Il lai della perdita – I parte

Care lettrici, cari lettori,
continuo in questo articolo la narrazione delle versioni precedenti de «Il Ciclo del Marinaio», nelle quali, come vi ho raccontato in precedenza, non erano ancora inclusi personaggi che, al contrario, avrebbero avuto una grande importanza nelle storie più recenti, come ad esempio Miriel. Nel «Lai (vale a dire “il lamento”) della perdita», Erfea, dopo un naufragio, riesce a raggiungere a stento la città elfica di Edhellond, dove conosce Elwen la mezzelfa e Morwin, rispettivamente l’amata e l’antagonista di questi primi racconti. Potrete leggere qui la versione successiva di questo racconto: I dubbi di una scelta difficile: Elwen, Morwin ed Erfea e divertirvi a fare un confronto fra le due versioni: per il momento, vi lascio con il testo introduttivo al «Lai della perdita», che spiega alcuni dettagli interessanti altrove mai raccontati e con le prime strofe del poema.

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Questo racconto è il secondo dell’intera opera e un prezioso indicatore per la storia della Terra di Mezzo. Innanzitutto, anche se nel testo non viene chiaramente esplicitato, Erfea non si ritrovò casualmente ad Edhellond: la sua nave, infatti, era stata sabotata al largo delle foci dell’Anduin e solo grazie alla sua forza era riuscito ad approdare sulla terraferma, dove aveva conosciuto gli Elfi che ivi dimoravano. Tuttavia era logico aspettarsi che passasse qualche tempo prima che Erfea fosse invitato ai banchetti dei nobili del luogo; probabilmente fino ad allora era stato ospite di pastori silvani, che poi avevano comunicato al loro signore Morwin la venuta di quell’uomo dall’Ovesturia. A proposito dell’odio dimostrato da Morwin nei confronti degli Uomini, significativa è stata in tal merito una nota ritrovata al margine di uno dei fogli, scritta da Erfea in persona: «Egli era uno dei discendenti di Fingolfin, sebbene non erede diretto: fin da piccolo in lui si era radicato profondamente l’odio verso i mortali, a causa del tradimento perpetuato da questi nella Battaglia delle Innumerevoli Lacrime (alla quale, tuttavia, i miei avi non avevano preso parte, continuando a servire i signori degli Eldar), il cui esito infausto aveva poi spinto Fingolfin ad affrontare Morgoth in duello per vendicare l’onore perduto degli elfi, trovandovi infine la morte». A tal proposito, va anche detto che Erfea e Morwin si dovevano essere conosciuti già da qualche tempo, cosa che tutto plausabile perché dimostrerebbe la familiarità che aveva Erfea – principe di Numenor e di alto lignaggio – con i nobili di Edhellond. Riguardo Elwen la mezzelfa, il discorso è invece più complesso, non solo a causa delle molteplici versioni che del personaggio ci sono state tramandate, ma anche e soprattutto per l’evoluzione che questo subisce. Nei primi codici ella è indicata come elfa della stirpe dei Noldor, mentre solo in seguito appare come mezzelfa dagli avi sconosciuti (anche se, a giudicare dai ritratti pervenutici, è innegabile che vi fosse un’ascendenza Noldor). Tutto ciò non è sufficiente però a dimostrare che effettivamente vi fosse stato un legame con Morwin, anche se i due non appaiono sicuramente estranei. È probabile che Elwen, all’epoca ancora giovane secondo gli standard elfici, abbia rifiutato l’amore di Erfea a causa della sua posizione divenuta pericolosa, nonché per un suo intrinseco desiderio di immortalità, che solo il matrimonio con Morwin le avrebbe concesso di realizzare. Perduto è poi anche il racconto in cui ella mutava sentimenti e decideva di rivolgere il suo cuore ad Erfea, così come nulla si sa circa i viaggi di Erfea fino al momento di ritornare ad Edhellond».

«Giovani erano le stelle
e nel cielo si affacciavano sorelle
ammiccando fra loro
splendevano più dell’oro
quand’ecco di gran carriera
giungere il prode Erfea.

Veloce il suo passo e alto il portamento
della stirpe di Sauron il tormento
ché ad Occidente dimora aveva
da Numenor tosto giungeva
nella Terra di Mezzo splendente
per ammirare l’antica gente.

Poi bussò ad una porta
ed ecco di voce nobile la risposta:
«Benvenuto sotto il mio tetto»
e così dicendo gli fu aperto
ma entrando di gran passo
ahimé, non fece caso al suo misfatto.

Ché il suo saluto educato volse
a principi e principesse
volti da lungo conosciuti
gli parevano ormai vetusti
ma ecco il suo cuore gli ordinò:
«Voltati, o presto morirò».

[continua]

The courage of Miriel

“Touch this Man and your blade will have to be stained with a double crime!”; so beautiful the sovereign of Numenor appeared, despite the wound on her head darkening the warm light of her hair, that even the Black Numenorean stopped her blade, seized by doubt and remorse; then, gripping Sulring – who, fortunately, was lying not far from me – I shook a single upward blow with desperation, while with the injured limb I pushed Tar-Miriel away from the Black Numenorean. Eargon backed off, astonished, and touched himself the wounded chest; then he looked at the great carnage that was going on in the lower room and his gaze expressed despair mixed with repentance”.

Potete leggere o rileggere questo brano in italiano qui: L’Infame Giuramento_IX Parte e ultima (Il trionfo di Pharazon)

The gardens of Armenelos or the beginning of the end.

She looked at me, without uttering a word; yet, her clear eyes seemed to ask me for forgiveness and she replied with an ancient saying, which the Numenoreans use in very serious situations: “I gave hope to the Dunedain, but I have not kept one for myself”. She was silent for a few moments, finally she sighed and took my hand so she spoke: “Would you like, then, to break the orders of your sovereign? Do not lie to me, Erfea, for I see in your gaze the doubt and fear that my words have aroused in you; and yet, if the loyalty of my commanders were to fail, I would perish and others would suffer immense suffering ”. I watched her, coldly, because, although my heart was bleeding profusely, yet I could not ignore how much her words had, in vain, tried to conceal: “You are deceived, Miriel, if you believe that our loyalty to Numenor has come less; know, however, that we will only respond to it, when the time has come and no other”. Then she dropped my hand and her soul went cold: “Go, son of Gilnar and may your loyalty not fail when the time comes”.

In lingua italiana:
Nei giardini di Armenelos – illustrazione definitiva

500 followers! Thank you!

I reached 510 followers in the week. I can’t believe it, it’s a great result! I thank you for taking the time to read my articles. I dedicate a triptych to you that represents the three main characters of my stories: Erfea, Miriel and Elwen.

Ho raggiunto in settimana 510 followers. Non riesco a crederci, è un risultato ottimo! Vi ringrazio per il tempo che mi dedicate leggendo i miei articoli. Vi dedico un trittico che rappresenta i tre principali personaggi dei miei racconti: Erfea, Miriel ed Elwen.

L’introduzione al Ciclo del Marinaio

Care lettrici, cari lettori,
l’altro giorno rileggevo il «Ciclo del Marinaio» e mi sono così reso conto di non aver mai pubblicato l’introduzione al volume, che spiega una serie di caratteristiche di Erfea (e dunque, per esteso, anche dei miei racconti). Partiamo dai dati «storici», vale a dire da quelli che lo stesso Tolkien ha concepito e possono dunque considerarsi canonici: al principio della Quarta Era, dopo la sconfitta di Sauron, Aragorn, divenuto nuovo re di Gondor e Arnor, decise di riappropriarsi di tutte quelle fortezze che, per un motivo o per un altro, erano state sottratte al controllo di Gondor negli ultimi tempi. Nella torre di Isengard – dove aveva vissuto fino a poco tempo prima il malvagio stregone Saruman – Aragorn, aiutato da Gimli, fece una scoperta sconcertante: in una nicchia segreta – che solo l’abilità del nano poté individuare – erano nascosti alcuni cimeli della sua famiglia, fra i quali la catena che un tempo teneva l’Unico Anello al collo del suo progenitore Isildur (quello che tagliò il dito con l’anello a Sauron, avete presente la scena?)
Fin qui i dati «storici», contenuti nell’edizione italiana dei «Racconti Incompiuti» (che vi consiglio caldamente di leggere). E se Aragorn avesse trovato qualcos’altro, oltre a quello che Tolkien aveva sottolineato? Leggete per saperne di più…

Aspetto i vostri commenti, al prossimo articolo!

«Orgilion (1), 19 Narbeleth (2), settimo anno della Quarta Era

Sire Elessar (3),
il manoscritto che avete recuperato dalla grande torre di Orthanc(4) è pressoché intatto, nonostante siano trascorsi più di tremila anni dalla sua compilazione: ignoro se tale longevità della pergamena sia dovuta a una sua qualche intrinseca proprietà a me ignota, oppure sia da attribuire alla cura con la quale Saruman il Bianco l’aveva preservata dal lento, ma incessante, logorio del tempo.
Lunga è stata la sua decifrazione, ché essa è scritta in un linguaggio poco noto agli uomini di Gondor oggidì, sebbene ciò costituisca indubbiamente una grave pecca, ché un tempo erano in molti coloro che conoscevano il Quenya nella sua antica forma; ora, tuttavia, dal momento che l’antica stirpe è svanita ed essa ha abbandonato i lidi di Endórë, più i mortali – fossero anche essi i discendenti di Númenórë svanita nelle acque – lo adoperano, sicché è stata mia premura tradurla nell’Ovestron, ché essa fosse comprensibile a quanti avessero in animo di leggere tali scritti.

In questi scritti è narrata la vicenda di un principe númenóreano, Erfëa, figlio di Gilnar, dacché egli era giovane sino alla sua dipartita da Endórë; nessuna menzione di tale Dúnadan è possibile riscontrare nei Rotoli del Re, e invero, curiosa mi parve in principio tale anomalia, ché egli era un lontano discendente di Atanalcar, quarto figlio di Elros Tar-Minyatur allorché il mondo era giovane; pure, poiché ora molto ho appreso del suo fato, ritengo di aver trovato soddisfacente spiegazione per tale mancanza, ché egli era invitto ad Ar-Pharazôn, a causa del sentimento che lo legava alla sua cugina e sposa, Miriel, ed è probabile che costui abbia distrutto con il fuoco ogni altro documento concernente tale Uomo.

Se parrà opportuno alla vostra graziosa maestà e alla sua nobile consorte leggere quanto la mia mano ha solo vergato sulla chiara pergamena e non scritto di suo pugno – ché troppa, invero, sarebbe stata la fatica e io non sono che un umile scrivano – essi troveranno novelle concernenti quanti vissero nella Seconda Era e molti di coloro che ebbero parte agli eventi dei secoli successivi.

In fede,

Heruo di Gondor, scrivano e contabile del Re».

Note
(1) “Lunedì” nella lingua Sindar degli Elfi
(2) “Ottobre” nella lingua Sindar degli Elfi
(3) “Elessar” (gemma di radianza) era uno dei nomi elfici con cui era conosciuto Aragorn.
(4) “Orthanc” nome elfico di Isengard

Suggerimenti di lettura:
Dizionario dei personaggi de «Il Ciclo del Marinaio»
Da Numenor alla Terra di Mezzo: benvenuti, lettori de «Il Ciclo del Marinaio»!
Il Ciclo del Marinaio

Akhorahil, the Storm King, the Fifth Nazgul

Born in the year 1888 of the Second Age, Akhorahil was the first son of Ciryamir, belonging to the same lineage as the king of Numenor, Tar-Ciryatan; although he was a Man of prodigious strength and a far-sighted mind, Akhorahil was corrupted by his unbridled ambition. In 1904, Ciryamir obtained a license from the ruler to found and administer a royal colony in the south of Middle-earth. The following year, Akhorahil sailed with his family to disembark with his army at the port of Hyarn, in Endor and from there, across the Aronduin River, to the newly founded citadel of Barad-Caramun (Sunset Tower ). There, Ciryamir founded the realm of Ciryatandor, and it extended from the sea to the foothills of the Yellow Mountains.

Young in mind and body, Akhorahil enjoyed his new home, but his spirit longed to strike fear into those around him; such was his ambition that he applied himself with iron will to the study of the dark arts, yet the results obtained in this field did not fully satisfy his reputation for power. It was not many years before his heart began to claim his father’s throne, until in 1918 he promised an elderly Harad priest that he would trade his blue eyes for the two Dominion Gems, the same ones that had allowed his previous one. possessor of becoming the foremost expert of the Dark Arts in the realm of the Haradrim.

Soon, the cruel Numenorean used these artifacts to control his father’s mind and lead him to madness and finally to suicide: in this way, the one who now called himself the Storm King, obtained the paternal throne and married his sister Akhoraphil.

During the twentieth century, Akhorahil conquered vast lands in the south of Middle-earth, arousing the interest of Sauron, who wanted to take possession of this realm: an ambassador was sent to the Storm King, with the secret task of offering the Numenorean the fifth Ring of Power of Men, promising him unlimited knowledge and glorious immortality. Consumed by greed and ambition, Akhorahil tied his soul to that of the Dark Lord, obtaining his Ring in 2002.

For the next two hundred and fifty years, the Storm King was not seen by any of his subjects, while his wife and firstborn left the court, shocked by the metamorphosis that the mad Numenorean had undergone; the Nazgul, however, decreed premature to reveal himself to the world and continued to pay tribute to Numenor, who did not want to arouse suspicion in the king’s court. Finally, when the time was ripe, he proclaimed the independence of Ciryatandor, mocking the attempts of his ruler, Tar-Ancalimon, to bring the subject back to obedience: after a few years, the armies of Numenor annihilated the kingdom of the Storm King; however, he had fled to the last district where his enemies would have sought him, and elected Elenna herself as his new homeland, residing on the island of the Gift until the reign of Tar-Palantir, who proved incorruptible to the action of his servants. Deep in the Harad, the Nazgul had founded an impregnable fortress and went there when he fled from Numenor; to his great disappointment, however, Erfea Morluin went into the dark depths of her home, discovering the true identities of the Ulairi there. Great anger broke into his heart the Storm King when his citadel was violated and furious he swore to slaughter with his own hands the one who had dared to do such an act.

Vedi anche la versione italiana:

Akhorahil, il Re Tempesta, il Quinto

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Storia di Miriel – Un’amicizia pericolosa

Care lettrici, cari lettori,
quest’oggi voglio presentarvi l’ultimo brano scritto – per il momento – de «Il racconto della Rosa e del Ragno» che vi ha accompagnato in queste ultime settimane. L’articolo precedente – che potrete leggere (o rileggere) qui: Storia di Miriel – Tessitore di tenebra… – si è concluso con la decisione di Pharazon di recarsi a fare visita a sua cugina Miriel per capire quali sono i motivi che l’avevano spinta a incontrare Erfea. Spero di poterlo riprendere quanto prima, ma non temete! Nei prossimi articoli avrò modo di riprendere altre storie, altri racconti che spero potranno incontrare la vostra approvazione.

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«L’ora del vespro si approssima – così le parlò [Pharazon], spuntando ratto da una robusta ginestra in fiore – e tuttavia vedo ancora, Lossë [Rosa, in elfico], che ti attardi ove nessuna compagnia può disturbare i tuoi pensieri. Profonda è divenuta dunque l’influenza del figlio di Gilnar, se egli ha posto nel tuo cuore la medesima solitudine che alloggia nel suo animo». Rise con eleganza, indi, con gesto rapido della mano sinistra, porse un fiore di orchidea alla cugina, inchinandosi leggermente: bianca era la superficie del fiore, eppure screziata di un colore azzurro notte, ché era – come ebbe a concludere il giovane – un omaggio agli occhi della principessa. Miriel sbatté leggermente le palpebre e sussultò portandosi d’istinto una mano al petto, come se si accingesse a parare un colpo invisibile; sebbene fosse ormai avvezza ai modi teatrali del cugino, non poté impedirsi, tuttavia, di esitare allorché la sua voce risuonò bassa alle sue spalle. «Sei solito recarti a farmi visita negli orari più imprevisti, caro cugino – tali furono le sue parole di benvenuto, seguite da un grazioso inchino che le scompigliò leggermente la capigliatura, resa leggermente rossastra dall’ultima luce morente del sole primaverile – sempre che qualcosa abbia attirato la tua attenzione tanto da farti rischiare una dura reprimenda nel caso i tuoi movimenti siano stati scorsi da occhi vigili».

«Sei abile a occultare i tuoi pensieri, figlia di Palantir – le rispose lui beffardo – dì piuttosto che la mia presenza ti risulta sgradita, ché le tue parole avrebbero dovuto alludere ai miei capricci anziché alla mia scarsa considerazione degli orari cari ai gentiluomini e alla dame di questa isola». Avanzò di qualche passo, avendo cura di non rivolgerle mai lo sguardo, limitandosi a osservare i boccioli del roseto che permeavano della loro fragranza il quieto meriggio. Arricciò delicatamente il labbro inferiore, quasi che un oscuro pensiero lo avesse turbato, indi riprese a parlarle: «I nostri padri erano soliti sostenere che nel nome di un uomo risiede la sua sorte; ebbene, non pare anche a te curioso come il figlio di Gilnar non aneli per nulla al mare e trascorra il suo tempo, invece, a domare le bestie selvatiche che suo padre tiene in gran conto, non essendo forse uomo avvezzo a quella ricchezza che il suo lignaggio avrebbe dovuto suggerirgli di considerare in modo benevolo?»

«Il tempo di Earien gli appartiene, e non vedo perché dovresti corrucciarti in merito a una scelta che non comprendi – le rispose lei, ancora divertita per la sua malizia, nonostante muovesse leggermente la mano destra per nascondere una ciocca ribelle che le cadeva sulla chiara fronte – Quanto a suo padre, perché dovrebbe rifiutare i doni che i Popoli della Terra di Mezzo gli inviano? Sarebbe oltremodo scortese – e qui lo sguardo cadde malizioso sul cugino – ché offenderebbe il lignaggio al quale egli appartiene».

Pharazon, preso congedo dalla bionda fanciulla, le rivolse un inchino beffardo e si allontanò percorrendo sentieri a lui solo noti; rimasta finalmente sola, Miriel poté ancora udire, in lontananza, riecheggiare una sciocca poesiola, le cui parole suonavano irriverenti nei suoi confronti.

«Rosa diletta,
donde vai sola, soletta?
Un inganno è la beltà
Corromperà la tua volontà»


Suggerimenti di lettura:

Storia di Miriel – Tessitore di tenebra…
Storia di Miriel – Questioni di famiglia
Ritratti – Miriel ed Erfea…e un nuovo racconto

Storia di Miriel – Tessitore di tenebra…

Care lettrici, cari lettori,
continuo in questo brano il racconto della giovinezza di Miriel, l’erede al trono di Numenor. Nel precedente articolo (lo potrete leggere o rileggere qui: Storia di Miriel – Questioni di famiglia) avete assistito a un furente litigio intercorso fra i suoi genitori, in merito alla decisione presa da Palantir, padre della principessa, di invitarla a frequentare Erfea, il giovane rampollo di una famiglia principesca di secondo piano della nobilità numenoreana; una scelta che non sembra trovare approvazione e gradimento da parte di sua moglie Silwen.
In questo brano, invece, approfondirete la conoscenza di un personaggio estremamente sgradevole e ambiguo dei miei racconti, Pharazon, il cugino di primo grado di Miriel e segretamente innamorato della principessa. Si badi bene: quello che tratteggerò nel brano che segue non è ancora la figura di Ar-Pharazon il Dorato, che un giorno ascenderà al trono di Numenor e arriverà ad accarezzare l’idea di conquistare il mondo intero (mega spoiler, lo so, ma era inevitabile e spero che i miei lettori potranno perdonarmi – perlomeno quelli che non hanno letto il Silmarillion di Tolkien) e che troverete raffigurato nell’illustrazione in copertina, opera di Anna Francesca Schiraldi. Volete avere un’idea di questo personaggio ancora acerbo? Allora pensate a Lex Luthor nel film “Batman v Superman: Dawn of Justice». Per chi non conoscesse il film…ebbene, leggete il brano e fatemi sapere a quale personaggio Pharazon vi sembra ispirato!

Buona lettura, come sempre aspetto i vostri commenti!

«All’epoca in cui si svolsero questi fatti, Gimilkhad, fratello minore di Palantir, non era stato ancora esiliato nella Terra di Mezzo a causa dei crimini che avrebbe commesso negli anni seguenti e dimorava presso il re suo padre. Egli crebbe un unico figlio, Pharazon, il quale aveva pressappoco la stessa età di Miriel; sovente, senza essere visto da alcun essere vivente, egli scavalcava l’alto muro che separava la dimora paterna da quella di suo zio e soleva osservare Miriel mentre costei si aggirava nel roseto che sua madre coltivava amorevolmente nella serra interna: per questa ragione egli prese a rivolgersi a sua cugina con il nome di «Lossë», che nella lingua elfica significava «rosa», perché ai suoi occhi ella appariva il più soave fiore sul quale avesse posto il suo pensoso sguardo. L’indole di Pharazon non si era ancora volta al male, né il giovane sembrava ambire a quel ruolo regale che il Fato, inesorabilmente, pareva negargli senza appello; pure la sua volontà non era mossa da pietà e la lunga solitudine alla quale l’aveva condotto l’educazione paterna, ostile a quanti non fossero dichiaratamente suoi camerati, aveva reso il suo animo volubile e lesto a cogliere in fallo il suo interlocutore, qualora questi non si fosse mostrato sufficientemente abile da destreggiarsi nei lacci verbali che egli lanciava su quanti, incautamente, avessero osato discorrere con lui.

Miriel non tollerava la compagnia del figlio di Gimilkhad, valutando i suoi approcci infidi nonostante le belle apparenze di costui; a causa del suo comportamento ella era solito chiamarlo Ungwë liante, ossia «tessitore di tenebra» nella favella dei Noldor; tuttavia Pharazon non pareva crucciarsi per questo nome e ignorava volutamente gli intenti polemici con i quali la fanciulla gli si rivolgeva. Nel corso di quella giornata il giovane principe, incuriosito dall’abito semplice che aveva indossato Miriel quella mattina, si era prodigato affinché le sue mosse non rimanessero ignote; non potendosi allontanare dalla sua avita dimora – ché i suoi precettori erano inflessibili e l’avrebbero punito severamente se avesse mancato a una sola lezione – egli era ricorso ai tordi, dei quali aveva appreso il linguaggio su indicazione di un camerata del padre: questi avevano dunque, su suo ordine, spiato l’incontro avvenuto fra la bionda fanciulla e il primogenito degli Hyarrostar e non avevano mancato di riferirgli ogni parola che i due avevano pronunciato. Oscuri presagi presero a muoversi nell’animo di Pharazon, ché egli, pur non avendo mai avuto occasione di conoscere il figlio di Gilnar, pure era colmo di pregiudizi nei confronti del suo casato, memore della parte che Gilnar svolgeva all’interno del Partito dei fedeli; a differenza degli altri principi delle casate reali di Numenor, infatti, agli eredi del sovrano non era permesso di frequentare le scuole regie, nelle quali codesti fanciulli si impratichivano nelle nobili arti e nelle perigliose scienze dei Secondogeniti. Non v’era alcun motivo di meraviglia, dunque, se lo stesso Erfea non aveva riconosciuto la sua futura regina, non condividendo i due i medesimi precettori: a lungo Pharazon soppesò quanto aveva appreso nel corso delle ore pomeridiane dalle sue spie, infine si convinse che quell’incontro del quale i tordi gli avevano riferito non fosse affatto causale: «Sicché la mia bella cugina ha conosciuto l’erede degli Hyarrostar – tali furono le riflessioni che espresse ad alta voce nel silenzio della sua camera – nonostante la severità dei suoi maestri non sia inferiore a quella dei miei precettori. Non v’è dubbio alcuno che questo non possa definirsi un incontro causale: altri voleri hanno disposto che questo avvenisse». Sogghignò, mentre mormorava i suoi pensieri nella penombra del meriggio, eppure non si recò immantinente da sua cugina; al contrario, evitò di incontrarla nei giorni seguenti, avendo cura, tuttavia, di metterle alla calcagna le sue piccole spie alate. Infine, quando fu certo dei suoi sospetti e l’occasione gli parve propizia, ammantato del suo mantello color porpora – il simbolo degli eredi in minore età allo scettro di Numenor – calzò le sue morbide scarpe in velluto nero e si recò, non visto da alcun servitore, nel roseto di Miriel, ove era certo di trovarla mentre coglieva le rose più profumate della stagione».


Suggerimenti di lettura:

Storia di Miriel – Questioni di famiglia

Ritratti – Miriel ed Erfea…e un nuovo racconto

Miriel

Post-scriptum su Miriel

Storia di Miriel – Questioni di famiglia

Care lettrici, cari lettori,
sia pure a rilento a causa dei tanti impegni, continuo a scrivere il «Racconto della Rosa e del Ragno». In questo brano avrete modo di approfondire la conoscenza della famiglia di Miriel, composta da suo padre Palantir e da sua madre Silwin. Ricordiamo che, all’epoca in cui questo racconto è ambientato, Miriel è ancora la principessa ereditaria del regno di Numenor, figlia di un principe reale e nipote del sovrano dell’isola. Troverai le altre parte del racconto in fondo a questo articolo.

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Costei [Silwin, moglie di Palantir e madre di Miriel, NdA], svelato il suo sembiante, si approssimò all’uomo che sedeva, con la mente e il cuore perso in lontani ricordi. «I Valar ti sorridono mio signore – l’apostrofò con durezza quando fu certa che la figlia si fosse allontanata a sufficienza da non potere udire le sue parole – ma non è forse questo il medesimo sentimento che ora puoi leggere negli occhi di nostra figlia». Egli sospirò, infine, rivoltole cenno affinché si accomodasse nel medesimo scranno che sino a pochi istanti prima era stato occupato dalla bionda fanciulla, così le rispose: «Non vi è ragione alcuna per cui tu debba essere in collera con me. Dopotutto, entrambi avevamo all’unisono concordato la necessità di questa prova». La donna, la cui bionda capigliatura splendeva nelle prime tenebre della sera, mosse rapidamente la mano, quasi a voler scacciare un pensiero molesto: «Non fu alla prova che opposi il mio diniego – e qui parve che il suo sguardo lanciasse strali velenosi contro il marito – ma a colui che tu designasti come destinatario del tuo ambizioso piano». S’interruppe per un istante, indi riprese a parlare abbassando la voce, quasi che temesse esservi all’ascolto nell’ora del Vespro spie invisibili: «Perché il figlio di Gilnar? Non è forse egli crudele come possono esserlo i giovani principi di Numenor? A lungo blandisti le mie paure, argomentando con tanta dovizia di particolari intorno alla presunta bontà d’animo di questo fanciulletto; io, tuttavia, null’altro vidi nelle tue parole che fantasmi di timori che mai riuscimmo a sopire, sin da quando nostra figlia venne al mondo. Dicesti che egli sarebbe stato un farmaco di indicibile potenza per arrestare i capricci e le voluttà di una fanciulla destinata un giorno a succederti sul trono di Numenor, secondo le leggi che i tuoi padri decretarono. Da par mio, tuttavia, null’altro scorgo che arroganza e boria; laddove i suoi compagni hanno preso a chiamarlo Erfea, egli, pur di non piegarsi a questa infamante accusa, si è arrogato con forza l’appellativo con il quale è stato disprezzato e non ha esitato ad usarlo come nome comune».

La donna s’interruppe per un istante, indecisa se aspettare una sua replica, oppure proseguire la sua accorata arringa; infine riprese e la sua voce si ridusse a un sussurro impercettibile: «Perché, Palantir, figlio di Ar-Gimilzor, non scegliesti Elendil di Andunie? O Arthol di Mittalmar? Perché questi principi, figli di illustri famiglie e perciò ben più propensi degli Hyarrostar a gestire l’autorità che dal potere deriva, non hanno suscitato il medesimo interesse che l’erede della più infima schiatta di Numenor ha acceso nel tuo sguardo?»
«Non nominare mio padre in questa sala! – gli occhi di Palantir baluginarono mentre egli stringeva i pugni per soffocare la rabbia che lo agitava al suo interno – non osare mai più pronunciare un nome pregno di disgrazia!» Attese qualche istante prima che la rabbia potesse svanire dalla sua mente, infine, rivolse queste accorate parole alla moglie che incupita attendeva la sua risposta. «Non credere che io non abbia soppesato altre alternative; eppure cosa altro avremmo ottenuto da Miriel se le avessimo imposto una simile compagnia? Elendil e Arthol sono entrambi Uomini valorosi: pure, a causa delle medesime osservazioni che tu stessa hai sollevato, converrai con me che simili Uomini, resi in fretta maturi dagli ambiti carichi che i loro casati preservano, cos’altro avrebbero potuto offrire a nostra figlia che non fosse una promessa di unione futura? Ella è troppo giovane per sposarsi, perfino per il metro degli Uomini mediani – proseguì, alzandosi e dirigendosi verso la finestra che dava a Occidente – né sarò io a negarle il piacere della sua primavera, costringendole a vivere la sua maturità prima che giunga l’ora. No, Silwen – concluse l’uomo, girandosi lentamente su sé stesso per rivolgere nuovamente il suo sguardo alla donna che l’aveva raggiunto silenziosamente – il figlio di Gilnar è ancora acerbo e, tuttavia, non lo è anche Miriel? Ché possa essere per lei valido e onesto amico, senza che il suo giudizio sia scosso dal peso della corona regale che un giorno ancora lontano la principessa dovrà portare sul suo biondo capo». La consorte del principe regnante chinò il capo, rassegnata: «Sia dunque come tu desideri, principe. Possa l’orgoglio non tradire i tuoi passi» e così dicendo abbandonò la sala; non rivelò, tuttavia, quello che il suo stesso cuore aveva tema di confessare e cioè che la profezia di Manea potesse raggiungere anche Erfea, che pure era lontano congiunto dell’erede al trono di Numenor».

Suggerimenti di lettura:

Ritratti – Miriel ed Erfea…e un nuovo racconto

La più bella delle Numenoreane. Miriel