in esso, eccetto l’odio e il disprezzo: lente riecheggiarono le sue parole e coloro che le ascoltarono furono presi da grande terrore: “Nessuno aveva mai osato pronunciare prima d’ora tale nome, Erfea figlio di Gilnar”. Si interruppe, infine riprese a parlare: “Forti erano le tue membra e lungimirante la tua mente, tuttavia ben m’avvedo come tu sia ora solo un pallido fantasma di quanto un tempo eri. A lungo sei sfuggito alla cattura e ora giungi alla mia lama come un incauto mendicante; se è un destino di morte quello che il tuo cuore ambisce ottenere, ebbene esso non mancherà di essere da me soddisfatto”. Rapida allora levò la possente mazza e stridulo echeggiò nella silenziosa piana un urlo foriero di odio indicibile; saldo tuttavia restò il cuore del Dunadan ed egli con elegante maestria si scansò lesto: allora Sulring si abbatté sul capo dell’oscuro nemico, eppure la ferrea corona attutì l’impatto, sebbene essa stessa finisse in frantumi.

Cruento fu il duello e nessuno fra quanti vi assistettero ne obliò mai il ricordo: letale era tuttavia il Signore dei Nazgul e la potenza del suo padrone era in lui, mentre il braccio di Erfea era stanco per il gran combattere di quei lunghi mesi, e il suo animo era provato dal dolore e dalla perdita; gioì lo spettro, ché la sua oscura lama affondò nel basso ventre del suo avversario e vicino fu a ottenere la sua vendetta, allorché essa gli sfuggì di mano e un intenso dolore gli attraversò il nero spirito; annebbiata gli divenne la vista, mentre tutt’intorno a lui l’aere brillò e la luce penetrò nelle sue carni. “A use, mol Mordoro! (Fuggi, servo di Mordor)”; sopraffatto da tali parole, il Signore degli Stregoni fuggì lontano e le sue schiere tremarono e si dispersero nella pianura; alto sorse il Sole sul mondo ed esso allontanò le tenebre di Mordor; Glorfindel e Bor furono lesti a impugnare le armi e la loro furia fu tale che nessuno fra quanti combattevano nelle fila dell’Avversario poté resistere loro.

Esamine giaceva Erfea sulle rovine delle mura; per un istante egli obliò ogni cosa e gli parve di intraprendere sentieri che nessun altro essere aveva mai percorso: lucida allora gli parve l’immagine di Elwen dinanzi a sé e nel suo cuore baluginò la speranza che ad altri toccasse l’arduo cammino intrapreso anni prima. Infine tutto disparve ed egli ascoltò nuovamente il lamento delle armature scosse da fredde lame, i gemiti degli Uomini morire nella triste alba e le oscene voci dei Nazgul reclamare la preda perduta: la realtà penetrò allora in lui, simile a un rapido coltello ed egli si scosse ché la guerra lo chiamava alla sua folle danza. Non vi era più traccia della ferita che il nero servo di Mordor aveva inflitto alle sue carni ed egli non avvertiva nel suo cuore più alcuna paura o dolore; lacrime felici gli ornarono il viso, ché aveva compreso a chi dovesse la vita: liete, allora salirono al cielo parole di ringraziamento e di amore ed egli si rizzò in piedi mentre la calda luce parve avvolgerlo nel suo abbraccio. Glorfindel era lesto accorso al suo fianco, allorché lo aveva visto cadere sotto il crudele colpo del Re Stregone e ora lo mirava in volto, stupefatto per quanto era accaduto: per alcuni istanti nessuno parlò fra loro, infine Glorfindel rise e coloro che lo udirono non poterono fare a meno di provare il medesimo sollievo: “Lieto è il mio cuore nello scorgere il Signore dei Dunedain in salute, ché molto avevo temuto per la tua vita; nessuno oblierà quanto compisti per le nostri sorti e il tuo nome risuonerà come un monito per le schiere dell’Avversario”. Rise anche Erfea, infine parlò: “Non fui io a sconfiggere l’oscuro spettro, ma colei che i miei sensi mortali perdettero molti anni fa e che in questa ora buia mi ha salvato da morte certa”. Ristette un istante in silenzio, infine parlò nuovamente e le sue parole echeggiarono chiare per tutta la piana: “Elwen vanimelda, namarie!” (Elwen dolce amata, addio!) Annuì lentamente Glorfindel: “Comprendo quanto le tue parole affermano e il mio cuore gioisce, ché non dovremo temere l’oscuro braccio del Capitano Nero per qualche tempo; temo, tuttavia, che egli non sia stato distrutto e che debbano trascorrere molte altre epoche prima che ciò accada”. “Lungimiranti sono le tue parole, Signore dei Noldor; non sarà per mano di un Uomo che egli perirà, eppure ciò accadrà, quando sarà giunta l’ora. Suvvia, ora rechiamoci dai nostri compagni, ché grave una minaccia pesa ancora su di noi, e la malefica schiatta di Morgoth non è stata ancora abbattuta”.

Discesero i due capitani e a lungo Glorfindel serbò nel suo cuore le parole del Numenoreano, senza che nessun altro ne venisse a conoscenza; Uomini, Elfi e Nani andavano adunandosi innanzi a loro, ché la speme era tornata a fiorire nei loro cuori e sebbene i quartieri orientali di Osgiliath fossero stati invasi dalle armate di Mordor, pure il ponte sull’Anduin non era caduto e la fortezza che su esso era stata edificata al principio della fondazione della città restava sotto il loro controllo: lesti, dunque, essi accumularono travi annerite e qualunque altro materiale fosse reperibile e si accinsero a fortificare l’accesso che dava ai quartieri occidentali e a Minas Anor. Barricate furono innalzate nelle strade che conducevano alla cittadella e i soldati corsero a recuperare le armi e altro materiale bellico che, nella confusione della prima rotta, erano stati incautamente abbandonati: severi erano i loro sguardi, ché più non avvertivano la disperazione nei loro cuori e sebbene la difesa della città fosse ora molto più difficoltosa che in partenza, pure erano fiduciosi e i loro animi privati dall’Ombra che il Capitano Nero aveva portato fra loro.

Un messaggero a cavallo giunse lesto e chiese udienza al Sovrintendente, ché aveva da consegnargli novelle di buon auspicio; giunto che fu innanzi a lui, il messo così parlò: “Mio signore, l’isola di Cair Andros è stata sguarnita dalle truppe di Mordor, ché essi si ritirarono seguendo la direzione che conduce alle steppe della Dagorlad e ai Cancelli Neri; quali sono i tuoi ordini? Il guado è ora incustodito”. Lesto rispose Erfea: “Invero liete sono tali novelle e il tuo nome, othar, non sarà obliato: conduci innanzi a me Aldor Roch-Thalion, Signore dei Cavalli e Herim l’Impavido, affinché essi siano pronti a una sortita a cavallo”. Un breve inchino seguì la richiesta di Erfea ed ecco che i due capitani dei Popoli Liberi furono da lui: “Miei signori, per un motivo a me ignoto, le schiere di Mordor fuggono a Nord, lasciando sguarnita Cair Andros: è giunto dunque il tempo di caricare sul fianco destro l’esercito di Sauron, ché nessuno si opporrà a noi durante l’attraversamento dei Guadi e la sorpresa tra le armate del nemico sarà totale, ché essi non sospettano nulla. Celere deve però essere la nostra manovra, ché se fossimo individuati e scoperti, allora ogni nostra resistenza sarebbe vana”. Annuirono i due capitani degli Uomini, e riunirono i loro battaglioni, ai quali si aggregarono anche i cavalieri elfici comandati da Edheldin; giunti che furono innanzi alla porta occidentale, Erfea chiamò a sé Aldor e lo pregò di restare in città, ché nel suo cuore sorgeva grave una nuova minaccia e non avrebbe desiderato che Osgiliath rimanesse del tutto sguarnita di capitani di valore, ché sebbene grande fosse la sua fiducia nelle genti di Khazad-Dum, pure sapeva che essi non avevano mai sostenuto un assedio di tali dimensioni e non erano soliti combattere all’aperto.

Seppur a malincuore, ché molto gli premeva cavalcare contro le immonde schiere che minacciavano la sua gente, Aldor accettò tale ordine e, raggiunti Bor e Glorfindel, prese il comando delle schiere rimaste in città. Penose furono le ore che seguirono, ché gli schiavi di Sauron, dopo l’iniziale smarrimento seguito alla scomparsa del loro Capitano, si erano radunati nuovamente e ora marciavano contro i soldati dell’Alleanza; antichi palazzi e maestosi minareti, edifici ricolmi di antichi tomi recuperati a Numenor, nulla fu risparmiato dalla furia dei guerrieri di Mordor ed essi appiccavano il fuoco ovunque: non potettero però fare prigionieri, ché i loro nemici si erano ritirati al di là del fiume ed essi non avanzarono oltre, ché una fitta pioggia di frecce scese sulle loro avanguardie ed essi si ritirarono nei quartieri che avevano conquistato, mentre alcuni fra loro inviavano messaggi a Khamul, ora comandante delle schiere dell’Occhio, perché egli conducesse i superstiti draghi del freddo all’attacco finale.

Mai giunse tale messaggio all’Orientale, ché esso fu intercettato dalla cavalleria alleata, e invero fu un bene che ciò accadesse perché, in caso contrario sarebbero affluiti notevoli rinforzi alla città; i Vermi di Morgoth, tuttavia, resisi conto di quanto era accaduto, si mossero lesti e le loro minacciose sagome proiettarono inquietanti ombre sugli edifici della città: stridule e possenti le loro urla riecheggiarono nei vicoli deserti di Osgiliath, eppure tali malvagie creature non incutevano lo stesso timore che aveva colto impreparati i Figli di Iluvatar in precedenza, sicché i loro cuori restarono saldi e non temettero.

Sovente Aldor e Glorfindel accorrevano laddove il pericolo era maggiormente presente e coloro che li osservavano erano colti da stupore, ché parevano fratelli di antica data; eppure, nessun combattente ricevette tanti elogi quanti il figlio di Bor, Groin Hroa Sarna: saldo era infatti rimasto il suo cuore perfino quando era stata aperta la breccia nelle mura ed egli era l’erede di una stirpe spietata. In preda al panico, Orchi e altre creature delle tenebre fuggivano dinanzi alla sua ascia bipenne ed egli tenne la sua posizione senza arretrare di un solo passo. Glorfindel non pronunciava parola, né verso i suoi nemici, né nei confronti degli alleati, eppure la sua sola vicinanza procurava agli Uomini diletto e pace e nessun ombra si allungava su di lui; frecce erano scagliate dal suo arco ed egli sovente ricorreva alla sua maestosa spada allorché gli Orchi osavano avvicinarsi troppo; beltà e saggezza erano impressi sul suo volto, a gloria della maestà dei Signori degli Eldar dei tempi remoti. Aldor Roch-Thalion combatteva con una grande violenza e finanche i pesanti fanti dei Numenoreani Neri non osavano incrociare le loro larghe lame con quella del capitano degli Eothraim; alti si levavano i suoi gridi di guerra e gli Orchi erano atterriti dalla sua furia cieca; Bairanax lo scorse sul ponte, possente figura, ergersi su quanti tentavano vanamente di contrastarlo e il suo soffio gelido si abbatté su di lui, senza tuttavia scalfirlo, ché nel suo animo era scesa la forza di Orome il Cacciatore, che il suo popolo chiama Bema, ed egli non temeva alcun nemico; rapido, il Theng si scagliò allora contro il drago e balzato agilmente sul suo dorso, vi piantò la lancia in frassino che impugnava nella sua mano sinistra, gridando parole di vittoria, ché nel suo cuore non si era spento l’eco del sacrificio di Ariel ed egli desiderava ottenere giusta vendetta.

Terribile fu l’agonia di Bairanax e il suo grido di morte echeggiò per molte miglia intorno; infine si accasciò al suolo e tutte le creature di Mordor si riversarono fuori dalla città, ché temevano la furia di Aldor e non osavano avvicinarsi a lui; un grande numero di fanti si radunò tuttavia dinanzi alla Città delle Stelle e tosto si disposero nuovamente per l’assalto, ché si avvidero essere in superiorità di almeno uno a venti e non temevano le mortali frecce dei Numenoreani, né le letali asce di Khazad-Dum.

Solitario risuonò allora nella piana un olifante e un cavaliere apparve all’orizzonte; risero, le infami schiere del nemico, ché non temevano la sua sfida; allora l’olifante del cavaliere risuonò ancora e il dubbio si insinuò nel cuore degli Orchi, ché non avevano obliato il figlio di Gilnar e alcuni fra loro affermavano essere tale cavaliere il loro mortale avversario; eppure, essi erano in numero tale che non potevano temerne l’ardore e la collera e tosto l’arroganza subentrò nuovamente nei loro cuori. Lesti, però, centinaia di corni echeggiarono nuovamente e sembrava che l’intera armata dei Vanyar fosse giunta alla Terra di Mezzo su ali intessute di rugiada; tremarono gli Orchi e si diedero alla fuga, ché la cavalleria degli alleati era giunta su di loro ed essi si avvidero che la loro fine era prossima.

Nessuno udì le parole che Erfea figlio di Gilnar pronunciò prima di condurre le sue schiere alla carica, eppure, egli non abbisognava che di un solo cenno per guidarne l’assalto, ché grande era nei cuori dei soldati la stima per il Sovrintendente di Gondor e lo avrebbero seguito ovunque egli avesse condotto i loro destrieri; rapidi dunque cavalcarono i Figli di Iluvatar e nelle prime ore del mattino spezzarono le linee degli eserciti di Mordor. Nessuno poté resistere alla loro carica impetuosa; i selvaggi Esterling, i possenti Haradrim, finanche gli enormi Troll delle caverne ondeggiarono e caddero; simili a ciottoli che i flutti della marea sommergono con violenza impetuosa, così i bianchi cavalieri dell’Ovest calpestarono i nemici che si ergevano pateticamente innanzi a loro, mentre altri inseguivano coloro che tentavano di scappare.

Un giorno di gloria fu dunque quello, ché non solo l’assedio cessà e la battaglia fu vinta, ma avvenne anche che il sovrano Anarion, scosso dal suo profondo sonno dall’eco di infiniti corni nella piana, si riscuotesse e, essendo balzato fuori dal suo giaciglio, conducesse i fanti gondoriani alla vittoria ed essi combatterono lieti, ché il figlio di Elendil era tornato a nuova vita. Canti furono uditi quel giorno echeggiare nella città di Osgiliath, e sebbene altri pericoli dovevano sopraggiungere a Gondor, pure le sue imponenti mura non furono mai più minacciate nel corso di quell’era e la vittoria arrise a coloro che mai avevano disperato in essa».

Il Ciclo del Marinaio, pp. 303-310

I Draghi nell’assedio di Gondor

Sono sincero: una creatura che avrei voluto avesse più spazio nel legendarium tolkieniano è certamente il drago. Indubbiamente non si può dimenticare l’importanza di Glaurung nel Fato di Turin e di sua sorella Nienor, né si può restare indifferenti all’epico scontro verbale avvenuto tra Smaug e un piccolo hobbit coraggioso di nome Bilbo; per tacere, infine, di draghi come Ancalagon il Nero e Scatha, destinati ad affrontare grandi eroi come Earendil e Fram, per poi esserne uccisi. Tolkien scrisse anche una storia divertente, dal titolo Il cacciatore di draghi, ma per quanto ben riuscita, non rientra nel continuum spazio-temporale della Terra di Mezzo. In particolare, mi sono spesso domandato perché, nell’intero arco della Seconda Era, nessun drago sia riportato nelle cronache storiche della Seconda Era: una mancanza, questa, piuttosto curiosa, dal momento che, nel Silmarillion, l’autore spiega come Sauron, una volta forgiato l’Unico Anello e gettato la maschera del generoso e illuminato Annatar, decise di porre sotto il proprio dominio le creature che un tempo avevano servito il suo padrone Morgoth: orchi, troll, uccelli malvagi…e i draghi? Tolkien non dice nulla sul loro eventuale impiego da parte di Sauron nella Seconda Era: per amore di verità, bisogna anche ammettere che l’autore, nella cronologia finale delle tre ere della Terra di Mezzo presentata nell’appendice A del Signore degli Anelli,  sostiene che i Draghi si risvegliarono nel corso della Terza Era, dedicandosi poi al saccheggio dei tesori dei Nani conservati all’interno delle Montagne Grigie.

[Illustrazione gentilmente concessami da Andrea Piparo Art #Andreapiparoart #dragon]

Sembrerebbe, dunque, che i Draghi, così come l’ultimo (?) Balrog della Terra di Mezzo sopravvissuti alla Guerra d’Ira, avessero impiegato un maggior numero di anni, rispetto agli Orchi oppure ai Troll, per uscire da una sorta di «letargo» nel quale la sconfitta di Morgoth li aveva fatti precipitare. Nulla vieta di immaginare, tuttavia, nel pieno rispetto delle vicende narrate nel corpus tolkieniano (alle quali, mi piace precisare, ho sempre cercato di adeguarmi per quanto possibile), che il risveglio accennato dall’autore non si riferisca alla Prima Era, bensì alla Seconda (almeno per i Draghi; la questione del Balrog è più difficile da affrontare, dal momento che non sembra ve ne siano stati altri citati nelle cronache tra l’apparizione del demone a Moria e la loro sconfitta al termine della Prima Era). In fondo, è lo stesso autore a sostenere che nella battaglia sostenuta dall’Ultima Alleanza dinanzi al Cancello Nero di Mordor vi fossero rappresentanti di tutte le specie viventi della Terra: perché non pensare, dunque, anche ai Draghi? A questo proposito, mi sono posto una domanda che spero i miei lettori possano trovare stimolante e che si riallaccia a un interrogativo che a lungo angosciò i sogni di Gandalf dopo la comparsa di Smaug e la distruzione del Regno sotto la Montagna: «E se Sauron avesse potuto beneficiare dell’alleanza di un Drago, cosa sarebbe accaduto?»

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«L’assedio durava da ormai tre lunghi mesi, allorché un violento nubifragio sconvolse i piani d’assedio del nemico, ché le sue macchine d’assedio si impantanarono nel fango ed essi non riuscirono più ad avanzare; le schiere di Mordor allora si ritirarono nell’oscurità di Minas Ithil e per qualche tempo la città di Osgiliath godette di una pace inquieta, ché le aquile di Manwe non mancavano di riferire ai capitani dei Popoli Liberi quanto i servi di Sauron andassero nuovamente radunandosi, presagendo la sconfitta degli Uomini del mare. Vi erano, tuttavia, altri alleati del Nemico che i messaggeri di Manwe non riuscivano a scorgere, ché essi si erano ritirati fin dalla caduta del loro signore, al termine della Prima Era, nei recessi montuosi del Nord, lontani dalle contrade abitate dai Figli di Iluvatar; nelle steppe aride, al di là dei Monti Grigi, ove un tempo sorgeva la fortezza di Utumno, i Grandi Draghi prosperavano e nulla di quanto era prima presente in tali terre era sopravvissuto alla loro forza distruttiva. I Vermi di Morgoth non temevano Sauron, né lo servivano apertamente, reputando la sua autorità insufficiente per dominarli, ché solo al loro antico signore essi davano obbedienza; molto, tuttavia, avevano sentito dire dell’assedio che le schiere del più possente fra i servi del Vala Caduto muovevano al giovane regno di Gondor e mostravano di nutrire un certo interesse per le sorti di tale battaglia, ché volentieri avrebbero predato quanto gli eredi di Numenor avevano recato con loro dagli Abissi del Mare.

In quel periodo, tre draghi si levavano fra gli altri per possanza e crudeltà e non vi era servo di Morgoth, tra quanti condividevano il domicilio con tali perfide creature, che non ne temesse il gelido soffio e l’astuta parola; tali creature avevano nome Ando-Anca, Bairanax e Angurth ed erano nate dopo gli sconvolgimenti che avevano provocato l’inabissamento del Beleriand, al termine della Prima Era; mai essi avevano mirato le possenti torri di Thangrodim, né scorto, lugubre nella tenebra che la circondava, Barad-Dur la terribile, eppure alti si levavano in volo e finanche le grandi aquile di Manwe non osavano avvicinarsi a tali contrade, presagendo che un grande male fosse all’opera.

Orchi e altre creature della Tenebra erano all’opera in quei giorni ed essi tolleravano che prendessero parte alle battaglie che si svolgevano a Sud, ché prevedevano sarebbe giunto loro grande vantaggio dalla vittoria di Sauron, seppure non avessero in animo di prendervi tosto parte; grande fu dunque il loro stupore, allorché, una sera, giunse alla dimora nella quale erano soliti divorare i cadaveri delle loro incaute vittime, un cavaliere ammantato da un lungo manto nero e del quale erano visibili solo gli occhi, la cui rossa luminosità era tale da rischiarare perfino le tenebre nelle quali codesti esseri dimoravano; grande fu la loro ira, ché essi erano intenti all’orribile pasto e non tolleravano che alcuno disturbasse la quiete nella quale erano immersi. Ando-Anca, il più possente e anziano fra i tre, così apostrofò il nuovo venuto: “Chi sei tu che disturbi la gloriosa progenie di Glaurung? Lenta sarà la tua morte, ché nessun mortale ha osato violare la soglia dalla quale tu hai fatto sì impunemente ingresso!”

Glaciali erano state le parole che il Grande Verme aveva adoperato e gelido il suo tono; eppure, mentre egli nel suo cuore nero gioiva, pregustando un rapido e facile pasto, il suo animo fu raggelato da un potere quale mai i suoi occhi avevano scorto fin da quando era venuto fuori dal suo osceno uovo; un intenso dolore gli attraversò le membra e il suo capo fu sconvolto da visioni quali mai nessun mortale era stato in grado di infliggerli: inutile era ogni sua resistenza e presto si avvide che anche i suoi fratelli giacevano nelle medesime condizioni di dolore. Una cupa voce echeggiò allora nell’antro e coloro che la udirono furono avvinti al suo potere: “Stolti! Nessuno è in grado di pronunciare parole sì sciocche dinanzi al Capitano degli eserciti del Signore di Mordor senza avvertirne il feroce morso, ché invero io non sono un mortale quale le vostri fauci trafiggono nell’agonia della morte: Er-Murazor io sono, il Capitano dei Nazgul, gli Spettri al servizio del Re del Mondo”. Lentamente avanzò, e l’ombra parve crescere, sicché ogni cosa fu presto avvolta da una caligine fumosa e oscura, infine riprese a parlare: “Il mio signore vi rimembra che nei secoli che seguirono la dipartita dal mondo di Morgoth, il suo volere era considerato da quanti lo servivano verità e legge; vorreste forse oggi venire meno alla parola data e tradire il vostro nuovo padrone? Sappiate, Vermi di Morgoth – e qui parve che l’oscura figura ridesse – che Sauron di Mordor, colui che anticamente era noto con il nome di Gorthauron, non vi teme e non desidera che coloro che un tempo seguivano un unico vessillo, siano ora dispersi e indeboliti, ché tale infausta circostanza arreca invero molto vantaggio ai nostri nemici. Il discepolo di Melkor vi chiama e vi chiede di servire nei suoi eserciti!” Sconvolto nella mente e nel corpo, Ando-Anca tuttavia ribatté: “Se tale non fosse tuttavia la nostra volontà, cosa potrebbe la forza di un minuscolo Uomo contro la maestosità dei figli di Ancalagon? Invero, il tuo sembiante pare minaccioso e inquietante, tuttavia io dubito che tu conosca davvero quanto le tue parole sembrano dimostrare; che sia Sauron in persona, se tale è il suo disio, a reclamare il nostro aiuto, ché non ci piegheremmo certo innanzi a uno dei suoi schiavi”.

Beffardo rise il Signore dei Nazgul e, lasciato scivolare via il manto che ne occultava l’identità, si erse in tutta la sua malvagia figura; il panico si impadronì allora dei draghi, ché invero grande era la possanza di Sauron, il Signore degli Anelli, ed essa ora riluceva minacciosa nel negro spirito del suo Capitano; l’oscurità cadde sulle loro menti ed essi furono avvinti all’Anello Sovrano che adornava il nero artiglio del Crudele Nemico: remote, eppure chiare nell’oscurità, parve loro di ascoltare tali parole di potere e perfidia: “Folli! Sauron di Mordor non implora coloro che gli devono obbedienza, né tollera che la sua volontà possa essere messa in discussione! Un solo sentiero percorrerete d’ora innanzi, ed esso vi condurrà alla vittoria, ché gli auspici del mio signore si tramutano lesti in realtà”. In tale modo fu siglata la perigliosa alleanza tra i Grandi Vermi del Nord e l’Oscuro Signore che infiniti lutti avrebbe recato ai Figli di Iluvatar; lesti si mossero i draghi allorché le loro menti furono soggiogate al volere dell’Unico e all’alba del settimo giorno dacché il Capitano Nero aveva condotto da loro la parola del suo signore, essi giunsero alla città di Osgiliath, ove furono accolti dal grande entusiasmo degli eserciti del Nemico, consapevoli che non vi sarebbe stato ostacolo alla loro vittoria sulle schiere dell’Alleanza.

Cupi divennero i pensieri di Erfea allorché scorse le cuoiose ali piombare sulla città, sebbene egli sperasse nel suo cuore che non si trattasse dei Draghi del Ghiaccio, di cui molto aveva sentito dire nel corso dei suoi lunghi viaggi a settentrione; lesta, tuttavia, la sua speme venne meno allorché i servi di Morgoth ricoprirono di fredda brina i preziosi mosaici che ornavano i minareti e le ampie terrazze, seminando il panico tra i soldati. Gli arcieri di Edhellond fuggivano, abbandonando gli spalti alla mercé degli Orchi e degli altri oscuri servi di Sauron che lesti si erano arrampicati sulle torri d’assalto, poste dai Troll lungo le mura; drammatico divenne l’assedio della città per coloro che ne difendevano il bianco cancello, allorché, alla minaccia dei draghi si aggiunse quella non meno temibile di un grande ariete che era stato fatto avanzare durante la notte; centinaia di schiavi di Mordor ne trascinavano le enormi ruote e, quando alcuni di essi cedevano, sfiniti, alla fatica o erano colpiti dai proiettili che gli ultimi arcieri del regno scoccavano ancora, venivano subito sostituiti da altri Orchi e Uomini: in tal modo, nonostante l’imponente mole di cui era gravato, lesto giunse al Cancello l’enorme ariete ed esso fu trascinato lungo il ponte rialzato che conduceva alla porta.

Un tremolio lugubre scosse le fondamenta della città allorché i pesanti magli dell’ariete furono con forza issati e lasciati ricadere sulla massiccia porta: a lungo tale eco riecheggiò, si spense, e nuovamente atterrì di terrore tutti coloro che la udirono, eppure, restie a cedere erano le travi in acciaio e galvorn che sostenevano gli enormi battenti in quercia.

Ariel si ergeva ritta innanzi al cancello, simile a Varda prima che Morgoth fuggisse e la rovina piombasse su Valinor; penoso era il suo sguardo, eppure limpidi i suoi occhi, ché fiero era il suo animo e pure nella profondità della tenebra intravedeva un barlume di luce; lesta cercò l’Alto Theng del Rhovanion con lo sguardo e quando lo ebbe trovato, tali furono le sue parole di commiato: “Addio, Eothraim! Mai oblierò le tue cortesi parole e se questi non fossero stati tempi di guerra, diverso sarebbe stato il nostro percorso! Giunta è la mia ora; possa essere la tua altrettanto gloriosa!”

Possente riecheggiò l’urlo di guerra dell’Amazzone e gli Orchi fuggirono innanzi a lei; nulla poté Aldor, ché ella era una donna vigorosa e la sua scelta già presa; sola la vide avanzare nella tenebra, la lunga lama in acciaio sguainata accanto all’alto elmo di ali guarnito. Ando-Anca la osservò, minuscola figura, ergersi sulla rovina che il suo soffio gelido aveva causato; grande, allora, avvampò nel suo cuore l’ira, sicché allargò le ali e, simile a una saetta, si lanciò contro la donna; più lesta ancora fu tuttavia Ariel e con maestria affondò la mortale lama nelle fauci del nemico.

Schiumò e urlò, il possente figlio di Ancalagon, e la terra fu squarciata dalla sua atroce agonia; nulla poté tuttavia, ché, sebbene l’Amazzone fosse stata trafitta dai suoi possenti denti, pure la sua lama era affondata nel suo cranio, rimanendone fieramente incastrata, simile a un bianco vessillo ornato di sangue. Come una frana che tutto sconvolge, così Ando-Anca precipitò dalle alte mura, travolgendo quanti erano lungo la sua traiettoria; fuoco e ferro, acqua e legno, nulla sopravvisse al suo passaggio ed egli affondò in basso, trascinando nella sua rovina il possente ariete che le schiere di Mordor avevano condotto a Osgiliath; lesto allora il panico si impadronì dei servi di Sauron ed essi fuggirono per ogni dove; a nulla valsero le selvagge urla dei condottieri dell’Occhio, ché essi furono travolti dalla pazzia che sembrava aver invaso i cuori dei loro soldati. Un possente clamore si udì echeggiare nella pianura, infine tutto fu silenzio: Ariel era morta, ma il suo sacrificio aveva impedito alla città di cedere.

Smarriti si mossero gli Uomini in città, ché su tutti era piombata improvvisa una grande stanchezza; luce non vi era sul volto rigato dalle lacrime di Aldor Roc-Thalion e accanto a lui, silenti nel dolore che accomunava i loro cuori, erano Erfea e Herim, il cui braccio sanguinava copiosamente; infine, un nuovo Sole sorse e il mondo dei mortali e di coloro che non periscono sembrò vivere nuovamente, ché essi furono illuminati dai suoi possenti raggi: balzato rapidamente in piedi, il Signore del Rhovanion allora lanciò la sua spada in aria e tutti coloro che erano con lui in quel momento, crederono di aver visto Orome il Vala, possente nella sua forza.

“L’affetto più prezioso che avevo mi è stato sottratto dalle armate di Mordor e io non oblierò mai il dolore che avvolge il mio animo; possa tuttavia giungere lesta l’ora della vendetta, ché il mio cuore freme e in esso la collera è forte”. Nessun altro parlò in tale triste ora, ché non vi erano parole nei loro idiomi atte a esprimere quanto ciascuno racchiudeva nel proprio cuore ed essi si ritirarono, cercando invano nel sonno beffardo la quiete che i loro animi avevano smarrito molti anni prima.

Nei giorni successivi, sotto l’esperta guida di Bor e di suo figlio Groin, gli Uomini della città posero mano al martello e all’incudine, sanando le ferite che la guerra aveva condotto con sé; lame furono forgiate, secondo la tecnica di Khazad-Dum, ed esse atterrirono le schiere del Nemico, allorché giunse il momento di impugnarle: nessuno, tra coloro che dimoravano all’interno della mura di Osgiliath ancora inviolate, era in grado di prevedere quando sarebbe giunto nuovamente il momento del confronto. Erfea, tuttavia, diede ordine ai suoi soldati di intensificare la sorveglianza del Cancello e del Ponte e ne inviò alcuni per osservare i movimenti delle armate del Re Stregone; nulla però seppero riferire coloro che fecero ritorno alla città, ché l’Ithilien era desolato e il nemico si era trincerato nella fortezza di Minas Ithil, ove essi non avevano il coraggio di avvicinarsi, memori della crudeltà dei Nazgul e dei loro servi.

Poche o punte notizie giungevano dal Nord, ché scarsi erano i contatti tra il regno di Arnor e quello di Gondor e perfino in tale ora del bisogno Erfea ammoniva i Saggi di Gondor a evitare l’uso della Palantir, per tema che Sauron potesse impadronirsi della mente di chi avesse avuto l’ardire di scrutare nelle antiche pietre veggenti.

Trascorsero i giorni e giunse aprile, recando con sé nuove sofferenze, ché i campi furono gelati dalla neve e un gelido vento sferzava i pinnacoli delle torri della città e ancor più gli animi di coloro che la difendevano; inquieto divenne Glorfindel ed egli sovente volgeva il proprio sguardo a Nord, nella speranza di scorgere i lucidi vessilli di Gil-Galad e di Elendil; ma nulla si muoveva nelle brume settentrionali e numerosi Uomini morirono, decimati dalle malattie e dalle ferite. “Mai, dacché il reame di Gondor ebbe origine, la Primavera era stata sì crudele con i suoi abitanti – osservò Herugil una notte – “Codesta è opera del Re Stregone e dei suoi accoliti, ché si narra che egli sia in grado di evocare il freddo dagli Spazi oltre la Notte Eterna” – gli rispose Herim; nessuna parola fu pronunziata da Erfea, eppure il suo cuore sapeva essere veritiere le parole del Capitano degli orientali.

Giunse maggio e le bufere di neve sembrarono placarsi; nuova speranza sorse allora nel cuore delle Libere Genti, eppure questa altra non era che la volontà dell’Oscuro Signore, ché egli desiderava che non vi fossero impedimenti alla sua mossa finale: in gran segreto, i suoi schiavi presero nuovamente ad armarsi ed essi mossero rapidamente verso il fiume e la città di Osgiliath, finché, il primo di quel mese, essi non giunsero nuovamente alla capitale di Gondor, iniziando un nuovo assedio.

Nessun cronista di quei tempi fu in grado di apprendere quanti fossero i soldati e gli schiavi che militavano nelle file dell’Oscuro Signore, ché tale moltitudine sembrava aumentare di giorno in giorno. Scuro in volto, la mano destra che accarezzava l’elsa di Sulring, Erfea Morluin mirava quanto accadeva nella piana sottostante le possenti mura della città, mentre la mente era intenta a rimembrare altre battaglie alle quali aveva partecipato nei lunghi anni della sua vita; ratto tuttavia si voltò allorché apparve alle sue spalle Bor, seguito da Groin. Per alcuni istanti un eloquente silenzio regnò fra loro, infine la roca voce di Bor echeggiò bassa: “Salute a te, figlio di Gondor! Un nuovo assedio è pronto a iniziare e sebbene possa essere possibile che codesto sia l’ultimo al quale le nostre vite mortali prenderanno parte, non disperiamo, ché ben conosciamo il valore delle nostre stirpi ed esse non temono gli schiavi di Mordor. Mai, nel corso della mia pur lunga esistenza, avevo mirato un simile coacervo di razze unite sotto un’unica bandiera, eppure, poche fra queste risultano a me note, ché esse non provengono dalle contrade ove io in tempi di pace ho dimorato, né hanno mai incrociato le asce della mia gente prima che questo lungo assedio avesse inizio; tu però godi di una conoscenza degli schiavi di Mordor che neppure un signore degli Elfi qual è Glorfindel può vantare di possedere: illustraci dunque, o Dunadan, le stirpi di coloro che servono il Nero Nemico del Mondo”.

Erfea ristette a lungo in silenzio, infine parlò e la sua voce si levò calma e impassibile sui pinnacoli e sui minareti della città: “Invero numerose sono le genti i cui guerrieri militano negli eserciti di Sauron; vi dirò, dunque, quanto ho appreso nei miei lunghi anni di esilio nelle vaste e desolate contrade che si estendono nell’estremo oriente e meridione di Arda. Sappiate, infatti, rampolli della stirpe di Durin, che codeste regioni sono la dimora di tribù feroci e ostili ai Popoli Liberi, implacabili in battaglia e rese schiave dall’oscuro potere dell’Unico che procura infame gloria al Nemico; lesti i loro guerrieri sono accorsi a servire l’Occhio, perché i loro capitani e signori altri non sono che i Nazgul”. Annuì lentamente Groin Hroa Sarna, infine, indicando con il suo poderoso braccio le schiere di Sauron, così apostrofò il Dunadan: “A quale stirpe appartengono coloro che sono all’avanguardia dell’esercito del Nemico? Uomini sembrano, eppure sconosciuti mi sono i loro costumi e ignote al mio orecchio le favelle che essi adoperano: taluni sono armati di lunghe alabarde la cui fattura mi risulta nuova, mentre altri adoperano robusti archi di tasso. Rozzi usberghi in cuoio proteggono i loro villosi petti ed essi indossano elmi piumati”. “Codeste schiere – riferì Erfea – servono Uvatha e Ren, i due Ulairi del Sud, e provengono dalle contrade del Khand e del Chey, ché tali sono, infatti, le patrie cui appartengono quei Nazgul”.

“Imponenti sembrano ai miei occhi quelle bestie che sulla sinistra dello schieramento avanzano – interloquì Bor – e non vi è nome nella mia lingua per definirne la terribile collera che sembrano emanare”. “Veritiere sono le tue parole, ché essi sono chiamati mumakil nella lingua dei popoli presso i quali sono impiegati, e olifanti nella favella dei cavalieri del Rhovanion: innanzi a me scorgo avanzare un possente esemplare di tale razza, dipinto di rosso e nero, sul dorso del quale si erge un imponente baldacchino di oro e avorio intarsiato: colui che ne impugna con sprezzante autorità le lunghi redini, altri non è che il quarto Nazgul in possanza, Indur Re del Mumakan e delle contrade a esso sottomesse, colui che i suoi servi chiamano il Flagello dell’Alba. Prodigioso è il suo elmo ricavato dal cranio di un olifante quale egli cavalca, e letale è la scimitarra che egli impugna nella battaglia; guardatevi dal suo letale manto – concluse Erfea – ché esso conduce chi lo osserva alla follia e alla perdizione”.

“Gravi e saggi sono i tuoi ammonimenti, Erfea figlio di Gilnar e noi ne terremo conto – gli rispose Groin – Invero vasta è la tua conoscenza delle schiere del Nemico e grato ti sarà il mio animo se mi vorrai indicare il nome e la stirpe di colui che cavalca uno splendido stallone, quale mai i miei occhi hanno mirato; numerosi cavalieri seguono tale condottiero ed essi sembrano feroci nell’aspetto, sicché perfino il più valoroso fra gli Uomini potrebbe temerne la carica. Chi è dunque costui?”

“Egli è Khamul l’Orientale, colui che i suoi servi chiamano il Re Dragone, secondo in possanza fra i Nazgul; letale cacciatore delle terre che si estendono a Nord del Rhovanion, il suo elmo dorato, intagliato a guisa di drago, riluce minaccioso nella piana; non vi sono cavalieri sì audaci nelle schiere del Nemico quali sono quelli che servono nell’esercito di Khamul ed egli è invero uno spirito esperto della negromanzia e dell’arte del combattimento”. Mentre così dialogavano i tre condottieri, le schiere del nemico si approssimarono alla città e presto fu possibile scorgere anche le milizie che sostavano alla retroguardia: erano costoro i veterani dell’esercito di Mordor, coloro che avrebbero permesso al loro Oscuro Sire di trionfare, qualora avessero preso parte alla battaglia.

“Ben m’avvedo come codesti guerrieri siano d’aspetto feroce e d’indole implacabile, tuttavia ignote mi sono le stirpi cui essi appartengono; chi comanda quei carri di vimini e di seta intessuti, la cui polvere sollevata è simile a una nube?” osservò Bor, mirando tali schiere.

“Hoarmurath di Dir è il suo nome, ed egli è sesto fra i Nazgul in possanza; invero crudele è il suo animo e il suo arco nero ha mietuto numerose vittime tra i nostri eserciti; codesti guerrieri sono Esterling provenienti dal mare interno di Rhun, a levante dei Colli Ferrosi: rapidi nella pugna, essi incutono infinito timore, ché non vi è fante che non tema di essere calpestato dai loro mortali carri”.

Improvviso, un grande clamore si levò nell’aria e risa selvagge furono udite echeggiare in tutta la piana; nuova inquietudine crebbe nel cuore di Erfea ed egli indicò ai Nani coloro che comandavano le schiere che sì impunemente procedevano, acclamate dall’intera armata. “Una grande moltitudine scorgo innanzi a me, tale che ogni altra forza del nemico a essa paragonata sembra poca cosa; Orchi e Troll delle caverne ne guidano l’avanguardia, e il loro fetore è tale che giunge fin qui: non sono tuttavia costoro che incutono timore nel mio animo, ché una fitta schiera di Numenoreani Neri segue i loro passi ed essi sono i nostri nemici più pericolosi”.

“Invero – interloquì Bor – codeste nuove armate dell’Oscuro Signore sembrano meglio equipaggiate rispetto a quelle che abbiamo affrontato e vinto fino a oggi. Un grande latrare i miei orecchi ascoltano e il mio cuore è colto da improvvisa paura ché mai aveva udito simili grida, le quali paiono giungere dall’Abisso!”

Erfea annuì: “Hai dunque udito le schiere di Dwar di Waw, il capitano del Cancello Nero e terzo fra i Nazgul; Signore dei Cani lo chiamano i suoi accoliti e le sue bestie sono tra le più feroci fra quelle che calcano le contrade di Endor”.

Mentre così discorrevano, Groin emise un urlo strozzato e parve a chi lo mirava che il colore dal suo viso fosse svanito; tremante, il suo dito indicava tre possenti armate che, lentamente, procedevano verso la città: tre enormi figure nere cavalcavano alla loro testa e due fra loro erano attorniate da soldati e dai mostruosi segugi da guerra di Dwar; la terza, più alta e imponente delle altre, procedeva solitaria e nessuno aveva l’ardire di marciare a meno di cento piedi da essa, ché emanava una malvagità tale da atterrire finanche i selvaggi Orchi e gli irascibili Troll. Una grande corona ferrea cingeva il suo capo e una pesante mazza pendeva al suo fianco sinistro, mentre una lama lunga sessanta pollici era cinta alla sua destra; autorità e terrore lo procedevano e un grave silenzio scese al suo arrivo, tale che perfino sugli spalti delle mura nessuno ebbe l’ardire di spezzarlo.

“È giunto colui che temevo sopra ogni altro nemico, eccetto l’Oscuro Signore in persona: egli è infatti il Capitano Nero, Signore degli Stregoni e Re degli Spettri; infette sono le sue oscure parole e le menti degli Uomini sono avvinte al suo potere, ché la volontà del suo padrone è in lui e la sue armi, che le storie narrano siano state forgiate dalle oscure mani di Sauron in persona quando egli era ancora un servo di Morgoth, incutono timore e terrore fra quanti le osservano”.

Lesto riprese l’assedio e parve che invero fosse giunta l’ora in cui la città degli Uomini del mare avrebbe infine ceduto; restio era però il suo Sovrintendente a effettuare una sortita a cavallo, ché sebbene il parere di Herim e Glorfindel fosse contrario, sapeva essere i Guadi e l’isola di Cair Andros in mano alle schiere del Nemico ed egli era solito ricordare che dei diecimila cavalieri che erano ancora in città non ne sarebbero giunti vivi che la metà, qualora essi avessero tentato di impadronirsi dell’isola e di cogliere il nemico sul fianco destro.

Una mattina, tuttavia, giunsero a Osgiliath inaspettatamente novelle di speme intrise, ché le aquile di Manwe riferirono che le prime avanguardie delle schiere di Gil-Galad e di Elendil avevano attraversato l’Alto Passo sulle Montagne Nebbiose e si accingevano a fare il loro ingresso nelle vaste distese del Rhovanion; lesti, allora, furono richiamati a Nord i reparti di mumakil, Carrieri e delle altre schiere a cavallo, ché Sauron provava nel suo cuore grande paura e temeva che i Cancelli Neri sarebbero rimasti sguarniti qualora i nemici fossero giunti alla sua dimora.

L’entusiasmo dei condottieri dell’Alleanza si mutò tuttavia lesto in inquietudine e poi in terrore allorché comparvero nuovamente i grandi Vermi di Morgoth; l’intera città tremò sino alle fondamenta allorché il soffio gelido della maligna prole del Vala Caduto ne deturpò i possenti torrioni e i gai giardini; vana fu ogni difesa, ché i soldati dei Popoli Liberi erano ormai prostrati e non vi era più forza nelle loro bracce: numerose difese furono abbandonate e molti fuggirono al di là del ponte che conduceva a ponente e alla città di Minas Anor, convinti che Osgiliath orientale fosse perduta. Lesta cadde la notte e alle schiere di Uomini si aggiunsero quelle delle infami creature della Tenebra; restia a cedere era però la difesa del cancello e nessuno fra quanti comandavano le laide schiere del Nemico osava ancora approssimarsi al gelido splendore di Sulring, la lama di Erfea, e con lui erano anche i Principi dei Nani di Khazad-Dum e i Signori dei Noldor in esilio.

Atti di valore furono compiuti durante quella di notte ed essi risuonano ancor oggi gloriosi agli orecchi di quanti ascoltano narrare tali vicende; non vi erano, tuttavia, solo i pesanti battenti delle porte da difendere, ché le mura esterne erano state abbandonate nelle mani degli Orchi e degli altri schiavi sottomessi a Sauron e se costoro non avevano ancora fatto il loro ingresso in città avveniva solo perché gli arcieri, protetti e occultati dall’enorme mole delle torri e dei merli interni, continuavano a scagliare frecce e proiettili su quanti si approssimavano loro.

Per qualche ora, dunque, le difese ressero ancora; infine, una grande ombra cadde su di loro e Bairanax, il Verme del Ghiaccio, piombò su quanti combattevano sugli spalti a meridione, travolgendo nell’impeto della sua foga alleati e nemici; letale, il suo fetido alito imprigionò nel ghiaccio Uomini e Orchi, infine si abbatté con foga sulle mura: alle due del mattino del giorno successivo, una breccia fu aperta e il pericolo piombò improvviso sulla città».

Il Ciclo del Marinio, pp. 297-302

In difesa di Osgiliath (III parte)

Prosegue la narrazione dell’assedio di Osgiliath. In queste pagine Erfea e i suoi compagni discutono intorno alla follia della guerra, capace solo di recare lutti a quanti la combattono e riflettono sulle colpe dei Numenoreani nell’aver spinto i popoli del Sud e dell’Est ad allearsi con Sauron. Buona lettura!

«Infine l’oscurità opprimente disparve dal cuore dei liberi popoli ed essi accorsero ad armarsi: manipoli di fanti furono formati e i cavalieri montarono sui loro destrieri, mentre gli arcieri correvano a schierarsi lungo le mura e incoccavano nere frecce dalla punta acuminata. Simili a un’oscura marea, simili a una fiamma destatasi a oriente che nel suo percorso consumi ogni cosa che incontri, così le truppe di Mordor mossero all’attacco e il secondo assedio di Osgiliath ebbe inizio; possenti macchine da guerra, spinte da bestie senza nome, furono avvicinate alle bianche mura che nessun nemico aveva mai oltrepassato, mentre cavalieri provenienti dalle remote contrade del Khand e dall’Harad cavalcavano rapidi attorno alla città, scuotendo corte aste sugli scudi guarniti di punte acuminate in bronzo e di oscene figure in oro; crudeli capitani aizzavano le loro truppe e l’eco delle loro alte voci giungeva alla città. Esterling, armati da pesanti mazze e da scuri in ferro, si inerpicavano sulle rozze passerelle che dalle alte torri d’assedio sporgevano, mentre arcieri giunti dalle terre dei Chey a meridione e frombolieri delle isole di Wolim bersagliavano di proiettili avvelenati i soldati dell’Alleanza. Nessun Orco, né Uomo fu risparmiato dal Re Stregone durante il suo attacco alla città; eppure, la forza e il coraggio dei Figli di Iluvatar non vennero meno e nel cuore del condottiero delle schiere di Mordor crebbe l’odio per coloro che si opponevano con tenacia e successo ai piani del suo padrone: algidi arcieri elfici, la cui maestria è divenuta leggendaria nel corso dei secoli, colpivano senza esitazione i fanti delle schiere di Mordor e nessuna freccia mancò il bersaglio; Nani, il cui spirito battagliero era stato temprato da innumerevoli scontri con le schiere del Maia Caduto, impedivano agli Orchi di stabilire una testa di ponte sulle mura e questi trovarono la morte in gran quantità, i loro miseri corpi squarciati dalle asce dei Figli di Aule o fatti precipitare dalle scale da abili tiri degli arcieri elfici e gondoriani. Gli Eothraim si disposero lungo le mura di Osgiliath, sì larghe da poter consentire a tre Uomini a cavallo di manovrare e finanche di caricare, facendo strage di quanti, risparmiati dalle frecce, riuscivano ad approdare sugli spalti; fanti gondoriani, armati di lunghe spade e possenti scudi trucidavano i soldati di Mordor e sovente riuscivano a incendiare le massicce torre mobili; allorché una di queste prendeva fuoco, coloro che erano all’interno perivano a causa del grande calore che esse sviluppavano e l’assedio subiva una pausa. Per giorni e notti si combattè nella Città delle Stelle e le schiere di Mordor erano sbigottite dalla resistenza che i Popoli Liberi opponevano loro; esigua, tuttavia, era l’armata dei difensori e sebbene il valore compensasse l’inferiorità di numero, pure essi si ridussero progressivamente, né giungevano altri rinforzi a Osgiliath. Erfea Morluin non si era risparmiato negli aspri combattimenti che erano sorti sulle mura e nei pressi del cancello, sì che il suo mantello era stato marchiato in più di un’occasione dal vermiglio marchio del coraggio; pure, egli esortava sovente i suoi Uomini a resistere, ché era conscio di quale valore avesse per il nemico la presa della città: conquistato il passaggio del fiume, infatti, le sue armate si sarebbero impadronite con facilità di Minas Anor e le truppe dell’Alleanza, posto che avessero ancora avuto la forza di radunarsi e di correre in soccorso delle genti del Sud, non avrebbero trovato altro che rovine e morti.

Una mattina di giugno, il Sovrintendente di Gondor si inerpicò sugli spalti del cancello orientale, mentre l’assedio subiva una pausa e gli Orchi e le altre creature dell’Oscuro Signore erano rintanate nei loro bivacchi, festeggiando quella che pareva essere loro una vittoria prossima; nessun altro era con lui, ché Groin e Bor erano intenti a verificare quali danni avessero subito gli edifici e le mura, mentre Edheldin e Glorfindel assistevano i feriti ricoverati nelle Case di Guarigione con l’ausilio dell’Antica Arte Medica dei Noldor in esilio, e Herim ed Herugil si occupavano dell’addestramento dei nuovi soldati e dell’approvvigionamento delle truppe. Stupore dunque si dipinse sul volto di Erfea, allorché egli scorse Ariel e Aldor affacciati alla balaustra dell’ampia terrazza che circondava il palazzo reale; i loro visi non erano visibili, né le affettuose parole che si scambiavano erano echeggiate nell’orecchio del Dunadan, ché il vento soffiava da ponente e conduceva con sé ratto ogni suono proveniente dalla città. Lesti si voltarono tuttavia i due capitani allorché percepirono il pesante passo del Numenoreano e la luce che brillava nei loro volti tradì quanto i loro cuori non osavano confessare: “Quali notizie, Erfea, dal capezzale del sovrano? Riuscirà Anarion a sopravvivere al triste fato che l’ha colpito?” gli domandà Aldor Roch-Thalion.

A lungo inspirò il figlio di Gilnar, prima di rispondere a tale quesito, la mente e il cuore immersi nel ricordo di giorni perduti e ormai remoti; infine egli rispose, pronunziando stanche parole: “Un grave morbo ha debilitato il nostro sire ed egli vaneggia, senza tuttavia riuscire a recuperare lucidità e vigore; sovente l’ho udito nelle notte gemere e Meneldil, erede del sovrano, si erge accanto a suo padre, scuro in volto, senza pronunciare parola alcuna; nessuno fra coloro che conoscono l’antica Arte delle Erbe comprende l’origine del male che ha colpito Anarion, figlio di Elendil, anche se vi è chi suppone possa essere stato colpito da una lama infetta di un qualche veleno quale la nostra arte e quella degli Eldar non è in grado di curare”. Triste, il volto di Erfea mirò la pianura sotto di sé, infine esclamò: “Quanta morte mirano i miei occhi! Infiniti sono i corpi che giacciono abbandonati nel campo della battaglia, oltraggiati dagli uccelli rapaci e dai cani famelici; eppure, io credo che massima offesa provenga non già da simili bestie, feroci per natura e istinto, bensì dalla follia degli Uomini che ha condotto tanti dei loro simili a codesto triste sentiero”. Silente Ariel osservò il volto del sire Dunadan e scorse pietà e rimorso nel suoi occhi; stupita allora lo osservò, perché aveva sempre creduto che egli fosse un Uomo d’arme e non già depositario di una saggezza come pochi fra i Secondogeniti potevano vantare di possedere; timore e reverenza sorsero nel suo cuore e sebbene il suo spirito fosse quello di una rude guerriera del Nord, poco avvezza alle cortesi parole che sovente i Dunedain erano soliti scambiare fra loro finanche in tempi oscuri, pure ella gli sfiorò il viso, commossa. Sorrise allora Erfea e per un istante la malinconia che attanagliava il suo cuore parve scomparire; tosto, tuttavia, egli si incupì nuovamente e il suo sguardo si diresse lungi da Osgiliath, fino ai contrafforti montuosi dell’Ephel Duath; oscure nubi, prodotte dalle continue eruzioni che scuotevano in quei giorni l’Orodruin, lambivano il cielo a oriente e occultavano alla vista del Dunadan numerose legioni del Nemico; invisibili sembravano costoro, eppure, tale era la malvagità che le animava, che Erfea non poteva ignorarne la presenza. Al suo fianco, Aldor Roch-Thalion si ergeva silente; non paventava lo scontro con le schiere del Nemico, ché il suo popolo era spietato e molto lo temevano gli Orchi e gli altri servi di Sauron: guerriero implacabile, pure nel suo cuore l’Alto Theng del Rhovanion desiderava che tale guerra si concludesse quanto prima, ché molto la sua gente aveva sofferto e, sebbene egli non comprendesse appieno le parole che il Numenoreano aveva testé pronunciato, pure il suo animo era sconvolto dalle inaudite crudeltà che le schiere del nemico avevano inflitto ai prigionieri e ai caduti, torturandoli senza pietà alcuna e lasciandone i miseri resti agli aberranti lupi di Dwar e alle altre fameliche bestie di Sauron.

“Ben dici, Sovrintendente di Gondor, allorché affermi che tali Uomini sono periti a causa della follia e dell’arroganza; eppure, concorderai con me che essi sarebbero morti comunque e che tale fato rappresenti quanto di più nobile un guerriero possa desiderare. Nella spada e nella lancia, ogni soldato trova il compimento del proprio destino”. Erfea sospirò, infine così gli rispose: “Veritiere sono le tue parole, eppure non dimenticare che coloro i cui corpi giacciono desolati sulla pianura avrebbero potuto interprandere un percorso differente, se l’Oscuro Signore fosse stato sconfitto molti secoli prima e il suo spirito giacesse ora nelle Aule al di fuori del tempo e dello spazio. Forse é vero che il miglior giaciglio per un guerriero sono lo scudo e il lacero manto di cui è ricoperto, tuttavia io non credo che tale dovesse essere il destino ultimo dei Figli di Iluvatar, ché se non fosse stato per la vile azione di Morgoth e dei suoi servi, nessuna lama avrebbe baluginato nell’oscurità, né una freccia sarebbe stata scagliata imperiosa”. “Sagge sono le tue parole e non sarò io a metterle in discussione – interloquì allora Ariel – ché sei invero un Uomo savio e lungimirante; tuttavia, mi chiedo se tale responsabilità non sia da attribuire anche a coloro che seguirono la stolta volontà dei Signori della Tenebra: giorni fa, ci narrasti quali vicende condussero coloro che un tempo erano Uomini rinomati per la loro fama e forza a cederle all’Oscuro Signore, nell’illusoria promessa di ottenere da costui immortalità e gloria eterna; eppure costoro gli cedettero l’anima e rinunciarono al libero arbitrio, divenendo in tal modo i Nazgul, gli Schiavi dell’Anello. Non furono forse costoro malvagi fin da quando erano mortali, e non fu forse l’insana arroganza a condurne i destini verso una schiavitù eterna?”.“Quanto dici corrisponde solo in parte al vero, Ariel figlia di Aran; sappi, infatti, che neppure i Nazgul erano malvagi fin dalla nascita e che i loro animi furono corrotti dalla inopportune scelte che essi compirono. I racconti tramandataci dai Noldor affermano che finanche Sauron non si erse dal principio del mondo come seduttore dei Figli di Iluvatar, ché, in verità, egli era del popolo di Aule: quanto poi gli accadde in seguito, dimostra che nessun spirito è stato creato malvagio da Iluvatar, ché fu Melkor a desiderare che il tema della Musica fosse mutato a beneficio della sua gloria e della sua fama, ché molto desiderava creare la vita; eppure, sappiate questo, capitani dei Popoli Liberi, che solo Eru Iluvatar è il custode della Fiamma Imperitura, la stessa dalla quale ogni forma di vita su Arda ha avuto origine, e che neppure lo stesso Morgoth è stato in grado di conquistare. La vita e il dono del libero arbitrio sono stati affidati dall’Uno agli Uomini perché fossero adoperati come doni; eppure, sovente Morgoth e i suoi servi hanno ispirato nel cuore dei Secondogeniti angoscia e timore e reso tali doni una schiavitù che a molti è parsa insopportabile e intollerabile”. Aldor allora parlò: “Se quanto tu affermi corrisponde a verità, allora il potere del nemico è invero grande, se riesce ad attrarre a sé un gran numero di servi; poca pietà prova tuttavia il mio cuore per loro, ché molta sofferenza arrecarono ai nostri popoli e i loro nomi sono maledetti. Non rechi nel tuo cuore il medesimo astio che anima i miei sentimenti in tale ora oscura?”.“Signore del Rhovanion, davvero credi che le schiere dei Secondogeniti siano composte solo da Uomini che desiderano la distruzione dell’Ovest? Se tale è il tuo pensiero, allora sappi che è mendace, ché molti fra gli Uomini che servono Sauron sono stati attratti da menzogne infide; grave responsabilità hanno avuto, nell’aver contribuito a tale seduzione degli Uomini da parte di Sauron, gli scellerati atti che i Numenoreani fedeli al Partito del Re compirono a danno di tali popolazioni; molti fra coloro che oggi combattiamo, non hanno obliato i massacri che i loro padri subirono a causa della follia delle schiere di Tar-Ciryatan e dei suoi figli, e adesso la sete di vendetta si agita nei loro cuori. Quanto a me – soggiunse, scuro in volto – nel mio cuore provo pietà per codesti Uomini, ingannati da colui che ora noi combattiamo”. A lungo rifletté Ariel sulle parole che il Sovrintendente di Gondor aveva adoperato, infine così gli rispose: “Forse vuoi dire che il tuo animo e la tua mente sono colmi di tristezza per il destino di coloro che hanno oltraggiato le donne del tuo popolo e che hanno condotto alla perdita di Minas Ithil? Forse non vi è dolore nel tuo cuore per i guerrieri figli del tuo popolo che ora giacciono nella piana?” Furente era in volto il capitano delle Amazzoni ed ella si attendeva una veemente risposta da parte di Erfea: nessuna parola, tuttavia, fu pronunciata dalla bocca del Sovrintendente, che si limitò a osservare con i suoi chiari occhi la sua interlocutrice, finché questa, colma di vergogna e dolore, non abbassò lo sguardo e le lacrime ornarono le sue gote; allora Erfea parlò, ma non vi era rabbia nelle sue tristi parole: “Non una sola vita, ma due, a me infinitamente care, furono infrante dalla crudeltà delle armate di Sauron e nessuna vittoria sulla gente dell’Avversario potrà restituirmi Miriel di Numenor ed Elwen di Edhellond, il cui destino ultimo è noto a me soltanto; tuttavia, sebbene il ricordo di tali vicende non abbandoni mai il mio animo, ritengo che un cuore provato dalla malvagità e dalla follia degli Uomini, sia sovente condotto ad analoghe azioni infami. Nessuno, fra coloro che chiudono il proprio cuore ai saggi moniti che provengono da Valie, può sperare che simili avversità non colpiscano anche loro; e se non vi è dubbio che gli Haradrim e gli Esterling siano da condannare per la loro adesione alla causa del Nemico, pure, non meno grave è la colpa delle armate numenoreane dei secoli trascorsi, che molto sparsero sangue nella Terra di Mezzo, rendendo gli animi degli altri Secondogeniti deboli, perché permeati dal desiderio di vendetta, e succubi ai voleri di colui che fece dell’inganno il suo strumento di dominio sulle altre stirpi”.

Più discorso fu pronunciato quel giorno e per lungo tempo Erfea non scambiò parola con alcuno dei capitani, la mente e il cuore rivolti altrove; infine, una mattina, furono uditi squillare numerosi corni nella piana e gli eserciti di Mordor si prepararono ad avanzare nuovamente; leste squillarono le trombe nella città e i soldati dell’Alleanza corsero ad armarsi, consapevoli che tale assedio avrebbe potuto essere l’ultimo per la Bianca Città, ché erano state fatte avanzare le possenti macchine d’assedio forgiate nell’oscurità delle fucine di Barad-Dur dai Nani appartenenti alla stirpe di Bavor; i poderosi trabucchi, i cui imponenti bracci erano assicurati alle massicce strutture in legno e acciaio che ne sorreggevano l’enorme peso, furono condotti avanti da bestie senza nome, quali mai erano state avvistate fino a quel momento. Presagendo in cuor suo gravi sventure, il figlio di Gilnar accorse al cancello, mirando, stupefatto e atterrito, l’enorme arsenale di guerra che il nemico muoveva contro la Città delle Stelle; al suo fianco era Glorfindel, Signore dei Noldor in esilio, la cui bionda capigliatura strideva palesemente con la tenebra che colmava l’aria attorno a loro. “Maledetta sia la stirpe di Bavor l’Infame, ché le sue creazioni belliche molti danni provocheranno alla nostra città; se il mio cuore avesse presagito che saremmo giunti a tale ora buia e senza speme, mai avrei desiderato che Iluvatar avesse concesso perdono ad Aule allorché costui forgiò dalla roccia i sette Padri dei Nani”. “Gravi sono le tue parole ed ecco che il mio animo teme per te, Glorfindel di Rivendell, ché mai ti avevo sentito parlare in maniera sì stolta – gli rispose Erfea, scuro in volto – Non obliare che fra coloro che servono l’Oscuro Signore di Mordor vi è anche un rinomato artista della tua stirpe, e, sebbene egli sia così vile da non desiderare incrociare la sua spada con coloro che appartengono al suo lignaggio, pure ha preso parte a innumerevoli malvagità dacché Sauron corruppe Celebrimbor e si appropriò dei segreti di forgiatura dei Noldor dell’Eregion; non solo i Naugrim di Bavor servono nei suoi eserciti, ma anche Numenoreani e altre stirpi di Uomini: codesto ti sembra forse un motivo opportuno per desiderare la distruzione di tali razze? Non essere sì drastico nei tuoi giudizi, ché nessuna stirpe fu creata da Iluvatar per servire il Nemico e coloro che ne seguono l’insegna in battaglia non possono invocare sui loro lignaggi la maledizione delle Libere Genti, ché molti fra i Naugrim, gli Eldar e gli Edain combattono per la nostra causa e mai hanno compiuto atti di fellonia”. Profondamente pentito per quanto la sua bocca aveva testé pronunciato, Glorfindel fece un breve inchino, infine si rivolse a Erfea: “Ti chiedo perdono, Signore dei Dunedain, ché non ero io a pronunciare tali parole ricolme di odio e rancore, ma la paura che parlava in me; ora m’avvedo quanto la speme non sia smarrita nei cuori degli Uomini, ché, se perfino in tali giorni di terrore i loro cuori rimangono saldi, allora nulla è perduto e il volere di Iluvatar sarà seguito; molti anni dovranno tuttavia trascorrere prima che il mondo appartenga ai Secondogeniti e numerose canzoni allieteranno ancora il mio popolo”. “Triste sarà il giorno in cui l’ultima nave abbandonerà i lidi orientali; tuttavia, poiché tale destino è ancora lungi dal compiersi, affrontiamo adesso il male che affligge il nostro mondo, ché fratelli siamo stati creati e a unico scopo destinati, né, finché in Arda il nome dei Valar sarà benedetto, la grazia e la possanza dei figli dell’Unico saranno obliate!”. Lieti, i due capitani si strinsero la mano e si ritirarono ciascuno alle proprie posizioni, onde evitare che i servi di Sauron si impadronissero del ponte e del cancello; tuttavia, sebbene numerosi atti di valore fossero compiuti in quei giorni e le schiere di Mordor subissero gravissime perdite, pure numerosi edifici della città furono rasi al suolo dai proiettili che i trabucchi dell’Avversario scagliavano con notevole precisione al di là del muro di cinta».

 

Il Ciclo del Marinaio, pp. 281-289

La difesa di Osgiliath (II parte)

Questo articolo prosegue la narrazione iniziata nel contributo precedente. Continuano ad arrivare rinforzi ad Osgiliath, ma saranno sufficienti per fermare l’avanzata delle truppe di Sauron? Buona lettura!

[Illustrazione gentilmente concessami da Emanuele Manfredi Gallery. Tutti i diritti riservati. https://www.facebook.com/EmanueleManfrediGallery/photos/a.696568877024130/3429349947079329/?type=3&theater]

«Quella sera più parole furono pronunciate tra i comandanti e le luci si spensero nella città; Erfea, tuttavia, ritto sul pinnacolo della torre più alta, vigilò per tutta la notte, ché il suo animo non avrebbe certo trovato scampo alle preoccupazioni che lo angosciavano negli incubi notturni. Lesto il mattino sorse all’orizzonte e Aldor comparve sugli spalti recando con sé una coppa: “Bevi, mio signore – tali furono le sue parole allorché scorse Erfea nella bruma mattutina – ché lunga è stata la veglia e le sentinelle hanno scorto il tuo luminoso elmo per tutta la notte”. Accettato con gratitudine il dono, Erfea così si rivolse all’Alto Theng del Rhovanion: “Questa notte ho scorto decine di luci a Est. Migliaia di luci a Est; le truppe del nemico sono pronte alla pugna e lesta la tempesta si abbatterà sulla Città delle Stelle”. “Cosa temi dunque, figlio di Numenor?” Lenta echeggiò la risposta di Erfea tra gli argentati minareti e i dorati vessilli: “Gli Eothraim hanno scorto la potenza di uno degli Ulairi, servi immortali di Sauron; mai nessuno fra voi, tuttavia, ha mirato il terribile sembiante del Signore dei Nazgul, luogotenente di Sauron e comandante degli eserciti di Mordor; mortale è la sua voce e letale il suo lungo braccio, ché egli è possente nel corpo e nello spirito; bada alle sue schiere, principe del Rhovanion, ché esse sono tra le più feroci e malvagie tra quante servono l’Occhio di Mordor”. Brevemente soppesò tali parole Aldor, infine rispose: “Innanzi a me scorgo tuttavia uno dei figli di Elenna, terrore dei servi di colui che noi non nominiamo; si dice che egli non oblii nessuno dei torti subiti e se tale pensiero corrisponde al vero, ebbene, Erfea Morluin, i suoi servi molto temeranno il tuo nome e la tua lama”. Sorrise lievemente Erfea, infine discese lungo le mura e voltatosi, così gli parlò: “Non credere che io abbia dimenticato quanto accadde a Edhellond molti anni fa; possa Sulring colpire svelta, quando egli calerà su di noi”. Improvviso nella pianura, tuttavia, squillò un corno, poi seguito da molti altri ancora; leste le guardie chiamarono a gran voce il Sovrintendente di Gondor e gli altri capitani ed essi accorsero al cancello, ché a ponente si scorgeva una minuta schiera avanzare. Glorfindel cavalcò fino a un miglio dalla città per ricevere tali stranieri; con lui era anche Herim, il quale aveva stretto profonda amicizia con il Noldo: grande era la curiosità che muoveva gli animi dei due ed essi per lungo tempo non pronunciarono parola; infine il Capitano degli Orientali parlò: “Glorfindel, i racconti della mia gente narrano che la vista degli Elfi è invero lungimirante; cosa scorgono, dunque, i tuoi occhi in tale ora?” Per qualche istante Glorfindel non pronunciò parola; infine rise, e il suono della sua letizia colmò di stupore l’animo dell’Uomo: “Amazzoni! Le donne guerriere del Rast Vorn giungono a Osgiliath!” Veritiere si dimostrarono tali parole, ché codeste guerriere erano le eredi di quanti fra il popolo di Haleth non si erano allontanati dalle spiagge della Terra di Mezzo al termine della Prima Era e avevano trovato nuova dimora tra i boschi della penisola del Rast Vorn, ove oggi nessun Uomo vive. A lungo i superstiti della Seconda Casa degli Uomini avevano dimorato in quei boschi e nessun servo di Morgoth era mai giunto per disturbarli, ché presso gli Orchi si narrava che spiriti feroci infestassero tale contrada; vi era del vero in tali voci, ché il popolo di Haleth era maestro delle Arti del legno e della pietra, avendole apprese dagli Elfi di Thingol, prima che il suo reame sprofondasse sotto le gelide acque del Belagaer ed essi tendevano innumerevoli trappole fra gli alberi, sicché l’incauta creatura che si fosse addentrata nella foresta si sarebbe smarrita in breve tempo e con altrettanta rapidità avrebbe trovato la morte. Finanche i Numenoreani non avevano mai osato approssimarsi a tali boschi onde sfruttarli per farne legname da costruzione per le loro navi, ché grande era in loro la paura delle guerriere del Rast Vorn e, sebbene freccia o lancia non fossero stati mai scagliate contro gli Edain dell’occidente, pure essi si tenevano alla larga da tale contrada e nessun Uomo, Elfo o Nano era mai stato ospite del popolo di Haleth, fin dal termine dei giorni Remoti; grande fu dunque la meraviglia, in città, allorché giunsero le schiere del Rast Vorn e gli sguardi dei presenti esprimevano tacita ammirazione e sincera meraviglia per coloro che ora marciavano lungo il ponte rialzato e si approssimavano a fare il loro ingresso a Osgiliath; giunte innanzi al Sovrintendente, così gli si rivolse il loro capitano: “Ariel io sono, figlia di Aran del Rast Vorn; un’aquila si presentò al nostro popolo quando ancora la Luna era giovane nel cielo, e riferì di gravi e luttuose notizie riguardanti i nostri cugini del Sud; tristi furono quel giorno i nostri cuori, ché, sebbene siano trascorsi innumerevoli secoli da allora, pure nessuna fra noi ha obliato la malvagità di Morgoth e il nome di Sauron l’Aborrito non è mai stato venerato dalla nostra gente. A lungo abbiamo percorso contrade sconosciute ai nostri occhi, ove il vento e gli astri erano i nostri unici compagni di viaggio, ché il messaggero di Manwe aveva fatto il nome di colui che i nostri aiuti molto avrebbe gradito e che sconosciuto risultava alle nostre orecchie: sei tu dunque Erfea il Numenoreano, colui che chiamano il Morluin, Sovrintendente del Regno di Gondor?” “Sì, lo sono e questa ove siete giunti è la dimora di Isildur e Anarion, re di Gondor e figli di Elendil l’Alto, Sovrano dei reami in esilio”. Allora Ariel si inchinò e sguainata la spada dal fodero, ne porse l’elsa a Erfea e fece giuramento: “In nome di Eru Iluvatar e delle potenze di Arda, giuro che il mio popolo sosterrà l’Alleanza delle Libere Genti contro l’Oscuro Signore di Mordor e i suoi schiavi, fino alla fine del mondo o fin quando l’ultima di noi non cadrà sotto i colpi del nemico; possano la Morte e la Vendetta cogliere me e la mia stirpe se tale giuramento verrà infranto”. Lieto Erfea le si inchinò e squillò nel suo olifante per tre volte, sicché i guerrieri corsero da lui, credendo fosse imminente un attacco del nemico e che la città abbisognasse delle loro spade e delle loro vite; eppure, squillante risuonò la voce del Dunadan ed egli parlò loro: “Mirate, popoli che non venerano la malizia dell’oriente e non prestano orecchio alle menzogne di Mordor e del suo oscuro signore! Mirate, ché è giunto il giorno in cui i Figli di Iluvatar sono nuovamente riuniti per un sol scopo e ogni rivalità fra noi è cessata! Mirate lo splendore e la beltà delle nostre terre della cui visione i vostri occhi e i vostri cuori serbano memoria! Mirate, ché la pugna si approssima e lesta verrà l’ora in cui combatteremo l’uno accanto all’altro, fratelli nell’oscurità che avanza, spada accanto a lancia, ascia accanto all’arco! Come un sol individuo combatteremo e mostreremo agli schiavi di Sauron quanto sia ancora forte la tempra di coloro che non si piegano al loro dominio!”

Soffiò nuovamente nel suo corno il figlio di Gilnar e il coraggio fece breccia finanche nei cuori più pavidi; allora, rosso sorse il Sole all’orizzonte e Sulring brillò di luce propria, rischiarando Erfea, ed egli sembrava simile a Tulkas il paladino dei Valar a occidente e tutti coloro che erano con lui sguainarono le proprie armi e diedero fiato ciascuno al proprio olifante, si ché fu udito un concerto quale non si udiva dalla Battaglia delle Innumerevoli Lacrime e il suono delle trombe dei Nani di Khazad-Dum si mescolò con quello degli Elfi di Gil-Galad; alti furono issati i vessilli delle stirpi che lottarono contro l’Oscuro Signore ed essi furono visibili per molte miglia. “Aure entuluva!” gridò Erfea, pronunciando le medesime parole che Hurin molti secoli prima aveva esclamato; e tutti coloro che erano nella città fecero echeggiare le loro voci nel medesimo urlo: “Aure entuluva”: il giorno risorgerà!” e, sebbene numerose calamità e lutti si verificarono nei giorni successivi, pure nessuno dei presenti obliò quell’ora e invero fu un momento molto glorioso per i Figli di Iluvatar. Rapidi trascorsero i giorni successivi, mentre i capitani discorrevano delle strategie che avrebbero dovuto escogitare per affrontare i servi di Sauron ed Erfea ripeteva loro quanto i nemici non fossero da sottovalutare, ché essi erano guidati da una mente crudele e votata al massacro. Amicizie durature furono strette in quei giorni amari, ove gli incubi delle sempre più lunghe veglie si mescolavano ai sogni angosciosi che le rare ore di sonno partorivano: di Glorfindel ed Herim così come di Erfea e Aldor si è già detto, tuttavia essi non furono i soli, ché analoghi sentimenti di stima e di affetto sorsero fra Herugil e Edheldin, mentre Bor, accompagnato da suo figlio Groin, era sempre reperibile dal Sovrintendente di Gondor al quale mostrava i segreti di tecniche di lavorazione dei metalli ignoti agli Uomini, ché egli era lungimirante e s’avvedeva che sebbene mortali fossero le armi degli eredi di Numenor, pure avrebbero potuto essere migliorate, e invero eccelsa era in quei giorni l’Arte dei Naugrim. Solidi divennero dunque i rapporti fra i Capitani delle Libere Genti, eppure nessun legame fu sì forte come quello che sorse fra Aldor e Ariel, ed essi sovente discorrevano nei parchi della città, lieti in volto, sebbene la tempesta fosse ormai prossima e più il Sole splendesse nel cielo, ché un’oscura nube proveniente dalla Terra dell’Ombra sembrava aver avvolto nel suo mortifero abbraccio la Città delle Stelle.

Una notte di maggio, Herim si recò dal Sovrintendente della città, ché il sonno tardava a giungere e una grave minaccia era sorta nel suo cuore; lesto raggiunse dunque Erfea presso la terrazza dalla quale il Dunadan scrutava silente la piana che si estendeva sotto di lui; una pallida Luna ornava il tenebroso cielo, né la sua moribonda luce rischiarava le figure dei soldati che percorrevano in silenzio gli spalti della mura; eppure, nessuno fra coloro che erano sulle mura in quella ora abbisognava di luci, perché l’intera sponda orientale dell’Anduin era rischiarata da centinaia di migliaia di fiaccole: poco o punto potevano scorgere gli scuri occhi dell’Orientale, eppure, nel suo cuore, il fremito di paura che l’aveva costretto a destarsi dal suo sonno agitato si tramutò in un grido che a stento fu soffocato dall’Uomo. A lungo Herim rimase accanto a Erfea, senza pronunciare alcuna parola, infine il Dunadan parve cosciente della sua presenza e gli parlò: “Le schiere del nemico sono ora molto vicine alla città; entro domattina, le acque dell’Anduin saranno rese torbide dall’avanzare impetuoso degli schiavi di Mordor, né tali invasori sono giunti alla città soli”. Herim annuì, senza tuttavia comprendere realmente cosa il Sovrintendente avesse voluto dirgli; infine, egli voltò il suo sguardo a Nord e la paura si tramutò in orrore, ché i fumi di numerose fiaccole si stagliavano come fredde colonne nell’aria della notte finanche in tale direzione: lentamente, come se il raziocino ancora presente nel suo animo rifiutasse di credere a quanto ormai era palese, egli si voltò verso Sud, ove il suo udito fu attratto dal rapido sciabordare di centinaia di lunghi remi nelle profonde acque del fiume, ché una possente flotta giungeva dal Grande Mare, preceduta dallo stormire degli avvoltoi e di altri uccelli da preda. Leste suonarono le campane quella notte, ma il suono che echeggiava tra le scure mura dei minareti e i flosci vessilli era spento, quasi che un sortilegio di Mordor impedisse loro di squillare; rochi echeggiavano dalla pianura i barriti dei mumakil, le possenti bestie dei feroci Haradrim e sovente si udiva la stridula risata di un Orco salire dal fiume: cupi divennero gli animi dei Numenoreani ed essi non presero più riposo, né una voce si udiva all’interno della città, che gli Uomini si armavano in silenzio e se le donne piangevano, le loro lacrime e i loro singulti erano attutiti da bianchi fazzoletti. Tardivo sorse il Sole, eppure nessuno fra coloro che difendevano il regno di Gondor dall’assedio delle schiere di Sauron parve accorgersene, perché infiniti fumi, come malefici serpi che volessero oltraggiare la maestà di Manwe, salivano dagli accampamenti delle schiere di Mordor e un’ombra minacciosa era calata sulla città. Triste e minaccioso era lo spettacolo che adesso si scorgeva dalle mura: la sponda orientale dell’Anduin era stata invasa dalle schiere di Mordor, ed esse ora si ricongiungevano con i loro alleati giunti dal Nord e dal Sud; Numenoreani Neri erano sbarcati dalle navi che la notte precedente avevano risalito il corso del fiume e ora scaricavano a terra una grande quantità di vettovaglie e di armi; ivi il guerriero affilava una lama; ivi il capitano impartiva ordini ai suoi luogotenenti; ivi erano montate tende e issate rozze palizzate, ché la potenza di Mordor era all’opera, e i suoi servi, come instancabili formiche, realizzavano quanto il loro signore e padrone desiderava ottenere. Nessun canto si levava dalle schiere di Mordor, né alcun vessillo era stato innalzato per sfidare la signoria delle liberi genti: il brusio delle voci provenienti dalla pianura, tuttavia, si accrebbe nei giorni successivi, finché esso non si tramutò in un urlo spaventoso a udirsi; molti fra coloro che militavano nell’Alleanza si chiesero allora se non fosse giunta la fine di Arda e nei loro cuori la paura regnò sovrana; altri si chiedevano quando sarebbero giunti gli eserciti degli alleati dal Nord e interrogavano a proposito Glorfindel, quasi che egli potesse scongiurare nei loro animi la paura, l’arma più efficace che il nemico possedeva per far breccia nelle mura di Osgiliath. Lenti trascorsero i giorni per i difensori della città e nessuna nuova giungeva loro dagli eserciti di Mordor; una mattina, tuttavia, la Guardia levò un possente grido di allarme e i capitani corsero alle mura, ché erano visibili movimenti sulla pianura: Uomini, le cui fattezze erano impossibili da distinguere, si erano inerpicati lungo una ripida collina che si ergeva dinanzi al ponte e al cancello orientale di Osgiliath e ivi avevano innalzato nove lugubri stendardi. La bruma, tuttavia, lesta ricoprì l’accampamento delle schiere di Mordor e per lungo tempo non fu possibile scorgere alcunché: infine, essa disparve e fu visibile a tutti quanto tali vessilli mostravano. Disposti su di un’unica fila, nove stendardi garrivano al vento che possente si era levato dall’oriente: otto erano stati posti alla stessa altezza e uno si ergeva più in alto di tutti gli altri: intimorita, la gente di Osgiliath stentava a decifrarne il significato, ché mai, dacché la città era stata fondata, erano stati avvistati simili vessilli. “Destriero nero, fuoco oscuro, luna morente, nera serpe, saetta rossa, grigio olifante, fauci del segugio, drago dorato: i Nazgul sono dunque giunti a Osgiliath” pronunciò Erfea, rivolto ai capitani che erano con lui; non si era ancora spento l’eco di tali parole, che la Tenebra cadde sulla città e per alcuni istanti non fu possibile scorgere alcunché; molti guerrieri furono colti da nausea e finanche tra gli Eldar e i Naugrim, ché pure non temono l’oscurità, alcuni furono colti dal panico e dal dubbio. Per lunghi istanti parola non fu pronunciata; infine Erfea parlò e nessuno dei presenti obliò le sue parole in quell’ora sì oscura: “Gli Orchi hanno innalzato lo stendardo con l’effige dell’Occhio avvolto dalle fiamme dell’Orodruin. Il Signore dei Nazgul è giunto a Osgiliath e i suoi eserciti lo seguono bramosi della preda, ché invero possente è il suo braccio. Lungi dall’essere in trappola è tuttavia la fiera, ed essa lotterà finché la speme regnerà nel suo cuore”. Infine l’oscurità opprimente disparve dal cuore dei liberi popoli ed essi accorsero ad armarsi: manipoli di fanti furono formati e i cavalieri montarono sui loro destrieri, mentre gli arcieri correvano a schierarsi lungo le mura e incoccavano nere frecce dalla punta acuminata».

Il Ciclo del Marinaio, pp. 273-281.

In difesa di Osgiliath (I parte)

Negli Annali del Signore degli Anelli e nel Silmarillion si fa cenno alla difesa di Osgiliath da parte dei Gondoriani durante l’assalto finale che Sauron mosse contro quella città alla fine della Seconda Era. Si tratta, come dicevo, di poco più di un accenno, che segue alla caduta di Minas Ithil nelle mani dei servi dell’Oscuro Signore. Ho colto questo accenno per sviluppare un racconto che narra dei popoli che accorsero in difesa di Osgiliath: nel mio libro, infatti, Erfea, ormai anziano, occupa un posto di grande responsabilità all’interno dei Regno in Esilio, svolgendo una figura molto simile a quella che avrebbero incarnato i Sovrintendenti della Terra di Mezzo; per conto di Elendil, supremo re di Arnor e Gondor, infatti, egli si occupa di monitorare il governo dei figli Isildur e Anarion. Tornando alla questione della difesa della capitale di Osgiliath, ho immaginato che, in attesa della costituzione dell’Ultima Alleanza, i cui tempi di mobilitazione sarebbero stati molto lunghi (considerato che non esisteva un servizio di leva permamente presso i Popoli Liberi e che le milizie dovevano dunque essere addestrate di conseguenze), alcune schiere (oggi li definiremmo di soldati di professione) accorressero a Gondor per prendere parte alla battaglia in sua difesa. A questa scelta mi ha spinto l’apprezzamento verso una sequenza di immagini molto intense del film delle “Due Torri”: l’arrivo al Fosso di Helm delle truppe comandate da Haldir. Come sanno i lettori del Signore degli Anelli, in realtà questo evente non si è mai verificato: restava comunque, a mio parere, un’idea promettente, che avrebbe potuto essere sviluppata in altro momento storico, del quale si conosce poco, allo scopo di non creare una contraddizione con il corpus del legendarium tolkienano. Lascio giudicare ai miei lettori se la scelta sia o meno riuscita. Il brano citato inizia dopo la caduta di Minas Ithil e dopo che le armate di Sauron hanno condotto un breve attacco a Osgiliath per testarne le difese. Nell’estate di quell’anno Erfea ricevette la visita del Re delle Aquile…Buona lettura!

«L’Estate trascorse come se nulla nel vasto mondo fosse mutato, eppure così non era, ché i servi del nemico erano ovunque e nell’ombra che si addensava sugli Ephel Duath, crescevano in numero e in potenza; nessun araldo del Nemico era giunto sprezzante da Minas Ithil ormai caduta per sfidare la potenza di Osgiliath, e ogni cosa sembrava remota e silente; eppure, Orchi e Uomini malvagi si adunavano a levante e vi erano scorribande di cavalcalupi nelle vaste e desolate piane del Rhovanion e nell’Anorien, ché Sauron non aveva perduto nulla della sua antica possanza e mirava a distruggere ogni reame della libera gente.

Furtivi e occultati dalla coltre di tenebra che le eruzioni dell’Orodruin rendevano grigia e fosca, i servi del Nemico si andavano adunando in gran numero; ed ecco che al termine dell’Estate, Ar-Thoron apparve a Erfea, che, ritto sul pinnacolo della torre più alta di Osgiliath, era immerso in profonda meditazione.

“Salute a te, paladino di Gondor! La guardia della città riposa, cullata dal dolce canto del fiume, eppure ben m’avvedo che il suo capitano non prende riposo neppure in giorni che paiono privi di pericolo alcuno”.

“Salute a te, signore dei venti! Vi saranno altre occasioni per dar sollievo alle stanche membra, ché il mio cuore mi dice che il Signore di Mordor non ha dimenticato l’affronto che le sue armate hanno di recente subito, né ha smesso di odiare i Dunedain e le altre liberi genti”.

“Sagge parole le tue; forse, allora, meno gravi ti sembreranno i miei consigli in quest’ora del bisogno, se tali erano i tuoi pensieri prima del nostro incontro. Sappi infatti, figlio di Gilnar, che il tuo antico avversario, il Signore degli Stregoni, è intento a radunare un esercito in confronto al quale ogni altra armata potrebbe impallidire; chiusi in quella che un tempo fu la gloriosa Città della Luna, gli Ulairi addestrano centinaia di migliaia di fanti e cavalieri del nemico; oscuri fumi si levano dalle fornaci di Barad-Dur e antichi e oscuri sortilegi sono all’opera”.

Nessun sorpresa si poté leggere nel volto di Erfea, eppure la sua fronte si corrugò, ché la sua inquietudine crebbe ed egli, in qualità di Sovrintendente della Città e del Regno aveva la responsabilità di difenderla strenuamente qualora fosse giunta l’ora della pugna. Parche e lungimiranti furono le parole che egli pronuncià in quell’ora oscura, e, non fosse stata per la tempestività con le quali vennero formulate, la speme degli Uomini sarebbe venuta meno ed eventi infausti avrebbero condotto alla perdizione Endor:

“Ar-Thoron, messaggero di Manwë, sii l’araldo di coloro che si apprestano a lottare contro colui che un tempo fu servo del nemico del tuo signore! Porta tale messaggio di sventura ai sovrani che sostengono la nostra causa, affinché possano qui giungere Uomini forti e valorosi, pronti a sostenere la nera marea, quando sarà giunta l’ora! Possano i venti sostenere le ali di quanti gioveranno alla causa dei Figli di Iluvatar, ché molte vite dipenderanno dalla rapidità con cui tali messaggi di aiuto giungeranno lì ove il nome di Manwe e di Varda sono ancora cari. Va’, dunque; possa la speme restare presso il tuo popolo, anche quando ogni scudo sarà infranto e prossima sembrerà la fine dei regni degli Eldar e degli Edain”.

Il sire delle aquile chinò il capo, ché mai nessun Secondogenito gli aveva parlato in modo tanto accorato e sincero; lesto volò via e la richiesta di aiuto di Gondor pervenne a quanti avevano contratto l’Alleanza in Giugno e a molti altri popoli ancora, ché sotto le vaste fronde delle foreste di Endor dimorano stirpi di cui poco noti sono lignaggio e signori.

Per primi giunsero gli Elfi di Edhellond; costoro, grati per l’aiuto che Erfea aveva fornito loro durante la difesa del bianco porto dalle armate del Re Stregone, accorsero lesti a Osgiliath, suscitando meraviglia e stupore tra gli Uomini, ché, sebbene i Dunedain fossero avvezzi alla compagnia degli Eldar, pure codesti guerrieri Primogeniti, equipaggiati ancora secondo l’uso degli eserciti elfici della Prima Era, non mancavano di suscitare sorpresa tra le Alte Guardie del Cancello che assistettero stupefatte al loro ingresso in città; giunti che furono dinanzi a Erfea, essi si inchinarono e il loro capitano, Edheldin, prestò giuramento e dichiarò che il suo popolo avrebbe servito nell’Alleanza finché la vittoria non fosse stata riportata o l’ultimo guerriero fosse stato in grado di brandire la spada: lieto, il Sovrintendente di Gondor li accolse con tali parole: “Siate i benvenuti, fratelli degli Edain! Con voi trionferemo o periremo, ché i destini delle Libere Genti saranno decisi dal coraggio e dalla forza con cui le nostre braccia reggeranno l’impugnatura dell’arma con la quale ci ergeremo dinanzi agli schiavi di Mordor!”.

Canti gioiosi furono ascoltati in quei giorni a Osgiliath, ché gli Eldar non erano solo possenti soldati, ma anche sapienti ed eruditi, e le loro arti molto alleviarono le miserie degli Uomini infermi e le lacrime delle vedove; meno di mille erano, eppure, quando l’ora del confronto giunse, mostrarono al Nemico una tal ferocia, che essi parevano diecimila, e mai le loro frecce mancarono il bersaglio.

Altri aiuti giunsero a Gondor nell’ora del bisogno, gli uni inaspettati, gli altri attesi; alcuni giorni dopo l’arrivo della schiera di Edhellond, giunse alla città dei re una grande molti- tudine di gente; leste, le guardie della città accorsero al cancello, temendo che le armate degli Uomini del Rhun avessero sopraffatto le guarnigioni di Gondor e del popolo degli Eothraim; grande fu invece la loro sorpresa allorché compresero essere costoro le schiere dell’Alto Theng del Rhovanion, Aldor Roch-Thalion, Signore dei Cavalli; tuttavia, sebbene essi venissero accolti in città con grandi acclamazioni e squilli di tromba, pure coloro che erano al comando si resero conto che il fronte Nord-orientale aveva definitivamente ceduto e tosto sarebbero giunti a Osgiliath le medesime schiere che avevano sconfitto gli Eothraim. Nuova inquietudine sorse nel cuore di Erfea ed egli a lungo discorse con Aldor, assicurandogli che Gondor avrebbe posto sotto la sua bandiera gli anziani e gli infanti del suo popolo; presso codesta stirpe, infatti, le donne sono addestrate nell’arte della lancia e della spada fin da tenera età e non temono alcun nemico, eccetto il disonore, e benché tale costume fosse noto agli esuli Numenoreani, pure a loro parve bizzarro e curioso.

Quindicimila lance aveva con sé Aldor allorché varcò il cancello di Osgiliath e numerosi erano le donne e i bambini; quarantamila erano in tutto, eppure costoro non erano che i supersiti di una grande confederazione di popoli che pascolavano il loro bestiame nelle vaste e silenziose piane del Rhovanion, dai confini della grande foresta fino al fiume Celudin a oriente: molto avevano in onore il popolo dei Dunedain, che essi chiamavano i figli del mare, reputandoli simili agli Elfi nelle arti e nelle tradizioni. Fieri e impetuosi, pronti alla collera e all’amicizia sincera, codesti Secondogeniti, discendenti di coloro che della stirpe di Hador Chioma d’oro non erano mai giunti a occidente, resero grandi servigi alla Città delle Stelle, sostenendo impavidi l’urto delle armate di Mordor. Aldor Roch-Thalion era il loro comandante supremo e re della confederazione; suo avo era Imracar Folcwine, colui che aveva stretto amicizia con Erfea allorché aveva partecipato, in qualità di ambasciatore della sua terra, ai festeggiamenti in onore della principessa Miriel. Grato, così Aldor parlò al Sovrintendente di Gondor: “Note mi sono le tue imprese contro colui che noi non nominiamo ed è stata fonte di immensa letizia per me sapere che non cadesti durante l’assedio alla Città della Luna; sei invero un possente guerriero, Erfea, figlio di Gilnar, e il mio popolo ti seguirà, cavalcando con te verso la vittoria o la morte, allorché giungerà l’ora del confronto. Noi non siamo avvezzi alle belle arti degli Uomini del mare, né siamo soliti dimorare in simili palazzi intessuti di sogni e luce, tuttavia sappi che la nostra parola é la nostra vita e che mai verremo meno alla nostra alleanza: già in passato udisti la mia voce fiera e possente pronunciare un solenne giuramento; lascia che ora io, secondo l’usanza del mio popolo, tramuti le parole in fatti, ché essi possano condurci alla vittoria sulle schiere del Nemico”.

Invero Erfea fu commosso dalla semplicità con cui Aldor offriva la sua spada alla loro causa e un forte abbraccio tra i due Uomini suggellò tale patto; nei giorni successivi la stima e l’affetto del Sovrintendente per questo rude Uomo, la cui risata era pronta a tuonare a ogni ora del giorno si accrebbero ed egli spesso discorreva con lui, aprendogli il suo cuore; molto apprese l’Alto Theng degli Eotrahim dal Numenoreano e il suo animo fu ricolmo di meraviglia, ché la maestà dei Dunedain non era ancora scemata e nei loro grigi occhi brillava vivida la fiamma dell’Occidente perduto.

Il giorno seguente, altre schiere risposero all’accorato appello del Sovrintendente di Gondor ed egli fu chiamato innanzi al Cancello di Osgiliath da una voce possente: stupiti furono gli eredi di Numenor, ché mai avevano veduto simili genti dacché avevano fatto ritorno alla Terra di Mezzo sulle ali dei fortunali che spiravano da ponente: disposti su tre schiere, cinquemila cavalieri avanzavano verso la capitale di Gondor, intonando canti sconosciuti alle genti di quella città.

Poderosi erano i neri stalloni di codesta armata e molti cavalieri galoppavano in sella a bizzarre creature che attrassero la curiosità dei gondoriani: più piccole dei cavalli della Terra di Mezzo, erano tuttavia più massicce e lente; chiaro come la sabbia dei deserti che si estendono nel lontano Harad era il loro pelame ed essi lasciavano nella soffice terra dell’Anduin profonde impronte. Coloro che tra i Numenoreani erano accorsi per primi al cancello, si avvidero che le selle poste su codesti animali erano situate sopra una grande gobba che si ergeva sul dorso dell’animale; muggiti mai uditi prima si levarono da tali cavalcature e non pochi fra i Dunedain furono colti da inquietudine e timore, credendo che costoro fossero l’avanguardia della cavalleria del Nemico; eppure, i savi e gli eruditi di Gondor non avevano obliato molte delle storie che gli Eldar avevano insegnato loro ai primordi della Seconda Era, e nella loro memoria erano ancora impressi i dolorosi ricordi della Battaglia delle Innumerevoli Lacrime, allorché vi fu il tradimento di numerose schiere degli Uomini venuti dal levante e il nemico ottenne una vittoria che in caso contrario mai sarebbe giunta.

Tale episodio, tuttavia, era ben noto e molti fra i Dunedain sapevano che tra le schiere che avevano in principio servito l’Oscuro Nemico del Mondo e in seguito il suo luogotenente Sauron molte erano quelle costituite dai Secondogeniti reietti, discendenti di quella laida schiatta che tradì l’alleanza con i figli di Feanor, venendo meno alla parola data; tuttavia, poiché spesso la mente degli Uomini è debole e oblia molto di quello che è stato, pochi, finanche tra i Saggi del regno, ricordavano che vi era stata un’altra stirpe di Uomini venuta dell’oriente che mai aveva tradito l’alleanza con gli Eldar: costoro erano i figli di Bor l’orientale e in seguito alla distruzione del Beleriand erano fuggiti lontano, recandosi nelle contrade meridionali di Endor ove erano cresciuti in numero e gloria, sempre rimembrando l’alleanza con gli Eldar; sovente i loro prodi cavalieri avevano sfidato gli Haradrim e i Variag, servi dell’Oscuro Signore, difendendo strenuamente le contrade a Sud di Gondor dalla perfidia dei servi dell’Occhio. Imponenti e maestosi, codesti Uomini procedevano ritti sulle loro cavalcature, non temendo alcunché; giunti che furono innanzi al cancello di Gondor essi si arrestarono e colui che ne conduceva le schiere, scese da cavallo e si inchinò al Sovrintendente, porgendoli l’elsa di una scimitarra finemente intarsiata e parlò, fra lo stupore di quanti lo ascoltarono, nella favella degli Elfi Grigi:

“Giungiamo nell’ora del bisogno, accomunati dal medesimo destino e della medesima necessità per prestare servizio nelle fila degli Uomini del mare”.

“Chi sei tu dunque e da quale contrada provieni?” gli rispose Erfea, inchinandosi a sua volta.

“Io sono Herim l’Impavido, erede di Bor l’Orientale che mai obliò l’alleanza con gli Eldar e gli Edain stretta molti secoli fa. A lungo la mia gente ha difeso le contrade a Sud del reame degli Uomini dell’occidente e a Nord della città di Umbar dalla ferocia dei servi di Sauron l’Impostore, colui che già i miei avi combatterono. Lo scorso Inverno, tuttavia, fummo battuti, ché il Nemico ha reclutato mercenari provenienti da levante e gli eserciti dei signori della guerra del Khand e del Nuriag, superandoci così in numero; non furono tuttavia tali spregevoli esseri a determinare la nostra cattiva sorte, ché vi erano due creature quali mai i nostri occhi avevano scorto e dinanzi alle quali il coraggio dei nostri migliori cavalieri fu vano; terrore pareva sprigionarsi dalle loro nere armature e oscure risuonavano ai nostri orecchi le parole che esse declamavano a gran voce. Lesto, il panico si impadronì dei cuori dei nostri guerrieri più valorosi ed essi, gettate le armi, perirono tra le paludi e i pantani che si estendono alla foce del Grande Fiume; allorché si avvidero della disfatta delle nostre schiere, i servi del Nemico si lanciarono alla carica: molto sangue quel giorno bevve la Madre Terra – e così dicendo accarezzò la lama della sua scimitarra – eppure ogni difesa fu vana, ché la stridula voce dei servi del nemico sembrava atterrire gli animi di tutti. Non più tardi di quattro giorni fa guadammo il fiume a Nord della città di Pelargir per raggiungere la possente capitale degli Uomini del mare, ché un messaggero del cielo ci aveva avvertito del pericolo che correte”.

“Grati e inaspettati sono i vostri aiuti, ché non credevamo fosse sopravvissuta all’inabissamento del Beleriand la stirpe di Bor l’Orientale e gravi erano i cuori dei Saggi questa mattina; eppure, non fu forse detto che il destino di Arda è stato occultato ai Figli di Iluvatar e che finanche il più savio ed erudito fra noi non potrebbe conoscerlo e interpretarlo? Se tale si prefigura il corso degli avvenimenti, allora la speme ha trovato una nuova ancora alla quale aggrapparsi, nel fragore della battaglie che lesto inizierà. Vi porgo dunque il benvenuto a nome del re Anarion che ora giace nelle Case di Guarigione; possano le vostre lame vendicare coloro che ora più non sono fra voi, quando sarà giunta l’ora”.

Piacquero a Herim l’Impavido le parole che Erfea, Sovrintendente di Gondor aveva pronunziato: profonda stima egli nutrì nel suo cuore per il Dunadan e, allorché Osgiliath parve soccombere alle orde degli schiavi di Sauron, mai lo si vide indietreggiare, ché era invero un possente guerriero e nessuno lo superava in maestria nell’arte della guerra; esperto dell’antica scienza della guarigione e dell’osservazione delle stelle, Herim prestò valido servizio nel Consiglio degli Uomini durante tutta la durata della guerra e mai le sue parole furono pronunziate per invidia o arroganza.

Codeste stirpi di Uomini accorsero dunque in aiuto dei Dunedain nell’ora del bisogno e i loro nomi furono scritti su bianche pergamene che ora giacciono dimenticate, ché molta è cresciuta nel cuore degli Uomini l’incuria ed essi poco si curano di apprendere la storia dei loro padri; tuttavia, poiché i Savi non sono venuti meno finanche in tale giovane epoca, coloro che combatterono per la libertà e la salvezza delle stirpi degli Uomini liberi sono ancora ricordati con stupore e meraviglia, ché grandi furono invero le loro imprese e nessuno ne ha mai compilato un elenco preciso.

Molto si è detto dunque degli Uomini e dei loro condottieri, eppure non furono i soli a soccorrere Osgiliath nell’ora più buia che la città avesse conosciuto fin dalla sua fondazione, ché Eldar e Naugrim non mancarono di rispondere all’accorato appello lanciato dal Sovrintendente di Gondor e recarono alla Città delle Stelle schiere di indubbio valore; degli Elfi di Edhellond e della loro devozione a Erfea molto è stato scritto e non solo in tale sede; pure, vi furono altri tra i Primogeniti che soccorsero i Dunedain, ché quattro giorni dopo l’arrivo delle schiere di Herim l’Impavido, giunse la cavalleria dei Noldor e dei Sindar proveniente dal regno del Lindon e dalla dimora di Elrond il Perelda nel remoto Nord; luminosi erano i guerrieri Eldar e i loro destrieri elfici, abbigliati di bianco e argento, risplendevano nella oscurità della sera: imponente si ergeva alla loro testa Glorfindel il Valoroso, colui che aveva a lungo combattuto contro le schiere di Morgoth nel corso della Prima Era e ora giungeva, simile a un messaggero di Manwe, quale immagine della maestà dei Valar e degli Eldar che ancora dimorano al di là del mare a ponente.

Lieto lo accolse Erfea, ché, sebbene avesse discusso con lui solo alcune settimane prime, pure sapeva che nessun altro guerriero fra coloro che erano giunti a Gondor era più valoroso del Principe di Rivendell.

“Alto risuona l’olifante dei cavalieri di Gil-Galad ed ecco, essi accorrono in aiuto di coloro che ne abbisognano; il mio signore ti invia parole di conforto, perché il tuo animo non debba cedere all’oscurità di questi giorni, e spade, perché la Città degli Uomini non sia distrutta dalle armate dell’Oscuro Sire”.

“Giungi sulle ali di un vento tempestoso, amico mio – gli rispose Erfea, stringendogli la mano – ché la bufera si scatenerà lesta a Est e la furia dei fortunali temo si abbatterà su di noi quanto prima; nessuna speme abbiamo perduta, ché ora, innanzi a me, vi è colui che le schiere del nemico temeranno sovra ogni altro condottiero che difenderà la nostra causa”.

Quattromila Elfi attraversarono al crepuscolo il cancello occidentale di Osgiliath, accompagnati da molti canti e benedizioni, ché la gente era scesa in strada e acclamava il nome del loro capitano: “Glorfindel! Glorfindel Chiomadoro è con noi” e per una notte l’angoscia abbandonò i cuori degli uomini e delle donne della città.

Il mattino successivo, un suono che mai prima di quel momento era stato udito dacché gli esuli Numenoreani avevano costruito le loro dimore su entrambe le rive dell’Anduin, fu udito riecheggiare nella valle e gli sguardi di tutti furono rivolti a ponente; a lungo regnò il silenzio nella città, ché il popolo si domandava quale stirpe giungesse in suo soccorso.

Erfea, silente sul ponte che conduceva al cancello, scrutava le piane che si estendevano a ponente; non dovette attendere tuttavia a lungo, ché lesta apparve all’orizzonte una schiera di soldati, il cui stendardo era però occultato dalla bruma del mattino: infine, a meno di cinquecento passi dal cancello, esso apparve in tutto il suo splendore e il popolo di Gondor riconobbe il vessillo della stirpe di Durin il Senza Morte, ché vi erano ricamate sette stelle e un’incudine.

Senza attendere che la schiera giungesse al cancello, Erfea si fece loro incontro e lieto era il suo volto, ché egli non aveva dubbi sull’identità del capitano di tale armata e il suo cuore gioiva, ché egli era molto caro al Sovrintendente; Bor era il suo nome, ma la sua gente lo chiamava Naug Thalion in onore del suo valore e della forte amicizia che lo legava agli Eldar; accanto a lui, si ergeva un Nano che molta fama aveva acquisito ad Amon-Lanc, ché egli era Groin Hroa Sarna, Nano della stirpe di Durin e impavido combattente.

Commossi i tre amici si strinsero in un caloroso abbraccio, ché mai Naug Thalion aveva obliato l’aiuto che il Khevialath, come i Nani chiamavano Erfea, aveva offerto loro durante i numerosi viaggi che costui aveva intrapreso; lesto era stato egli a mettersi in viaggio con quanti della sua gente desideravano seguirlo, ed erano giunti solo poche ore dopo i guerrieri di Glorfindel che pure erano a cavallo; stupefatti gli Uomini e le donne della Città delle Stelle osservarono i figli di Durin, ché, sebbene costoro sovente si fossero recati nei domini dei Numenoreani per offrire la loro maestria di tagliatori di pietre e vendere i preziosi manufatti forgiati nelle fucine di Khazad-Dum e altri mirabili artefatti destinati finanche ai bambini, pure non erano mai giunti in veste di soldati, essendo i reami di Gondor e Khazad-Dum alleati e non temendo alcunché i suoi figli, fuorché la fatica e le intemperie dei lunghi viaggi.

Ogni Nano indossava una cotta di maglia in mithril, ché codesta schiera era costituita prevalentemente dalla Guardia dell’Abisso e in essa servivano solo i più possenti fra i Figli di Aule; possenti asce e larghe spade dalla doppia lama essi recavano con sé e nei loro spietati occhi si poteva leggere il fuoco della fiamma di Mahal dalla quale erano sorti.

“Settecento Nani sono riuscito a condurre con me in questa buia ora, Erfea, figlio di Gilnar: essi sono prodi guerrieri e hanno combattuto in più di una occasione contro le schiere dell’avversario e nessun Orco è mai sopravvissuto per testimoniare la loro furia in battaglia”.

“Sono giunti aiuti superiori in numero alle mie previsioni, Bor – rispose Erfea inchinandosi – tuttavia, se le notizie che giungono in città corrispondo solo alla metà del vero, le schiere del Re Stregone sono superiori a noi del valore di dieci a uno”.

Annuì Bor, scuro in volto: “Sarà dunque innanzi alle mura della capitale di Gondor che verrà deciso il destino di questa era e di quanti verranno dopo di noi”. Tacque un attimo, infine riprese a parlare: “Le fondamenta della città, tuttavia, sembrano solide e potrebbero resistere a un assedio quale mai nessun Uomo o Elfo o Nano ha ancora mai visto”.

“Il tuo coraggio e la tua saggezza mi confortano, figlio di Durin – disse Glorfindel, sopraggiunto in quel momento – ché non giungeranno altri aiuti alla città e dovremo fare affidamento su codeste schiere”.

Herim, che era con il Signore dei Noldor, tuttavia replicò: “Può essere che i nostri occhi non debbano scorgere alcun vessillo amico per mesi, o forse per anni in tale pianura; tale è il mio pensiero, però, che mi spinge a credere che altri soccorsi inaspettati giungeranno; il vento dell’Ovest si è infatti levato possente e il domani porterà novità”».

 

Il Ciclo del Marinaio, pp. 263-273