Ritorno a Numenor

Continuo in questo articolo la narrazione delle avventure che Erfea visse nella Terra di Mezzo durante la sua giovinezza, fino al suo ritorno a Numenor per essere insignito del titolo di cavaliere.

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«Lesti trascorsero i mesi, e gli anni, né alcuna notizia giungeva da occidente; pure, sebbene nel suo cuore Erfëa fosse lieto e nulla gli fosse venuto meno, egli avvertì crescere nel suo animo una profonda nostalgia della sua gente e della sua dimora. Esitava, tuttavia, ad abbandonare il regno del Lindon, ché egli era convinto di non aver mostrato ai suoi ospiti sufficiente gratitudine per quanto aveva ricevuto ed avrebbe voluto compiere per il suo anfitrione gesta valorose.
Yavië[1] era giunto e ancora nessun’occasione per mostrare il suo valore gli si presentava, allorché Gil-Gilad gli parlò: “Giovane figlio di Gilnar, il tuo animo è insoddisfatto, perché inebriato dai racconti che ha udito in queste sale. Ambisci ottenere la gloria imperitura che i bardi riservano a quanti compiuto grandi gesta; pure, non aver fretta di voler dimostrare il tuo valore, ché questi sono ancora giorni di pace e se essi verranno meno, il tuo spirito sarà lesto a dolersi”.
“Mio signore, poiché tu mi hai esposto il tuo pensiero, lascia che io possa essere sincero con te: ho appreso quanto desideravo conoscere ed ho duellato con maestri d’arme quali non ci sono nella mia patria; pure, sebbene io ti sia profondamente grato per quanto hai permesso che io imparassi, il mio animo è invero insoddisfatto, ché esso brama la gloria dei miei avi”.
Un’ombra apparve allora sul volto di Gil-Galad ed egli sospirò a lungo; infine, avvedendosi che l’erede di Gilnar era impaziente di misurare la sua abilità, così gli parlò, tentando di dissuaderlo:
“Erfëa, se anche tu potessi affrontare in singolar tenzone Sauron, l’Oscuro Sire di Mordor in persona, credi che il tuo animo recupererebbe quella pace che invano cerchi? Non è in tal modo che si ottiene la vera gloria, ché essa risiede nella nostra capacità di servire la potenza di Ilúvatar. In tempi di pace, Uomini ed Elfi dovrebbero godere della vita così come era prefigurata prima che Melkor intonasse un canto nuovo e diverso, orribile ad udirsi”.
L’ira avvampò nel cuore del Númenóreano ed egli a stento la dominò: “Mio sire, se Morgoth ha reso irrequieti i cuori degli Uomini, non è ignorando le sue azioni che potremo conoscere pace e letizia! Concedimi, dunque, di stanare le sue creature che ancora dimorano nel vasto mondo, affinché io sia degno delle potenze di Arda”.
Secca fu la replica di Gil-Galad: “Non ho alcun potere su di te, Erfëa, figlio di Gilnar, e se ti ho aperto il cuore è per evitare che tu cadessi vittima delle tue stesse debolezze. Va’ pure, se lo desideri, non sarò io a contrastarti: possano i tuoi passi non tradirti”.
Erfëa si inchinò dinanzi al sovrano, e lasciò la sua dimora, sebbene il suo cuore fosse dubbioso ed egli temesse le parole che il Sovrano dei Noldor aveva pronunciato; pure, non avrebbe rinunciato a portare a termine la sua missione, per paura che la sua codardia risultasse maggiore della sua vergogna. [continuare la lettura del racconto con l’articolo Il Messere di Endore]
[…] Erfëa non rispose e, voltatosi, si incamminò ove ricordava di aver subito l’assalto del servo di Morgoth; trovata l’immonda bestia, si appropriò della sua nera pelle. Dopo alcuni giorni di cammino giunse finalmente alla dimora di Gil-Galad. Lieti furono i Priminati allorché lo scorsero; timoroso in volto, il principe di Númenor si inchinò dinanzi al sovrano degli Eldar e gli donò quanto la sua caccia aveva procurato. Sorrise, allora, Gil-Galad, ché il cuore del suo ospite aveva allontanato l’ombra che ne incupiva l’animo, mostrandosi pentito.
A lungo il figlio di Gilnar parlò dinanzi al suo sovrano di quanto i suoi occhi avevano scorto nelle remote selve che si estendevano nelle contrade al di là delle montagne. Nel suo sguardo vi erano ancora meraviglia e stupore, ché mai avrebbe obliato l’anziano e gaio Messere della foresta e la sua graziosa dama del fiume. Al termine del racconto, Gil-Galad si levò dal suo scranno ed estratta una pesante chiave dalla sua veste, si diresse verso un antico forziere che giaceva in fondo alla sala: apertolo, ne estrasse una lama quale gli uomini di Númenor più non ricordavano, essendo le loro menti molto più rapide ad obliare di quanto non lo siano quelle dei Primogeniti. Stupito, Erfëa la osservò con fanciullesca curiosità: non gli sembrava possibile che una simile lama fosse stata forgiata, finanche dai fabbri dei Noldor, i quali avevano appreso l’arte da Fëanor il Grande, l’artefice dei Silmaril[2] e delle Palantíri.
Un’elegante elsa stringeva nel suo forte pugno l’Alto Sovrano dei Noldor ed essa era arricchita da delicati intarsi in ithildin[3], i quali rappresentavano le sette porte che un tempo custodivano Gondolin la Segreta dalla malizia dell’Oscuro Nemico. Il forte pomo in acciaio era attraversato da sottili fili di mithril: pareva risplendere di luce propria allorché un raggio di sole o di luna si posava sulla sua chiara superficie. Quale arte fosse stata in grado di concepire una simile meraviglia, Erfëa non avrebbe saputo dire: perfino le orgogliose lame dei suoi padri gli parevano poca cosa, se paragonata all’arma che Gil-Galad impugnava.
La guardia, solitamente realizzata in bronzo, era invece fabbricata in acciaio cavo, risultando leggera nell’impugnarla. La lama, la cui luminosità, perfino in una giornata soleggiata, era tale da abbagliare coloro che l’avessero mirata troppo a lungo, si estendeva per cinquanta pollici: sulla sua lucida superficie, rune di grande potere rilucevano splendenti.
Sorrise il Sovrano dei Noldor: “Sappi, Dúnadan, che questa lama fu forgiata da Curufin, figlio di Fëanor, celebre fabbro, agli albori della Prima Era, quando il mondo era giovane e gli Edain ancora dormivano. Donata al sovrano di Gondolin[3] Turgon la spada servì i Signori della sua casata, finché non essi non perirono durante la sua caduta. Idril, figlia del re, la trasse in salvo dal disastro e la condusse con sé allorché fuggì da Gondolin; attraverso gli anni giunse agli eredi di Eärendil e giacque a lungo nei forzieri di Imladris la Nascosta, che un giorno, forse, visiterai tu stesso. Elrond mi ha chiesto di consegnarla nelle tue mani, come dono degli Elfi a colui che si accinge a divenire cavaliere di Númenor. Io la rimetto al fianco di Erfëa, figlio di Gilnar e principe di Númenor, con profonda commozione: possa essere per te un valido sostegno, come il nodoso bastone lo è per il viandante”.
Grande fu la gioia che si dipinse allora sul volto di Erfëa, ché non credeva possibile che un simile dono fosse destinato ad un mortale: “Mio grazioso signore, se l’artefice della lama stessa reclamasse quanto la sua arte ha forgiato, pure mi mostrerei riluttante nel concedergliela, ché essa sembra non già la creazione di uno dei Figli di Ilúvatar, quanto quella del Signore dei Fabbri, Aulë il Vala. Per tale motivo, il mio braccio è troppo debole per impugnare una simile lama; pure, se tale è la volontà del Sovrano degli Eldar, io la accetterò, ché possa essere mia fedele compagna negli anni a venire”. Con prudenza, il Dúnadan accettò la spada eppure, nelle sue esitanti mani, essa parve prendere vita. Erfëa non avvertì più alcun timore, e gli sembrò che la lama fosse fiera del suo padrone. Raggiante in volto, il principe di Númenor la lanciò in aria e ripresala al volo, lesse ad alta voce le rune che vi erano impresse, chiamandola con il nome che l’artefice aveva scelto per lei:
“Sulring di Gondolin, avversaria dell’Oscuro Nemico del Mondo e dei suoi immondi servi”. Inspirò profondamente: “Possa la sua lama incutere terrore agli eserciti di Sauron, il crudele signore di Mordor”.
Congedatosi dal sovrano dei Noldor e da quanti erano nella sua corte, Erfëa si accinse a fare ritorno alla terra natia: erano ormai trascorsi sedici anni dalla sua dipartita e molto era cresciuta nel suo cuore la nostalgia per coloro che aveva abbandonato allorché, ancora giovinetto, si era imbarcato alla volta della Terra di Mezzo. Nel viaggio di ritorno lo seguì Arthol: grande amicizia era stata stretta fra i due principi ed essi, sovente, aprivano l’un l’altro i reconditi segreti che i loro cuori custodivano.
Al termine di una lunga traversata, il marinaio di vedetta sulla coffa, annunciò essere prossime le spiagge di Rómenna, il porto orientale di Númenor. Alte grida di giubilo si levarono dall’equipaggio: lesti, i marinai si accinsero ad ammainare le vele, ché il vento era caduto ed essi avrebbero dovuto proseguire a remi, né questo parve lavoro troppo grave a chi era imbarcato; la vicinanza della propria dimora, infatti, aveva accresciuto in tutti la forza e le notti insonni parevano un ricordo del passato.
Spronata da una simile forza, la nave giunse dunque al porto di Elenna, ove fu accolta da una folle festante. Da alcuni giorni, infatti, si era sparsa la voce che avrebbero fatto ritorno alla terra natia i giovani principi. Ritto sulla fiancata della nave, Erfëa scorse Gilnar e Nimrilien attenderlo e il suo cuore fu colmo di gioia; sbarcato sul pontile, il giovane principe dell’Hyarrostar fu accolto dal suo popolo ed essi lo mirarono stupiti, ché Erfëa era divenuto invero un uomo quale pochi fra loro erano, ed alto e bello a vedersi era il suo sembiante. Parve a molti, abbigliato come era nelle vesti che gli Eldar della Terra di Mezzo gli avevano donato, che Erfëa fosse divenuto simile ai Primogeniti.
Lungo il tragitto che lo condusse a Minas Laurë, sua città natale, molte domande gli posero i suoi genitori, pregandolo di soddisfare la loro curiosità; eppure, ora che il figlio di Gilnar aveva mirato i volti cari, nel suo cuore era delusione ed essa trapelò nel suo volto. Questa non sfuggì, tuttavia, a Nimrilien ed ella così gli parlò:
“Nobile figlio, devi essere davvero molto stanco, dal momento che la tua lingua è muta e non presti attenzione alle domande che ti sono poste. Il tuo spirito è affranto ed il tuo sguardo spento”.
Silente e scuro in volto, così Erfëa le rispose: “Veneranda madre, ogni tua parola corrisponde a verità; io però non intendo rivelare quale sia l’origine del mio male, per paura che il mio dolore possa sembrarmi maggiore, se fosse rivelato qui innanzi a voi”.
Scuro in volto divenne allora Gilnar: egli non gli pose più alcuna domanda, né alcun suono si levò dalla sua bocca, ché oscure gli parevano le parole del figlio ed egli non ne comprendeva il significato.
Nei giorni successivi, crebbe l’inquietudine nel cuore di Erfëa ed egli prese a vagabondare da solo, sicché a molti parve che non avrebbe potuto scegliere nome migliore. Si recava sovente nei giardini di Armenelos, ove, qualunque fosse l’intento che lo conducesse in tale luogo, pure non sembrava appagato. L’umore di Erfëa mutò solo quando si sparse la voce che Numendil avrebbe invitato tutti i pari del Regno nella sua dimora: egli manifestò allora grande impazienza, sebbene nessuno riuscisse a comprenderne il motivo».

Note

[1] L’Autunno.

[2] Le “pietre veggenti” affidate, secondo la tradizione, dagli Eldar ai Númenóreani; si veda anche “Il Racconto del Marinaio e delle Palantíri”.

[3] Una lega metallica composta da alluminio e mithril, riflettente i raggi della Luna.

[4] Gondolin, dimora del re elfico Turgon, fu costruita nei recessi di una remota valle occultata dai monti del Dorthonion, nel Beleriand settentrionale. Per secoli la sua ubicazione fu nota solo a pochi tra gli Eldar: tuttavia, al termine della Prima Era, Maeglin, il traditore, desideroso di vendicarsi di Idril, principessa di tale città e da lui a lungo amata invano, rivelò tale segreto all’orecchio di Morgoth che ordinò alle sue armate di raderla al suolo.

One last time…

Prendo volentieri a prestito il titolo di una struggente canzone dei Dream Theater, un gruppo progressive-rock, contenuta all’interno dell’album Metropolis Pt. 2: Scenes From a Memory (1999) che, per certi versi, costituisce la colonna sonora di molti miei racconti, per presentarvi un altro estratto dal «Racconto del Marinaio e dell’Albero Bianco», che fa seguito alla narrazione iniziata nell’articolo Ritorno a Rivendell: l’incontro con Celebrian.
Prima o poi tornerò sul rapporto musica-scrittura: per ora mi limito solo a suggerirvi di ascoltare il brano citato mentre leggerete questo articolo. Non intendo svelarvi altri particolari per non rovinare la sorpresa, ma osservando con attenzione l’immagine posta in evidenza dovreste capire di quali personaggi questo brano racconterà…per l’ultima volta!
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«Durante la mattina, egli prese congedo dai signori degli Eldar, ed il figlio di Earendil ebbe per lui parole di conforto e speranza: “Ti saluto Erfea, paladino di Numenor! Possono i tuoi passi echeggiare nuovamente per queste aule. Lieti saranno i festeggiamenti, quando farai ritorno alla mia dimora, ché sempre il benvenuto sarai a Imladris. Giovane eri quando ti conobbi e il peso grave di innumerevoli anni è calato sulle tue spalle; saggezza hai appreso e la lungimiranza, dono della tua stirpe, ti accompagna. Allorché impervio ti sembrerà il tuo cammino, allora questo dono ti riporterà alla mente la bella dimora degli elfi nell’Eregion.”

Un grande corno fu mostrato ad Erfea, ed egli con gioia lo strinse nella sua forte mano. Lucido al tatto era e minuscole figure di avorio ne increspavano la solida superficie: vi erano ritratti Vingilot, il vascello di Earendil, che ogni notte solca il cielo di Endor, e la flotta dell’armata dei Valar in viaggio verso il Beleriand.

“Questo cimelio appartiene al tesoro della mia famiglia: Aegnor, un fabbro di Ost-in-Edhil lo scolpì, molti anni addietro, ché il ricordo della battaglia d’Ira non andasse smarrito. Esso reca incise rune di grande potere e molto gli orchi lo temono, ché tale corno fu reciso dal corpo di Ancalangon il Nero, abbattuto da Earendil in singolare tenzone; allorché le sue note riecheggeranno vivide, il timore atterrerà i tuoi nemici e nuova forza fluirà nel tuo animo e in quello dei tuoi compagni.”

Lieto divenne allora il volo di Erfea, sì che pareva avvolto da nuova luce: “Echeggia il corno dei Valar e gli amici accorrono: Auta i lòme! La notte sta per finire! Non era forse questo il grido di battaglia di Fingon, re degli Elfi, quando il mondo era ancora giovane e chiara splendeva la luce di Aman? Possa suonare nuovamente tale olifante ed atterrire gli schiavi di Mordor! Memoria imperitura conserverò di questa ora, ché, sebbene sia destino che i nostri percorsi dovranno nuovamente intersecarsi, molto tempo trascorrerà fino ad allora. Addio signore degli Eldar! Possa la tua grazia proteggere il tuo popolo e mai la tua saggezza venire meno; molto è stato perduto, eppure è un grande onore serbare il ricordo di Imladris e di quanto le sue mura proteggono.”

“Addio, discendente di Ciryatur[1], ammiraglio di Numenor! Possa quel giorno non tardare troppo! Qui io ti attenderò: che la benedizione dei Valar e di colui che è Uno proteggano i tuoi passi!”

Tale fu l’ultimo saluto tra Erfea ed Elrond ed invero trascorsero molti anni prima che i due si incontrassero nuovamente; tuttavia, poiché altrove[2] si narra di codeste storie, qui non se ne serba memoria. Il Dunadan era prossimo ad attraversare il guado del Bruinen[3], allorché gli sovvenne di non aver salutato dama Galadriel, la più antica e possente tra le donne elfiche; ratto tornò sui suoi passi, eppure non giunse mai dinanzi ai cancelli di Imladris, ché una dolce voce lo chiamò a sé: “Non angustiarti, Erfea, e non ritardare oltre la tua partenza; Galadriel ti nomina Amico degli Elfi, ed è questo il suo dono d’addio. A lungo soggiornerò sotto le chiome argentate di Lorien[4], finché il mio tempo non sarà giunto ed io abbandonerò questi lidi mortali; a te, Dunadan, dico che se la speme non dovesse morire del tutto, allora ella ti sarà accanto quando giungerà la fine.”

Profondamente grato, così le disse addio Erfea, figlio di Gilnar: “Signora degli Eldar, il mio cuore mi dice che questo non sarà il nostro ultimo incontro, ché in questi stessi giardini, quando giungerà nuovamente l’ora, discorreremo nuovamente. Addio, fino a quel momento.”

“Dunadan, sovente i sentieri degli Eldar incrociano quelli degli Edain, sebbene questo accada per ragioni che i Noldor non comprendono appieno. Eppure, se è vero che Earendil è erede di entrambe le stirpi, allora è probabile che i nostri destini siano più intrecciati di quanto sembri. Namarie[5], Amico degli Elfi. Elen sìla lùmenn’omentielvo. Una stella brilla sull’ora del nostro incontro.”

Preso commiato da dama Galadriel, Erfea attraversò rapidamente il guado di Bruinen, dirigendosi verso Brea nell’Eredior, ridente cittadina posta all’incrocio di due grandi strade numenoreane; celere fu il suo viaggio, ché egli era nel pieno delle sue forze e forte era divenuta nel suo cuore la nostalgia di Numenor. Numerose leghe egli percorse, finché non ebbe raggiunto la contrada di Forlindon, ove regnava Erenion, figlio di Fingon, che il suo popolo chiamava Gil-Galad: ivi si recavano i Caliquendi[6], per oltrepassare i confini del mondo mortale e giungere in tal modo a Tol-Eressea, creata dagli dei per quanti, tra coloro che abbandonarono Aman, fossero stati colpiti dalla Prima Profezia di Mandos[7], ma desiderassero altresì abbandonare le terre mortali.

Mithlond, i Porti Grigi, era la capitale del regno di Gil-Galad, l’ultimo Alto Re elfico ad oriente del Belagaer; tuttavia egli viveva nelle aule a nord del golfo di Lhun, mentre il suo capitano Cirdan il Sindar era signore delle navi e dei porti: anziano, eppure vigoroso, egli era saggio tra gli elfi e temuto da Sauron, ché secoli prima egli era stato respinto dal Lindon. In tale terra di splendore non ancora offuscato, simile ad un giardino nel mese di maggio, giunse Erfea Morluin e tre settimane erano trascorse da quando aveva dato addio alla dimora di Elrond di Imladris: lieti lo accolsero gli elfi ed egli non ne fu stupito, ché ben sapeva quanto i Dunedan fossero amati nel regno di Gil-Galad.

Numerosi porti i Numenoreani avevano edificato fin dal loro arrivo nella Terra di Mezzo, tuttavia Erfea non osava avvicinarsi ai loro minacciosi bastioni, ché tutti, ad eccezione di Pelargir nel Sud, erano caduti nelle corrotte mani dei servi di Ar-Pharazon, uomini avidi di scienza malefica e adoratori di Sauron e di Morgoth: costoro avevano l’ordine di trucidare il principe dell’Hyarrostar, qualora fosse ritornato in un dominio di Numenor, per portarne le spoglie al sovrano Ar-Pharazon, avversario di Erfea fin dai tempi in cui Tar-Palantir impugnava lo scettro.

Ai servi di Sauron, tuttavia, era negato l’accesso al regno di Gil-Galad, ed Erfea fu grato a Cirdan allorché questi gli donò un piccolo vascello ad un solo albero.

“Galadriel mi ha annunziato che questo oggi un Dunadan sarebbe giunto da me per imbarcarsi diretto a Numenor, ché una grande missione l’attende in tale contrada. Di rado i Sindar concedono le loro navi agli stranieri, ma io non ho obliato quanto facesti per la mia gente molti anni fa; concedimi dunque di annullare il debito che ho contratto presso di te.”

Rapido Erfea gli si inchinò, infine rispose: “Nessun debito hai mai avuto presso di me, ché le genti libere devono contrastare i servi del Vala caduto ovunque essi si annidino; in codesta occasione agii seguendo il mio credo, ed esso non è oggi mutato. A te, Cirdan, dico che questa sarà la mia ultima navigazione verso ponente, ché nuove frontiere si apriranno e il vecchio mondo cadrà: possano gli Ainur essere clementi, quando sarà giunta l’ora.”

Erano ormai calate le tenebre, quando Erfea veleggiò, la prua rivolta verso occidente; monotono fu il suo viaggio ed egli non scorse alcuna nave numenoreana, circostanza, questa, che lo sorprese non poco: una crescente inquietudine soffocava il suo petto, ché non v’era nulla per miglia e miglia.

Calmo era il mare e l’acqua opaca, sì che il creato sembrava attendere un evento terribile e mortale. Quindici giorni erano trascorsi da quando Erfea aveva abbandonato le coste di Endor, allorché la fitta nebbia che aleggiava il suo capo si dipanò, mostrando Numenor in tutto il suo splendore: colmo di gioia fu il cuore del Dunadan, ed egli levò una preghiera di ringraziamento a Manwe per aver diretto i venti nella direzione a lui favorevole. Tosto, però, la sua gioia si mutò in stupore e poi in sgomento, ché gli apparve, imponente e minacciosa, l’intera flotta numenoreana. Nel porto di Romenna[8], ove il figlio di Gilnar si accingeva a sbarcare, erano ormeggiate le navi che da lungi depredavano e saccheggiavano la Terra di Mezzo, cancellando ovunque la memoria di quanto i Numenoreani avevano compiuto per saggezza e non già spinti da odio e rancore. Imponenti, come torri lignee e d’acciaio, parvero i vascelli di Ar-Pharazon ad Erfea, ché pure aveva appreso la superba maestria degli uomini del mare nel fabbricare grandi imbarcazioni; sgomento parve il figlio di Gilnar, ché non comprendeva per quale motivo l’intera flotta del re giacesse in un unico luogo; tuttavia, allorché comprese, ritto sul suo vascello elfico, egli non poté che reclinare il capo e versare lacrime amare. A lungo pianse Erfea Morluin, ché manifesta gli era divenuta la follia degli uomini della sua patria e più non avrebbe potuto ignorarla; arrogante e vanitosa, Numenor si specchiava nella sua flotta, emblema della sua volontà di dominio sul creato. Come il contadino che mostra orgoglioso il suo campo ben curato, ignorando il deserto che si estende alle su spalle, così Elenna rendeva gloria a sé stessa e ai suoi figli, nutrendosi avida della propria potenza.

Triste spettacolo fu quello, eppure non fu il peggiore tra quanti Erfea ebbe modo di osservare nell’isola: silenzio non si udiva più, finanche negli antichi luoghi di culto, ma canti e urla echeggiavano ovunque; eppure non erano suoni gioiosi, ma risa crudeli, rese ancor più fragorose dall’inquietante silenzio che pareva aleggiare al di là dell’isola stessa. Numerosi uomini giravano pesantemente armati, come se una grande guerra fosse imminente; pallidi erano i loro visi e parola non proferivano, ché essi erano schiavi e non più uomini liberi: Erfea ne fu stupito, ché fin dagli albori del regno mai si erano vedute scene simili; eppure anche questa era opera di Sauron l’Aborrito, ché egli aveva ormai corrotto i cuori dei Numenoreani e molti tra loro avevano preso ad adorare Morgoth e i suoi oscuri poteri. Le menti degli uomini tosto si erano volte al male, sicché Numenor si ergeva come una novella Mordor e il Signore Oscuro ne era divenuto l’infido padrone. Ignote erano ad Erfea simili vicende, sebbene egli avesse appreso a Pelargir[9] racconti sulla spedizione di Ar-Pharazon nella Terra di Mezzo per umiliare Sauron, il quale era infine giunto a Numenor prigioniero; né il capitano dei Dunedan era a conoscenza di quanto in seguito era accaduto, ché Sauron da vassallo era divenuto consigliere, riducendo il sovrano ad un fantasma da pervertire secondo la sua oscura volontà: Ar-Pharazon aveva accettato senza esitazione alcuna, ché il Maia caduto sovente gli aveva ripetuto i grandi uomini prendono con la forza quanto desiderano.

A lungo vagò Erfea, occultato alla sguardo vigile dei servi del re, ma non già a quelli di Sauron, ché questi sapeva il suo avversario essere sull’isola; allora grande divenne la sua ira e chiamò a sé i suoi schiavi più potenti, gli Ulairi[10]: rapidi, gli spettri dell’Anello, si mossero alla ricerca del Dunadan, ché il suo nome era loro noto ed essi a lungo avevano covato odio contro di lui nei loro cuori; infine Khamul l’Esterling[11], il secondo dei Nazgul, ne avvertì la presenza e rapido corse da Sauron per comunicargli quanto aveva visto. Lieto divenne allora il signore di Mordor, ché il suo nemico gli si presentava inerme alla sua mercé, straniero nella sua terra natia; tuttavia, nel medesimo istante in cui il Nazgul aveva scorto Erfea tra la folla, a sua volta il figlio di Gilnar era divenuto conscio della sua presenza: manifeste gli apparvero allora le sue intenzioni, ché egli molto aveva appreso sugli Ulairi, sin da quando si era infiltrato nella loro grande fortezza nell’Estremo Harad, scoprendone nomi ed identità. Consapevole di essere stato individuato, Erfea comprese quale malvagità avesse allungato il suo bieco artiglio su Numenor, ché non aveva obliato quanto odio provasse Sauron nei confronti dei Numenoreani, fin dai lontani giorni dell’assedio ad Eregion e della successiva sconfitta che le sue armate avevano ricevuto per mano delle armate di Elenna.

Rapido divenne allora il passo del ramingo, ed egli si diresse verso Armenelos, ché ivi si trovava il luogo ove avrebbe dovuto compiere la sua missione; sul suo cuore gravava fitta la tenebra di Numenor e Sauron gli opponeva la sua forte volontà, desideroso come era di fiaccarne le forze, ché cadesse nella trappola da lui sapientemente tesa: nota gli era la missione di Erfea, ché grande era il suo potere in quell’ora oscura e solo alcuni fra i signori degli Eldar sarebbero stati in grado di occultare la propria mente dinanzi allo sguardo del più possente tra i servi di Morgoth.

Giunto innanzi al santuario del Menalterma[12], Erfea comprese che un grande potere era all’opera, lo stesso che adesso gli negava l’accesso alla sala dell’Albero Bianco; allora il Morluin suonò nel corno di Earendil e le sue paure svanirono, calpestate da note squillanti. A lungo echeggiò il corno, ed il suo suono fu udito in molte contrade di Numenor: nuove speranze suscitò nei cuori dei Fedeli, ché essi compresero come la Tenebra fosse di passaggio e non dominasse incontrastata, mentre i servi di Sauron chinarono il capo dubbiosi. A più riprese il corno di Erfea squillò nella notte; molte luci si accesero nelle case e la gente uscì per strada, mentre voci si levavo confuse; allora crollò la volontà di Sauron, ché non aveva obliato l’umiliazione inflittagli dai Valar nella Guerra d’Ira ed ecco il corno ricavato dal dragone Ancalangon il Nero spaccava le catene forgiate dalle sue turpi mani; convocati a sé i suoi servi egli abbandonò il luogo sacro ove si annidava, consentendo ad Erfea di entrarvi.

Molti fra gli abitanti di Numenor si destarono quella notte, ché sogni di ogni sorta disturbarono i loro sonni: mai visione fu però sì curiosa come quella che scosse il riposo di Ar-Zimraphel, sovrana dell’isola. Ella sognò di essere nel Luogo del Silenzio, ove mancava da molti anni, eppure non era questo che la sorprese, quanto la presenza di un uomo, il cui nome aveva obliato, accanto a sé: alto si ergeva vicino al santuario, e pur non pronunciando parola alcuna, le parve che la chiamasse a sé innumerevoli volte, prima che giungesse l’alba. Turbata si levò Ar-Zimraphel, ché non capiva quale significato avesse il sogno; infine stanca di attendere ancora, si recò nei pressi del Menalterma, soppesando lentamente ogni passo su un sentiero che ben pochi ormai osavano percorrere. Giunta sulla sommità del monte, si accorse con meraviglia di essere stata preceduta, ché un uomo aveva preso posto su uno degli alti scranni in pietra che il tempo impietoso aveva ormai corroso; sedutagli al fianco, la donna meditò in silenzio per alcuni istanti, infine ormai certa dell’identità dell’uomo, pronunziò lentamente queste parole: “Mai avrei creduto di rivederti in questo luogo, lo stesso che vide il nostro ultimo incontro. Il tempo ha forse offuscato i miei occhi, tuttavia non ho obliato né il tuo nome né il tuo aspetto.”

“Chi può dire perché tutto questo accada?” replicò l’uomo. “A lungo ho vagato, in regioni disabitate e pericolose, ove mai parola viene sussurrata, eppure nessuna contrada è ora ricolma dell’oscuro fetore di Sauron quanto Numenor. Non ti nascondo, figlia di Tar-Palantir, che il mio cuore ora sanguina; poca speranza nutro nella guarigione di questa terra e ancor meno della sua gente.”

“Mio signore – rispose Ar-Zimraphel – questa notte ho udito un corno chiamarmi a lungo, prima che il sole sorgesse: adesso riconosco in te l’uomo che l’impugnava con forza e disperazione.”

“Disperazione? – le fece eco il ramingo – Disperazione, regina di Numenor? Quale azione condotta in tempi oscuri non condurrebbe alla follia? Se il mio animo non dispera, è perché i miei occhi hanno veduto la luce di Aman e ad essa vogliono far ritorno.” Così grande parve l’ira di Erfea, che Ar-Zimraphel dovette chinare lo sguardo, profondamente turbata; tosto tuttavia la voce dell’uomo parve venire meno e la sua luce oscurarsi, ché rapido il suo risentimento decresceva. Silenzio seguì, mentre la regina e lo straniero evitavano l’uno lo sguardo dell’altra; infine non potendo tollerare ulteriormente quanto accadeva, egli prese nuovamente la parola: “Se ti ho recato offesa, domando scusa, ché non era mia intenzione rattristare il tuo animo già provato dall’oscurità di questi giorni.” Sospirò per alcuni istanti, infine le parlò ancora: “Non mi domandi per quale ragione Erfea Morluin sia ritornato nella sua patria, conscio del bando che grava sul suo capo?”

Sorrise Ar-Zimraphel, allorché gli rispose: “Invero, voci mi sono giunte da Endor, dai bianchi porti degli Eldar; quanto la mia mente ha a lungo ignorato, non lo può il mio cuore, ché la verità esso ha appreso.” Rise, ma il suono che echeggiò per la vallata contrastava palesemente con l’espressione che le si era dipinta sul volto: “Non temere, Erfea Morluin! Non provo alcuna rabbia. Se tale è la tua scelta, possa condurti ad un felice avvenire.” Infine si fece seria, e più non sorrise: “Cosa cerchi figlio di Gilnar? Numenor non è più la tua patria, dunque allontanati in fretta dalle sue coste; qualora tu non seguissi il mio avvertimento, ecco che Ar-Pharazon porrebbe fine alla tua esistenza. Va dunque, e che la fortuna non ti volti le spalle, lasciandoti cieco ed inerme.”

Tali furono le parole che adoperò Ar-Zimraphel, sovrana di Numenor, ed ella si apprestava ad abbandonare la recondita valle, allorché Erfea la chiamo dolcemente: “Non ho obliato il tuo nome, Miriel figlia di Palantir, né il tuo grazioso sembiante. Se incauti sono stati i miei passi in questi giorni, tuttavia essi mi hanno condotto ove il mio cuore desiderava giungere.” Immobile, Miriel ascoltò la voce del paladino, infine si voltò e per un attimo ad Erfea parve che l’antica luce brillasse nuovamente nei suoi occhi: “Molto tempo è trascorso da quando le mie orecchie ascoltavano sussurrare questo nome nelle dolci veglie dell’Estate, ché esso è morto anni fa. Tuttavia se Erfea Morluin l’ha pronunciato, un preciso movente l’ha spinto a fare ciò.”

Annuì triste il figlio di Gilnar: “Letale è il veleno che l’Avversario ha sparso in quelli che una volta erano verdi prati e sorgenti cristalline, ed essi ora marciscono, avvizziti ed infettati; tuttavia, con rabbia percepisco quanto dolore alberghi nel tuo cuore, regina di Numenor.”

Rise allora Miriel, e mai suono fu più grottesco e orribile ad udirsi: “Regina? Su cosa eserciterei il mio dominio, Erfea? La dignità, l’onore, l’amore, tutto quanto avevo di prezioso mi è stato sottratto con l’inganno; persino il più povero tra i pescatori della costa gode di miglior fortuna. Una volta mi dicesti che la buona vigna offre un vino senza pari, eppure essa è stata deturpata molti anni fa! Lacrime di sangue e non nettare dolce sprizzano dalle sue ferite! Regina? Direi piuttosto prigioniera delle medesime debolezze che allora frenarono la mia volontà ed oggi mi impediscono di commettere atti di valore.”

Pallido divenne il volto di Erfea, ché aveva compreso a cosa alludesse: “Non confondere coraggio con viltà, mia signora! Forse vi è ancora speranza, finché gli Ainur reggono le sorti del nostro mondo.”

Avvampò d’ira Miriel e grave squillò la sua voce: “Ciechi sono i tuoi occhi e sterile la tua fede! Chi impugna adesso corona e scettro? Non è forse Ar-Pharazon, che la mia debole mano fermò dall’ottenere giusta condanna? Non vi è più speranza alla quale possa aggrapparmi, come naufrago nel fortunale.” Silenzio regnò per alcuni istanti, infine Erfea levatosi e presale dolcemente la mano, così la confortò: “Mente angosciata può partorire incubi aberranti; nulla però ti obbliga a prendervi parte. Qualunque sia il tuo parere su questa faccenda, Miriel, resti ancora una donna e non già una schiava.”

Gravi erano state le parole di Erfea Morluin, ed egli si attendeva dura replica; grande fu il suo stupore, tuttavia, allorché la signora di Numenor gli si accostò, sussurrando tristi parole: “Da lungi la mia mente vacilla, sebbene lontano da me sia l’acredine verso i Valar che ossessiona mio marito; non è a te che imputo la responsabilità per quanto è accaduto, ché un altro cammino avrei potuto percorrere se non avessi dubitato delle tue parole. Sebbene la mia speme nei Valar sia smarrita, tuttavia non è nella mia volontà contrastare l’azione di quanti ancora scorgono i loro disegni; essi sono però alquanto oscuri e la mia vista è offuscata, ché gravi nubi si addensano.”

Altro non disse Miriel e, abbandonato il Luogo Del Silenzio, discese lungo il sentiero che conduceva ad Armenelos, sede dei re; più Erfea Morluin la vide, ché i tempi erano ormai mutati e l’erba avvizziva sotto i suoi piedi: turbato la guardò allontanarsi, figura silenziosa sotto il sole nascente, i suoi biondi capelli svanire come bruma al mattino. “Namarie” le sussurrò Erfea, incurante di non essere udito e infine si mosse, ché l’ora era tarda e il suo compito lungi dal concludersi».

Note

[1] Ammiraglio di Numenor e signore dell’Hyarrostar, sconfisse nell’anno 1700 della Seconda Era le armate di Sauron al termine della guerra che seguì la forgiatura dell’Unico.

[2] Si veda “Il racconto del marinaio e del Re Stregone”.

[3] Tale corso d’acqua segnava il confine tra le terre di Elrond e le distese desertiche dell’Eriador.

[4] Contrada boscosa posta alla confluenza dei fiumi Celebrant e Anduin, governata durante la seconda era dall’elfo Sindar Amdìr: dopo la sua morte nella battaglia della Dagorlad, il reame fu governato dal figlio, Amroth, il quale tuttavia disparve in mare; essendo venuta a conoscenza di tale avvenimento, Galadriel e suo marito Celeborn fecero ritorno a Lorien, ove gli elfi accettarono di buon grado la loro potestà.

[5] “Addio” nella favella dei Noldor.

[6] Gli Eldar che avevano visto la luce dei Due Alberi ed i loro discendenti nati nella Terra di Mezzo.

[7] Mandos, Vala e Signore del Destino profetizzò che nessuno degli Eldar che avevano seguito Feanor, avrebbe fatto ritorno ad Aman; tali parole non furono mai obliate dagli Eldar in esilio ed essi erano soliti narrare della loro triste sorte riferendosi alla “Prima profezia di Mandos”. La Seconda profezia di Mandos concerne la fine del mondo e il fato ultimo dei figli di Eru, tuttavia essa non è mai stata divulgata apertamente e ben pochi, perfino tra i Signori degli Eldar, ve ne fanno cenno.

[8] Porto orientale di Numenor, situato presso la città di Armenelos.

[9] Città fondata nella tarda Seconda Era dai Numenoreani fedeli all’alleanza con gli elfi e i Valar alla foce del fiume Anduin.

[10] I Fantasmi dell’Anello, noti nella favella di Mordor come Nazgul.

[11] Tale termine indica coloro che tra i Secondogeniti si stabilirono ad est del Rhovanion: in senso improprio è talora adoperato per indicare quanti fra i servi umani di Morgoth scamparono all’ira dei Valar nella battaglia che rovesciò Thangodrim e fuggirono nelle regioni Orientali della Terra di Mezzo, ove preservarono il loro odio verso gli Eldar e gli Edain.

[12] Monte di origine vulcanica, sulla cui sommità era stato eretto un tempio dedicato a Manwe Sùlimo.

Ritorno a Rivendell: l’incontro con Celebrian

Abbiamo lasciato Erfea deluso ed amareggiato per non essere riuscito a ricongiungersi con Elwen alla fine del racconto narrato in Il nemico del mio nemico…è mio nemico. Dopo lungo peregrinare, Erfea prende la decisione di far ritorno alla casa di Elrond, a Imladris; è stato già ospite del più sapiente mezzelfo della Terra di Mezzo quando, da ragazzo, prese la decisione di far rotta verso le sponde del Lindon, per conoscere meglio gli efi e la loro cultura. Nella bella valle di Gran Burrone Erfea è alla ricerca di un consiglio che possa mettere pace nel suo animo tormentato…e lo troverà stringendo amicizia con uno dei personaggi meno noti del Signore degli Anelli: Celebrian, moglie di Elrond e madre dei gemelli Elladan ed Elrohir e di dama Arwen.

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Tenebrosi divennero i giorni di Numenor, l’isola del dono, al termine della Seconda Era della Terra di Mezzo, ché sedeva sul trono marmoreo Ar-Pharazon il Dorato, mentre i Fedeli fuggivano da Andunie, timorosi della follia e della crudeltà del sovrano.

Anni amari erano trascorsi, tra cupi silenzi e dolorosi rimpianti, ché gli uomini di Endor stentavano ad opporre resistenza agli eserciti che gli Ulairi, gli schiavi dell’Anello, comandavano in battaglia. Molte genti fuggivano ad occidente, ché ivi correva voce si compiessero splendide geste per opera di coloro che si opponevano al nero nemico di Mordor, ora sbaragliandone le sue schiere in battaglia, ora sventandone le subdole azioni che costui perpetuava a danno dei Popoli Liberi.

Negli Ered-Luin, aveva dimora Gil-Galad, l’ultimo degli Alti re elfici ad est del Grande Mare: saggio e lungimirante era il suo pensiero e molte genti lo temevano e lo onoravano, ed egli era il massimo avversario di Sauron di Mordor; finanche il Re-Stregone avrebbe avuto tema di affrontare il figlio di Fingon, ché numerosi erano i suoi poteri e forte il suo spirito, temprato dalle innumerevoli avversità che egli aveva affrontato e vinto nel corso della sua lunga esistenza. Numerosi uomini d’arme si riunirono sotto il suo vessillo, ed il suo regno non conobbe mai le pene dell’occupazione e la schiavitù per mano degli schiavi dell’Oscuro Signore.

L’araldo di Gil-Galad era Elrond il Pheredil[1], figlio di Earendil, il custode del Silmaril e sentinella dei cieli di Endor: grande era la sua saggezza e bello il portamento, ché in lui brillava la luce della stirpe materna, giunta da Valinor in epoche remote di cui pochi adesso si rammentano, ché l’antica stirpe è svanita quasi del tutto e i litorali più non echeggiano del lamentoso canto del gabbiano.

Nei giorni in cui si svolse tale storia, Elrond dimorava nel Rivendell; ivi aveva edificato un palazzo, chiamato Imladris nella lingua elfica, bastione a guardia degli orrori di Mordor: numerosi Eldar erano all’opera in quella valle, nascosti alla nequizia di Sauron e dei suoi schiavi, ed essi sovente accorrevano in aiuto di coloro che sfuggivano la morte o la schiavitù, fossero questi consanguinei o di altre stirpi.

In breve tempo, il nome e la sapienza di Elrond si diffusero in tutta Endor, destando, ovunque gli insegnamenti dei Valar non fossero stati obliati letizia e speranza; eppure il potere del nemico era invero possente e lungo il suo braccio, ché molte vite furono spezzate in quei giorni ormai obliati e il destino del mondo si apprestava a mutare nuovamente, nel lento declino di un’era ormai giunta al termine. Fu in quegli anni che Imladris divenne un rifugio per coloro che fuggivano l’Ombra dell’Est, ed Elrond applicò la sua arte di guarigione innumerevoli volte, ché i veleni diffusi da Sauron avvizzivano il fragile cuore degli uomini, così come la neve in Sùlimo[2] soffoca i virgulti benedetti da Yavanna[3]; tuttavia, mai il Pheredil disperò, in preda a confusione e timore, ché la sua mente non era stata deturpata dalla favella del Nemico e la sua arte lo preservò dalle fatiche e dagli affanni, finché la sua opera non fu compiuta ed egli abbandonò le sponde mortali per recarsi al di là del mare, sancendo in tal modo l’inizio dell’era del dominio degli uomini.

Nell’epoca precedente, tuttavia, forti brillavano i raggi del sole e della luna e negli Eldar l’amore per Endor non era ancora svanito: grandi opere essi compivano ed i Dunedain di Numenor in quei giorni tristi furono sempre al loro fianco. Grande fama aveva tra essi Erfea Morluin, della casata degli Hyarrostar, ed il suo nome era noto sia al Nemico, sia a quanti lo contrastavano. Un durevole legame d’amicizia aveva stretto Elrond con questi, fin da quando Erfea era stato condotto nella Terra di Mezzo dal padre Gilnar, affinché conoscesse ed amasse i Priminati; tosto il giovane Dunadan era stato affascinato dalle arti degli Eldar, ed Elrond aveva compreso quale sarebbe stato l’avvenire di Erfea, ché questi avrebbe acquisito grande fama presso i Popoli Liberi, qualora Sauron si fosse levato nuovamente. Numerose giornate il signore di Gran Burrone trascorse con il giovane Numenoreano, e molto apprese costui delle possenti arti e della scienza degli elfi, sicché in breve tempo si dimostrò esperto di tradizione.

Numerosi anni erano trascorsi dal loro ultimo incontro, tuttavia Elrond presagiva che il capitano di Numenor sarebbe nuovamente giunto alla propria soglia, ché nel mondo la Tenebra si infittiva e dolore e tormento laceravano l’animo di Erfea Morluin; accadde dunque che una notte di Viresse[4], un uomo stanco chiamasse al cancello il sire di Imladris, domandando ospitalità per la notte.

“Mio signore – tali furono le parole che il ramingo pronunziò dinanzi al figlio di Earendil – concedimi di trascorrere qualche ora di riposo nella tua sala, ché il mio corpo vacilla e sulle mie spalle grave pesa la stanchezza.”

“Viandante proveniente da remote regioni, deponi il tuo fardello nella mia dimora, ché l’oscurità rapida cala, e i sentieri si smarriscono nella bruna menzognera. Può un uomo o un elfo percorrere il suo cammino in simili condizioni?”

“Chiedo perdono, grazioso signore, eppure sovente la mente è infida quanto la nebbia vespertina. Pesante è il mio cuore, ché domande attendono risposte smarrite molto tempo addietro.”

“Non turbarti, Ramingo! Lieto sia il tuo cuore, ché questa notte nulla lo turberà. Dormi, e che sia il tuo un sonno benedetto da Elbereth.”.

Inchinatosi profondamente, il viandante fu condotto nella sua dimora, ove tosto cadde preda di un sonno profondo.

La mattina seguente, destatosi al primo sorgere del sole, quando la rosea alba indora le cime lontane di freddi colori, l’uomo si recò nel grande parco che circondava la sala ove aveva trascorso la notte: ivi, egli udì parole frammiste a risa; inquieto, si incamminò allora lungo il sentiero, lasciandosi guidare dall’eco, che ora distinto, ora remoto, gli giungeva.

Il ramingo attraversò graziosi ponti sospesi tra le cristalline e ridenti acque di ignoti torrenti, costeggiò alte siepi e ammirò statue imponenti i cui artisti dimorano ora nelle lontane Terre Imperiture; giunto infine nei pressi di un laghetto egli arrestò i propri passi ché il sole era ormai sorto per reclamare il suo dominio sulla terra mentre le cerulee acque erano increspate da una brezza marina recante con sé la dolce essenza della lontana Elenna. Commosso, il viandante lasciò scivolare via la sua profonda cappa, rivelando una capigliatura corvina e un viso logorato dalla rabbia e dal dolore, figli di quei tempi ormai obliati: a lungo ispirò profondamente, quasi volesse assaporare l’Oceano che, lungi da Imladris, lo invocava alla sua dimora.

“Cosa cercate mortale? Mai vi avevo veduto prima d’ora in tale luogo.” Ratto si voltò Erfea, ed il suo sorriso si deformò in una smorfia incredula, ché davanti a sé aveva una dama elfica avvolta in uno scuro manto, nel cui volto, occultato da un pesante velo, sfavillanti occhi adamantini lo osservavano severi, eppure curiosi. A lungo il ramingo ne sostenne lo sguardo, infine turbato le rivolse la parola: “Credevo di aver ascoltato parole frammiste a canti, ma la mia mente vacilla, ché invero mi era parso di ascoltare il dolce canto di una dama a voi affine.”

“Offuscata è forse la vostra vista, tuttavia, le vostre parole hanno destato in me grande curiosità. Il sole è sorto da poco, e immagino che voi non abbiate ancora desinato. Suvvia! Concedete a Celebrian di Imladris, figlia di sire Celeborn e dama Galadriel, di porre ammenda all’offesa che vi ho recato poc’anzi.” Rise allora e parve che l’intera vallata echeggiasse della letizia che tale suono esprimeva. Tosto lo straniero le si inginocchiò e presale dolcemente la mano la baciò, pronunciando tali parole: “Sono io, mia cortese dama, a domandarvi perdono, ché da lungo tempo conosco i signori degli Eldar, e benedetti sono i loro nomi presso la mia stirpe. Ben m’avvedo adesso quanto simile ai loro visi sia il vostro, tuttavia sovente il desiderio confonde presente con passato, realtà con finzione.”.

A lungo lo osservò Celebrian, infine volto lo sguardo ad occidente, sospirò: “Chi può dire quali siano i destini degli Edain e degli Eldar? Remoti sono ormai i tempi dei due Alberi di Valinor, pure il mio cuore mi dice che non è lontano il giorno in cui le due stirpi si incontreranno nuovamente e allora questa era della Terra di Mezzo giungerà al termine.”

Sospirando nuovamente, si rivolse ancora al suo interlocutore scuotendo il capo: “Mio signore, il vostro arrivo mi era noto da molti giorni, eppure i miei occhi non sono stati pronti nel riconoscervi, Erfea, della casata degli Hyarrostar, colui che chiamano il Morluin nelle contrade di Endor. Non siete forse voi il pellegrino che è giunto questa notte, chiedendo ospitalità a sire Elrond? La vostra vicenda mi è nota, paladino di Numenor, ché possente è la lungimiranza degli Eldar ed amore nutre ancora il loro cuore per la dimora che scelsero in tempi remoti.”

“Ebbene, Celebrian di Imladris, sappiate che numerosi soli e lune ho scorto vagando in terre straniere, ché dubbi e timori oscuravano il mio animo, e molte risposte questo attende. A lungo ho cercato la bella dimora di Elrond, ma il mio cammino è stato ostacolato dagli inganni del nemico, vigile all’interno della sua oscura torre.” Lentamente annuì Celebrian, infine si mosse leggiadra, come una brezza primaverile proveniente dalle Terre Imperiture al di là dell’Oceano; Erfea la seguì ed ella lo condusse attraverso acque e luce, foglie e vento, finche non prese posto su di un altro scranno, invitando con grazia il Dunedan a sederle accanto: questi non tardò a chiederle per quale motivo lo avesse condotto in quel luogo ameno. Lieta in volto così gli rispose l’erede di Celeborn: “Sii paziente, Erfea figlio di Gilnar, ché l’ora da te sì desiderata è infine giunta.”

Breve fu l’attesa, ché d’un tratto due alte figure percorsero il sentiero che conduceva agli alti scranni di pietra: con interesse le esaminò Erfea, eppure le loro fattezze erano celate da un manto grigio e da una cappa di seta bianca che copriva i loro volti. Ignote erano al Dunadan le loro identità, e queste sulle prime non pronunciarono alcuna battuta; tuttavia una grande maestà splendeva come aura sui loro corpi, sì che Erfea a lungo tacque meravigliato.

Infine, Celebrian si levò dallo scranno, e fatto un piccolo ma grazioso inchino rivolto alle due figure, così parlò: “Ecco il capitano di Numenor, Erfea figlio di Gilnar della casata degli Hyarrostar, colui che chiamano il Morluin; egli è qui, ché grande è il suo disio di discorrere con i signori dei Noldor.”.

Lentamente risposero i due esseri: “Grande è invero il dolore che affligge questo uomo, tuttavia gli Eldar sono giunti al crepuscolo e più non si occupano di quanto accade in queste contrade.”

Lesta fu la risposta di Erfea: “Eppure, vi è tra gli Elfi colui che discende da stirpe immortale e mortale. Non è egli forse Elrond di Imladris, signore di questa dimora ove noi ora discorriamo? Se fosse qui, si ricorderebbe di me, ché quanto afferma dama Celebrian corrisponde al vero: il figlio di Earendil mi conobbe tempo addietro, tuttavia non dubito che saprebbe riconoscermi anche adesso.”

Facendo scivolare via la cappa, la figura più alta sorrise mentre tali parole pronunziava: “Non sbagli, figlio di Numenor, che Elrond non ha obliato l’antica alleanza con gli Edain, stretta all’epoca delle guerre contro Morgoth, né il ricordo di Erfea è stato cancellato; le fatiche non gravavano ancora sul tuo capo, quando giovane giungesti a me anni addietro: sappi però che le tue fatiche sono lungi dall’essere terminate, ché l’Oscurità si infittisce e la Terra di Mezzo si consuma nel suo inesorabile logorio. Eppure, finanche in questa ora buia, la speme non è ancora svanita, ché i signori degli Eldar non sono inattivi, e le loro mani leniscono le sofferenze che Sauron, l’Oscuro Signore di Mordor arreca a coloro che gli oppongono resistenza”.

“Ahimè, questi giorni oscuri inaridiranno la speme nel cuore di molti uomini – interloquì l’altra figura – già odo il clangore delle armi e le urla dei guerrieri turbare la pace di Endor; simile ad una pestilenza, così l’ombra di Sauron prospera e si diffonde. Tuttavia, vedo innanzi a me un Dunadan della stirpe di Elenna, capitano dei Fedeli, e il mio cuore si rallegra, ché fin quando la tua stirpe prospererà, allora Galadriel di Eregion canterà lieta nei giardini di Lorien. Suvvia Erfea! L’antica stirpe non è del tutto svanita; sebbene essa viva il suo crepuscolo, è ancora lontano il dì della dipartita dell’ultimo vascello per Valinor. Fino a quel momento, possa regnare la concordia fra le nostre stirpi, ché essa possa essere tramandata a quanti verranno dopo di noi.”

Erfea, inchinatosi profondamente dinanzi ai signori degli Eldar, così parlò: “Mai ho disperato di perdere la speme, ché essa anima il cuore di quanti vagano, raminghi obliati e senza nome, cacciando ovunque i servi di Sauron; eppure il mio spirito è tormentato ché esso anela tornare alla sua terra natia. Quale sarà la mia scelta? Io chiedo ai signori degli Eldar qui presenti, di dissipare i miei dubbi.”

A lungo tacquero i tre elfi, infine Celebrian prese la parola: “Ignoro quale ragione ti spinga a ritornare a Numenor, eppure ben m’avvedo che è tuo desiderio far vela verso la dimora dei tuoi padri. Gli Eldar non sono soliti dare consigli, perché questi sovente si rivelano infidi e oscuri da comprendere; tuttavia, poiché sei stato tu a domandarlo, dirò quanto ho in serbo nel mio animo.” Tacque qualche minuto, infine parlò nuovamente: “Il tempo di Numenor è prossimo a terminare; non vi è alcun ragione che ti costringa a recarti nell’isola del Dono. Sii cauto, Erfea Morluin, ché un grande male è all’opera nella tua patria e io temo per la tua vita: al di là del Belagaer vi è solo morte; piuttosto fa vela ove al tuo animo è stata inflitta offesa, ché il mio cuore mi dice che rivedrai ancora di Elwen di Edhellond prima che questa era finisca.” Tali furono le parole che Celebrian adoperò; eppure mentre parlava, il suo sguardo cadeva sovente sul volto di Elrond e ad Erfea parve che una lieta luce brillasse nei suoi occhi.

Il sire di Imladris attese qualche istante, infine si pronunciò: “Quanto Celebrian sostiene, corrisponde a verità; io, tuttavia, non dirò se il suo consiglio sia buono o meno. Se il tuo cuore anela le bianche spiagge di Elenna, è forse destino che tu debba compiere un’altra impresa in tale contrada, prima che il suo tempo giunga a conclusione. Oscuri sono i disegni dei Valar, e tra i Primogeniti, finanche i Noldor vi possono leggere ben poco.” Così parlò il figlio di Earendil, tuttavia cos’altro il suo cuore presagisse non è stato tramandato.

Per ultima, infine, dama Galadriel prese la parola, ed invero il suo consiglio si dimostrò prezioso: “Udito hai dunque i pareri di due tra i signori dei Noldor. Ascolta adesso quello che ti dirò, ché molto temo Sauron e la sua perfidia. Ad Elenna il tuo sentiero ti conduce, che tu lo voglia o meno. Non ignorare gli avvertimenti di Elrond e Celebrian, ché grande è loro saggezza e lungimiranza; tuttavia, ivi, un ultimo compito ti attende. Non è solo la sopravvivenza dei lidi che ami ad essere in pericolo, Erfea figlio di Gilnar, ma anche la stirpe a te consanguinea. Affrettati, dunque, ché i tempi sono ormai maturi e la guerra è prossima: doloroso sarà il tuo peregrinare e molto soffrirai, eppure il mio cuore mi dice che ivi troverai la risposta ai dubbi che affliggono il tuo spirito.”

Dopo aver meditato per qualche istante, così Erfea rispose: “Se tali sono i vostri pareri in questa faccenda, la mia decisione è tosto presa; mi recherò ad Elenna, ché molta nostalgia il mo cuore nutre per Minas Laure[4] e Armenelos la bella.” Tali furono le sue parole, ed egli quel giorno non volle aggiungere altro.

Il mattino seguente, mentre Erfea affilava la sua lama, Sulring[5] di Gondolin, Celebrian gli rivolse la parola: “Mio signore, oscuro è il tuo volto e silente la tua voce. So cosa temi, tuttavia non è in mio potere alleviare il tuo dolore; eppure, non desidero che tu abbandoni la dimora di Elrond, senza che io ti abbia fatto dono di quanto desideri.”

Inchinatosi profondamente, così le rispose Erfea: “Mia signora, nessun dono o ricompensa potrebbe lenire il mio dolore; tuttavia, è stata per me gioia senza pari aver mirato il volto di dama Celebrian, prima che i giorni si ottenebrino nuovamente.”

Graziosamente rise la figlia di Celeborn: “Ben m’avvedo quanto la tua gentile favella non sia inferiore a nessun’altra tra quelle possedute dai figli di Eru, fossero finanche gli eredi di Feanor! Tuttavia il mio dono, sebbene non possa renderti quanto il tuo cuore brama di possedere, ti sarà di conforto allorché grande sarà il suo rimpianto.”

Così dicendo, Celebrian estrasse dal suo manto un piccolo specchio, incastonato in una cornice di mithril e laen azzurro, e lo consegnò al capitano di Numenor: “Tale è il suo potere, per cui la tua malinconia sarà sanata; tale artefatto mi fu donato da Celembrimbor, prima che l’Eregion fosse devastato e io l’ho custodito fino ad oggi; temo tuttavia che a me non sia più utile, ché quanto desidero è a me prossimo, pur essendo il suo destino ancora disgiunto dal mio.”

Commosso, Erfea le baciò la mano, infine prese la parola: “Gentile e graziosa dama, il tuo dono sarà per me simbolo dell’amicizia che lega le nostre stirpi. Possa questa alleanza perdurare anche quando i tempi saranno mutati.”

“Va’ adesso, figlio di Numenor! Lunga e impervia è la tua strada, eppure ti dico che ci vedremo ancora una volta.”

Ammutolito dalla grazia e dalla bellezza che splendevano in Celebrian, Erfea non trovò altre parole per ringraziarla e breve fu il suo commiato: “Che i Valar abbiano cura di te e che realizzino il tuo disio. Ardua è l’attesa, tuttavia la Primavera di Arda non è terminata e nuovi virgulti fioriranno prima che giunga l’Estate.”

Triste fu il commiato da Imladris, ché ad Erfea parvero che fossero trascorsi numerosi inverni da quando aveva varcato l’ingresso della dimora di Elrond ed ora era restio ad abbandonarla, sebbene la volontà di recarsi a Numenor non venisse meno.

Note

[1] Pheredil (Mezzelfo, in Quenya) indicava chiunque avesse avuto genitori appartenenti ad entrambe le stirpi figlie di Eru: al termine della Prima Era, i Valar imposero ai mezzelfi un’ardua scelta, che obbligava loro a privilegiare la vita immortale degli elfi oppure il dono che Eru aveva offerto agli uomini, la morte. Elrond scelse di appartenere alla stirpe della madre, mentre suo fratello Elros scelse la mortalità e divenne il primo sovrano di Numenor.

[2] “Marzo” in Sindarin.

[2] Valar e signora della Terra, chiamata sovente Kementari (“apportatrice di frutti” in Quenya)

[3] “Aprile” in Sindarin

[4] Minas Laure era la capitale della contrada dell’Hyarrostar e città natale di Erfea Morluin.

[5] Sulring , (“Vento di ghiaccio” nella lingua Sindarin), fu consegnata ad Erfea dalle mani di Gil-Galad, l’Alto Re dei Noldor in esilio, allorché il Dunedan ebbe compiuto ventuno anni: essa era stata forgiata a Gondolin da Galdor, fabbro del re e custode della porte; come molte lame elfiche della Prima Era, il suo filo riluceva allorché vi erano degli orchi od altri servitori di Morgoth nelle vicinanze.

Nascita di una stella fredda

Quella che segue è la terza versione del «Racconto del Marinaio e della Mezzelfa», che potrete leggere nella sua versione approfondita nei seguenti articoli: Il nemico del mio nemico…è mio nemico; L’assedio di Edhellond; I dubbi di una scelta difficile: Elwen, Morwin ed Erfea. Come scritto in precedenza, si tratta di una versione diversa dalle altre: sono del tutto assenti, infatti, il linguaggio e i temi epici che solitamente caratterizzano i miei racconti. Si tratta, in effetti, di una rielaborazione in chiave «intimistica» degli eventi e dei pensieri che turbarono Elwen subito dopo la riappacificazione con Erfea. È un racconto – incompleto – che tenta di far luce sul carattere e sulle scelte intreprese dalla bella mezzelfa e sul suo tormentato rapporto con Erfea e Morwin.

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Le ombre della notte non si erano ancora dileguate quando la mezzelfa si destò dal suo irrequieto sonno. Stupita, battè leggermente le palpebre, mentre la mano, istintivamente, cercava il corpo dell’uomo che, la sera precedente, si era addormentato accanto a lei.

Il letto era freddo. Si poteva indovinare, tuttavia, dalle increspate impronte che i suoi muscoli avevano impresso sulle bianche lenzuola, ove avesse disteso il suo corpo quella notte. La mezzelfa lasciò scorrere la mano, ancora per qualche minuto, sul guanciale accanto al suo, immersa in un profondo silenzio, meditando su quella unica parola che, durante la notte, aveva squarciato il velo oscuro che era calato sui loro visi.

Adesso era del tutto desta; con la naturale grazia tipica della sua stirpe, afferrò una vestaglia in seta bianca che la sera precedente aveva ripiegato con cura lungo lo schienale di uno scranno di ebano nero e si mosse verso una piccola finestra che dava ad oriente.

Fuori, albeggiava lentamente, quasi che Arien non avesse avuto alcuna intenzione di sorgere sul mondo. Era quell’ora in cui tenebra e luce si incontrano, partorendo larve che le menti dei figli di Iluvatar temono o perchè atterriti dalla loro presenza, o perchè bramosi di ottenerle senza alcuna speme.

Ella era una mezzelfa nel fiore degli anni, di una bellezza quale ogni bardo desiderebbe cantare, salvo venire meno all’impegno preso, allorché avesse scorto il suo sembiante ergersi in tutta la sua splendente grazia. Ricordò che sua madre, un tempo, le aveva raccomandato di occultare il suo volto con un lungo velo bianco, per tema che gli occhi degli uomini e degli elfi fossero sconvolti da tale beltà; ella non aveva mai seguito questo saggio ammonimento, avendo avuto, al contrario, cura di esporre il suo viso in pubblico, convinta com’era che la luce potesse solo riscaldare i cuori ed illuminare le menti, senza che questa potesse arrecare alcuna sofferenza ai figli di Iluvatar.

Egli, invece, era la tenebra. Era giunto sulla spiaggia di Edhellond sette anni prima, ricoperto di alghe e con la pelle scura incrostata da sale e sabbia. Gli abiti nobili che un tempo indossava erano stati dilaniati dalla furia di Ulmo ed a malapena era riuscito a salvare dai flutti una lama come i Primogeniti erano soliti forgiare nei secoli precedenti il sorgere del primo sole dell’era nella quale avevano avuto in sorte di nascere. Ai pescatori che erano accorsi in suo aiuto, lo straniero aveva narrato di essere giunto a quella contrada in seguito ad un fortunale che si era abbattutto sulla sua nave. Non aveva denaro con sè, nè amici o patria sulla quale vantare i propri domini: tuttavia, gli elfi più anziani, coloro che in tempi antichi si erano recati nell’Ovesturia, ora sommersa dalle acque del tempestoso oceano, per ascoltare i canti che colà si udivano all’ora del vespro, presero a mormorare, dapprima negli oscuri recessi delle proprie dimore, poi nelle pubbliche piazze, che il naufrago portava impressi sul volto i lineamenti degli Uomini del Mare, i Numenoreani. Un marinaio che era stato alla corte di Gil-Galad negli anni precedenti la venuta dello straniero, infine lo riconobbe e lo chiamò con il suo nome: tra l’incredulità e lo stupore generali, tuttavia, l’uomo, pur senza disdegnare i referenti appellativi che gli erano stati rivolti, non volle accettare alcun inchino da parte di coloro che gli erano tutt’intorno; al contrario, quasi avesse avuto disagio nell’abitare presso di loro, aveva accettato con gratitudine l’offerta di occupare una minuscola dimora, prossima all’Oceano, ove, egli diceva, non avrebbe recato fastidio ad alcuno, uomo od elfo che fosse. Trascorsero alcuni giorni prima che l’uomo facesse ritorno alla città di sire Morwin, eppure non si tratteneva a lungo nei suoi bianchi vicoli, ove la luce del sole amoreggiava con la chiara pietra con la quale erano stati edificati torri e minareti, terrazze e bastioni, preferendo di gran lunga oltrepassare i suoi cancelli quando calava l’oscurità: questa attutiva l’eco dei suoi pesanti passi, smorzava la sua profonda voce e, finanche, allontanava il suo ricordo dalle menti e dai cuori di coloro che, per sorte o per libera scelta, discorrevano con lui. Era la Tenebra; e come la sua Signora, non poneva alcuna domanda, eppure ascoltava le parole che, elfi ed uomini, gli rivolgevano, esitanti, nel cuore della notte.

Arrestò, per un istante, il flusso dei ricordi. Avvertì la forte aura dell’uomo nella stanza accanto a quella ove lei si attardava rimembrando episodi del passato. Inspirò profondamente. Egli, dunque, non si era allontanato dalla sua città. Non ancora.

Ne fu rasserenata.

In passato, quando il nome del forestiero giunto dal mare risuonava alle sue orecchie oscuro quanto la tenebra che striscia dalle Montagne Bianche, ella non avrebbe tollerato quanto era accaduto quella mattina. In fondo, era una mezzelfa che aveva scelto il destino dei Primogeniti. La linearità, l’eternità del domani, l’avversione al cambiamento: queste erano le ragioni che l’avevano spinta a rinunciare alla sua mortalità, non altro. Detestava il fragile mondo degli uomini, intento a ricorrere le folli chimere suscitate dagli oscuri poteri che erano sorti a levante, avvizzito entro fragile mura dalle quali, alte, si levavano le grida folli. Questi erano gli uomini, così come ella avrebbe potuto definirli sino a pochi anni fa. Gli uomini sprezzanti di ogni legame; gli uomini vogliosi di accrescere le proprie brame a scapito delle altre creature di Arda; gli uomini, violenti e fedifraghi.

Perchè, dunque, condivideva il suo talamo con un uomo?

Il suo sposo, se fosse stato presente, non l’avrebbe compresa, né sarebbe giunto a giustificare un simile tradimento. Conosceva l’uomo, così come gli altri elfi della sua casata; eppure, non avrebbe smesso di detestarlo, e quanto era accaduto in sua assenza, certo non avrebbe contribuito a riappacificarlo con la stirpe dei Secondogeniti. Non v’era, apparentemente, alcuna ragione che potesse avallare il suo comportamento; in quanto elfa signora della sua città, ella aveva commesso peccato tre volte: dinanzi a se stessa, dinanzi al suo sposo e dinanzi al suo popolo. La sua coscienza, secondo il parere dei dotti fra il suo popolo, era stata ora macchiata da una colpa sì grave per la quale l’esilio sarebbe stata una pena necessaria per riportare l’ordine nella bianca città. Il cerchio, entro il quale i Primogeniti si erano rinchiusi dopo la rinuncia al loro dominio sul mondo, doveva essere ripristinato, pena la distruzione dell’ordine entro il quale le loro leggi avevano valore.

Ella era cosciente di aver infranto la legge e di aver rinnegato la sua natura di elfa.

Il cerchio era stato infranto con troppa veemenenza perchè qualunque legge, pena o rinuncia potesse ripristinarne l’antica forma. La luce che splendeva nel suo cuore era stata corrotta dalla tenebra che l’uomo aveva recato con sè, provenendo da abissi remoti e senza nome.

No.

Per lungo tempo si era ingannata.

La sua luce, di cui andava così fiera da esporla come vessillo della sua grazia e della sua beltà, non era altro che un pallido riflesso della luminosità che splendeva negli occhi dell’uomo giunto dal mare.

Ripensò a giorni lontani.

Con le arti che le erano congenite l’aveva sedotto, legandolo al suo destino di giovane fanciulla, resa inquieta da una profezia lontana, che risaliva ai primi anni della sua vita, quando ancora la madre risiedeva in città e non aveva oltrepassato il mare. Per i suoi disegni, l’uomo rappresentava null’altro che un tramite verso il più profondo disio che ancora riuscisse ad ancorarla al mondo dei miseri mortali: le vaste distese oceaniche il suo cuore ambiva, non potendole possedere come qualsiasi altra brama la sua anima avesse desiderato soddisfare. Disprezzava l’uomo che aveva costruito il proprio eremo lontano dalla civiltà e dai ricordi che le erano cari: pur essendo null’altro che una minuscola ombra, vagante in compagnia delle sue sorelle generate dalla notte, ella non poteva fare a meno di notare come fosse attratta dalla remota pace che era in lui. Elfi possenti, il cui lignaggio nessuno avrebbe potuto mettere in discussione, le avevano chiesto invano non già la mano – un privilegio al quale ambivano inutilmente da diversi anni – ma finanche il semplice piacere della sua compagnia: ella, tuttavia, aveva sempre disdegnato tali proposte, non perché non fosse insensibile al loro corteggiamento, ma perchè riteneva che avrebbero potuto spezzare il delicato – eppure, quanto forte le era sembrato in quei giorni! – equilibrio sul quale poggiava la propria esistenza. Non desiderava condividere la propria vita con alcuno che non gli paresse degno: ed ella mostrava sarcasmo ogni qual volta la madre, desiderosa di congedarsi da lei salutandola con quell’appellativo che per innumerevoli anni era stato il suo e di tutte le elfe della sua stirpe, la pregava di mutare parere. Non erano che ombre di una virtù ben più grande, le parole che le erano rivolte da signori elfici cortesi nei modi ed eleganti nell’eloquio; eppure, allorché essi avevano in sorte di potere discorrere con lei, frustati facevano ritorno alle loro dimore, non già perchè inefficaci si erano rivelate le parole con le quali si erano presentati davanti al suo uscio, ma perchè senso di inadeguatezza provavano nei loro cuori e ne erano turbati ed atterriti. L’armonia sulla quale si reggevano le loro vite era sul punto di andare in frantumi: ma avrebbero, essi, accettato di rinunciare alle antiche leggi dei loro padri per ottenere quanto non erano in grado di confessare neppure a loro stessi, per tema di scorgere ferite all’interno del proprio cuore? Non lo erano: sicché, dopo qualche tempo, essi smisero di offrire i propri omaggi alla fanciulla impertinente che si burlava, a loro dire, di ogni eloquenza e creanza, e presero ad allontanarsi dalla sua dimora».

Il nemico del mio nemico…è mio nemico

Un vecchio adagio recita: «il nemico del mio nemico è mio amico», ma spesso la realtà si dimostra molto più complessa rispetto ai detti popolari…come impareranno a loro spese Erfea e Morwin, protagonisti della terza ed ultima parte del racconto «Il Marinaio e la Mezzelfa». Vi ricordo che potrete leggere le prime due parti di questo racconto all’interno di questi due articoli: I dubbi di una scelta difficile: Elwen, Morwin ed Erfea e L’assedio di Edhellond

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Eppure silenzioso era il mondo posto tutto intorno a loro, ché nubi gravide di sventure si addensavano su Edhellond, e il Signore degli stregoni covava vendetta nei tetri meandri di Barad-Dur, furente per la sconfitta subita.

Quando notizie figlie di gravi sventure giunsero infine alla città degli Elfi, il cuore di Erfea tremò, ché gli parve inutile attendere la marea nera chiuso nella sua roccaforte. Numerosi pensieri allora elaborò la sua lungimirante mente, e sovente ne faceva parola con Elwen, ché teneva il suo parere in gran conto, stimolandolo di gran lunga superiore a quello di molti capitani della sua stirpe; allorchè giunse il momento di partire, egli si congedò con parole affettuose dalla sua amata: “Mia signora, il fato mi chiama ad altre imprese e vedo già il mio sentiero attraversare ardue difficoltà e orrori indescrivibili. Tuttavia, fin quando il mio compito non sarà terminato e la Primavera non spargerà benedette le sue lacrime sui nostri vittoriosi visi, mi attenderai tu dinanzi al cancello?”

“Soffierà il terrore e ruggirà lo spavento, eppure il mio cuore resterà qui, saldo come quello dei gabbiani durante le traversate invernali: sicuro sarà il giorno fin quando la tua lama splenderà tra le remote tenebre”.

“E allora festosa sarà la scura notte, fin quando chiare le stelle si specchieranno nei tuoi grigi occhi”. Tale fu il loro ultimo saluto, ed Elwen a lungo lo pianse, ché sebbene fosse una fiera fanciulla, pure il suo cuore non resse a tale dolore e silenziosa si recò nella sua stanza, e tale rimase per molti giorni a venire. Naturalmente, questo comportamento attirò l’attenzione di Morwin, non appena questi fu di ritorno a Edhellond, avendo egli combattuto eserciti di Sauron in remote terre[1]. A stento il capitano riconobbe la sua sposa, ché solo in seguito fu informato della visita di Erfea; tuttavia, essendo egli signore tra gli Eldar, nutrì il sospetto che in qualche modo Elwen fosse stata oltraggiata.

Infine, stanco di quel silenzio, e informatosi su quanto era realmente accaduto il sire di Edhellond si recò nella bianca dimora di Elwen: “Mia signora, davvero ingrata sarebbe la dama che non nutrisse sentimenti di riconoscenza verso colui che le ha salvato la vita nell’ora della morte. Tuttavia, tale è il corso del mondo, che facilmente i sentimenti mutano forma e sostanza, confondendo finanche le menti più argute”. Lesta fu la risposta di Elwen: “Non capisco cosa tu voglia dire, Morwin di Edhellond, ma senza dubbio la fortuna dimostra di possedere grande vigore se continua ad assisterti. Tuttavia io credo che altre siano le accuse celate dal tuo formalismo, ché non vi è dubbio o incertezza, quando una dama è presa da passione”. Stupore comparve allora sul viso di Morwin: “Non comprendo il segreto valore delle parole che sgorgano dal tuo animo, tuttavia vedo bene quanto Erfea Morluin sia il responsabile di tale repentino cambiamento d’umore; ebbene una parola sola non aggiungerò, finche tale sarà il tuo comportamento nei miei confronti”. Elwen non rispose, ché lungi il suo pensiero vagava, all’Occidente tempestoso[2] dove infine Erfea l’avrebbe condotta, non appena la sua missione fosse stata portata a buon termine.

Invero difficile era il cammino che il condottiero di Numenor si accingeva a percorrere, essendo giunto alla grande fortezza di Umbar, capitale delle colonie Numenoreane poste sulle coste di Endor: degli Uomini del Re era la fortezza e da tempo ai Fedeli ne era negato l’accesso. Tuttavia, Erfea riuscì ad entrarvi, a costo di grandi fatiche, ché egli era uomo dotato di grande forza e di possenti arti magiche, apprese durante la sua giovinezza. A lungo allora esplorò la possente guarnigione, scoprendo numerosi gli inganni di Sauron, che in quella città aveva da tempo calato la sua cupa mano. Infine, ad Erfea parve di scorgere, remota eppure chiara, la figura di un uomo o di un elfo che sembrava avvicinarsi sempre più; grande fu allora il suo stupore, ché era Morwin per cui nutriva profonda avversione.

A lungo essi si osservarono, poi il sire di Edhellond prese la parola: “Sorpreso sono nel vedere la tua bianca rosa in tali contrade, abitate solo dalla paura e dal terrore; tuttavia questa non è arte del subdolo nemico, ché davanti a me ho Erfea Morluin, l’indecoroso amante della mia sposa”.

“Dure parole le mie orecchie ascoltano – gli rispose Erfea – ché esse sono l’eco di ben altri pensieri, più neri e foschi di quelli di che una volta concepivi. Invero difficile è conquistare l’amore di una fanciulla con l’odio e con la vendetta, signore di Edhellond”.

Furente divenne allora Morwin, il quale per tutta reazione estrasse la sua lunga lama dal nero fodero: “Arrogante e infida è la tua favella; non sei degno di Elwen, esule assassino. Troppo a lungo ho arrestato la mia mano, tuttavia giunto è finalmente il momento della vendetta”.

Iniziando stava dunque il duello e gli animi dei due guerrieri, resi forti da anni di dure battaglie, già iniziavano a bruciare come le betulle nella calda estate, quando ad un tratto, cogliendo impreparati i due duellanti, lesta come il corvo nella nebbia serale, così giunse Adunaphel, potente fra i Nazgul, e il fato, che dapprima intendeva separare i due capitani, li riunì in una disperata lotta per la vita.

Adunaphel, tuttavia, si faceva beffa dei suoi nemici, ché era certa della vittoria; tali erano i suoi poteri, infatti, che ben pochi avrebbero avuto il coraggio di affrontarla in duello. Si narrava che fosse stata la più abile spadaccina di tutti i tempi e che avesse ricevuto un’educazione militare molto rigida, simile a quella di molti capitani; cresciuta come un guerriero, dunque, Adunaphel aveva poi appreso le arti magiche della guerra, subendo il fascino perverso della negromanzia esercitata da Sauron in persona, il quale le aveva affidato uno degli anelli degli uomini, promettendole l’immortalità, se avesse accettato di consegnarli l’anima. Possente era la forza di Adunaphel il Nazgul, e mai ella era dovuta intervenire di persona per sedare un duello in corso nella sua città; ché Umbar, sebbene fosse formalmente un dominio del re, e come tale governato da un suo funzionario, in realtà era feudo di Sauron, teatro di spaventose magie. Ivi Adunaphel aveva stabilito il suo dominio, celando il proprio potere e la propria natura sotto mentite spoglie, ché era esperta nel mutare forma; una fanciulla, curiosa e vivace, ma pur sempre innocua, appariva agli occhi dei profani, ché ben di rado gli uomini indovinavano quale fosse la sua vera essenza, incapaci com’erano di sostenere il potere della sua mente corrotta. Da tempo, ormai, il Nazgul sia aggirava tra le corti della sua città, presenza inquieta e tuttavia ben più pericolosa di quanto la sua apparente natura non lasciasse intendere: quali oscuri pensieri concepisse, mai nessuno mortale riuscì a comprendere, operando ella come serva di Sauron e non già come sua avversaria; tutto quanto Adunaphel faceva, intrigo o magia, era ispirato dalla volontà di Sauron, a cui aveva ceduto la propria libertà. Mortale era il suo sguardo e gli uomini lungimiranti lo evitavano accuratamente; sovente i suoi stessi servi, gente infida e scaltra, non osavano guardarla in viso, tanto era il terrore che accompagnava ogni sua manifestazione. Sauron, da parte sua, era invero soddisfatto di una tale servitrice, che gli pareva l’unica in grado di lacerare l’animo degli uomini, laddove essi risultavano più deboli; molti segreti, in tal modo, la sua mente avvizzita fu in grado di apprendere, e grande fu la sua preoccupazione quando capì che il suo mortale nemico, Erfea, si apprestava ad entrare nel suo dominio.

Non appena ella ebbe comunicato tale notizia al suo padrone, ricevette l’ordine di rimanere guardinga, nell’attesa che il Signore dei Nazgul giungesse ad Umbar, portando con sé tutti gli altri Ulairi. La dama Numenoreana, tuttavia, aveva preferito attendere Erfea nella propria roccaforte, lasciandogli l’illusione di avere libero accesso ai più oscuri segreti della città, allo scopo di tendergli una trappola che mai il capitano di Numenor, per potente che fosse, avrebbe potuto evitare.

Spie di Mordor avevano altresì avvertito il Settimo dei Nazgul dell’immanente arrivo di Morwin alla città di Umbar, e grande era stata la gioia di Adunaphel, quando questa missiva le era stata comunicata: “Tale è il loro ardire, che senza dubbio essi oseranno addentrarsi nei meandri di Umbar, sicuri che Sauron sia ancora distante, e che nessuno controlli il loro operato. Grande dunque sarà la sorpresa e lo sgomento, quando la verità sarà loro manifesta!” Tali erano i pensieri di Adunaphel, e tale era anche il volere di Sauron che ogni sua azione ispirava. Tuttavia, deludendo le aspettative dell’Oscuro Signore, né Erfea, né Morwin le si prostrarono tremanti; al contrario la resistenza che entrambi opposero al Nazgul e ai suoi servi fu tale che alla conclusione dello scontro risultarono vincitori, sconfiggendo le speranze di Mordor.

Tre volte Adunaphel chiamò sé gli schiavi di Sauron, orchi e altre abominevoli creature della notte; e per tre volte Erfea e Morwin scagliarono oltre i cancelli del nulla le orde delle tenebre. Infine, stanca di quel combattimento, Adunaphel in persona accettò di sfidare la possanza e la forza dei due capitani, e in primo momento le sembrò di aver scelto il momento opportuno; tale era, infatti, la stanchezza dei due capitani, che il perfido servo dell’Anello fu vicino ad ottenere una vittoria che per l’elfo e per l’uomo avrebbe significato la morte certa. Tuttavia, proprio quando le speranze dei due capitani sembravano non trovare riscontro nella realtà, e l’ora della sconfitta si avvicinava sempre più, allora possente si levò il vento dell’Ovest: esso riscaldò l’aria tutto intorno, messaggero del glorioso sole, che si apprestava a prendere possesso del mondo. Grande fu l’ira della sgomenta Adunaphel, la quale non seppe opporre resistenza a un tale potere, fuggendo al di là dei brumosi monti, fin quando la sua corsa rovinosa non l’ebbe condotta a Barad-Dur, dove Anor mai sarebbe giunto a sfidarla.

Tale fu dunque la conclusione di uno scontro inaspettato, e sebbene sia Morwin che Erfea fossero risultati vincitori, liberando per qualche tempo la città di Umbar dalla lordura dei servi di Sauron, tuttavia Adunaphel sopravvisse, ombra schiava dell’oscurità, fin quando il suo padrone non venne privato dell’anello, molti secoli al di là a venire, ed ella scomparve, scagliata al di fuori dei cancelli del mondo.

Esauritesi le ostilità e sopraggiunta una pesante stanchezza, i due duellanti, Erfea Morluin di Numenor e sire Morwin di Edhellond, presero a fissarsi negli occhi, ciascuno appoggiandosi alla propria spada: “Invero è strano il nostro destino, se io, da sempre acerrimo avversario della vostra stirpe, ora sono in debito con un suo capitano! Vi è dunque qualcosa che comprendere non si possa, remota all’orizzonte e pur sempre vigile? Eppure, tale è la sapienza e la conoscenza di noi Noldor, che tale entità presto si sarebbe rivelata in tutta la sua forza. Qual è dunque la verità?”

Lenta fu la risposta di Erfea, che in tali termini si espresse: “Non confondere scienza con conoscenza, erudizione con sapienza! A te, capitano degli Eldar, posso rivelare solo questo: ben poco ci è dato di conoscere sulla nostra sorte, che attende i nostri spiriti quando la morte ci strappa al dolce tepore della vita. Tuttavia, io non credo che i nostri destini si siano incrociati in questo frangente per un puro caso. Vi è forse un potere che muove le nostre azioni, secondo un suo disegno ben preciso, del quale io, pur conoscendo in parte i contenuti, ignoro però le forme. Certo, differente dal nostro è il credo degli Eldar, essendo la loro sorte intrecciata con quella dell’intero creato”.

“Sagge sono le tue parole, principe dei Numenoreani. Tuttavia, non credere che Morwin abbia dimenticato il suo antico rancore, ché una grave colpa è posta sulle tue spalle e lieto mai sarà il tuo destino”. Erfea però, non lasciò trapelare nessuna emozione, e impassibile in volto, si accinse a rispondergli: “È probabile che io debba penare ancora a lungo; tuttavia, sebbene non desideri un simile avvenire, tale è il destino di colui che liberamente decide di assumersi determinate responsabilità. Potrai fuggire, Morwin, eppure esse ti inseguiranno ovunque tu diriga i tuoi passi, mai paghe di rimembrarti il tuo dovere, ché da un patto ferreo, ma libero, esse traggono linfa vitale”.

“Ben dici, Erfea; e meglio sarebbe se tu apportassi a guisa di esempio, il vincolo stretto tra me ed Elwen. Mai potrai spezzare i suoi anelli, più forti del tempo e dello spazio, ché essi si ergono di là del flusso e dell’essenza, simili a monoliti scolpiti da ciclopiche mani, ormai obliate nelle leggende e nei canti”.

Erfea rise dinanzi a tali parole: “Non vi è alcun vincolo tra te e lei, ché non Elwen lo pronunziò, ma l’eco di ancestrali paure, gelide e soffocanti, come gli antri di caverne nei luoghi profondi della terra. Timori e freddi inganni hanno soffocato quanto ella avrebbe davvero voluto, ed ecco! La primavera giunge finalmente vittoriosa e con essa le nostre ferite sono lavate con profumata acqua di fonte. Più grande di te è il nostro giuramento, Morwin; a nulla servirà la tua ira funesta, ché dovessi morire oggi stesso, ecco che anch’ella si allontanerebbe dalle sponde mortali, e mai più tu la vedresti, ed essa porterebbe con sé il mio , e non già il tuo ricordo”.

Parole non aggiunse Erfea e niente trovò da ribattere Morwin, ché la verità finalmente gli era stata rivelata, e più avrebbe potuto ignorarla, fingendo che il suo volere sarebbe stato sufficiente a ricondurre a sé Elwen.

Mai, da quando egli aveva ottenuto il potere su Edhellond, una sì grande sconfitta gli era stata impartita da un mortale; e mai notizia fu per lui più amara, quando, ritornato alla sua città natale, apprese con tristezza che Elwen era fuggita, portando con sé le ultime vestigia della luce di Arda.

Più le storie narrano di Morwin, il sire e il fabbro della bianca città degli Eldar, esperto nel trattare i metalli e i servi di Sauron, secondo il caso, e sebbene i bardi ignorino la sua fine, tuttavia, secondo alcuni della sua famiglia, anch’egli avrebbe abbandonato la città, errando a lungo per il vasto mondo senza una meta, memore soltanto del proprio nome e di quello della sua antica sposa , fin quando, stanco di quel vagabondare senza scopo, egli avrebbe deciso di unirsi all’esercito dell’Ultima Alleanza. Nella battaglia della Dagorlad[3] Dwar di Waw trucidò il sire di Edhellond, mentre costui difendeva una colonna di elfi silvani sorpresi dall’attacco dei Mumakil: in tal modo glorioso Morwin concluse la propria esistenza, silente custode della propria fama e della propria amarezza.

Di Elwen, non v’è più traccia certa nelle storie della Terra di Mezzo; certuni affermano che visse per qualche tempo a nord, nella regione del lago di Vesproscuro, governando con sapienza gli uomini e gli elfi di quella remota regione insieme ad Erfea; taluni, invece, dicono che Elwen non sia mai giunta ad Edhellond, dove il Dunadan l’attendeva impaziente, e che sia stata uccisa lungo la strada, allontanandosi così per sempre dalla Terra di Mezzo, soddisfacendo in tal modo il suo fanciullesco desiderio e portando nel proprio petto il ricordo dell’amato Erfea, ultimo dei grandi capitani dell’Ovesturia ad aver traversato indenne un’epoca cosi turbolenta.

Note

[1] Nell’anno 3277 S. E., le armate di Dwar avevano compiuto scorrerie nel Calhenardon, minacciando Lorien: timorosa di un massiccio attacco al suo reame, Galadriel aveva chiesto ed ottenuto l’appoggio delle schiere di Edhellond, per mezzo delle quali il nemico era stato respinto.

[2] Si ignora a quale contrada facessero allusione tali parole; è verosimile, tuttavia, che Elwen si fosse riferita al Lindon, la regione più occidentale di Endor, ove vivevano in quei giorni molti della sua stirpe.

[3] Si veda anche Oropher o del cattivo Fato degli Elfi

Uccidete Miriel! Complotto a Numenor

Prosegue in questo articolo la narrazione, iniziata nell’articolo Ombre sinistre su Numenor…, del complotto che mira ad eliminare Miriel, figlia di Tar-Palantir, erede al trono di Numenor. L’unico che potrebbe salvarla, tuttavia, è anche lo stesso uomo che nutre per lei sentimenti contrastanti e che è stato avvinto, a causa della suo rancore e della sua ingenuità, all’interno di una rete dalla quale potrà districarsi solo a costo di grandi sacrifici. Vi presento così la conclusione di un racconto che vede svilupparsi un rito di passaggio traumatico, dall’adolescenza alla maturità, di un giovane Erfea, per il quale la vita non sarà mai più la stessa…e un sentimento che avrebbe potuto crescere e rafforzarsi cessa bruscamente di vivere. Per la scrittura di questo racconto mi sono ispirato alle opere storiche classiche romane, soprattutto a quella scritta da Tito Livio, dal titolo «Ab Urbe Condita libri», ossia «Storia di Roma dalla sua Fondazione».

Colgo qui l’occasione per ringraziare tutti coloro che dedicano qualche minuto della loro giornata a leggere e commentare le storie del «Ciclo del Marinaio»…grazie di cuore, i vostri apprezzamenti e le vostre osservazioni sono indispensabili nel mio percorso di crescita umana e professionale!

Buona lettura!

«Giunse infine il giorno del suo compleanno; egli era inquieto, e sovente teneva il capo basso perché, sebbene le pietanze fossero gustose ed il vino odoroso di resina e di fiori dell’estate, pure non scorgeva Miriel. Solo quando l’araldo pronunciò il nome della sua amica egli, senza badare altri ospiti, balzò in piedi e porse un calice d’argento alla principessa. Rapide, le loro dita si incrociarono ed Erfëa le avvertì al tatto calde ed umide, come se Miriel fosse in preda a grande sgomento e paura; pure, luminosi erano i suoi occhi e la sua voce riecheggiava cristallina fra le volte di pietra che si ergevano sopra i loro capi. Miriel portava ancora la maschera che aveva indossato allorché l’aveva mirata la prima volta, tuttavia il suo sembiante era splendido, ché era esile come un giunco e alta come le fanciulle elfiche che Erfëa aveva incontrato nei suoi viaggi ad oriente. Lesta, la mano del giovane intrecciò quella di lei allorché i menestrelli presero a suonare ed essi ballarono per molte ore, appagati l’uno della compagnia dell’altro. Gli altri ospiti si rallegrarono dell’affettuoso legame che era sorto tra il figlio di Gilnar e la figlia di Palantir, ché erano degni l’uno del sentimento dell’altra. Infine, allorché furono troppo esausti per danzare ancora, Miriel condusse Erfëa dinanzi alla tavola imbandita di doni e lo pregò di scegliere quello che il suo cuore avesse gradito maggiormente: incuriosito e divertito da tale proposta, il principe di Númenor scosse il capo e negò che vi fosse un dono che il suo animo desiderasse sopra ogni altra cosa. Per tre volte Miriel domandò ad Erfëa cosa volesse e per tre volte il capitano di Númenor scosse il capo. La giovane allora sorrise compiaciuta ed estratto un lungo fodero da una preziosa custodia in pelle, lo porse ad Erfëa, mentre con l’altra mano afferrò un calice e lo levò in alto: “Possa essere il fato benigno con te – gli augurò – permettendoti di ottenere ogni cosa il tuo cuore desideri. Infatti – concluse ridendo – dev’essere qualcosa di veramente prezioso, dal momento che hai rifiutato ogni dono volessi offrirti questa sera”. “Amica mia – rispose divertito Erfëa – nessuna lama potrebbe sperare di essere riposta in un fodero migliore di quello che tu mi offri; eppure, questo sarebbe un dono per Sulring, non per me”.

“E cosa desidererebbe il capitano di Númenor che io possa offrirgli? – replicò Miriel sorridendo – Egli è un uomo ormai e non dovrebbe temere alcuna paura: mostri a Miriel quanto desidera, ché ella possa scusarsi con lui per non avergli donato alcunché”.

1Lesto, prima che la principessa di Númenor potesse fuggire, Erfëa la cinse nelle sue braccia: ella restò lì, come un usignolo che l’abile laccio del cacciatore abbia stretto nella sua morsa. Rapide le labbra del principe si posarono su quelle di Miriel ed ella infine cedette; lenta, cadde la sua maschera e rivolse il suo volto ad Erfëa, il quale l’osservò stupito. Il figlio di Gilnar non riuscì a distogliere il suo sguardo dal volto che aveva innanzi e che aveva disperato di ritrovare. Miriel era in verità Eärien, la fanciulla che un tempo aveva scorto nei giardini di Armenelos: rabbia e desiderio lo presero ed Erfëa la scorse, ormai donna, ergersi dinanzi a lui. Sconvolto, il principe arretrò di un passo e tenne il suo sguardo su di lei, finché ella non chinò il capo e mormorò amare parole:

“Temevo che sarebbe giunto questo giorno, nel quale avrei assaporato il dolce e l’amaro allo stesso tempo; colmi di vergogna sono questi miei occhi, ché essi, a lungo occultati dall’inganno e dalla paura, tennero nascosta la mia identità”. Sospirò un attimo, indi mormorò: “Sei irato, Erfëa, figlio di Gilnar, questo lo vedo bene. Se ti ho nascosto la mia identità, però, l’ho fatto per tema che il tuo sentimento nei miei confronti fosse viziato dalla notorietà del mio lignaggio. Avviene sovente che molti dolori debba conoscere il nostro animo, affinché essi possano scongiurare sventure ben più grandi e terribili”.

Livido era il volto di Erfëa e freddo il suo tono allorché egli trovò la forza per risponderle: “Sia egli un umile pescatore, un facoltoso mercante o un signore dal glorioso lignaggio, chiunque manifesti tanta viltà da temere di rivelare la propria identità agli altri, dimostra ancor più infamia nei propri riguardi e in quelli della propria stirpe. Non ti domando alcun pentimento ché esso sarebbe falso, se a pronunciarlo fosse la tua lingua maliziosa, né pronunzierò alcuna parola contro il tuo lignaggio, verso il quale nutro maggior amore rispetto a quanto nutre l’erede. Grave atto è, infatti, dire il falso, anche quando i nostri cuori sono incapaci di distinguerlo dal vero”. Ciò detto, Miriel abbandonò la dimora di Erfëa, né ella sembrava pentita per il suo gesto, ché il suo sguardo era limpido e a lungo sostenne il suo prima di allontanarsi.

Colmo d’ira e di rancore, Erfëa non si mostrò più sorridente ai suoi ospiti quella sera e nei giorni successivi evitò i contatti con la sua gente. Poche erano le parole che egli pronunciò in quei giorni ed esse erano dettate dall’ira e dal dolore, sicché gli altri presero ad evitarlo, timorosi di incorrere nella sua ira. Le voci del dissidio avvenuto fra i due giovani giunsero ad Akhôrahil, ché egli aveva spie ovunque ed erano poche le notizie che sfuggivano al suo udito. Allorché, dunque, il Nazgûl si avvide del rancore che il figlio di Gilnar provava nei confronti della figlia di Palantir, ne gioì, ché gli parve essere alla sua mercè; si rivolse dunque a Gilmor, dei cui favori aveva goduto, affinché seducesse Erfëa ed alimentasse l’odio che nutriva per colei che un giorno sarebbe divenuta regina.

Erfëa, provato dal dolore e dal desiderio per la donna a lungo amata, cedette alle lusinghe della principessa del Mittalmar: Gilmor, infatti, era graziosa ed abile nell’occultare i suoi inganni. Arthol, tuttavia, era riluttante a concedere la mano della sorella all’amico di un tempo: egli, infatti, diffidava di Gilmor, perché temeva che avrebbe rivelato ogni cosa al suo amante. Fu proprio questa esitazione, tuttavia, a provocare la sua rovina: Erfëa, infatti, non comprendeva per quale motivo Arthol fosse contrario all’unione con la sorella. Il timore nacque allora nel suo cuore, sebbene indugiasse e non osasse confessare ad alcuno le sue inquietudini.

Allorché erano trascorsi alcuni mesi da che giacque con Gilmor, Erfëa la scorse, non veduto, dialogare con Akhôrahil e con un’altra donna che si ergeva accanto a lui; bella era, eppure il suo sembiante e quello del suo compagno sembravano nascosti da un velo di oscurità. Una pesante cappa pendeva sulle sue spalle e sul suo capo era posto un rosso diadema, che rifulgeva di un sinistro bagliore. Erfëa provò una grande paura nel guardarla ed il suo cuore tremò. Attese alcuni istanti, indeciso sul da farsi: infine, un quarto individuo, anch’egli sconosciuto al figlio di Gilnar si aggregò al terzetto. Erfëa vide con orrore Gilmor accasciarsi, come se un grande male fosse piombato su di lei: il suo cuore fu allora raggelato dalla paura, sicché non poté che accostare le sue mani alle tempie, mentre il suo respiro diveniva affannoso. Nelle atroci convulsioni che seguirono a tale visione, le sue tremanti mani sfiorarono l’elsa di Sulring e nuova forza fluì nelle sue vene, sicché riaprì gli occhi e gli parve che una grande ombra si fosse allontanata dal suo sembiante. Erfëa non poteva saperlo, eppure l’uomo che aveva colmato di paura il suo cuore, altri non era che Er-Mûrazôr, il Signore dei Nazgûl, il più potente fra quanti servirono Sauron. Molti secoli erano trascorsi dacché aveva calcato con i suoi neri stivali le strade lastricate di Armenelos ed egli giungeva in quella che un tempo era stata la sua terra natia perché inviato colà dal suo oscuro padrone.

A lungo si intrattennero le tre figure con Gilmor ed essi appresero molto dalla sventurata fanciulla; questa non osò mai mirarne i volti, ché altrimenti la follia si sarebbe impadronita della sua mente e avrebbe perso il senno. Infine, rapidi com’erano giunti, essi si allontanarono svanendo nell’ombra. Erfëa allora la raggiunse e le domandò chi fossero; Gilmor, tuttavia, non rispose ad alcuna delle sue domande e gli antichi timori che erano sorti nel cuore del figlio di Gilnar, presero a destarsi nuovamente. Nei giorni successivi egli prese a sorvegliare la donna, sebbene osasse ancora sperare che non vi fosse alcun inganno: grande dolore l’avrebbe tuttavia colto, se egli fosse venuto a conoscenza della congiura che Arthol era intento a organizzare. L’atteggiamento di Gilmor nei confronti di Erfëa mutò: le macchinazioni del fratello erano ormai giunte a maturazione, sicché freddo divenne il suo letto e di rado il suo sguardo incrociò quello di Erfëa. Nei rari momenti in cui accettava di vederlo, la donna dissimulava ogni cosa: dopo qualche tempo, convinta che il figlio di Gilnar avesse abbandonato ogni sorta di sospetto su di lei, iniziò a mostrarsi meno cauta.

Una notte di Narquelië[1], dunque, Gilmor dimenticò di inviare messaggi ad Erfëa affinché non la raggiungesse: era, infatti, giunta l’ora in cui i congiuranti avrebbero dovuto prendere accordi per compiere l’efferato delitto. Ignaro di ciò, il principe dello Hyarrostar giunse alla sua dimora e trovatala vuota e silenziosa, si insospettì. Gli abitanti della casa, interrogati sull’assenza della padrona, non seppero rispondere, perché erano tenuti all’oscuro di tutta la vicenda. Stanco, Erfëa prese la decisione di abbandonare la dimora della sua amante: fu solo allora, mentre sostava dinanzi all’uscio perso nei suoi pensieri, che lo sguardo cadde su un piccolo astuccio appoggiato su un’alcova nei pressi dell’ingresso. Incuriosito, lo aprì, trovandovi all’interno un anello e una pergamena, sulla quale erano iscritte le seguenti parole:

“Colui che affiderà tale missiva ti rivelerà il mio nome; attendimi alla terza ora della notte.”

L’animo di Erfëa, divenne allora inquieto, ché ignota gli era quella grafia e non conosceva il mittente di tale messaggio. Messa da parte per un attimo la missiva, esaminò l’anello, sperando di ottenere da questo altre informazioni. La superficie dell’anello era liscia, interrotta solo da un rubino, incastonato sul lato esterno; era freddo al tatto, come se fosse stato forgiato nel ghiaccio. Il corridoio era avvolto nella penombra, sicché il giovane avvicinò l’anello alla tremula luce di una lampada. L’anello non rifulse di alcuna luce, ma parve assorbire al suo interno quella emanata dalla torcia. Era l’anello di un uomo, a giudicare dalla sua grandezza: rischiarato dalla torcia sembrò perdere parte del suo fascino misterioso mostrato poco prima. Erfëa lo esaminò a lungo senza trovarvi segno o incisione: nella sua mano l’anello aveva preso a riscaldarsi, perdendo la freddezza iniziale. Monili simili giacevano nei forzieri di molti nobili numenoreani; Erfëa l’avrebbe sicuramente abbandonato, se non fosse stato attratto dal singolare taglio che l’incisore aveva attribuito alla pietra che lo ornava. La sua sagoma romboidale, infatti, riportava alla memoria del principe ricordi confusi ai quali, tuttavia, non sapeva attribuire alcun nome. Indeciso se appropriarsi o meno di un oggetto che non gli apparteneva, fu spinto al furto a causa del sentore di passi lungo il corridoio. Impaurito, il giovane si rifugiò all’interno di una sala il cui ingresso era situato a pochi passi dall’ingresso. La curiosità, tuttavia, fu più forte di qualsiasi paura e, lasciato l’uscio un poco aperto, Erfëa osservò quanto accadde nel corridoio. Due figure, avvolte strettamente nei loro scuri manti, avevano sollevato un pesante arazzo che copriva tutta la parete opposta alla stanza nella quale aveva trovato rifugio. Una di esse alzò una leva, prima nascosta, e svelò l’ingresso di un uscio segreto. Le figure scomparvero all’interno dell’oscuro antro: la seconda sostò sulla soglia, reggendo con entrambe le mani l’arazzo, mentre l’altra, armata di una torcia, la precedeva nell’oscurità. Quando fu certa che il suo compagno si era profondamente inoltrato nei segreti meandri della casa, la figura restata sulla soglia lasciò cadere l’arazzo e rinchiuse il pannello dall’interno, scomparendo alla vista di Erfëa. Il figlio di Gilnar attese alcuni istanti, infine si avvicinò alla parete, avendo cura di ripetere gli stessi gesti compiuti da quanti l’avevano preceduto: aperto cautamente l’uscio, egli discese umidi scalini, immerso nella tenebra e nel silenzio; infine, giunse in un profondo cunicolo ed ivi ascoltò l’eco di voci irate levarsi nell’aria. Proseguì, sebbene il suo cuore fosse riluttante ad addentrarsi in un simile luogo, ché non vi era luce che potesse rischiararne gli oscuri anfratti, né i suoi occhi riuscivano a scorgere quanto accadeva.

Dopo aver percorso il cunicolo, egli giunse dinanzi ad una massiccia porta a due battenti, oltre la quale gli parve di ascoltare numerose voci, molte delle quali in preda a furente collera; infine, fra quelle si levò una che Erfëa riconobbe con chiarezza:

“Principi e dame di Númenor, prossima è l’ora in cui le sale della reggia saranno colme del fetore della morte! Pianti e urla saranno versati sui corpi di quanti calpestarono la nostra dignità, ignorando quanti, pur essendo del loro stesso lignaggio, non ritennero degni di considerazione.

Se vi è alcuno fra voi il cui nerbo sia troppo fragile o la cui mano sia priva di forza, sappia che maggiori saranno i premi per coloro che, ribellatasi alla stirpe di Elros, sapranno colpire ove altri si dimostrarono codardi.

Un giuramento di sangue stringeremo questa notte e, affinché esso possa restare impresso nella mente di ciascuno e tenere vincolati i cuori di coloro che ancora esitano, fluisca nelle vene di voi tutti!”

L’oratore altri non era che Arthol; pure, se Erfëa avesse potuto scorgere con i suoi occhi quanto accadeva nella sala, avrebbe mostrato grande incredulità mista ad orrore, ché vennero coppieri ed essi versarono nei calici dei presenti un liquido scuro e viscido, che molti, in seguito, non esitarono a definire sangue. Nessuna voce si levò per contrastare la follia del principe del Mittalmar, né alcuno rifiutò di stringere quel folle giuramento; rapidi, i cospiratori sguainarono i pugnali, la cui lama era intinta di letale veleno ed abbandonarono la sala, uscendo da un segreto pertugio occultato dagli arazzi che ivi si trovavano.

Sgomento, Erfëa risalì il pertugio segreto e attese che la casa fosse nuovamente silenziosa; non appena gli fu chiaro che i cospiratori si erano allontanati, afferrò le briglie del suo destriero e, con il cuore colmo di paura, lo condusse alla dimora di Palantir.

I servi del principe reale, meravigliati da quella visita notturna, esitarono dinanzi alla richiesta di Erfëa di aprirgli le porte e condurlo dal suo signore. Infine, mossi dalle sue accorate parole, gli fecero strada attraverso l’ampia dimora, sino alla camera di Palantir. Non appena fu introdotto al suo interno, il figlio di Gilnar lo trovò intento a decifrare antiche scritture delle quali punto o poco si curavano gli alti dignitari di Ar-Gimilzôr. Erfëa non pronunciò parole; il suo volto, tuttavia, era turbato e Palantir, sollevato lo sguardo dalle sue carte, credette di comprenderne il motivo. Non lo salutò, né lo invitò a prendere posto accanto a sé; con un greve cenno del capo, lo invitò a seguirlo in una piccola stanza attigua, ove nessuno li avrebbe disturbati. Il principe dello Hyarrostar lo seguì, e il suo sguardo non osò incrociare quello di Palantir. I servi erano andati via sin da quando Erfëa aveva fatto il suo ingresso nello studio del figlio di Ar-Gimilzôr; eppure, mentre abbandonava la biblioteca, gli parve di scorgere, per un istante, la bionda capigliatura di Miriel svanire dietro l’uscio della porta di ingresso a quella.

Palantir attese che il giovane principe fosse entrato all’interno della saletta; infine, rinchiusa la sala, lo invitò a sedere dinanzi a lui. I due uomini si osservarono per alcuni momenti: severo ed impassibile era lo sguardo del principe reale, ché, sebbene la figlia non gli avesse rivelato alcunché di quanto era accaduto in passato, pure era lungimirante e scorgeva molti dei segreti che gli uomini celano nei loro animi. Il suo cuore, tuttavia, fu mosso a pietà, perché nessuna luce brillava negli occhi del giovane. Erfëa pareva assente, quasi che le sue forze si fossero esaurite in quella folla cavalcata che l’aveva condotto dinanzi al futuro sovrano di Númenor. Solo il petto, sollevandosi e abbassandosi ad ogni suo respiro, permetteva al suo anfitrione di riconoscerlo per creatura vivente. Palantir sospirò, eppure non pronunciava ancora parola; afferrata una brocca situata al suo fianco, versò un liquido, denso e ambrato, in un calice che offrì al giovane. Questi, presa la coppa fra le dita, l’avvicinò alle fredde labbra e, inghiottito qualche sorso, parve riprendere forza sufficiente per poter parlare.

“Non ti nasconderò, o re, che in questa ora buia desidererei non essere venuto al mondo o almeno non essere mai stato strappato dal ventre della madre mia; eppure, poiché il tempo stringe, vengo a raccontarti il motivo di questa mia inaspettata visita”.

“Inaspettata, dici? Forse è così – rispose turbato Palantir – eppure, sai bene che non saresti mai riuscito a sottrarti a questo incontro, figlio di Gilnar, neppure se tu fossi stato più cauto e saggio di quanto l’ardore giovanile non permette di esserlo. In tal caso, tuttavia – aggiunse levandosi dallo scranno e avvicinandosi allo scranno ove l’ospite sedeva – non è a me che dovresti rivolgerti, bensì a colei che hai offeso”.

Nulla rispose Erfëa e per un istante parve che egli stesse per abbandonare il suo scranno; infine parlò, e la sua voce, dapprima roca e bassa, crebbe di intensità man mano che egli narrava quanto era accaduto; non un particolare fu tralasciato, nessun nome fu occultato. Al termine delle sue rivelazioni il giovane principe versò lacrime amare, non riuscendo a tollerare la delusione e lo sconforto causati dalle sue colpe.

A lungo tacque Palantir, sopraffatto da quanto aveva appreso: alla rabbia, suscitata dalla colpa del giovane Dúnedan, si aggiungeva ora la preoccupazione per la sorte sua, della figlia e dell’intero regno. Il suo cuore, tuttavia, era più pronto al perdono di quanto non lo fossero i suoi pensieri: si avvide che le parole di Erfëa erano prive di menzogna e che il suo pentimento era sincero:

“Innumerevoli sono i dolori che patiscono gli Uomini e, sovente, a nulla valgono le parole consolatrici ed i saggi ammonimenti. Questo, tuttavia, è il destino dei Secondogeniti: soffrire per espiare le colpe commesse, perché, se forti ed orgogliosi appaiono i loro spiriti, deboli sono invece i corpi in cui dimorano.

Grande colpa hai commesso, Erfëa, figlio di Gilnar; io credo, tuttavia, che le tue amare lacrime siano invero una imperizia maggiore, ché esse sono sterili, né cancelleranno il tuo dolore; recati dunque ove quanto hai appreso possa condurre coloro che congiurano nell’Ombra al giusto castigo ed oblia rimorsi e rancori”.

“Sagge sono le vostre parole, sire, né sarò io a metterle in discussione; pure, se la mia volontà fosse ancora vincolante in questa faccenda, vorrei porgere sincere scuse a colei alla quale rivolsi parole troppo imprudenti, ché infine caddi anche io nel medesimo errore, e tuttavia non fui in grado di scorgerne gli oscuri abissi nei quali ero piombato”.

Un lieve sorriso apparve nel volto di Palantir, ed egli non si sarebbe opposto a tale richiesta; pure, tarda era l’ora ed il giovane principe era impaziente, sicché, seppur a malincuore, così rispose il figlio di Ar-Gimilzôr ad Erfëa: “Sii paziente, figlio di Gilnar, ché ella è ora in preda all’ira e allo sconforto; attendi, dunque, che il suo volere si volga nuovamente a te, ché, se agissi in preda all’impulso e alla fretta, pure ne avresti a soffrire”.

Annuì Erfëa e, preso congedo da Palantir, si recò nella dimora paterna ove attese che si succedessero gli eventi; l’indomani, una notizia percorse in lungo e in largo l’isola di Númenor, ché era stata scoperta una congiura contro i figli del sovrano ed i suoi mandanti erano i principi del Mittalmar; grande fu lo sgomento che prese Gilnar allorché apprese di tale novella ed egli, pur non facendone parola con Erfëa, sospettò, e a ragione, che egli ne sapesse più di quanto le sue scarne parole lasciavano intendere: voci contrastanti si levarono da entrambe le fazioni, l’una accusando l’altra di aver sobillato Arthol e sua sorella Gilmor ad obliare il nobile lignaggio di cui erano portatori, per compiere un disegno efferato e dalle conseguenze ardue da individuare.

2Nei giorni seguenti, furono incriminati numerosi esponenti di entrambi i partiti e ciò fece nascere in molti il sospetto che vi fosse qualcun altro dietro tale congiura, qualcuno il cui interesse non era né in una fazione, né nell’altra; tuttavia, poiché gli uomini sono facili alla corruzione e all’oblio, tali vicende furono presto rimosse, e nessuno, eccetto alcuni, si domandò chi avesse consegnato la lista dei nomi dei congiurati al sovrano, né come costui fosse venuto in possesso di tale documento: lesto fu il processo ed Arthol, Gilmor ed i loro seguaci furono giustiziati all’alba, contravvenendo, tuttavia, alle leggi di Númenor, le quali prevedevano che per i crimini di lesa maestà fossero interpellati tutti coloro che gestivano lo Stato e quanti erano del popolo, perché prendessero visione delle prove a favore o a danno degli accusati. Ritenendo, perciò, invalida tale sentenza di morte, Gilnar allora convocò il Consiglio dello Scettro e inviò rapidi messaggeri alle contrade di Númenor, affinché vi prendessero parte anche coloro che erano stati eletti dalle Gilde ed i capitani, ciascuno nel proprio ordine e con il proprio grado: a tale consesso prese parte una grande moltitudine, gli uni attratti dal sentore del sangue che presto sarebbe stato versato, gli altri dalla letizia di poter assistere alla sconfitta dei propri avversari: molti levarono la propria voce in difesa della Corona e fra essi Akhôrahil ebbe a pronunciare un’agguerrita orazione:

“Signori di Númenor e voi, Custodi delle Tradizioni e delle Leggi che i nostri padri ci hanno tramandato, ascoltate ora Akhôrahil, principe dei feudi del Nord e fedele vassallo del sovrano disquisire su quanto codesti servitori di menzogne e falsità avevano intenzione di perseguire a danno dello Stato e della Corona! Poiché mi sembra che Uomini probi e valorosi come voi non abbiano alcuna tema di adoperare i precetti che un tempo uomini giusti ebbero a stabilire, nulla, che non sia il timore e la codardia dei mortali, può spingere i vostri voleri a disconoscere quanto ciascuno di voi ha udito venir fuori dalla bocca di questi corruttori.

Non è mio scopo illustrarvi le mostruose macchinazioni e gli aberranti costumi di coloro che giunsero dinanzi a me in catene, ché essi sono noti, né vi è fra voi, o giudici, qualcuno che ignori la perfidia e la lussuria che mossero i principi del Mittalmar a muovere contro lo Stato! Eppure, sebbene ciò possa sembrare arduo da ascoltare ai vostri uditi, vi sono tra coloro che vantano appartenenza al lignaggio del glorioso Elros Tar-Minyatur, uomini e donne la cui codardia è pari solo alla crudeltà che infiammò i cuori di coloro che i vostri voleri giudicheranno.

Una sentenza è stata ieri emessa, eppure, si badi bene, un giudizio fu già emesso dai Valar e dall’Uno che è sopra Arda: quale altra sorte, infatti, potrebbe condurre questi spregevoli esseri mortali alla condanna, se non fosse essa stessa decretata da menti savie e prive della malizia che uomini infami covavano nei loro animi? E non siamo noi stessi gli artefici dei voleri dei Valar? Perciò, o giudici, mi sembra che a noi sia stato solo demandato il portare a termine un verdetto che altri hanno realizzato per noi: una sentenza di morte”.

Frenetici applausi si levarono dagli Uomini del Re e Gimilkhâd, secondogenito del sovrano, così parlò dinanzi ai suoi sudditi: “Prendo la parola in virtù dei poteri di cui il padre mio ha insignito la mia persona; uomini di Númenor, punto o poco potrei aggiungere alle parole che il mio vassallo ha testé pronunziato dinanzi a voi; solo, se la volontà dei giudici fosse quella che tutti noi ci aspettiamo possa essere, allora io così li esorterei, ché non siamo qui per giudicare coloro i quali crimini hanno decretato il fato, ma per perseguire le leggi dei nostri padri. Arthol ed i suoi seguaci dovevano essere condannati a morte, oppure il regno non avrebbe avuto alcuna facoltà di sussistere nei cuori e negli animi degli uomini; infatti, non fu detto che esso si sarebbe preservato florido nel corso degli anni, se la stirpe di Elros fosse rimasta sul trono? Morti coloro che impedivano ai congiurati di condurre a termine i loro piani, non sarebbe venuta a mancare Númenor stessa?

Certo, molti fra voi potranno rimembrarmi che la stirpe dei principi del Mittalmar condivide il mio medesimo sangue ed essi sarebbero dunque miei fratelli; eppure, tale parentela non avrebbe forse dovuto scongiurare i loro animi dal perseguire un simile crimine, anziché indurli a tramare contro la mia casata? Posto che gli oscuri piani di costoro avessero trovato compimento, non sarebbe stato, il loro atto, tale da cancellare ogni loro pretesa sul sacro scettro di Númenor?

Or dunque, o giudici, abbiamo costì decretato la sorte di costoro, rimembrando le leggi dei padri e la virtù dei nostri animi”.

Molti si levarono in piedi allorché l’orazione di Gimilkhâd ebbe termine e vi furono alcuni che presero a mormorare essere costui ben più capace del fratello maggiore nel detenere scettro e trono; sconcertati erano i volti dei Fedeli, ché essi avevano compreso quale malizia covasse nel cuore di Akhôrahil, ché egli, trucidati quanti si opponevano al suo volere e che – alcuni sostenevano e non a torto – egli stesso aveva in principio sostenuto, salvo poi rinnegare gli accordi presi allorché i principi del Mittalmar erano sfuggiti al suo controllo, avrebbe ottenuto grande autorità sulle sorti di tutti loro.

Forte si levò, allora, la chiara voce di Gilnar ed egli così parlò: “Uomini di Númenor, e voi, giudici dello Scettro, ascoltate ora le parole che Gilnar, figlio di Nardil, pronunzierà dinanzi a voi.

Gravi colpe sono state in procinto di essere commesse, né vi è alcuno fra noi che potrebbe mettere in dubbio la colpevolezza di coloro che si macchiarono di tali crimini; pure, se è mio diritto esprimere il mio giudizio su tale faccenda, non dirò che codesto sia stato un equo processo”.

Mormorii di sorpresa si levarono allora dagli scranni e vi fu chi, fra quanti militavano nelle fila degli Uomini del Re, levò imprecazioni e accuse di codardia contro colui che aveva parlato innanzi a loro; eppure, Gilnar non ritrasse alcunché di quanto aveva pronunziato e, levata la mano per chiedere nuovamente la parola, proseguì:

“Vi è in tale consesso, o giudici, chi crede essere l’arte dell’emettere sentenze propria di coloro i quali siano pronti a sostenere ragioni personali a scapito della verità: chi, infatti, tra quanti hanno plaudito alla condanna dei due giovani, ha domandato che fossero accertate le responsabilità di quanti condussero i loro destini alla morte?

Akhôrahil ha giurato innanzi al Consiglio e all’erede al trono quanto ogni sua parola ed ogni suo atto fossero dettati dalla volontà di perseguire la verità; ebbene, dove sono le prove che testimonierebbero la colpevolezza di coloro i quali la scure del boia ha giustiziato senza che noi fossimo avvertiti di tale atto? Gimilkhâd ha affermato di aver compiuto tale atto in virtù dei poteri che il sovrano gli ha concesso, eppure, uomini di Númenor, non credete che sarebbe stato suo dovere avvertire della propria scelta colui che un dì siederà sul trono marmoreo di Armenelos? Perché egli non ne fece parola con alcuno, tranne che con Akhôrahil, il quale, sebbene sia un principe, non è di sangue reale né è l’erede al trono?”

Un grave silenzio scese allora sulla sala e quanti erano presenti presero ad ascoltare con viva attenzione quanto il principe dell’Hyarrostar pronunciava; egli si arrestò per qualche istante, infine proseguì:

“Se io, o giudici, fossi colpevole di misfatti quali la giustizia di Akhôrahil e di Gimilkhâd hanno non meno di un giorno fa puniti con la pena capitale, pure potrei sedere sullo scranno ove mi trovo senza temere alcuna condanna, dal momento che coloro i quali si sono recati nelle aule di Mandos più non hanno facoltà di parlare e la dimora nella quale si vociferi tali misfatti ebbero avuto luogo, si dice sia bruciata in un grande incendio; ebbene, o giudici, non vi pare che tali eventi costituiscano una curiosa ed inquietante coincidenza? Che cosa rimane di quanto complottarono costoro, che sia sopravvissuta alla ferocia del boia e a quella delle fiamme corruttrici? Nulla, se non le parole che costoro pronunziarono dinanzi a noi, asserendo che esse corrispondano al vero, senza peraltro apportare prova alcuna se non le dichiarazioni di colpevolezza che i principi del Mittalmar avrebbero vergato di loro pugno nel tentativo – così è stato detto – di avere grazia; eppure, uomini di Númenor e voi giudici, è stato detto che il vorace lupo può tramutarsi in pecora, pur di non destare sospetti nel pastore e nel suo segugio”.

In preda all’ira, così avvampò Akhôrahil: “Quanto hai testé pronunziato innanzi a noi, è invero grave, sicché nessuno fra quanti ricordano le antiche leggi dei nostri padri, muoverebbe contro la mia decisione, se essa fosse di accusarti di alto tradimento e di vilipendio; tuttavia, poiché mi avvedo che uomini onesti e probi quali noi siamo non abbisogniamo di macchiare nel sangue di un pari le proprie vittorie – e così dicendo si inchinò ironicamente al principe dell’Hyarrostar – nulla, che non sia il dolore di un animo ingiustamente provato da tali accuse – ché ben m’avvedo essere il bersaglio di ogni tua infame dichiarazione – potrà suscitare in me ogni tua parola”.8

Per ultimo prese la parola Palantir ed egli si espresse in questi termini:

“Figli di Númenor, lasciate che io parli dinanzi a voi, ché invero gravi crimini sono stati commessi ed altri sarebbero forse giunti se altri – e qui parve ad Erfëa che lo sguardo dell’erede al trono si posasse su di lui – non avessero rivelato le oscure macchinazioni che muovevano contro i sovrani di Elenna; gli uomini lungimiranti, tuttavia, sono soliti dichiarare che la verità, lungi dall’essere raggiunta, è una meta alla quale noi tutti dobbiamo costantemente tendere, ché essa potrà essere raggiunta solo con lo sforzo e la collaborazione di tutti.

Sia dunque aperta un’inchiesta per accertare le responsabilità di quanti operarono al fine di sterminare i reggenti di Andor; affinché sia una giusta indagine, si indaghi pure sul mio conto, se qualcuno crede esservi segreti occulti che la mia casata nasconde nel suo seno, ché non sarò io ad oppormi ad una simile richiesta: come può, infatti, un principe essere superiore alla legge del proprio Stato?

È nostro dovere perseguire, in pace e in guerra, quanto i nostri antenati hanno scritto di loro pugno sugli antichi manoscritti, né si deve invocare in maniera sì avventata il nome dei Valar – e quivi parve che il suo sguardo si posasse su Akhôrahil e che egli lo abbassasse in preda all’ira e alla paura – ché nessuno fra noi conosce gli intenti che animano le Potenze dell’Occidente, né alcuno fra i Secondogeniti può parlare in loro vece”.

Furente fu Gimilkhâd, allorché si accorse che grande amore animava il cuore dei Fedeli nei confronti del suo fratello maggiore, né coloro che erano del suo partito sembravano contrapporre una valida risposta dinanzi alle dichiarazioni del sovrano; abbandonò dunque la seduta, ché aveva compreso essere segnato il suo fato, né egli avrebbe mai impugnato lo scettro di Númenor, ché suo padre era ormai imbelle e non aveva alcuna autorità né sui Principi del Consiglio dello Scettro, né sul popolo: imbarcatosi alla volta della Terra di Mezzo, accompagnato dal figlio e della moglie, egli vi si stabilì finché la morte non lo colse che era ancora giovane secondo il metro della longevità dei discendenti di Elros.

Silenti, coloro che erano seduti sugli scranni, abbandonarono la sala, ciascuno custodendo nel proprio animo le parole che in quel giorno erano state pronunciate ed avendo cura di preservarle per il futuro; solo, Erfëa si recò sulla spiaggia di Rómenna, ove erano sepolti i corpi dei condannati a morte; lunga fu la sua cerca, ché egli ignorava ove fossero stati seppelliti i corpi di coloro che un tempo gli avevano mostrato amicizia; infine, dopo lungo vagare, i suoi occhi scorsero quanto il suo cuore desiderava raggiungere ed egli si fermò dinanzi ai sepolcri dei principi del Mittalmar.

Per qualche istante giacque in silenzio presso i tumuli che erano stati colà edificati; ratto si voltò, tuttavia, allorché una mano gli sfiorò la spalla: nulla vide in principio, ché le lacrime gli impedivano di scorgere alcunché, infine una voce parlò, rincuorandolo:

“Quanta amarezza, Erfëa, figlio di Gilnar, provi il mio cuore nel vedere il tuo spirito dilaniato dagli infausti eventi di questi giorni, mai potrai comprendere, ché si dice essere differenti i linguaggi che gli uomini e le donne adoperano, sicché sovente sembra accadere che fra loro regni la discordia ed il rancore; io però non voglio obliare quanto il mio cuore nutre per te, e sebbene è possibile che tale sentimento in te debba ancora crescere o che esso sia irrimediabilmente svanito – ché, non negarlo, io lo vidi splendere un tempo nei tuoi occhi – pure desidero porgerti le mie scuse per la sofferenza che uno sciocco disio di una imbelle fanciulla arrecò nel tuo cuore. Voglio, dunque, che la pace regni fra noi”.

Presale la mano dolcemente, così parlò Erfëa: “Mia signora, non meno insulso fu il mio comportamento, ché se io fossi stato fedele alle parole che pronunciai quella sera, pure non avrei arrecato un tale dolore al mio e al tuo cuore; mi avvedo, infatti, di aver seguito il medesimo percorso della menzogna che il mio vacuo orgoglio non seppe allontanare allorché giunse l’ora”.

In silenzio percorsero la battigia, l’uno trovando nell’altro conforto e calore; infine, allorché Erfëa si avvide di essere giunto al porto, così si congedò da Miriel: “Addio, principessa dei Númenóreani! Possa la grazia dei Valar non abbandonarti mai, ché molto ne avrebbe da rammaricarsi il cuore dei Dúnedain se tu venissi meno allo scopo che il Fato ha tracciato innanzi a te; sia saldo il tuo animo, ché esso non sia corroso dalla malizia di questi tristi giorni”.

Sulle prime Miriel non comprese a cosa alludessero quelle parole; infine, allorché la verità le fu svelata, ella chinò il capo e lo abbracciò, ché aveva compreso essere il suo un fato ancor al di là dal giungere, posto che una Morte prematura non avesse impedito alla sua volontà di ottenere quanto il suo cuore ambiva; silente mirò Erfëa mentre si imbarcava ed ella tenne alto il suo braccio in segno di saluto, finché le tenebre non caddero su Númenor e la nave non svanì dalla sua vista».

FINE

Note

[1] “ottobre” nella lingua dei Noldor.

 

 

Storia di una grande amicizia: Erfea e Naug Thalion

Erfea Morluin, come forse avranno intuito i miei lettori, è un gran viaggiatore, amante di tutte le contrade della Terra di Mezzo, nei confronti della quale prova fin dall’infanzia una grande attrazione. Ci sarà modo (e tempo) per conoscere le vicende della sua fanciullezza e per capire come mai Erfea anelasse alle verdi sponde di Endore: in questo articolo, invece, voglio soffermarmi sulle origini di una lunga amicizia, quella che legò per molti anni un Numenoreano a un Nano. A uno sguardo superficiale, può sembrare strano un simile sodalizio, tuttavia, come ho scritto in precedenza, Erfea era un uomo di mentalità aperta, molto lontano dal razzismo nel quale si riconoscevano la maggior parte dei suoi connazionali. Un razzismo che, come avrete modo di leggere in questo articolo, spesso non si limitava alle parole, ma diveniva pericolosamente aggressivo nei confronti degli «altri». Buona lettura!

«A lungo Erfea esplorò le selvagge contrade di Endor, stringendo alleanza con quanti tra i figli di Eru si opponevano ai voleri di colui che un tempo era stato il luogotenente di Morgoth. Molte stirpi, i cui nomi sono ora obliati, egli conobbe, e grande era la sua gioia allorché il nero artiglio del nemico allentava la sua ferrea presa dalle contrade a lui care: le genti di Endor ne apprezzavano il forte braccio e la mente acuta, ed egli sovente si recava presso le loro dimore, chiedendo ospitalità, ché Ar-Pharazon lo temeva e ne aveva decretato la condanna a morte, qualora fosse stato tratto in catene nei domini numenoreani. Lungo e periglioso fu il peregrinare di Erfea, ché i servi dell’Oscuro Signore non cessavano di seguirne le tracce e vi erano molti esseri oscuri in quei giorni sì lontani; avvenne dunque, che al termine della stagione di Tuile[1], Erfea si recasse nella ridente città di Brea, logorato dagli scontri con i guerrieri di Ar-Pharazon e di Sauron. Siepi ben curate di eriche e rose lo accolsero, mentre egli percorreva a cavallo il viale principale: un esile fumo si levava da una costruzione che si distingueva dalle altre per dimensioni e sfarzo, ché era la Locanda del Cacciatore, un’antica dimora costruita dai primi Numenoreani al tempo del loro arrivo nella Terra di Mezzo. Edificata su tre piani, questa struttura si affacciava sulla strada su ciascuno dei lati, affinché fosse visibile a tutti i viaggiatori e ai forestieri da qualunque luogo fossero giunti: la fama della locanda si era diffusa per molte leghe intorno e sotto il suo tetto elfi, uomini e nani coabitavano, uniti dalla passione allegra per il vino e la birra; eppure, perfino in tale ambiente caloroso, rissa e litigi non erano rari, ché i servi di Sauron erano sempre all’opera e non mancavano di prendere alloggio a Brea, allorché il loro padrone stendeva il suo nero artiglio così a nord. Oltre a queste, tuttavia, altre stirpi, ostili al luogotenente di Morgoth, alloggiavano nella locanda la sera in cui Erfea fece il suo ingresso, occultato agli sguardi dei presenti dalla sua pesante cappa e dal fumo cinerino che si levava dai grandi bracieri. Era prossima la festa di Loende e molti viaggiatori erano giunti da contrade remote per prendervi parte: fra costoro, Erfea riconobbe una famiglia di Naugrim provenienti dal Regno sotterraneo di Khazad-Dum; a lungo il Dunedain ne osservò i lineamenti e i gesti, ché da numerosi anni non mirava gli eredi di Durin ed il suo cuore si rallegrava nello scorgere i copricapi a punta che i nani indossano durante i loro viaggi.

Breve fu tuttavia la sua gioia, ché egli intravide uomini di Numenor farsi avanti, diretti al tavolo ove i nani banchettavano: con sgomento ed ira, il Dunedain comprese essere quelli del Partito del Re, adoratori di Sauron e di ogni sua malvagia opera; i suoi avversari però non lo notarono, ché la loro attenzione era rivolta unicamente ai figli di Aule: “Feccia del mondo, alzatevi da quegli scranni! La vostra vista infastidisce i miei occhi e le vostre insulse voci turbano discorsi che le vostre rachitiche menti non possono certo sperare di comprendere. Ho udito non esservi stirpe più resistente della vostra fra quante dimorano in Endor, tuttavia non credo che la mia lama, forgiata nel fuoco di Armenelos, possa mancare alla prova! Avanti, raba[2], preparati a strisciare sul fango e la lordura del pavimento!” Rise fragorosamente, palesando la sua ubriacatura a quanti erano sbigottiti dalla sua presenza; eppure egli non se ne curò, ma avanzò attorniato da altri due Numenoreani Neri, arroganti e infidi.

Il nano guardò freddamente colui che aveva parlato, né si mossero le sue sopracciglia, bianche come candida neve sulle vette del Funhuidad[3]; infine parlò, e la sua voce profonda echeggiò per tutta la fumosa sala: “E’ consuetudine che lo straniero si presenti prima di lanciare la sua sfida. Qual è il tuo nome, Numenoreano? Suvvia sii celere nel rispondere, ché i manici delle asce dei nani recano incisi i nomi delle loro vittime e ben m’avvedo quanto tu abbia fretta nel porre a termine la tua futile esistenza.”

Forte echeggiò il riso dei Numenoreani nella sala, e colui che gli aveva lanciato la sfida, gli si inchinò ironicamente: “Adrahil, figlio di Gimilkhad è il mio nome, raba, ed è con sommo piacere che lo pronuncio, affinché esso sia scolpito con abilità sulla tua tomba, in onore di colui che ti ha privato di un fardello sì inutile.” “Allora Adrahil, figlio di Gimilkhad, sappi che la tua lingua è sì caustica che potrebbe lavare via la ruggine che adombrasse la mia ascia, qualora essa ne fosse ricoperta.” Lesto allora il nano estrasse la sua arma dalla cintola, seguito in questo dai suoi famigliari; tra i nani, infatti, sia i maschi che le femmine sono addestrati all’uso delle armi.

Per un istante Adrahil sembrò esitare, infine levò in alta la sua spada, mentre i suoi compagni estraevano lunghi pugnali: silenzio era sceso nella sala e nessuno pareva avere l’ardire di intervenire. I nani più anziani si strinsero attorno a coloro che non erano ancora in grado di impugnare l’ascia: rise ancora Adrahil, mentre il suo sguardo cadeva sulle piccole figure che la fioca luce delle lampade illuminava appena. “Lavoreranno bene costoro, quando l’acciaio di Numenor avrà incatenato loro mani e piedi.” Levò il braccio, pronto a vibrare il colpo, allorché un lancinante dolore gli attraversò il fianco, mentre un pugnale gli sibilava accanto; furente si tastò la ferita, imprecando e giurando atroce vendetta contro chiunque avesse osato intromettersi nel suo duello. Un uomo alto si levò dal proprio scranno, mentre la folla, incuriosita, gli si apriva innanzi: “Straniero, chiunque tu sia, pagherai con la morte un simile oltraggio. Adrahil di Numenor non può tollerare che un cencioso mendicante, avvolto in stracci e lordura, possa sfiorare le mie carni con un’arma sì vile.” Lo straniero lo osservò, e nel suo sguardo baluginava l’acciaio: “Numenoreano di Armenelos, non è per viltà che la vita si agita ancora in te. Mandos avrebbe potuto accogliere sdegnato il tuo spirito, se lo avessi voluto, tuttavia non adoro la Morte e non distribuisco i suoi giudizi imparziali quando non sia necessario farlo.” I compagni di Adrahil lo osservarono timorosi e uno fra quelli sussurrò oscure parole di ammonimento all’orecchio del suo capitano; questi tuttavia lo respinse con forza e perso ogni interesse nei confronti degli eredi di Durin, voltò loro le spalle, concentrando la propria attenzione sull’alta figura che si ergeva innanzi a lui: giovane pareva eppure la voce che aveva ascoltato sembrava provenire dall’eco di numerosi anni di solitudine e da grandiose fatiche. Nulla era visibile del suo volto, coperto da una logora cappa, decorata da ricami ora sbiaditi ed illeggibili; il suo sembiante non pareva differente da quello di numerosi profughi che in quei giorni fuggivano dall’Oriente devastato dalla guerra, eppure i suoi occhi grigi come la spuma marina brillavano profondi e severi nella caliginosa fuliggine che adombrava il salone.

A lungo Adrahil sostenne lo sguardo dello straniero, infine stanco ed irritato, così gli si rivolse: “Sembri saggio e risoluto, straniero! Forse sei davvero un grande guerriero o invece solo un mendicante imprudente; temo tuttavia che non abbia alcuna importanza.” Egli fece allora un cenno ai suoi compagni, affinché si lanciassero contro l’uomo, ma questi, con una rapidità sorprendente, aprì il logoro manto, lasciandolo cadere disteso lungo il pavimento; un orribile grido elevarono quelli ed esitarono, profondamente turbati: finanche Adrahil abbassò la sua lama, ché mai aveva veduto un simile uomo prima di allora. Un elmo alato, forgiato nel mithril, adornato da due pennacchi intrecciati nelle bianche penne degli uccelli marini, copriva il suo capo, mentre lunghi capelli neri scendevano fino alle forti spalle, lambendo una preziosa cotta di maglia in galvorn[4], la cui lucentezza era tale da essere rischiarata finanche dalle fioche luci della locanda. Schinieri affusolati e lucidi bracciali ne adornavano gambe e braccia, mentre al suo fianco pendeva una lunga lama, la cui elsa era scolpita nel laen azzurro e intarsiata da ithildin; un ampio mantello di nobile fattura, differente dalla stinta cappa di cui si era fino a quel momento ricoperto gli pendeva sulle spalle: un grazioso fermaglio di fattura elfica lo cingeva all’altezza del sottile collo.

A lungo lo stupore sembrò echeggiare muto nella sala, infine il capitano dei Numenoreani sorrise sprezzante e gli si inchinò beffardo: “Ben m’avvedo di mirare le fattezze di un signore degli elfi. Troppo preziose e possenti sembrano le tue armi, tali che nessun mortale potrebbe procurarsene di simili. Tuttavia, la mia stirpe denigra gli Eldar non meno dei Naugrim! Pagherai con la tua morte la tua stolta intromissione!” Allora cristallino echeggiò il riso dello straniero nel vasto salone: “Elmo forgiato a Minas Laure, cotta di maglia e spada provenienti dall’obliata Gondolin, manto, pegno d’amore della remota Edhellond, schinieri e bracciali donati dalle genti di Belegost e destriero proveniente dalle steppe del Rhovanion. No Adrahil, non sono un signore degli elfi ma un erede dei principi di Numenor.” Estratta la lunga spada, la cui lama baluginava di riflessi azzurri, pronunciò tali parole di sfida, e tutti coloro che gli furono accanto riconobbero la maestà dei Dunedain dell’Ovesturia: “Mira questa lama, figlio di Gimilkhad, ché essa è nota a coloro che servono Ar-Pharazon il Dorato! Sulring, forgiata a Gondolin da Galdor, fabbro del re è il suo nome!” Nuovo timore ed apprensione crebbero nei cuori dei Numenoreani Neri, ché invero possente e determinato pareva l’uomo che si ergeva dinanzi a loro ed essi non osavano avvicinarsi, temendo sopra ogni altra cosa la lucentezza della lama. A lungo essi rimembrano quanto avevano appreso sui Nimruzirim[5], le genti di stirpe adunaica alleate agli elfi ed avversari del re e del suo partito; infine, uno fra questi, il cui nome era Aghabad, si approssimò ad Adrahil e gli sussurrò parole colme di rancore e di timore: grande fu l’ira che avvampò nell’animo del Numenoreano ed egli pregustò il dolce nettare della vittoria: “I miei uomini affermano che il tuo nome, straniero, è invero noto al sovrano di Anadune[6]; ben comprendo ora per quale motivo ti sia immischiato nei nostri affari, ché lungo è il tuo braccio e insolente la tua mente. Fuorilegge ed esiliato da Numenor, è qui ora, innanzi a me, Erfea figlio di Gilnar, che i suoi amici chiamano il Morluin: non è forse questo il tuo nome? Quanto agli affari che hanno condotto i tuoi piedi lontano dagli osceni tuguri degli elfi, non ho motivo di dubitare che siano i medesimi che ti procurarono un tempo grande e meritata infamia! Tale è la tua curiosità, da spingerti finanche nei domini imperiali e da mostrare il tuo volto sì impunemente ai tuoi esecutori mortali.”

Rise il capitano di Numenor, infine pronunciò parole di scherno: “Lunghi giorni hai trascorso ad Edhellond la Bella! Ebbene, la tua testa compirà ora un ultimo viaggio verso il porto elfico, affinché sia di monito per tutti coloro che sostengono scioccamente la tua causa.”.

Inchinatosi rapidamente, così Erfea gli rispose: “Ben m’avvedo che gli schiavi di Ar-Pharazon non abbiano obliato né il mio nome, né il mio sembiante! Tuttavia hanno esitato troppo lungo e non osano levare un colpo contro un uomo solo. Ahimè, Adrahil, avresti trascorso un’esistenza più serena se fossi rimasto seduto accanto al trono dorato del tuo padrone, colmando le sue orecchie di sciocche illazioni e sorseggiando del buon vino.” Tacque un attimo, infine, osservata la lama che il suo avversario stringeva nel suo fragile pugno, lo derise apertamente: “Mai avrei creduto che i fabbri di Armenelos avessero obliato l’antica arte di forgiare spade, tuttavia ben m’avvedo quanto le corrotti arti dell’Oscuro Signore, al quale dedicate sommi sacrifici, non si limitino a sussurrare il veleno nelle orecchie di chi gli ha prestato stoltamente ascolto, ché ben più simile ad una lama di orchi delle caverne è la spada che impugni Adrahil, figlio di Gimilkhad.” Cieca scese allora la furia sugli occhi del Numenoreano Nero ed egli si scagliò contro il suo avversario, pronunciando parole ingiuriose, ma Sulring fu più rapida della sua favella, ché mandò in frantumi la sua spada, troncandogli di netto la mano destra. Gemendo per il dolore e la vergogna, Adrahil cadde in ginocchio, attendendo il colpo di grazia, ma Erfea si limitò a pronunciare simili parole di condanna: “I servi di Sauron temono la morte nelle sue innumerevoli sembianze, ed a esse innalzano pire fumanti di incenso e obelischi di porpora adorni; i popoli liberi non paventano l’ultimo respiro e rispettano le altrui esistenze, quando le proprie non siano minacciate dalla follia di quanti si nutrono della propria arroganza e delle altrui lacrime: va’ ora e non insudiciare il pavimento con il tuo sangue corrotto.” Furente ed inferocito, Adrahil avrebbe affrontato nuovamente il suo avversario, tuttavia venne trattenuto dai suoi uomini che lo trascinarono fuori, ed essi non turbarono più la tranquillità di Brea.

Dipartiti gli sgraditi ospiti, la gente tornò ai propri posti, conscia di quanto i loro occhi erano stati testimoni quel giorno. Profondamente grato, il nano più anziano si inchinò ad Erfea il quale, preso posto su un basso sgabello, puliva la sua lama dall’umore nero che l’aduggiava: “Nessun figlio di Aule hai mai obliato un oltraggio o un favore che gli sia stato arrecato nel corso della sua lunga esistenza. Invero, figlio di Gilnar, il tuo nome è noto alle genti di Khazad-Dum ed esse lo onorano, ché sono innumerevoli i servi di Sauron che hai abbattuto nel corso delle tue peregrinazioni.” Lesto allora si inchinò Erfea e con liete parole si assicurò che nessuno tra i suoi famigliari fosse stato turbato dai Numenoreani Neri, ma il nano lo rincuorò con allegre risate: “Non temere, Erfea Morluin! Invero le parole pronunciate da Adrahil figlio di Gimilkhad sono veritiere, ché forte e leale è la tempra dei nani, ed essi non temono né le fiamme selvagge né il gelo costrittore. Bòr, figlio di Dwarim è il mio nome, signore dei nani di Durin III, e Naug Thalion sono chiamato in lingua sindarin.” Lesti, allora, i suoi famigliari porsero omaggio all’alto Dunedan e mentre questi si inchinava dinanzi a loro profondamente, lo salutarono con grande deferenza, ponendo al suo servizio le proprie famiglie, secondo le consuetudini del popolo di Durin; infine, non appena Erfea ebbe ricambiato la medesima cortesia nei confronti di ognuno di loro, Naug Thalion esortò il Dunedan a seguirlo, ché grandi rivelazioni aveva da comunicargli; giunti in una sala appartata, l’anziano nano emise un profondo sospiro, infine parlò con voce bassa e profonda: “Da tempo desideravo mirare nuovamente le sembianze di Erfea, figlio di Gilnar, ché nel mio cuore non è svanito il ricordo di una notte di Loende di molti anni fa. Un giovane uomo eri allora, Erfea, chiamato adesso il Morluin, ma la tua lungimiranza era tale che pochi fra coloro che sedevano al consiglio dello Scettro esprimevano pareri più arguti dell’erede degli Hyarrostar; una dama di indicibile bellezza sedeva accanto a te, ed entrambi discorrevate piacevolmente, ché letizia era nei vostri occhi ed ella era erede al trono di Numenor: Miriel la Bella era il suo nome, e mai il ricordo delle sue chiome intessute nell’oro svanirà dal mio cuore, ché esso squarcia la tenebra intessuta di paura ed inganni che altrimenti attanaglierebbe il mio animo”.

Stupefatto lo osservò Erfea, mentre il nano discorreva in tal modo e un’ombra parve oscurare il suo animo quando il nome della sua antica e dolce amica fu pronunciato; tuttavia, sorrise, allorché Naug Thalion ebbe terminato il suo racconto: “Tutto quanto hai narrato avveniva molti anni fa; adesso, tuttavia, ti riconosco, figlio di Dwarim! Invero l’oblio questa sera regnava nel mio cuore, se il tuo nome era suonato estraneo alle mie orecchie; eppure molti eventi hanno turbato il mio animo negli ultimi tempi e alcuni fra coloro che un tempo gioivano, ora hanno voce muta. Gli echi delle forge di Mordor disturbano il mio sonno e innumerevoli sono gli eserciti che si accampano nell’oscurità che avvolge le tetre pianure di Mordor.”

A lungo il nano fissò il Dunedan, infine le sue parole risuonarono chiare e decise nella piccola stanza: “Naug Thalion sono chiamato, ché invero la forza del mio braccio in innumerevoli occasioni è stata messa alla prova dalle battaglie tra le nostre schiere e i servi dell’Avversario. Non desidero – concluse bellicoso – non desidero che il laido artiglio di Mordor ricopra di fetore e morte le aule della mia città.” “Eppure, l’ora in cui lo scontro finale avverrà è prossimo e tosto dovremo far fronte all’oscurità dilagante. Sebbene Numenor sia ormai caduta, il seme degli uomini non è ancora avvizzito ed i suoi petali giungeranno dall’Oceano su fragili vascelli in preda all’ira degli dei: allora l’ora del confronto giungerà. Sarà lesta la tua ascia quando gli Spettri dell’Anello giungeranno invadenti?”

“Ben poche sono le verità di cui gli animi dei mortali si nutrono, eppure se il chiaro albeggiare dovesse morire prima della pugna, mai vedrai Naug Thalion e il suo popolo tradire l’antica alleanza stretta tra i Popoli Liberi all’albore dei tempi.” Silenzioso fu stretto in tale circostanza un patto fra i Dunedain e i Khazad[1],  e in virtù di questo, le armate dei nani delle casate di Belegost e Khazad-Dum, combatterono nelle pianure dinanzi a Mordor; tuttavia, poiché altrove vengono narrate le cronache di quei lontani giorni, qui non se ne trova altra traccia».

Note

[1] “Primavera” nella favella degli Elfi Grigi.

[2] “Cane” in adunaico: in origine tale favella era parlata dalla terza delle case degli Edain, ma tosto si diffuse a Numenor, divenendo in seguito la lingua degli “Uomini del Re”, i Numenoreani Neri.

[3] Una delle tre vette delle Montagne Nebbiose sovrastanti gli scavi di Khazad-Dum.

[4] Lega metallica costituita da eog, mithril e titanio.

[5] I “Fedeli” in lingua adunaica.

[6] “Numenor” in lingua adunaica.

[7] I “Nani” in lingua Khuzdul.

Sauron, il filosofo

Confesso che il titolo può sembrare un po’ fuorviante, ma in realtà l’intento di questo articolo è quello di approfondire la figura di Sauron sotto un’ottica diversa da quella affrontata nell’articolo precedente, legata alla sua capacità di interagire con una massa di utenti. In questo caso, invece, si tenterà di comprendere la personalità seduttrice del discepolo di Morgoth in un ambito «privato», con l’obiettivo di portare dalla sua parte non più un intero popolo, ma un singolo individuo. Si dimostrerà abbastanza in gamba Erfea per resistergli? E su quale argomento cercherà di fare leva l’Oscuro Signore per intimorirlo e costringerlo a prestargli obbedienza? Scopritelo leggendo…

«Ricadde Erfea sull’alto trono, inspirando profondamente: infine sfiorò la superficie della sfera, come aveva fatto in precedenza; Gilnar era al suo fianco, stupito e affascinato da tale fenomeno. Durante le sue lunghe ricerche sulle Palantiri, il reggente della casata degli Hyarrostar, nei volumi che aveva consultato, mai aveva trovato alcun cenno al fenomeno che ora prendeva vita sotto il suo sguardo.

Padre e figlio attesero per alcuni attimi, soffocati dalla tensione e dallo sgomento, che la superficie della Palantir si schiarisse; infine fu nuovamente buio e queste parole furono udite nell’oscurità della sala:

“Il tuo sguardo, principe di Numenor, si è posato sulla vastità del tempo e dello spazio. Hai partecipato al dolore di Uomini, le cui ossa giacciano ora nel profondo degli oceani; i tuoi occhi hanno scorto i pensieri di coloro che tu chiami amici; il tuo cuore ha scorto al di là delle nebbie dell’oblio e della follia quello che accadrà in futuro. Tutto questo hai veduto; tuttavia non hai compreso quale sia l’origine degli eventi esaminati”. Tacque un attimo, poi riprese: “Ti chiedi dove sia il senso delle mie parole? Non negarlo, ché molto scorgo dei tuoi pensieri e l’eco delle numerose azioni da te compiute è giunto alle mie orecchie. Ebbene, giovane Numenoreano della casata degli Hyarrostar, figlio di Gilnar, a te dirò quanto desideri sapere: io sono l’origine del tempo e dello spazio, l’unico essere in grado di dare una risposta ai tuoi dubbi e placare i rimorsi che le immagini da poco trascorse hanno suscitato nel tuo cuore”.

Erfea Morluin non era rimasto meno sorpreso del padre e il suo bel viso contorto dal dolore esprimeva palesemente il suo stato d’animo; tuttavia, sebbene la sua mente fosse rimasta sconvolta nell’udire l’oscura voce, il suo cuore non nutriva dubbi sull’identità dell’essere che si celava dietro la superficie della Palantir. “Distogli il tuo sguardo, onya – rantolò il padre prima di crollare al suolo esamine – non lasciare che il tuo spirito venga divorato dalla malvagia essenza che ti ha rivolto la parola”. Erfea non rispose, ma postagli la mano sulla spalla, in segno d’affetto, parlò all’entità invisibile: “I dubbi e i timori sono compagni dell’Uomo fin dalla sua nascita. Essi non sono necessariamente nostri nemici, ché solo i folli agiscono senza che il loro pensiero non si soffermi sulle azioni che si accingono a compiere. Quale Uomo può, a priori, conoscere il destino che l’attende? Finanche noi Numenoreani, pur scorgendo molte immagini di quello che accadrà, non abbiamo la facoltà di poter risolvere i nostri dubbi, se prima non accettiamo le fallacità delle nostre azioni. Innumerevoli volte siamo caduti, eppure molti altri danni avremmo ricevuto, se non avessimo domandato a noi stessi ove si celava il significato del nostro agire. Solo dubitando e ponendo il nostro spirito in condizione di ponderare le diverse alternative, è possibile infatti ricercare la verità”.

“Le tue parole, giovane Numenoreano, sono figlie di questi tempi oscuri, privi ormai di valore e prigionieri della disperazione e della sofferenza. Se tu fossi un Uomo da poco, ecco che sarebbe sciocco contestare quanto il tuo cuore ti suggerisce, eppure sappi questo: i grandi signori prendono sempre quello che appartiene loro, adoperando a tal fine strade che ad altri sono precluse”.

Fredda fu la risposta di Erfea: “Eru Iluvatar ha creato i suoi figli perché seguissero ciascuno la strada tracciata dalle loro stesse azioni. Il libero arbitrio rende i nostri spiriti liberi; solo questo dobbiamo temere, l’impossibilità della scelta, non i fantasmi agitati da coloro che vorrebbero privarcene”.

La voce attese qualche attimo in silenzio; quando prese nuovamente la parola, si mostrò premurosa e melliflua: “Sei saggio e risoluto, figlio di Numenor, ma il tuo cuore non conosce ancora tutte le paure che i Secondogeniti temono. Quando la morte, il dolore della perdita ti saranno prossimi, credi che il tuo animo rimarrà immune da tali incubi? Eppure, la fine giungerà anche per te, rovinosa e dolorosa. Che sia per spada o per il lento sfacelo del tempo, ti consumerai nella morte, e solo polvere rimarrà, a ricordo di quanto era stata prima la vita tua e dei tuoi consanguinei. Non temi dunque la morte?”.

Erfea rifletté a lungo, poi così rispose: “La morte non è una punizione, bensì un dono. Eru Iluvatar ha stabilito che gli Uomini conoscessero tale destino, ignoto eppure certo, ché fosse in questo la loro sorte differente da quella dei Priminati, la cui anima dimora nei giardini di Valinor, fin dalla creazione del mondo. Siamo mortali, ché il tempo trascorre tanto più rapidamente, quanto il nostro sentiero si dirama in svariate direzioni, simile a un albero che durante la Primavera tenda le sue braccia al sereno cielo. Eppure, sebbene mai i dolci frutti del tempo si esauriscano, è la nostra stessa essenza ci impone che così debba essere. Quale Uomo potrebbe, infatti, sopportare a lungo il peso degli anni trascorsi? Come una quercia, logorata dalle fatiche e dal gelo di numerosi inverni, egli infine si abbatterebbe nella più cupa disperazione, desideroso solo della morte. L’artigiano più non potrebbe forgiare l’oro e l’argento per farne delicati monili, il marinaio annegherebbe nelle tempestose acque dell’oceano. Nessun Uomo resisterebbe a lungo privato della propria fine. Sappi dunque questo: l’immortalità è un dono che mai accetterei”.

“Ben m’avvedo che la lezione impartita dai servi dei Valar non è andata smarrita! Dal momento che Erfea Morluin ne è cosciente, devo forse ritenere che il più giovane capitano dei Numenoreani tema la gloria e la ricchezza che io gli offro?”.

“Qualunque ricchezza tu possa offrirmi, solo uno stolto potrebbe accettarla. Ho già ricevuto grazia e saggezza, e molto ho appreso lungo il mio percorso. È alquanto pericoloso ottenere il potere senza capire dove esso è in grado di condurti. Onore e gloria, dici? Entrambi sono insignificanti, posti di fronte al dono più grande che gli dei hanno dato ai loro figli”.

Sulle prime, la voce non rispose, ché la sua pazienza andava lentamente, ma inesorabilmente, esaurendosi; infine, incapace di tollerare ulteriormente il silenzio venutosi a creare, replicò suadente: “Sappi, Erfea della casata degli Hyarrostar, che nessun dono al mondo è più grande di una ambizione soddisfatta. Io scorgo innanzi a me tutti i desideri più oscuri che il tuo cuore nutre, pensieri che la tua mente invano tenta di occultare; queste e molte altre emozioni io conosco, perché forte è il mio potere”.

“Sauron di Mordor – rispose Erfea, pronunciando per la prima volta un nome temuto e odiato dai Popoli Liberi – la tua distorta visione della realtà umana non può intaccare il mio animo. Sei invero uno spirito conoscitore di occulti e infausti poteri; eppure la tua capacità di giudizio si basa solo sul desiderio di potere e l’arroganza che il tuo spirito dannato nutre. Una schiavitù eterna; questo è il dono che mi hai proposto. Davvero credevi di poter celare la tua vera natura? Signore di Mordor, il dono più grande, ché esso solo rende possibili le nostre esistenze, è il dono della scelta. Né tu, né il tuo oscuro maestro, che giace al di là dei Cancelli della notte, potete offrirmi una simile ricompensa!”.

“Sei un pazzo e un folle, Dunadan”. Ora che la sua identità non era più celata, la voce di Sauron era colma di collera e ira: “Sappi che il re del mondo ti maledice fino alla fine dei tuoi giorni!”.

Erfea tacque per alcuni istanti; infine, opposta la sua forza di volontà a quella di Sauron, spezzò la malvagia influenza del Signore degli Anelli sul Palantir, pronunciando tali parole di sfida: “La tua volontà è tirannica, eppure la conoscenza del futuro è preclusa a me quanto a te: i tuoi oscuri sortilegi non possono rivelarti nulla sul destino del mondo, ma solamente costringere coloro che ne sono artefici a realizzare il loro avvenire secondo il tuo desiderio; tuttavia bada, ché i miei giorni su questa terra si riveleranno più lunghi dei tuoi”.

«Il Ciclo del Marinaio», pp. 89-93

Sauron, il politico

In numerosi commenti dei miei lettori pubblicati nelle ultime settimane si è accennato al poco spazio concesso da Tolkien a Sauron, non tanto inteso come «motore primo» delle vicende del suo «legendarium» (basti pensare che proprio all’Oscuro Signore è dedicato il titolo del suo più famoso romanzo, «Il Signore degli Anelli»), quanto come personaggio agente in primo piano, allo scopo di mettere in piena luce la sua intelligenza, la sua abilità oratoria e, naturalmente, la sua lucida malvagità. Ho perciò deciso di dedicare alcuni articoli alla trattazione della sua figura – in attesa di riprendere l’analisi sul potere dei Grandi Anelli – che siano in grado di offrire nuovi elementi utili a ricostruire e approfondire l’immagine di Sauron. Questo primo articolo sarà dedicato alla figura dell’Oscuro Signore all’epoca in cui, nei panni di Annatar, sedusse Ar-Pharazon e la maggior parte dei Numenoreani, spingendoli all’adorazione di Morgoth e portando tale popolo alla sua distruzione. Buona lettura!

«Isolato da quanti gli procedevano accanto, un’imponente figura si ergeva alla sinistra del signore di Elenna, avvolta in vesti scure ricamate in oro: a lungo Erfea l’osservò, infine, con un fremito d’orrore, comprese che le fattezze umane di cui la figura si ammantava, invisibili sotto l’oscura cappa, altro non erano che una larva entro la quale lo spirito di Sauron prendeva vita; grande fu la paura del Dunadan, allorché comprese l’identità di Gorthauron l’Aborrito, e i suoi occhi si chiusero, nauseati da quello spettacolo di morte. Infine, con un grande sforzo di volontà, guardò nuovamente, e fu come se l’aura di Sauron fosse stata dissolta dalla brezza marina; allora il principe rimembrò le antiche tradizioni e con sollievo comprese la sua vita e la sua anima essere al sicuro fin quando non avesse abbandonato il Meneltarma, consacrato fin dagli albori di Numenor a Manwe.

In basso, i tamburi presero nuovamente a rullare, occultati alla vista del ramingo, e le trombe squillarono; non era tuttavia una melodia piacevole a udirsi, ché nessuna eco risuonava dai colli e minacciose nubi si approssimavano da settentrione: tutto tacque, infine, allorché Sauron levò la mano, svelando il proprio volto alla folla trepidante: “Un nuovo giorno sorge, eppure già ascolto i suoi rantoli spegnersi nella frescura della notte. In catene fui condotto qui, tuttavia mai intesi sfidare le gloriose armate del Re degli Uomini”. Tacque un attimo, mentre alcune esclamazioni della folla rompevano il silenzio. Infine parlò nuovamente, e coloro che erano presenti furono soggiogati dalla sua volontà: “Molte leggi hanno tramandato i vostri padri, inique per gli uni, gloriose per altri: simili a insetti nocivi hanno tormentato la vostra esistenza, eppure nessuno di voi ne ha mai compreso l’oscura e infida origine. A voi, Uomini di Numenor, sovrani di Endor, dico questo: mai vi fu, fin dagli albori del tempo, stirpe sì gloriosa e degna di essere chiamata signora tra tutte, come quella che ora solca in lungo e largo gli oceani sconfinati”. Numerose esclamazioni di gioia ed entusiasmo eruppero spontanee, eppure l’Oscuro Signore non ne fu spiaciuto, ma seguitò a parlare: “Le leggi che fino a oggi avete onorato o disprezzato, i Valar e gli Eldar hanno ordinato che fossero gli Uomini a seguire, senza tuttavia mai svelarne la ragione; ebbene, folli si sono rivelati i loro progetti, ché nulla di quanto complottano mi è ignoto. Eru Iluvatar creò Ea e ne dispose la forma a suo piacimento, seguendo il proprio volere: otto fra gli Ainur ne seguirono la volontà e ne ressero le sorti, gli stessi che affidarono Numenor alla vostra gente”.

Fredda era divenuta ora l’aria e lampi minacciosi saettavano a Nord e a Est e Sauron proseguì: “Fu in tale occasione che il Bando dei Valar fu emanato e il loro araldo Eonwe vi proibì l’accesso alle Terre Imperiture; sempre avete temuto tale ordine, e mai la vostra obbedienza è venuta meno. Qualcuno tra voi potrebbe forse affermare che l’Uomo giusto è timoroso degli dei, ne osserva le divine leggi; tuttavia, se davvero vi è tra voi chi parla in sì modo, sappia che non è egli degno di appartenere a tale gloriosa stirpe”. Mormorii increduli si levarono tra la folla, ché non tutti i Numenoreani presenti avevano in odio i guardiani del Vespro, né ambivano sfidarne l’ira; tuttavia il seme della follia era stato gettato fra di loro ed esso ratto si impadronì del cuore degli Uomini. Simile alla tenebra del plenilunio, così le parole di Sauron ottenebrarono le menti degli Uomini, ed ecco essi levarono le armi e scossero gli scudi, soggiogati dalla rovina e dalla perdizione.

Sauron attese che il silenzio calasse nuovamente, infine parlò per la terza volta e le sue parole furono udite in tutto il regno: “Non è forse vero che essi vi domandarono ausilio e venerazione quando ne ebbero bisogno? Eppure, Uomini di Numenor, con quali ricompense furono riscattate le vostre lacrime e i vostri morti? Doni furono assegnati e invero di grande valore, eppure nulla che vi permettesse di condividere la più grande ricchezza sì gelosamente custodita dai Valar! Messaggeri essi hanno inviato ai vostri padri, per placarne la giusta collera, eppure io vi dico che il dono di Eru altro non è che un vile inganno, per mezzo del quale siete stati privati della vostra volontà e del vostro futuro. Giardini ricolmi di frutti abbelliscono la vostra isola e torri adamantine sfidano rabbiose il vasto cielo, eppure sappiate che essi non sono altro che una miserevole copia di quanto si erge al di là del mare a ponente. I Valar disposero i loro precetti per gli stolti, eppure chi fra voi oggi si riterrebbe tale? A voi, signori della Terra, dico questo: gli Uomini gloriosi e potenti afferrano quanto è a loro gradito. Non è con la negazione delle leggi dei vostri padri o con il loro rifiuto, che la gloria nutrirà del suo nettare inebriante i vostri cuori: solo obliando le vili parole degli dei, trionferete su quanti si oppongono al vostro dominio”.

Grandi manifestazioni di giubilo si levarono dalla folla festante e più di uno si volse al proprio vicino sussurrando parole dettate dal rancore: “Infida è la parola dei Valar e schiavi di essa sono gli Uomini che ne seguono gli intenti”. Tuttavia, vi fu chi espresse perplessità e timore; l’Oscuro Signore, ebbe sentore di ciò, allorché un Uomo fra la folla gli parlò: “Chi sei tu dunque, perché debba così parlare? Quale sentiero le nostre menti dovrebbero percorrere?”

Allora silenzio si fece in tutta la contrada, e molti osservarono dubbiosi il sovrano; questi attese, finché la gente non si fu acquietata, infine riprese la parola: “Non abbiate timore di alcuna mala sorte, Numenoreani! Un tempo catturammo Sauron, perché egli si prostrasse innanzi alla nostra maestà e rendesse omaggio alla stirpe del sovrano, e ora egli offre a tutti noi un reame degno della potenza delle nostre schiere. Cos’è una vita, se non adempiere a una missione? E non è forse la nostra quella di elevarci al di sopra dei comuni mortali e reclamare quanto è nostro di diritto? Mirate Sauron, non è egli forse prostrato innanzi a me?” e dicendo questo si voltò affinché tutti quanti potessero costatare la veridicità delle sue parole. Grande fu lo stupore tra la folla e molti levarono grida di giubilo: “il signore di Mordor si inchina al volere di Ar-Pharazon: egli si è redento, e ora non vi sono più rivali in grado di contrastare il nostro dominio!” Possenti si levarono voci trionfanti e gli uomini corsero ad armarsi, convinti che l’ora del trionfo fosse giunta: squilli echeggiarono lungo il crinale del colle, e già le navi si apprestavano a salpare, allorché Sauron levò il lungo braccio: “Numenoreani, invero nessun popolo oserà sfidare il vostro volere, tuttavia io vi metto in guardia, ché molti dei vostri congiunti tramano nell’ombra delle loro fortezze”, e a Erfea parve che il Signore degli Anelli volgesse lo sguardo verso di lui. L’Oscuro Maia parlò ancora: “Il mio signore, Melkor, con l’inganno fu esiliato nel nulla, ché gli dei non vollero rivelare alcunché dei loro arcani segreti ai re della Seconda Stirpe. I vostri padri lo combatterono e lo sconfissero, tuttavia egli non nutre alcun rancore verso di voi, ché ben comprende come le vostre menti siano state guidate sino a oggi da sciocchi consigli e insani ammonimenti. A lungo vagai per questa Terra di Mezzo, affinché potessero fiorire i semi di Melkor e ora mi accorgo quale meraviglioso verziere di delizie e incanti ricolmo sia sorto nella vostra isola”.

Minaccioso si fece il clamore della folla ed Erfea fece fatica a distinguere la voce di Sauron fra le tante che adesso si levavano; d’un tratto però, giunto dal Nord, si abbatté sulla folla un fortunale, e questo ai Fedeli parve come un chiaro ammonimento, perché mai in tali giorni si erano abbattute tempeste su Elenna: pioggia scrosciante cadde al suolo, mentre il fiero vento lacerava le vele e il sartiame delle navi. Il panico si impadronì degli abitanti e la loro paura crebbe ancora, ché giunsero le grandi aquile di Manwe in formazione serrata, puntando dritte alla cima del Meneltarma, ove Sauron assisteva imperturbabile a quanto accadeva sotto il suo sguardo. “I messaggeri di Manwe sono su di noi – gemette il popolo affranto – la sua collera spira furente dal Forastar!” Fulmini saettavano ovunque e molti Numenoreani fuggirono atterriti, disperdendosi nei vicoli e negli edifici; non scappò però l’Oscuro Signore, il quale attese che la tempesta si placasse; saette dal cielo caddero presso di lui, tuttavia egli non parve dolersi del fuoco che ora ardeva sulle sue vesti. Infine, disprezzando apertamente il volere di Manwe, egli levò al cielo una lunga spada nera ed ecco, fiamme ne percorsero la superficie: timorosa la folla lo osservò, eppure non era dipinta meraviglia nei loro sguardi, ché non pochi fra loro, maghi i cui sortilegi sono andati smarriti, erano in grado di evocare il fuoco per mezzo di arcane parole; presto, tuttavia, lo sgomento si impadronì dei loro cuori, allorché un fulmine si abbatté su Sauron con tale violenza, che il suo trono in pietra ne fu annientato. Eppure, meraviglia! Egli era incolume e levava lo sguardo al monte, invitando i sacri messaggeri degli dei a lacerare la sua carne; questi però, non furono irretiti dalle sue bestemmie, nonostante comprendessero il Linguaggio Nero, e si limitarono a scuotere le loro penne fradice.

“Finanche le Grandi Aquile sono incapaci di procurarmi offesa!” esultò Sauron, raggiante in viso. D’ora innanzi la legge che seguirete sarà dettata dal vostro volere ché i grandi Uomini nulla devono temere!” Allora il popolo gli si prostrò tremante, e il suo stesso sovrano si inchinò dinanzi all’oscura figura, adorandolo come un dio, ché tale lo vedevano e la potenza di Morgoth era in lui; nulla compresero, tuttavia, di quanto accadeva, né si domandarono per quale motivo le grandi aquile si fossero recate in tale luogo. Ar-Thoron, infatti, non era giunto per pronunciare condanna contro Sauron, come essi avevano creduto in principio, ché questi era stato maledetto fin dalla sua ribellione a Eru Iluvatar, bensì contro i Numenoreani, rei di aver accolta la Tenebra presso i loro spiriti; eppure, nessuno si pose simili questioni, ché i loro animi erano ricolmi di odio e rancore, illudendosi che l’immortalità fosse prossima.

Gravi lutti derivarono dagli infausti eventi di quel giorno, e quanto accadde non fu che il principio, ché altre malvagità escogitò Sauron e la Tenebra cadde definitivamente su Numenor».

 

Il Ciclo del Marinaio, pp. 179-184.

Il primo incontro di Erfea con i Nazgul

Finora ho narrato le storie dei primi cinque Nazgul, evidenziandone le ragioni che hanno condotto ognuno di loro alla scelta tragica e fatale di accettare uno degli Anelli del Potere e cedere così il proprio libero arbitrio all’Oscuro Signore. Attraverso queste descrizioni, vi ho narrato di Stregoni, Sovrani, Guerrieri, la maggior parte di nobili stirpi, qualcuno di umili origini, ma tutti accomunati da una grande sete di potere e volontà di dominio.

Non ho, tuttavia, ancora spiegato in quale circostanza Erfea conobbe i Nazgul e i motivi che lo spinsero a combattere questi oscuri servitori del Nemico, di cui fu avversario spietato.

Quella che sto per narrarvi in questo articolo è la storia dell’incontro fra un giovanissimo principe numenoreano e un Nazgul che fu, oltre che stregone esperto di Arti Oscure e sovrano, incarichi che condivise anche con altri suoi pari, anche e soprattutto un uomo politico di primo piano nella società numenoreana. Una peculiarità, quest’ultima, che lo rende, a mio parere, forse il più pericoloso fra i Nazgul. Leggete e giudicate, aspetto i vostri commenti in proposito.

«”Signori e Dame di Numenor, Padri dell’Isola e Custodi dell’Antica Tradizione, vi invito a levare in alto i vostri preziosi calici, ché questa sera accogliamo coloro che molti anni hanno trascorso nelle contrade della Terra di Mezzo; brindiamo, dunque, ad Arthol e a Erfea, Cavalieri del Regno!”. Lungo fu l’applauso che i Signori e le Dame riservarono al giovane cavaliere allorché questi fu insignito del suo titolo; infine, l’araldo convocò Erfea, figlio di Gilnar, dinanzi a Palantir: al fianco del principe dello Hyarrostar era Amandil, suo parente, sebbene più anziano: giunto che fu innanzi al figlio di Ar-Gimilzor, egli chinò il capo ed estrasse Sulring dallo sdrucito fodero in cui era stata riposta per centinaia di anni: stupore si levò, allora, in tutta la sala, ché la lama era invero splendida e terribile a vedersi ed essa irradiava una forte luce azzurra, tale che molti furono costretti ad abbassare il capo, pur non comprendendone la ragione, a eccezione di uno.

Mai Erfea aveva posto il suo sguardo sulla maschera dorata che occultava il volto del principe del Forostar, ché questi era giunto a Numenor allorché egli dimorava nelle contrade della Terra di Mezzo e sconosciuto gli era finanche il nome, sebbene a costui fossero noti molti degli eventi che riguardavano l’esistenza di Erfea ed egli era fiero nemico della sua fazione, essendo degli Uomini del Re; eppure, non era un uomo vivente, come lo credevano i suoi alleati e i suoi servi, bensì uno spettro intriso di malvagità e di malizia, ché egli era invero Akhorahil il Re Tempesta, quinto in possanza fra i Nove Ulairi che servivano l’Oscuro Signore di Mordor, Sauron l’Aborrito. Il luogotenente di Morgoth l’aveva inviato a Numenor, ché fosse il suo araldo in tale contrada e ne diffondesse le abiette parole. Molto aveva appreso durante gli anni in cui si era stanziato ad Armenelos, ove, gli era stato attribuito il titolo di principe, ché invero possedeva molto denaro e i suoi mercenari incutevano timore in quanti tentavano di contrastarne la volontà: pure, Ar-Gimilzor l’aveva reputato utile ai suoi scopi, ché molto abbisognava dell’oro e dell’argento che giacevano nei suoi forzieri per corrompere quanti erano suoi avversari, sicché l’aveva colmato di doni e gli aveva affidato il feudo delle contrade settentrionali; grande era divenuta l’influenza di Akhorahil nelle sedute del Consiglio dello Scettro ed egli sovente inspirava nel suo sovrano azioni bieche e crudeli, tali che lo spirito di Ar-Gimilzor ne fu corrotto ed egli divenne presto schiavo del volere di Sauron, ché, invero, qualunque parola fosse stata pronunciata dal Nazgul, pure ne era questi l’ispiratore.

Spie degli Ulairi avevano riferito ad Akhorahil che l’erede di Gilnar era invero un possente guerriero e uno spirito lungimirante, sicché egli prese a detestarlo, pur non avendone ancora scorto le sembianze ed essendo riluttante a recarsi nella sua dimora, ché Gilnar non avrebbe tollerato la sua presenza nella terra natia e tosto l’avrebbe allontanato; a lungo, dunque, aveva atteso che Erfea gli si rivelasse e grande fu invero la sua ira e la sua paura, allorché si avvide che questi era stato armato di una lama elfica, ché essa era in grado di rivelare la presenza dei servi di Morgoth; pure, egli sorrideva, ché sapeva essere tale peculiarità un segreto noto a pochi fra i Signori di Numenor, sicché, per il momento, nulla aveva da temere. Tuttavia, non avrebbe tollerato che un simile Uomo fosse elevato a un rango che gli avrebbe attribuito notevole fama e chiese la parola: “Principi di Numenor, vi è tra voi chi ancora ricordi le leggi dei nostri padri, in tali tempi di decadenza e oblio? Perché, se alcuno fra coloro che sono seduti in tale luogo rimembrasse tali precetti, ecco che io non esiterei a chiamarlo fedifrago e il nome della sua casata sarebbe infangato da un simile disonore; tuttavia, tale è la mia opinione, il dolce nettare degli dei ha inebriato i cuori e le menti di molti dei presenti, sicché non è per me motivo di meraviglia intendere che nessuno sia in grado di ricordare quanto il mio cuore mai hai obliato. Concedetemi, dunque, di parlare a nome del glorioso sovrano, Ar-Gimilzor, il quale non è presente in tale consesso, affinché le leggi dei padri siano tosto rimembrate: l’erede di Gilnar, il cui sembiante mai avevo mirato sino a tale giorno, sebbene mai alcuno fra quanti hanno le loro dimore ad Armenelos gli abbia recato offesa – e dicendo questo, gli rivolse un profondo inchino – costui, dicevo, ha testé recato, innanzi a noi qui riuniti, una lama quale mai la legge dei nostri padri avrebbe permesso che fosse adoperata durante la cerimonia di investitura: essa, infatti, è una spada proveniente dall’antica città di Gondolin, non già da una delle nostre armerie”.

Tacque per un attimo, infine parlò nuovamente: “Leggo nei vostri sguardi lo stesso stupore e la stessa meraviglia che provai allorché questo giovane sguainò la sua arma dinanzi a noi: essa è una lama barbara e tale rivelazione sarebbe sufficiente per riempire me e voi di giusto sdegno; tuttavia, come se ciò non costituisse già una grave colpa, costui ha recato seco una spada stregata, la cui malsana luce incute timore in quanti osano guardarla. Non vi è alcun dubbio che il giovane, confuso dal vino e dai graziosi volti delle dame ivi presenti – e, a tale rivelazione, molti risero sommessamente – abbia obliato tale legge, né sarò io a chiedere che gli venga attribuita pena più grande di quella che la vergogna per tale rivelazione affliggerà il suo cuore: tuttavia, vedete bene come sia impossibile che tale othar aspiri alla carica che il principe Numendil gli offre”.

Silenzio echeggiò in tutta la sala, ché invero molti furono presi dal dubbio e rosi dall’inquietudine; tosto, tuttavia, si levò un brusio concitato, ché ognuno esprimeva la propria opinione ed essa sovente contrastava con quella del proprio vicino; infine, allorché la confusione parve raggiungere il culmine, si levò, chiara, la voce di Numendil: “Le leggi dei nostri padri prevedono quanto tu hai ricordato, principe Akhorahil; eppure, esse stabiliscono che sia l’investitore a giudicare se l’arma con la quale l’othar si presenti per la cerimonia possa considerarsi valida o meno: stando così le cose, io non mi opporrò alla nomina di Erfea di Numenor, ora Capitano della Cavalleria del Regno”. Alte grida di approvazione si levarono allora da coloro che erano del partito dei Fedeli, ché essi speravano venir meno in tal modo la richiesta di Akhorahil; costui, tuttavia, non esitò a parlare nuovamente e, sebbene una furia cieca si agitasse nel suo oscuro animo, seppe abilmente occultarla: “Ai voti! Si metta dunque ai voti la nomina di Erfea, figlio di Gilnar, a capitano della cavalleria del regno!”. Numendil, sebbene fosse profondamente turbato, non poté esimersi dall’accettare una simile richiesta, ché egli era Sovrintendente del Regno e Alto Custode delle Leggi e della Tradizione, sicché, mostrando grande riluttanza, pure fu costretto a cedere. Sorrise in cuor suo il Nazgul, ché egli credeva sarebbe giunta facilmente la vittoria: gli Uomini del Re, infatti, erano in maggioranza ed essi avrebbero seguito il suo volere, mostrandosi avversi alla proposta che Numendil aveva fatto propria; grande fu, tuttavia, la sua sorpresa, allorché risultò che egli era stato battuto, ché alcuni fra i Signori di Numenor del suo partito, spaventati dai successi che il principe del Forostar aveva accumulato negli ultimi tempi, erano stati propensi ad attribuire la contestata carica a Erfea, piuttosto che a osservare accrescersi l’influenza del Nazgul a corte: furente in volto, Akhorahil abbandonò l’aula, giurando che avrebbe ottenuto la sua vendetta sul figlio di Gilnar».

«Il Ciclo del Marinaio», pp. 44-48.