L’Infame Giuramento_IV Parte (La storia di Morlok l’Occultatore)

Bentrovati! Proseguo la narrazione de «Il Racconto dell’Infame Giuramento», presentando una nuova figura, alla quale fin ora ho rivolto solo qualche cenno nel corso della trattazione: Morlok, una sorta di Ministro delle Finanze di Numenor, padre dell’ammiraglio Eargon, che avete avuto modo di conoscere leggendo «Il Racconto dell’Ombra e della Spada». In questa parte del racconto mi soffermerò su un aspetto che, di solito, nei racconti epici o fantasy viene trascurato, ossia il risvolto economico di queste vicende: intraprendere una guerra, una rivolta e, più in generale, tenere il governo di uno Stato potente come Numenor, infatti, richiedeva una certa disponibilità di denaro liquido: questa è la ragione per cui uomini apparentemente insignificanti come Morlok, in realtà, possono rivelarsi ancora più determinanti di un Paladino…

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«Coloro che erano con lui si levarono allora dai propri scranni e si apprestarono a raggiungere il desco; non era però con loro Erfea, ché egli rimase nella radura, contemplando le stelle di Varda sbocciare, come fiori argentati nella notte, ad occidente; allorché i suoi compagni furono di ritorno, lo trovarono che pareva addormentato: pure, così non era ed egli, al contrario, era immerso in profonda meditazione. Uditi i passi di coloro che gli si facevano incontro, il figlio di Gilnar si levò dal suo scranno e invitò i compagni a disporsi accanto a lui; con loro era adesso Glorfindel, ché molto ambiva conoscere eventi di cui gli erano giunti solo pallidi echi.
Erfea attese che il silenzio regnasse fra loro, infine levò nuovamente la sua voce ed essi lo stettero ad ascoltare.
“Vi fu, in seno al Consiglio dello Scettro, molta confusione in seguito alla mia proposta e non poche furono le voci di coloro che discussero al suo interno; alcuni erano per obbligare Tar-Miriel a rinunciare al trono e a nominare un nuovo sovrano fra loro che non avesse tema di arrestare Pharazon, stante l’accusa di alto tradimento; altri, e fra questi vi era anche Amandil, esortavano i presenti affinché ogni decisione fosse rimandata all’indomani della successiva seduta del Consiglio dello Scettro, che si sarebbe tenuta alcune settimane più tardi; comune a tutti, però, era la volontà di proseguire la guerra contro Pharazon: inviammo, allora, messaggeri ai nostri alleati, pregandoli di inviarci rinforzi prima che le armate del governatore ribelle piombassero su di noi, ma la nostra speme andò quasi del tutto delusa, ché alcuni araldi, infatti, furono trucidati dal Nemico prima di giungere a destinazione, mentre altri si smarrirono nelle selve e nelle paludi di Endor.
Di quei pochi che pervennero ai reami dei popoli liberi, avemmo notizie dopo una lunga attesa, ché le strade erano occupate dalle armate dei Neri e dalle loro spie; tuttavia, allorché essi furono di ritorno, confermarono le nostre peggiori paure, ché asserirono non sarebbero giunti aiuti da Khazad-Dum, mentre gli Uomini del Rhovanion avevano edificato i loro accampamenti al di là del mare di Rhun ed erano per noi irrangiugibili: solo gli Elfi risposero al nostro appello ed inviarono viveri ed armi.
Reso perplesso ed inquieto da tali notizie, compresi poco o punto le ragioni che avevano spinto i signori di Khazad-Dum a venire meno alla nostra alleanza, tanto più che erano state scorte spie di Pharazon aggirarsi lungo i tortuosi sentieri che conducevano alla rocca dei figli di Aule; grande fu la paura che mi colse, perché temetti che presto sarebbe stata instaurata un’alleanza fra i Naugrim ed i Numenoreani Neri; tuttavia, come vi spiegherà Naug-Thalion, i miei timori non trovarono conferma.
“A quell’epoca – interloquì il principe del popolo dei Naugrim – vi erano discordie anche all’interno del nostro Consiglio Supremo, ché alcuni premevano affinché i Fedeli di Elenna fossero sostenuti, mentre altri, infidi e pavidi, ritenevano sarebbe stato più saggio per il nostro reame se nessuna alleanza fosse stata stretta con quelle genti, temendo che le ricchezze di Khazad-Dum sarebbero state concupite dai Dunedain e che la gloria del nostro popolo sarebbe stata oltraggiata se avesse preso parte alle guerre fra i Numenoreani.
Per lungo tempo, quanti erano della mia schiatta riuscirono a contrastare la perniciosa influenza che consiglieri pavidi detenevano all’interno della corte, finché essa non trionfò e il sovrano non prestò ascolto alle subdole parole dell’opposta fazione; alcuni fra noi, allora, presero a inviare aiuti ai paladini di Elenna clandestinamente, contravvenendo agli ordini del re.
Ahimé, mai Durin IV avrebbe dovuto ascoltare tali infidi consiglieri, ché essi agivano spinti dalle medesime debolezze che attanagliavano sovente i cuori dei Naugrim, timorosi come erano di perdere i tesori che il nostro popolo aveva accumulato nel corso di lunghi secoli; fu fatto divieto a ciascuno dei principi del regno di soccorrere entrambi i contendenti e se questo fu, indubbiamente, di grande impedimento e danno per i capitani di Erfea, tuttavia provocò le medesime conseguenze anche per i loro nemici ed essi, ancora per qualche tempo, furono respinti”.
“Allorché mi giunsero tali notizie – riprese a parlare Erfea – sebbene non provassi nel cuore letizia alcuna, pure mi avvidi che finanche i miei avversari non avrebbero potuto godere di alcun aiuto; resistemmo, dunque, ancora per qualche mese, finché un nuovo evento, ancor più grave di quanti ho finora narrato innanzi a voi, colpì il mio partito e segnò le sorti di Numenor”.
“Se le tue parole non mi ingannano, Erfea Morluin, devo dunque dedurre che ancora non era stata presa una decisione in seno al Consiglio dello Scettro che privilegiasse la lealtà alla Corona o al popolo Numenoreano” osservò Glorfindel, campione fra gli Elfi.
“In verità, figlio di Gondolin, la decisione, nel cuore di ciascuno di noi, era stata già presa; tuttavia, poiché i Numenoreani di Pharazon risalivano da Sud rapidamente, pure si era detto che, fino al giorno in cui la pace non avesse trionfato nelle contrade abituate dai Dunedain, essa sarebbe stata taciuta”.
Erfea s’interruppe per qualche istante, indì proseguì: “All’epoca, tuttavia, non ci avvedemmmo della nostra ingenuità e in questo errammo a lungo, ché ignoravamo quali alleati sostenessero Pharazon nella sua lotta per impugnare lo scettro di Elenna; poche o punte certezze vi erano, sebbene io credessi che fra essi si occultasse almeno uno degli immortali servi dell’Oscuro Signore; questi, tuttavia, erano abili nell’occultarsi e si tenevano lontani dalla mia lama, sicché io scoprii le loro identità quando era ormai troppo tardi.
Scarsi erano, come vi ho testé narrato, i fondi di cui disponevamo per proseguire nella lotta contro i Numenoreani Neri, sicché in quei giorni la nostra unica fonte era costituita dal Tesoro Reale di Numenor, di cui era stato nominato Sovrintendente Morlok, il cui lignaggio era affine al mio, condividendo i medesimi padri; inusuale era stata la scelta della sovrana, ché mai, nella millenaria storia della nostra isola, un simile incarico era stato affidato alla sua stirpe, essendo stato, un tale compito, da sempre prerogativa dei principi del Mittalmar; pure, Tar-Miriel non aveva fiducia alcuna dell’unico superstite di tale casato, Brethil l’Orbo, così chiamato perché aveva perduto un occhio durante una delle battaglie contro gli Uomini del Re, dal momento che egli era cugino di Arthol il Rinnegato, condannato a morte per altro tradimento molti anni prima.
Non mi soffermerò ulteriorarmente su queste vicende, ché esse non riguardano tale narrazione; mi è sufficiente dire che Brethil, al contrario del corrotto cugino, era invece uno spirito lungimirante e privo di malizia, sicché egli, pur non alzando lamento alcuno durante le sessioni del Consiglio dello Scettro, pure soffriva per la sua mancata nomina a Sovrintendente del Tesoro, ché la riteneva, e a ragione, umiliante e priva di ragione alcuna: inutilmente tentai di persuadere Tar-Miriel affinché ella si ravvedesse sulla sua scelta e compisse atto di umiltà e giustizia, restituendo a Brethil la carica che apparteneva alla sua casata fin dai tempi di Elros Tar-Minyatur.
Poco o punto era stato possibile apprendere da Morlok, ché era riluttante nel parlare e conduceva vita solitaria; l’Occultatore presero a chiamarlo, ché si diceva fosse in grado di nascondere qualunque suo pensiero ai Saggi del Regno e finanche alle aquile di Manwe; non so quanta verità vi fosse in una simile diceria, ché lo sguardo di uno solo fra gli araldi del Signore dei Valar è arduo da sostenere ed essi leggono molto delle nostre intenzioni; ad ogni modo, egli si mostrò abile nella gestione delle finanze dello Stato ed il popolo benediceva sovente il suo nome, allorché lo scorgeva aggirarsi nei vicoli di Armenelos.
Per lunghi anni, dunque, Morlok ottenne l’amicizia dei membri del Consiglio dello Scettro e della Regina, la quale, tosto, prese a benevolere la sua casata, onorandola con ricchi doni, di cui il Sovrintendente, tuttavia, non amava fare sfoggio. Morlok prese moglie in tarda età, finanche secondo il metro dei Numenoreani, e la sua consorte aveva nome Linwen, una dama cara a Tar-Miriel come fosse una sorella; tale unione rafforzò il legame tra Morlok e la Regina di Numenor ed ella prese a confidarsi con lui, mostrandogli tesori quali mai occhi mortali che non fossero appartenuti alla stirpe dei sovrani avevano ammirato; un figlio allietò la dimora del Sovrintendente ed il suo nome era Eargon. Allorché furono trascorsi dieci anni, l’erede di Morlok si imbarcò su di una nave e nel volgere di un trentennio divenne un esperto capitano, sicché fu promosso Vice-Ammiraglio del Regno; quando questa notizia si diffuse a Numenor, non pochi ebbero a sussurrare che Eargon sarebbe presto divenuto un condottiero la cui fama avrebbe oscurato quella di qualunque altro paladino di Elenna; essi, tuttavia, non si avvidero che il giovane comandante era divenuto seguace di Pharazon ed ambiva ottenere conoscenze arcane, quali mai gli Uomini della sua stirpe avevano domandato e che sarebbe stato saggio non concupire mai; egli fu dunque corrotto e sedotto da Adunaphel e ne divenne lo schiavo preferito, nonché quello di gran lunga più potente”.
“In nome di Bema – proruppe allora la voce colma di orrore di Aldor Roc-Thalion – cosa accadde dunque a quel giovane, allorché la sua volontà fu annientata ed egli cadde vittima dell’Ombra? Non è ancora trascorso un giorno dacché ho udito la tua spaventosa storia sul maniero dei Nazgul e il mio cuore trema al pensiero di quale infausto destino possa aver conosiuto un siffatto Uomo!”
“Invero, il suo fu un destino di morte, ché egli aveva appreso le Arti Oscure ed era divenuto un capitano di mare quale pochi potevano vantare di eguagliare, né gli erano sconosciuti i segreti del Regno che il padre, per sua e nostra sventura, aveva osato narrargli, non sospettando alcunché. Eargon, allora, divenne una formidabile spia al servizio di Pharazon; eppure, le disgrazie maggiori dovevano ancora accadere».

L’Infame Giuramento_III parte (Una scelta difficile)

Bentrovati! Proseguo, in questo articolo, la narrazione degli eventi che condussero alla caduta di Numenor. Dopo aver avuto un alterco con Miriel in merito alla sua lealtà nello scorso articolo L’Infame Giuramento_Parte II (A chi va la mia lealtà?), Erfea prosegue la narrazione degli eventi passati ricordando la difficile scelta che si prospettò ai capitani lealisti di Numenor: deporre le armi per assoggettarsi a Pharazon e concludere così la guerra civile iniziata alcuni mesi prima, oppure resistere andando contro Pharazon e la loro stessa regina che richiedeva la pace tra le due parti. Del brano che ho trascritto mi piace rilevare l’umanità di Erfea, che si coglierà non solo nel confronto con Amandil ed Elendil, ma anche nel valutare i suoi sentimenti per Miriel, che dovevano essere oggetto di grande curiosità per i suoi contemporanei, attirandogli non poche critiche e perplessità.

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«”Avventata fu invero la decisione di Tar-Miriel, Erfea – interloquì allora Aldor Roc-Thalion – eppure io non comprendo per quale motivo ella agì seguendo la via della stoltezza anziché della prudenza. Fu forse per follia o per qualche altra ragione che la regina di Numenor venne meno ai suoi doveri dinanzi al popolo?”
“Signore dei cavalli, all’epoca non compresi quale oscura trama si celasse dietro un’azione tanto avventata. Credevo, come molti altri, che la mente di Miriel fosse stata ingannata da qualche oscuro sortilegio e che ella fosse divenuta succube di uno dei servi di Pharazon, o, addirittura, del cugino stesso; ed in questo, come mostrarono gli eventi successivi, non mi ero sbagliato di molto, ché invero ella era caduta vittima della nequizia del figlio di Gimilkhad; eppure, vi erano altri motivi per i quali simili gesti venivano compiuti e, all’epoca, essi mi erano in gran parte ignoti; quanto accadde nei giorni seguenti mi dimostrò che, sovente, gli inganni orditi dagli uomini intrappolano, ancor prima delle loro vittime, quanti ne sono i folli artefici”.
Penosi mi apparvero i volti dei comandanti di Numenor allorché ritornai da loro latore di novelle di cattivo auspicio, e per lungo tempo essi non osarono parlare; dopo alcuni istanti che parvero non avere mai fine, si levò la voce di Amandil della casata di Andunie: “Miei signori, è stato ordito un oscuro inganno alla casa dei reggenti di Numenor; la nostra lealtà ci consiglierebbe di prestare fede al giuramento che stringemmo allorché fummo proclamati paladini del regno; non mi sbaglio, forse, affermando che fra noi vi sono tutti coloro che siedono al Consiglio dello Scettro e che detengono le sorti della nostra nazione? Se le mie parole non suonano false alle nostre orecchie, ebbene, perché noi dovremmo venire meno alla lealtà nei confronti di colei che ora siede sul marmoreo trono di Andor? Tale sarebbe il mio parere, se questi fossero giorni di pace, che io abbandonerei questi accampamenti e mi recherei ad Ovest, ove è la mia dimora ed attende impaziente la mia signora: eppure, così non è, ed i nostri voleri sono obbligati ad un’ardua scelta, ché essa potrebbe condurre Numenor alla caduta o alla vittoria.
La lealtà di coloro i quali siedono in seno al Consiglio dello Scettro non può essere messa in discussione, né verrà meno; mi chiedo, tuttavia, quali siano le reali intenzioni della nostra sovrana, ché la sua mi sembra una volontà vacillante; nondimeno, se questa mia ipotesi si dimostrasse veritiera, quale dovrà essere il comportamento che le nostre armate assumeranno? A chi andrà la nostra lealtà? A colei che è la figlia di Tar-Palantir o a colui che le sussurra gli ordini, occultato dall’oscurità di questi giorni?”
Silenzio si fece in tutta la tenda, ché ciascuno era immerso nelle proprie riflessioni; infine mi levai dallo scranno e presi la parola: “Membri del Consiglio dello Scettro e Comandanti degli eserciti di Numenor, avete testé udito la chiara voce di Amandil, il Sovrintendente, esporre il suo pensiero; permettete ad Erfea Morluin, della casa degli Hyarrostar, di parlarvi con la medesima chiarezza che caratterizzò il discorso del mio illustre parente. Invero, mai come in questo momento la volontà della nostra sovrana è stata sì vacillante da indurmi a chiedere se la nostra lealtà a Numenor non debba venire meno. Ebbene, mendace fu l’affermazione della nostra sovrana, ché la nostra obbedienza non già alla casa regnante, ma al popolo di Elenna è rivolta”.
Sguardi stupiti si levarono e più d’uno fu pronto a prendere la parola per replicare, sicché alzai la mano e chiesi di poter continuare a discorrere; allora essi parvero acquietarsi, ma i loro visi febbricitanti e colmi di timore covavano profonda inquietudine: “Miei signori, se è vero che la stirpe di Elros ha governato per lungo tempo la nostra patria, ciò è stato reso possibile per mezzo delle opere che il nostro popolo ha intrapreso; e se un dì il sangue dei sovrani di Elenna dovesse venire meno, pure non dovremo noi lealtà a coloro che giurammo di servire, affinché la follia e la sventura fossero tenute lontane dai loro giacigli? Quale lealtà dovremmo oggi perseguire se non quella che permetterebbe di salvare la nostra gente dalla furia distruttrice della guerra? Ché, se è vero la stirpe di Elros, di cui condividiamo il glorioso lignaggio, essere simile ad una rigogliosa pianta, pure essa è divenuta tale nel corso dei secoli, perché il colto e savio giardiniere ha avuto cura di lei; e se questo può sopravvivere privato di quella, è impensabile che il virgulto possa esistere senza colui il quale ne ha amorevole cura”.
Allorché l’eco della mia voce si spense, soffocato dai cinerei fumi che si levavano dai caldi bracieri, così parlò Amandil: “Gravi sono state le tue parole ed esse suonano sconosciute alle mie orecchie, figlio di Gilnar; tuttavia, poiché non sembri che quanto dirò sia troppo avventato, desidero domandanti perdono fin d’ora se le mie parole feriranno il tuo orgoglioso animo; coloro che rimembrano eventi accaduti anni or sono, infatti, non hanno obliato quale sentimento ti legasse un tempo a mia cugina, Tar-Miriel; vorresti tu smentire o confermare quanto le mie parole hanno rivelato dinanzi a questo consesso? Rispondimi, dunque!”
Freddo era stato il tono che aveva adoperato Amandil e non meno gelida fu la mia risposta: “Se io sapessi, o signore di Andunie, che la pace giungerebbe fra noi sulle ali dei medesimi venti che condussero fra noi questa missiva di sventura – e così parlando, levai in alto la pergamena scritta di pugno da Tar-Miriel, affinché tutti potessero scorgerla – avrei esortato i vostri voleri a rimettere le armate di cui siete comandanti nelle grinfie di Pharazon. Volete, dunque, che codesto sia il vostro ultimo gesto da uomini liberi, affinché la gente possa dire che preferiste una pace ignominiosa ad una resistenza valorosa? Quanto all’affetto che mi lega alla sovrana di Numenor e di cui, non dubito, molti hanno sussurrato nei giorni passati, non sarò certo io a disconoscerlo e, se questi non fossero tempi di dolore e follia ricolmi, mai avrei diretto i miei passi sì a levante; tuttavia, poiché non è per mezzo di questo sentimento che la libertà del popolo Numenoreano potrà essere preservata, è necessario che io debba prendere questa decisione.
Ho servito lealmente Numendil, tuo padre, e Tar-Palantir prima che la morte lo cogliesse; se la sua erede avesse mostrato maggior perizia nelle sue scelte, diverso sarebbe stato il mio parere in questa ora.”
Rabbia covavo nel mio cuore ed Amandil ne fu sgomento, ché di rado mi era accaduto di levare la voce nei suoi confronti, essendo egli come un fratello per me; Elendil, tuttavia, che molto era cresciuto in saggezza ed in lungimiranza dacché era iniziato il conflitto, parlò e acquietò i nostri animi feriti: “Padre mio, nobile cugino, perché adirarsi l’un contro l’altro? Quali che siano i sentimenti di Erfea per la nostra sovrana, è evidente che essi non sono d’impedimento al raggiungimento dello scopo per il quale siamo stati qui convocati. Se, infatti, Pharazon prevarrà e la guerra si estenderà anche a Numenor, abbandonando per qualche tempo queste coste, quale sarà la nostra scelta? Continueremo a prestare cieca obbedienza alla figlia di Tar-Palantir, oppure privilegeremo il bene del popolo? E se questa si rivelasse la migliore fra le decisioni possibili, quale destino si preparerà dinanzi ai nostri sguardi?”
Sagge erano state le parole di Elendil ed io così gli risposi: “Quale futuro incontreranno i nostri spiriti, è invero arduo indovinare; noi, tuttavia, non siamo aruspici, né affidiamo al capriccioso Fato le nostre vite. Chiedo scusa ad Amandil, ché non intendevo provocare fra noi discordia e astio; fu l’ira a parlare in me, non altro”.
“Erfea – così rispose il padre di Elendil – se la mia lingua ti è parsa infida, allora domando perdono per le parole che ho incautamente pronunziato; solo, desideravo comprendere quale sarebbe stata la tua scelta, se essa avrebbe preferito il cuore o la mente, ché sovente la volontà di Uomini savi e valorosi si perde in meandri tortuosi, difficili da comprendere”.
Silenzio si fece in tutta la sala, ché sebbene fosse scesa nuovamente la pace fra noi, pure vi erano ancora molte voci che tacevano e un accordo non era stato ancora raggiunto.
Erfea tacque, rimembrando lo stupore ed il silenzio che avevano regnato dopo la sua disputa con Amandil; allora Groin parlò e gli pose un simile quesito: “Figlio di Gilnar, hai testé affermato che il Sovrintendente di Numenor volle accertarsi che i tuoi intenti non fossero oscurati dall’amore che provavi per Miriel; credi, dunque, che egli tenesse in poco conto il destino di sua cugina e non si curasse del suo futuro, pur sapendo che ella non avrebbe più goduto della medesima benevolenza di un tempo, perfino presso di te?”
“Difficili sono da scrutare gli animi dei Numenoreani; questo solo posso rivelarti, figlio di Bòr: Amandil sempre diffidò della mia proposta, ché egli avrebbe preferito che fosse Tar-Miriel a detenere il trono e che io divenissi principe regnante accanto a lei; perfino quando fu designato sovrano dei Numenoreani Fedeli, egli accettò tale incarico a malincuore, non ritenendosi affatto all’altezza del suo ruolo; eppure, come dimostrarono gli eventi successivi, quella si dimostrò la scelta più saggia”.
“Tuttavia – interloquì allora Aldor Roc-Thalion – non sarebbe stato preferibile che tu regnassi accanto a Tar-Miriel, anziché permettere che la frattura fra i Numenoreani divenisse sempre più profonda? Molti eventi infausti avrebbero in tal modo essere potuti evitati, se Atalante non fosse mai accaduta e Sauron non avesse recato seco il germe della corruzione fra gli uomini dell’Ovesturia”.
Erfea ristette per qualche attimo in silenzio, infine così gli rispose: “È probabile che alcuni destini sarebbero stati mutati, se la mia scelta si fosse rivelata differente; eppure, Aldor del popolo degli Eothraim, sappi che se tale si fosse dimostrato il mio volere ed io avessi impugnato lo scettro di Numenor, trascorrendo le mie notti nel dolce talamo reale, pure la rovina non avrebbe tardato a cadere su di noi. Davvero credi che il seme di Sauron non fosse stato già sparso tra i Dunedain, all’epoca in cui io ed Amandil dibattevamo del destino di Elenna? No, ché esso era già fiorito ed aveva recato seco i suoi letali profumi; ancor prima che il nome di Pharazon echeggiasse a questo mondo, altri Numenoreani erano caduti sotto il giogo dell’Oscuro Signore; di Er-Murazor, Akhorahil e Adunaphel ho già parlato, sebbene la parte che essi ebbero nella Caduta non fu piccola; eppure, anche nei secoli successivi alla comparsa dei Nazgul, molti principi e guerrieri scelsero il vessillo di Mordor, pur credendo di essere liberi signori delle contrade che conquistarono con le armi. Gimilkhad, padre di Pharazon, fu uno di questi ed egli non fu né il più spietato, né il più crudele fra quanti si prostarono a Sauron ed ai suoi servi; Arthol, principe del Mittalmar, cadde vittima della medesima nequizia e con lui molti altri signori e dame. Quanto a me, sebbene provi profondo dolore per la morte di Tar-Miriel, pure comprendo che ella non avrebbe potuto essere salvata; vi provai, molti anni fa, ma fallii: fu allora che compresi quanto inutile sarebbe stata la mia unione con lei, vuoi perché ella era già vittima della disperazione e succube della volontà del cugino, vuoi perché, se anche i nostri corpi avessero conosciuto una serena vecchiaia l’uno accanto all’altro, quanti Numenoreani avrebbero seguito il mio ed il suo volere? Di questo resto convinto, ché mai il popolo di Andor sarebbe stato riunito, perché vi era infinita discordia tra i due partiti ed essi ambivano obiettivi differenti e contrastanti, come dimostrarono gli eventi degli anni successivi”. Tacque un attimo, infine così concluse: “Se non fosse esistito Pharazon, se Numenor fosse stata quella che i miei padri conobbero e onorarono, allora diverso sarebbe stato il mio destino; tuttavia, poiché queste condizioni vennero meno, codesta è stata la mia storia e, sebbene forte sia divenuto, con il trascorrere degli anni, il rimpianto per colei che persi allorché ero ancora giovane, pur comprendo che vi fu del bene nella sua infelice scelta, vuoi per una sua precisa volontà, vuoi per un disegno che i figli di Iluvatar scorgono di rado e di cui sono gli inconsapevoli artefici, sicché la stirpe degli Alti Uomini non è venuta meno ed essa prospera ancora oggi”.
“Ora comprendo quale volere ti mosse allorché abbandonasti Edhellond e, seppur conscio del bando che gravava su di te, prendesti la strada che conduceva a Numenor!” esclamò Elrond, il quale aveva preso posto accanto a Celebrian ed aveva ponderato ogni parola del Dunadan. “Fallisti, è vero, tuttavia non crucciarti, ché non imponesti la tua volontà sulla sua ed ella avrebbe potuto decidere diversamente se tale fosse stata la sua intenzione. È possibile, come hai testé affermato, che la sovrana abbia compiuto la missione per la quale era stata designata; eppure, labili sono i confini del mondo e al di là di essi vi è forse la speme che non tutto quello che gli Uomini hanno smarrito nel corso della loro breve esistenza vada definitivamente perduto, e alcuni legami siano destinati a sopravvivere alla morte stessa”.
“Diversi sono i destini degli Elfi ed in questo invidiano profondamente gli Uomini – interloquì allora Celebrian – eppure non è ancora giunta l’ora in cui i nostri fati debbano compiersi, ché molte volte ancora le rosse foglie dei faggi di Orthanc cadranno prima che il nostro destino sia compiuto e la gloriosa stirpe dei Noldor debba abbandonare questi lidi mortali.”
A lungo, coloro che erano con il Sovrintendente di Gondor rifletterono sulle parole che la figlia di Galadriel, di cui tenevano in gran conto il potere, aveva pronunziato, essendo ella saggia e lungimirante; infine, la profonda voce di Bòr si levò a sua volta: “Molti pareri sono stati espressi in questa ora e, sebbene il destino ultimo dei figli di Aule sia stato divulgato solo presso i loro eredi, pure dirò innanzi a voi che i nostri spiriti si reincarnano in altri corpi ed in questo credo che il nostro fato non sia dissimile da quello degli Elfi; tuttavia, poiché il sole è ormai calato ad occidente, inviterei Erfea a concludere il suo racconto, ché molto desidero apprendere gli eventi che condussero alla rovina Numenor ed egli non ha ancora fornito risposte esaustive alle mie domande”.
Rise il principe di Numenor e inchinatosi cortesemente all’anziano nano così gli rispose: “Errano coloro che credono l’abilità dei Nani essere solo nel forgiare forti armature e lame taglienti! Mio buono Bòr, vi sarà tempo per concludere il mio racconto, dopo che avremo desinato e coloro che sono affamati avranno soddisfatto i loro appetiti; qui vi attenderò, al calare della seconda ora dopo il tramonto, se vorrete ascoltare quanto la mia voce narrerà”».

L’Infame Giuramento_Parte II (A chi va la mia lealtà?)

Bentrovati. In questa seconda parte de «Il racconto dell’infame giuramento», Erfea, sollecitato dai suoi compagni a raccontare gli eventi che condussero alla fine del regno di Tar-Miriel (cfr. L’Infame Giuramento_Parte I (Il ritorno di Celebrian) ricorda il profondo dissidio che ebbe con la regina in merito alla lealtà che i Paladini di Numenor avrebbero dovuto tenere, se per la massima autorità del regno (ossia Tar-Miriel stessa), oppure per lo Stato, inteso come insieme di leggi e cittadini. Erfea, mostrando una sensibilità tipica di un uomo moderno, sceglie la lealtà verso lo Stato: nessun uomo o donna, neppure una regina, può essere ritenuto superiore alle leggi. Inutile aggiungere che un simile contrasto avrà inevitabili ripercussioni sulla vita privata del nostro Paladino…

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Nell’immagine in alto potete ammirare Tar-Miriel nei panni della moglie di Pharazon.

«Erfea tacque per qualche istante, ché la sua mente andava a quei giorni remoti, di cui pochi oggi serbano memoria, ché l’incuria degli Uomini è cresciuta ed essi non si curano più di quanto accadde nei Tempi Remoti; infine parlò e parve a tutti che la sua voce provenisse da quei lontani anni, allorché egli era principe di una contrada oggi feudo della maestà di Ulmo.
“In quei giorni, come alcuni di voi ricorderanno – e quivi il suo sguardo cadde su Celebrian ed Elrond, sicché essi parvero annuire – io ero il comandante della cavalleria di Numenor e conducevo, assieme a uomini minori nel numero rispetto ai nostri avversari, ma il cui valore era proporzionato alle gesta che compirono, una lunga ed estenuante guerra contro coloro che noi chiamammo Numenoreani Neri, ché essi erano invero crudeli nell’animo ed ambivano possedere ogni sorta di ricchezza e di privilegio: per anni, il mare e la terra furono oltreggiati dal sangue dei caduti e l’aria fu offesa dalle alte grida di agonia che si levavano dai campi di battaglia. Atti di valore furono compiuti da entrambi gli schieramenti, eppure quanti sostenevano la causa di Pharazon parevano crescere di numero, mentre sempre meno soldati seguivano il vessillo di Numenor, prestando ascolta, per paura o ambizione non saprei dire, alle seducenti menzogne che il nemico sussurrava agli orecchi degli stolti e di cui Pharazon si prestava volentieri ad essere araldo; egli ambiva ottenere il trono e la maestà dei Numenoreani e poco o punto si curava di quanti militavano nelle sue fila, fossero essi mercenari privi di scrupolo o rinnegati provenienti da remote contrade: mai vennero meno l’oro e l’argento nei suoi forzieri ed egli indossava suntuose armature e si baloccava con preziosi quali mai i miei occhi hanno mirato presso altre genti. Degli oscuri sortilegi che accompagnarono e guidarono l’ascesa al trono del cugino della sovrana preferisco non farne parola, ché essi arrecarono infiniti lutti alla mia gente ed erano spaventosi ad udirsi; pure, Phararzon non mostrava timore di adoperare le arcane parole che mai avrebbero dovuto essere pronunciate, né si dimandò donde provenissero. Fra noi, vi era chi sosteneva essere al fianco del principe un uomo esperto delle Arti Oscure che si praticano a Mordor, senza tuttavia conoscerne il nome; io, tuttavia, per quanto sospettassi l’identità di un simile signore di inganni e sortilegio esperto, pure non potetti confermare o smentire i miei sospetti fin quando Pharazon non fu incoronato ed io riconobbi il suo oscuro mentore; ma questo accadde in seguito ed io non avrei mai creduto che la follia sarebbe dilagata a Numenor in tale misura da divenire tosto inarrestabile”.
Tacque un attimo, indi riprese a parlare: “Durante il primo anno di guerra, avevo ottenuto un’importante vittoria sugli eserciti di Numenoreani Neri presso la città fluviale di Tharbad, molte leghe a nord dal luogo presso il quale discorriamo: quella sera, mentre i soldati festeggiavano ed intonavano canti di vittoria, tenni un consiglio di guerra nella mia tenda ed erano con me i Signori di Elenna che sostenevano la causa di Tar-Miriel; cupi ed angosciati erano i loro volti, malgrado la vittoria ottenuta ed essi, ancorché fossero possenti guerrieri, erano riluttanti a parlare. Infine, allorché sembrò che il silenzio fosse divenuto sì grave da non poter essere più ignorato, Amandil, figlio di Numendil, si levò dallo scranno e pronunziò questo discorso: “Capitani di Numenor, godiamo di questa vittoria, eppure sappiate che essa non potrà rallegrare a lungo i nostri animi; molte, infatti, sono le notizie di cattivo auspicio pervenute dalla nostra dimora a questo accampamento, foriere di ventura per coloro che contrastano il volere di Pharazon”. Inquieti, attendemmo che egli srotolasse sotto i nostri febbricitanti occhi un rotolo imponente; sospirai, allorché lo scorsi, ché mi era noto il sigillo appostovi ed esso era caro al mio cuore; crebbe allora il disagio nel mio animo ed io ascoltai la voce del Sovrintendente di Numenor narrarci il contenuto della missiva: con orrore, mi accorsi che essa ordinava ai Comandanti del Regno di deporre le armi, ché non vi era più guerra fra i Numenoreani ed i rancori che in quei mesi avevano animato entrambi gli schieramenti dovevano essere obliati in nome della comune concordia.
Allorché Amandil ebbe terminato la lettura della pergamena, gli sguardi dei presenti si volsero, quasi all’unisono, verso il mio volto, sicché mi parve che essi attendessero una risposta che io solo avrei potuto offrire ai loro animi, tormentati dal dubbio; chi fra noi, infatti, avrebbe ceduto le armi, sapendo che, infine, il Nord era stato liberato dalla lordura dei servi di Pharazon e che ci dirigevamo trionfanti verso il Sud, lì ove il cugino della sovrana attendeva l’impeto delle nostre armate?
Pesante fu il mio cuore e grande fu lo sforzo che posi nel leggere quella pergamena, nutrendo la speranza che essa fosse stata vergata non già dalla regina di Numenor, nel cui nome combattevamo, ma da un’astuta spia; infine, emisi lentamente il mio verdetto su tale questione, ché ero, fra loro, colui che meglio conosceva la Signora di Armenelos e vi erano non pochi eventi che la riguardavano, ignoti a tutti gli altri, il cui ricordo custodivo nel mio cuore: “Questa pergamena è stata scritta dalla medesima mano che inviò i nostri eserciti, non più di trenta giorni fa, a Tharbad”.
Non ebbi bisogno di aggiungere alcuna parola, ché ogni cosa sembrava essere divenuta chiara a tutti e i miei compagni chinarono, prostati, il capo; infine, sforzandosi di parlare, Elendil si levò dal suo scranno e mi rivolse queste parole: “Principe dello Hyarrostar, non credo di ingannarmi sostenendo che molto hai appreso sulla sovrana di Numenor ed ella ha sempre rivolto benevolmente, in passato, il suo volere nei tuoi confronti; se quanto dico corrisponde al vero, allora ti chiedo di fare vela alla nostra patria, onde possa domandare alla regina in persona quale sia la sua volontà riguardo tale faccenda. Credo – e quivi parve che il suo sguardo si posassse su ognuno di noi – che altrimenti sarebbe molto penoso prendere una decisione inerente quanto abbiamo udito oggidì, ma che, in fondo, paventavamo all’interno dei nostri cuori dacché la guerra ebbe inizio alcuni mesi or sono”.
Mi levai dunque dallo scranno e abbandonai l’accampamento, dirigendomi verso la città di Tharbad; ivi, salpai a bordo di una piccola imbarcazione e mi diressi alla costa, ove sapevo era stato approntato un vascello per il lungo viaggio che mi avrebbe condotto a Numenor. Trascorse alcune settimane, approdai alle spiagge della mia patria e osservai con sgomento misto a sorpresa quanto i suoi abitanti fossero stati corrotti dalle bieche parole di Pharazon e dei suoi servi, sicché di rado mi rivolsero la parola e parvero aver obliato finanche il mio nome; chiesi udienza alla regina ed alla acconsentì a ricevermi: colmo di gioia fu il mio cuore nel rivederla, eppure il suo sembiante fu oscurato, come un fiore i cui petali fossero stati spezzati dal gelido Inverno.
A lungo le parlai e mi parve che ella non prestasse ascolto alle mie parole; infine, allorchè la mia pazienza sembrò esaurirsi, l’apostofrai con simili parole: “Mia Signora, giorno fa inviasti una missiva ai tuoi comandanti affinché deponessero le armi e si riconciliassero con i seguaci di Pharazon; eppure, ben m’avvedo come, perfino nella nostra patria, le cicatrici della guerra siano ancora visibili e fresche, sicché io ti domando per quale ragione volesti obbligare i nostri animi a compiere una simile volontà”.
Ella mi guardò, senza pronunciare parola alcuna; eppure, i suoi chiari occhi parvero domandarmi perdono e mi risposte con un antico detto, quali i Numenoreani adoperano in situazioni invero molto gravi: “Una speranza ho dato ai Duneadain, ma non ne ho conservato una per me”. Tacque per qualche istante, infine sospirò e presami la mano così mi parlò: “Vorreste, dunque, venire meno agli ordini della vostra sovrana? Non mentirmi, Erfea, ché io scorgo nel tuo sguardo il dubbio ed il timore che le mie parole hanno suscitato in te; eppure, se la lealtà dei miei comandanti dovesse venire meno, io perirei e altri avrebbero da patire sofferenze immani”.
Io la osservai, freddo, ché, sebbene il mio cuore sanguinasse copiosamente, pure non potevo ignorare quanto le sue parole avessero, inutilmente, tentato di occultare: “Vaneggi, Miriel, se credi che la nostra lealtà nei confronti di Numenor sia venuta meno; sappi, tuttavia, che ad essa solo risponderemo, quando sarà giunta l’ora, e a nessun’altra”. Ella, allora, lasciò cadere la mia mano ed il suo animo diventò gelido: “Va’, figlio di Gilnar e possa la tua lealtà non venire meno quando giungerà l’ora”.
Mi inchinai, senza risponderle alcunché, perché avevo compreso cosa celassero le sue parole ed ella era ormai perduta; pesante fu il mio cuore quella sera ed io abbandonai Romenna al calar della notte, dopo aver inviato messaggi a mio padre affinché radunasse quanti più uomini possibili e si preparasse a reggere un lungo assedio; vi erano pochi o punti dubbi, infatti, che Pharazon, qualora avesse sconfitto le nostre armate sul suolo della Terra di Mezzo, avrebbe concentrato le sue attenzioni su Numenor, invadendola con i suoi eserciti. Foschi furono i miei pensieri durante il viaggio di ritorno e, allorché giunsi a Tharbad un mese dopo, ebbi conferma dei miei peggiori timori: una grande schiera di Numenoreani Neri, infatti, aveva sconfitto i nostri eserciti del Sud ed ora giungeva nell’Eriador come lupo in cerca della preda ferita”.»

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Nell’immagine in alto, raffigurazione dell’incontro tra Erfea e Miriel narrato all’interno di questo articolo. Artista: Anna Francesca Schiraldi.

L’Infame Giuramento_Parte I (Il ritorno di Celebrian)

Care lettrici, cari lettori, bentrovati. Nel mese di agosto vi intratterrò con le vicende narrate nel «Racconto del Marinaio e dell’Infame Giuramento»: prima di leggere questo e gli articoli che seguiranno, tuttavia, vi consiglio la lettura del «Racconto dell’Ombra e della Spada», perché si tratta della continuazione ideale del filo narrativo iniziato in quel testo. Ad ogni modo, eccovi un breve riassunto delle vicende precedenti: al termine de «Il Racconto dell’Ombra e della Spada», Pharazon e i suoi consiglieri Nazgul avevano elaborato la loro strategia per prendere il potere a Numenor e rovesciare il regno della legittima sovrana, Tar-Miriel. In questo racconto, dunque, le premesse sinistre poste in quella riunione segreta tenuta dai Numenoreani ribelli diventeranno realtà; e toccherà ad Erfea, tornato nuovamente protagonista, essere la voce narrante di quanto accadde nell’ultimo anno di regno di Miriel, nel 3255 della Seconda Era.
Si tratta di un racconto molto drammatico e ricco di colpi di scena, al quale sono particolarmente affezionato. La vicenda si apre ad Orthanc (Isengard) nel mese di giugno dell’anno 3429 della Seconda Era: in quel luogo, infatti, si erano ritrovati i principali leader dei Popoli Liberi allo scopo di formare quella che sarebbe divenuta nota come «Ultima Alleanza», destinata a combattere il potere crescente di Sauron; ed è in questo frangente che Erfea ritrova una sua carissima amica…

Spero possa risultare piacevole la lettura di questo testo, così come per me è stato emozionante scriverlo. Aspetto i vostri commenti, buona lettura!

«Due figure si ergevano, l’una accanto all’altra, nel luminoso meriggio di giugno; deferenti inchini rivolgevano loro le alte guardie della poderosa fortezza che i Numenoreani avevano edificato alle sorgenti dell’Isen: Orthanc era il suo nome in lingua elfica e numerosi furono i principi ed i condottieri che quell’anno si recarono nelle sue profonde aule, affinché la minaccia di Sauron fosse allontanata dai reami delle libere genti ed esse non dovessero più patire la crudele schiavitù che i servi dell’Oscuro Signore imponevano a quanti avevano la sventura di cadere sotto i loro laidi artigli.

Lentamente, le due figure procedevano; l’una, ricolma di giovanile grazia e di sapienza vetusta, inspirava finanche nel più pavido figlio di Iluvatar amore per la sua bellezza senza tempo; neri come ala di corvo erano i lunghi capelli e nei vividi occhi brillava serena la luce di Earendil, colui che reca la speme fra coloro che sono in preda allo sconforto.

Vellutato era il passo della dama ed ella calzava morbidi stivali di bianca pelle; allorché, intimorati da tale bellezza, le alte guardie, eredi della maestà dei figli degli uomini, osavano levare lo sguardo, non pronunziavano parola alcuna, ancorché il nobile portamento della Signora ne consigliasse l’uso; ma quale suono poteva levarsi dalla bocca dei Secondogeniti dinanzi a cotanta bellezza, sicché non fosse parso impudico e sgradevole da udirsi? Gli Uomini che avessero avuto l’ardire di ammirare i suoi limpidi occhi, avrebbero scorto la maestà di Ulmo agitarsi in essi e lo stupore ne avrebbe invaso l’animo, ché non vi era dama mortale il cui sembiante fosse così vivido e splendente. Una Signora fra i Noldor ella era, giunta in codesta contrada per discutre dei grandi eventi che erano accaduti in quegli anni, sì lontani dai nostri giorni: grande era la sua lungimiranza ed i popoli abbisognavano del consiglio della figlia di Celeborn del Doriath e di Galadriel del Lorien; Celebrian era il suo dolce nome ed ella appariva simile a Varda, la sposa di Manwe.

Poco o punto l’Elfa si curava degli sguardi che le venivano rivolti, ché era intenta ad ascoltare quanto il suo compagno le narrava; una stinta ed ampia cappa occultava il capo di costui, eppure, le alte guardie mostravano nei suoi confronti la medesima dedizione che ponevano nel volgere il saluto alla dama dei Noldor: nulla era visibile del suo sembiante, eccetto un lungo fodero nero ed argentato che era al fianco ed un ampio mantello color del cielo; finanche i più anziani tra i soldati di Gondor cedevano il passo innanzi al suo e gli rivolgevano inchini profondi e sinceri, ché era noto il nome di tale comandante ai loro orecchi ed essi avevano imparato a rincuorarsi allorché udivano la sua voce, memori di quanto avevano compiuto dinanzi ai loro attoniti occhi durante gli assedi di Minas Ithil e di Osgiliath.
Cortesi cenni l’Uomo rivolgeva ai soldati ed essi erano colmi di ammirazione per il loro Signore e Comandante, ché era dello stesso lignaggio di costoro e proveniva dalla medesima patria ora scomparsa tra i flutti del Grande Mare.
A lungo camminarono, l’Elfa concedendo il proprio braccio all’Uomo che le era al fianco, secondo le usanze cortesi di quei popoli d’arte e di scienza esperti; infine, allorché ebbero percorso un’ampia scalinata e furono usciti all’aperto, Celebrian prese riposo su un alto scranno in pietra che mani savie avevano posto lungo il sentiero che dal pinnacolo di Orthanc conduceva al cancello meridionale delle mura esterne: l’uomo accanto a lei, dopo essersi leggermente inchinato, parlò ancora per qualche istante, infine tacque e l’unico suono che si udì fu quello dei gai e freschi zampilli d’acqua che dalle fontane sgorgavano verso il basso; infine, lieve come la neve in inverno, la dama si scostò una ciocca dai capelli e parlò: «Lungo è stato il tuo racconto, amico mio, ed ogni parola io ho ascoltato della narrazione; ora comprendo quanto dolore alberghi nel tuo animo ed il mio cuore piange perché non posso lenire simili ferite. Ahimé – concluse – questi giorni, di terrore ed oscurità intrisi, non pochi dolori arrecheranno alla prole di Iluvatar; infine mi è nota la sorte di Elwen la Mezzelfa, tuttavia sappi che le parole da te pronunciate in quest’ora nessun altro udirà».
L’Uomo la guardò e per un istante parve che brillasse, nella penombra all’interno della sua cappa, un remoto sorriso di gratitudine; infine ratto si voltò, ché gli era parso di ascoltare il suono di pesanti passi giungere alle sue spalle: due Nani erano intenti a percorrere il medesimo percorso per mezzo del quale egli e la dama degli Eldar erano giunti nel luogo ove riposavano le stanche membra. Nello stesso istante, un Uomo ed un Elfo, entrambi suntuosamente vestiti, comparvero dall’estremità opposta del sentiero; giunti che furono innanzi a Celebrian, il primo si inchinò profondamente, mentre l’Elfo, avvicinatosi, le prese dolcemente la mano; infine egli parlò e la sua voce riecheggiò limpida e profonda tra i maestosi alberi che occultavano quell’ameno luogo alla vista altrui.
«Grandi eventi sono accaduti in questi mesi ed altri ancora potrebbero verificarsi, ché la minaccia di Sauron non è stata ancora respinta ed egli, come una serpe nel suo oscuro anfratto, attende, paziente, che la vittima gli si mostri incauta». «Così è – replicò l’alto Uomo che era con lui – ché i crudeli Spettri dell’Anello hanno invaso le terre che un tempo furono del mio popolo ed esso è dovuto fuggire a sud e ad ovest, abbandonando i ricchi pascoli del Rhovanion alla mercé degli Orchi e degli Orientali asserviti a Sauron».
«Avevo udito, Signore degli Eothraim, narrare delle devastazioni che i Comandanti dell’Oscuro Signore hanno diffuso, simili ad un’empia pestilenza, nelle contrade orientali della Terra di Mezzo; a stento riuscimmo a sbarrare l’entrata dei Cancelli di Khazad-Dum, allorché il Nemico giunse alle porte della nostra dimora»; tali furono le parole che Groin, figlio di Bòr, aveva prounziato, sicché così gli rispose l’Elfo: «Invero non vi è stato regno o dimora dei figli di Iluvatar che non sia stato scosso, di recente, dal flagello delle armate di Mordor, ché l’Oscuro Signore di quella remota contrada ambisce impossessarsi degli antichi cimeli dei popoli liberi onde poterli pervertire a suo piacimento».
Sagge sono le tue parole, mio signore – interloquì allora il nano più anziano – eppure, mai la speme è scomparsa dal Mondo, ché vi sono, perfino in questa ora sì buia, Elfi, Uomini e Nani che ancora osano contrastare la minaccia delle schiere del Maia Caduto, gli uni conducendo alla vittoria armate gloriose, gli altri smascherando i subdoli inganni che costui perpetua a danno dei suoi nemici; non è fra noi, infatti, Erfea, colui che chiamano il Morluin, che molta gloria acquisì nelle sue lotte contro i corrotti Uomini di Numenor e gli eserciti del servo di Morgoth?»
L’Uomo che era accanto a Celebrian fece allora scivolare la cappa stinta ed i suoi compagni ammirarono il volto del figlio di Gilnar, reso saggio dai numerosi anni trascorsi nell’esilio; sorrise, infine parlò ed essi gli prestarono ascolto: «Mio buon Bòr, molti anni sono trascorsi dacché avvennero gli eventi che hai testé richiamato alla memoria di tutti; quali racconti vuoi che narri innanzi a voi, dunque?»
«Figlio di Gilnar, solo ieri udimmo la tua profonda voce narrare ai nostri sorpresi orecchi le vicende di coloro che si impadronirono degli Anelli del Potere e furono corrotti dalla malizia del loro artefice. Suvvia, raccontaci quanto accadde allorché Numenor non era ancora caduta e Tar-Miriel regnava su di una contrada dilaniata da una feroce guerra civile».

Fine I parte (continua)

 

Storia di Miriel – Una promessa mancata

Concludo con questo articolo il racconto del «Marinaio e della Principessa»: dopo essere stata designata da suo padre Palantir come nuova regina di Numenor, Miriel deve affrontare nuove sfide, mentre un pericolo inquietante si staglia all’orizzonte e un rapporto, faticosamente ricostruito, rischia di incrinarsi forse per sempre…
Non sarà questo, tuttavia, l’ultimo racconto a narrare le vicende di Erfea e Miriel: al contrario, essi torneranno nei prossimi due racconti, i più oscuri e tragici tra quelli che ho scritto, che narreranno le vicende che, attraverso una crudele guerra civile, condussero all’instaurarsi del regno di Pharazon

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Tale fu dunque l’esito di una giornata che in seguito fu ricordata dagli esuli nella Terra di Mezzo come l’inizio della Caduta: infatti né il Senato, né il Consiglio dello Scettro riuscirono a portare avanti i loro lavori, ché i Numenoreani fedeli a Pharazon abbandonarono Feneria, in aperta sfida alla nuova sovrana, non riconoscendone l’autorità.

Pharazon abbandonò il Consiglio per ultimo, ridendo in modo beffardo, mentre si allontanava; egli non si curava di quanto accaduto, ché sapeva bene come la sua vittoria sarebbe giunta comunque, sebbene apparentemente risultasse sconfitto. Molti alleati e poteri sostenevano Pharazon, gli stessi che un giorno ancora distante lo avrebbero condotto a percorrere il sentiero della follia, fino alla sua rovina e a quella di Numenor.

Nessuno dei Dunedain, rimasti fedeli a Tar-Miriel[1], tuttavia, osava immaginare quali sarebbero state le conseguenze di quel giorno infausto. Erfea si avvicinò ad Elendil e così gli si rivolse: “Salute e te erede della casa di Andunie! Grande eloquenza hai dimostrato oggi di possedere, unita a saggezza e coraggio. Possa la tua stirpe continuare a prosperare, ché in essa sarà preservata la memoria degli antichi Vala e dei Giorni Remoti[2]”. Lieto, Elendil fece un breve inchino, infine prese la parola: “Grati mi giungono i tuoi complimenti; tuttavia a te, Erfea, figlio di Gilnar, della casa degli Hyarrostar, colui che chiamano il Morluin, dico che quando il tuo seme andrà perduto, allora Numenor cadrà, ché ben pochi fra noi possono competere con te in potenza e lungimiranza. Possa Manwe proteggere sempre la casa degli Hyrrostar, paladino di Elenna”. A tali parole, Erfea si inchinò a sua volta, e così i due uomini si congedarono.

Il figlio di Gilnar, tuttavia non abbandonò Feneria, ma ivi rimase, finché Tar-Miriel non lo ebbe raggiunto, quando ormai il crepuscolo era calato, e più nessuno vi era nell’ampio spiazzale, ed altro suono non si udiva se non l’eco del canto di Ulmo salire dolcemente dal basso.

A lungo Erfea e Tar-Miriel si osservarono, cercando ciascuno di sondare il pensiero altrui, infine Erfea prese la parola: “Salute a te, regina di Numenor! Non ti dissi forse che il nostro prossimo incontro sarebbe avvenuto quando entrambi avessimo assunto un nuovo nome? Ebbene, ora siamo in tal luogo, di pace e serenità, eppure scorgo nei tuoi occhi la stessa ansia e infelicità di allora. Non sono forse veritiere le mie parole?”

“Mio signore – replicò Tar-Miriel – all’epoca del nostro primo incontro non mi avvidi della tua lungimiranza. Intorno a me è caduta una cortina oscura, tale che i miei sensi ne sono offuscati e la mia anima si duole per questo. Il mio destino è ormai scritto a chiare lettere e a esso io non mi sottrarrò. Non dirò però se esso mi risulti gradito o meno; tuttavia sono lieta che Elendil di Andunie ed Erfea Morluin siedano con me al Consiglio dello Scettro”.

Ciò detto un sorriso illuminò lo spento viso di Tar-Miriel, come un raggio di luna che si fosse posato su un diamante, facendolo risplendere. Erfea si alzò e presale la mano la baciò dolcemente: “Così dovrà essere, ché innanzi a me io scorgo innumerevoli disagi e pericoli, davanti ai quali, forse, l’isola del Dono è destinata a soccombere. Non ti indicherò, Tar-Miriel quale dovrà essere il sentiero da percorrere; se non sarai tu in grado di tracciare la giusta rotta, allora nessun altro potrà farlo. Io però voglio farti una domanda alla quale ti prego di rispondere”.

Rise allora Tar-Miriel e l’eco del suo riso incuriosì e meravigliò ogni forma di vita che si trovava in quel luogo: rami parvero tendersi verso di lei, mentre innumerevoli animali si approssimarono ai suoi piedi, invisibili agli occhi umani; finanche le grandi e maestose aquile di Manwe si levarono in volo, senza avvicinarsi troppo tuttavia, essendo quello un luogo sacro, ma limitandosi ad osservare la bionda fanciulla, per mezzo della loro vista acuta.

Tar-Miriel rise ancora, poi fece un inchino ad Erfea: “Davvero, principe di Hyarrostar, tu chiedi questo? Eppure, tale è la tua lungimiranza, che la mia riposta invano potrebbe essere elusiva o falsa. Tu domandi una risposta che possiedi dentro di te”. Sorrise compiaciuto Erfea: “Potente è invero il dono della lungimiranza, eppure non ritengo di sbagliarmi affermando che esso giunge alla maggior età, divenendo molto forte negli eredi di Elros”. Rise nuovamente Tar-Miriel, e parve davvero che il velo d’oscurità che l’aveva turbata, sfumasse come nebbia al sole: “Invero, non ti sfugge alcun dettaglio, figlio di Gilnar. Suvvia! Entrambi conosciamo quale sia l’interrogativo e quale sia la risposta. Non negherò che a lungo ho temuto questo momento, eppure ora tale paura è scomparsa, lavata via da questa notte benedetta. Forte è la tempra degli uomini, se essi così a lungo attendono e infine gioiscono”. “E ancor più splendente è Tar-Miriel, sovrano di Numenor, se la sua luce trafigge l’oscuro velo che a lungo l’aveva imprigionata”. Sorrise l’erede di Elros, mentre porgeva il proprio braccio ad Erfea, raggiungendo Armenolos, perla di Numenor, l’uno fianco all’altra; giunti che furono innanzi al palazzo, così si congedò Tar-Miriel dal suo ospite: “Erfea, possono gli dei ricompensare il tuo valore e la tua saggezza, con quanto il tuo cuore arde di ottenere.”

“Invero, Tar-Miriel, giusta ricompensa è stato per me questo incontro. Sono lieto che tu abbia accettato questo incarico nel tuo cuore”.

“Davvero Erfea, credi che la mia forza sia stata sufficiente a dirigere in tale direzione il mio percorso? No, principe di Numenor, un’altra volontà oltre alla mia ha deciso che così dovesse essere; grata sono ad essa, ché ancora la mia deve crescere e svilupparsi. Non è stato detto forse che il seme è lento a germogliare? Attendo dunque che fiorisca”.

“È stato anche detto che dal buon virgulto, si sviluppa la vite dai dolci frutti” le rispose Erfea sorridendo, e così i due si lasciarono, ripromettendosi di vedersi l’indomani.

Molti eventi funesti, impedirono che Erfea e Tar-Miriel potessero nuovamente incontrarsi, che nell’anno 3255 della Seconda Era, la guerra civile scoppiò per la seconda volta a Numenor e per molti mesi si combatté per mare e per terra, nell’isola e nel continente della Terra di Mezzo.

A lungo i capitani dei Dunedain opposero una fiera resistenza ai Numenoreani Neri, aiutati nel loro compito dai cavalieri del Rhovanion, degli elfi di Gil-Galad, e dai nani di Durin IV. Invano Erfea vinse una grande battaglia, strappando la città di Tharbad[3] ai Numenoreani Neri; invano ché nulla poteva il coraggio dei Dunedain contro il Signore di Mordor; cospiratori egli inviava per sobillare le feroci genti dell’Harad e gli Esterling del Rhun contro i popoli liberi e sebbene questi guerrieri della steppa e del deserto, non marciassero ancora tra le stesse file dei Numenoreani Neri, mai capitò che i seguaci di Pharazon cadessero vittima di agguati di tali popoli. Molti capitani esperti e valorosi, furono torturati e trucidati dai servi di Mordor, e laddove non si poté giungere con la spada o con l’inganno, gli agenti dell’Oscuro Signore si servirono dell’oro corruttore. In tal modo la guerra fu vinta da colui che sarebbe divenuto l’ultimo re dei Numenoreani, Ar-Pharazon il Dorato; eppure mai, finanche nel periodo di massimo splendore del suo regno, egli si rese conto dell’enorme prezzo che la sua vittoria aveva richiesto, ché Sauron di Mordor, e non già Ar-Pharazon fu il vincitore del conflitto. Forte divenne allora il potere dell’Ombra sugli uomini, ed ecco, essi non badavano più alla loro discendenza, ma in sale vuote e sepolte nel profondo della terra, trascorrevano la loro folle esistenza alla ricerca dell’immortalità, mentre eruditi ormai obliati, stilavano libri d’araldica delle stirpi di uomini vissuti nei tempi remoti; su alte torri, folli astronomi senza volto domandavano segreti inaccessibili ai mortali alle fredde e silenziose stelle di Varda.
Tale fu l’esito della guerra a Numenor; tuttavia, poiché il dolore superò la comprensione, ben pochi tra gli Elendili si occuparono di annotare quanto accadde in quei giorni lontani e scarsa è la nostra documentazione a proposito.
Tuttavia, fu detto che Erfea a lungo abbia tentato di parlare alla sovrana, e che quando ci fu riuscito, tali parole la sua bocca abbia pronunciato:
“Salute a te, regina di Numenor, Tar-Miriel figlia di Tar-Palantir, erede di Elros! Ecco che l’Oscurità incalza ed io Erfea Morluin, ammiraglio di Numenor, ti pongo questa supplica, affinché quello per cui combattiamo non vada perduto. Pharazon è il generale dei rivoltosi, ed erede anch’egli della stirpe di Earendil. Ti prego affinché venga messo in catene, prima che la fine giunga nelle nostre dimore”.
Accorato fu l’appello di Erfea; tuttavia triste fu la risposta di Tar-Miriel: “Salute a te, ammiraglio di Numenor! Risposta non ho da darti, ché mai riusciresti a comprenderne il motivo. Solo questo posso dirti: una speranza ho dato ai Dunedain ma non ne ho serbato una per me. Ti prego, in nome di Eru e della nostra amicizia di non porgermi altra domanda”.
Sconcertato, Erfea chinò il capo e abbandonò la sala del trono: alcuni mesi più tardi Ar-Pharazon fu incoronato sovrano di Numenor e prese come moglie sua cugina Tar-Miriel, contro la sua stessa volontà e la legge di Numenor, che proibiva il matrimonio tra consanguinei.
Più le mani di Erfea e Tar-Miriel si sfiorarono, mentre Feneria venne abbandonato e le sue colonne andarono in rovina; eppure vi è stato chi fra gli Esuli ha creduto di aver compreso il rifiuto della sovrana di Numenor ad acconsentire alla richiesta del suo ammiraglio. È stato detto, infatti, che ella abbia rifiutato e in seguito abdicato, perché costretta dalla minaccia di Ar-Pharazon, che in caso contrario avrebbe condannato a morte Erfea. Fino alla fine dei suoi giorni Tar-Miriel soffrì per il giuramento fatto al proprio sposo e solitaria trascorse la propria esistenza sino alla Caduta, quando tra le urla e lo sgomento ella perì, vittima del ricatto e dell’antica profezia che Manea anni prima aveva rivelato alle orecchie del sovrano».

Note

[1] Al termine della cerimonia che conferiva il titolo di re all’erede prescelto, costui poneva dinanzi al suo nome l’appellativo di Tar, che nella favella dei Noldor indicava colui che è nobile, e per estensione, il sovrano stesso.

[2] Nel corso della Seconda Era, progressivamente, i secoli precedenti vennero indicati impropriamente con tale locuzione; i Giorni Remoti, tuttavia, dovrebbero includere solo le Ere precedenti la creazione del Sole e della Luna.

[3] Tharbad era la capitale delle colonie numenoreane poste nelle contrade nord-occidentali di Numenor; in seguito tale titolo fu conferito alla città di Annuminas, allorché venne costituito il regno del Nord ed Elendil, figlio di Amandil, divenne sovrano dei Dunedain in esilio.

Storia di Miriel – Un’ascesa al trono contrastata

Con questo articolo presento una parte importante relativa al funzionamento della politica numenoreana nella tarda Seconda Era, ossia i meccanismi che designavano l’ascesa al trono del nuovo sovrano. Su questi aspetti non ho potuto basarmi, se non superficialmente, sui testi tolkieniani: il professore, infatti, si occupò in rare circostanze di questo argomento, accennando solo brevemente alla presenza, nel racconto di Aldarion ed Erendis, di un Consiglio dello Scettro, composto dai nobili di più alto lignaggio, che acquisì col tempo un ruolo e un potere sempre maggiori. Per scrivere questa parte del racconto, dunque, ho dovuto basarmi soprattutto sulle strutture politiche del passato, in particolare della società classica; ho concepito, seguendo queste ispirazioni, due organi di governo: uno, cioè il Senato, eletto dalle Gilde nelle quali erano concentrati i poli produttivi dell’Isola, e l’altro, per l’appunto, il Consiglio dello Scettro, che costituiva una camera ristretta, fissata a cinque membri più il sovrano, il cui voto valeva doppio. Può essere che qualche lettore trovi questa parte un po’ noiosa, perché si dilunga sul funzionamento di questi meccanismi amministrativi: me ne rendo conto, tuttavia è necessaria per la comprensione dell’evoluzione che la civiltà numenoreana stava vivendo in questa fase e della quale tratterò più approfonditamente in un prossimo articolo.
Ad ogni modo aspetto i vostri commenti, buona lettura!

«Giunse infine il giorno del Consiglio dello Scettro, ché molti eventi futuri avrebbe decretato: fin dalla prima ora del giorno, legati inviati da tutte le circoscrizioni di Numenor, avevano occupato i propri posti alle falde del Menalterma; era lì, infatti, che sorgeva la grande dimora che ospitava i membri del Consiglio e gli Ataranya[1] del Senato: Feneria, veniva chiamato, luogo del silenzio ché mai, tranne in tali occasioni, si udiva altro suono che non fosse lo stormire dei rami e l’eco della furia del mare. Qualunque altro suono taceva; perfino le grandi aquile di Manwe, sebbene ivi avessero i loro nidi, mai levavano grida, né sorvolavano lo spiazzale, limitandosi ad osservarlo dall’alto delle loro rocce aguzze: tale era la maestosità del luogo, che finanche nei giorno oscuri, quando Sauron ebbe corrotto definitivamente il cuore del re, mai egli osò mettervi piede, temendo la collera di Manwe.

Feneria occupava tale area da tempi immemorabili, fin da quando Numenor emerse dalle acque; al centro vi era un albero, simile a quello, bianco, che allietava il giardino del sovrano: Vardariana era il suo nome, consacrato alla regina dei Vala, e si diceva che dalla gloria della dea ricavasse nutrimento e splendore. Taluni marinai che nelle epoche successive si avventurarono, per sorte o per follia, ai confini del mondo, riferirono che l’albero era ancora lì, a fondamento della maestà dei Vala e faro per le genti oppresse da Morgoth e dai suoi servitori. Scarsi sono i racconti su Numenor, sopravvissuti dopo Atalante[2]; tuttavia, essi menzionano quali fossero le consuetudini e i rituali che aprivano le riunioni dei due massimi congressi di Elenna. Primi fra tutti, facevano il loro ingresso i sacerdoti di Manwe e le sacerdotesse di Varda, i quali dopo aver intonato canti e litanie in onore dei reggenti di Endor, liberavano due colombe bianche, simboli della pace e della concordia che dovevano trionfare in quel luogo; dopo aver svolto queste mansioni, essi si inchinavano davanti al sovrano, e sedevano nei posti riservati ai loro ordini, per far largo al sovrano, seguito dalla consorte e all’erede designato a prenderne il posto. Una volta che la famiglia reale avesse preso posto, il sovrano si rialzava nuovamente e apriva le porte di eog[3] del tempio di Eru Iluvatar, dichiarando, con tale gesto, che l’assemblea era aperta: nel seguente ordine facevano il loro ingresso i principi di Numenor, seguiti dai capitani della flotta, della fanteria e della cavalleria e infine dai rappresentanti dei mercanti, dei contadini, dei pescatori e dei pastori. In alcune occasioni anche gli ambasciatori di reami stranieri potevano presedere al consiglio, per sottoporre un problema all’attenzione del sovrano e della corte intera; nelle riunioni che erano indette nel mese di Yaramie[4], inoltre, i nuovi capitani dell’esercito eletti durante l’estate dalle gilde cui essi appartenevano, giuravano fedeltà al sovrano di Numenor.

Il Senato, composto dalla totalità degli uomini e delle donne appartenenti agli ordini sopra descritti, con l’eccezione del sovrano e dell’erede al trono, discutevano di quanto accadeva nella propria isola e nella Terra di Mezzo, fino a stilare un documento, che nel pomeriggio veniva consegnato nelle mani del re, il quale, dopo averne esaminato i contenuti, riuniva il Consiglio dello Scettro: tale era dunque l’organizzazione del potente centro amministrativo di Elenna, che ben pochi osavano disconoscere le decisioni in esso prese. Molti furono i temi dibattuti nel corso dei secoli, eppure tra gli esuli Dunedain che ancora dimorano nella Terra di Mezzo, è sempre viva l’immagine della sessione del Senato e del Consiglio dello Scettro che si tennero nell’Yaramie del 3154 Seconda Era.

Tosto parve chiaro a quanti erano presenti che una grande decisione stesse per aver luogo: un silenzio minaccioso si levò dagli scranni, quando, dopo aver compiuto i rituali e i sacrifici, il sovrano Tar-Palantir alzò la mano per prendere la parola:
“Salute a voi Numenoreani, principi e rappresentanti del popolo. Prima che il Consiglio inizi a deliberare, voglio annunziare ai presenti, che in questo giorno cedo scettro e trono alla mia erede: ella sarà regina con il nome di Tar-Miriel e presterà giuramento dinanzi a voi”. Lentamente Miriel si alzò dallo scranno e si fece strada verso il trono di Tar-Palantir: un’ombra pallida sotto il sole, come se una cappa le avesse coperto il volto, l’erede sarebbe stato investito in quel momento, se improvvisa come la discordia, non si fosse alzata una voce del basso, interrompendo la cerimonia.

“Sovrano di Numenor, ataranya e voi membri del Consiglio dello Scettro, vi chiedo di prestarmi ascolto. Ar-Pharazon sono e vengo da voi per porre alla vostra attenzione un problema gravoso che implica soluzioni drastiche e repentine. I nostri informatori mi riferiscono che l’Oscuro Signore di Mordor ha ripreso i suoi antichi progetti di conquista, e che le nostre colonie e le nostre città sono minacciate dalle armate di orchi e altri schiavi di Sauron. Chiedo dunque a voi, come possa essere utile al nostro impero un sovrano che non può impugnare le armi in difesa del suo popolo. Non metto in dubbio il valore della principessa – ciò dicendo fece un beffardo inchino rivolto a Miriel – e le sue qualità morali, né dubito che il governo di Tar-Palantir abbia ormai segnato il suo corso, tuttavia ritengo doveroso che il Consiglio applichi una soluzione diversa”.

Gravi erano le parole pronunciate da Ar-Pharazon e ancor più grave era la procedura di cui si era servito per poter esprimere il suo personale dissenso: non era infatti consentito ad altri che al sovrano stesso, opporre cambiamenti alla scelta del proprio erede e questo solo nel caso che fosse venuta meno la salute del prescelto o quando vi fosse stato più di un probabile candidato, di modo che il primo avesse facoltà di rinunciare.

Mormorii di disappunto si levarono dai Dunedain ed Elendil, figlio di Amandil chiese ed ottenne parola:

“Sovrano, principi e voi rappresentanti del popolo, non è forse in tali frangenti che il lupo si traveste da pecora, il cacciatore da preda per ingannare gli incauti? Ar-Pharazon sostiene che il nemico è pronto a sferrare un massiccio attacco alle nostre città; afferma altresì che la regina Tar-Miriel non possiede le capacità per guidare una nazione in assetto di guerra. Questo egli ha riferito, e non dubito che avrebbe altre prove da addurre a quanto sostiene, se solo ne avesse il tempo; tuttavia io chiedo al principe perché egli in qualità di rappresentante delle città oltre mare, non abbia chiesto in precedenza l’aiuto al sovrano, considerata la gravità della situazione. Se l’emergenza è divenuta tale negli ultimi tempi, inoltre, per quale motivo Ar-Pharazon non ha disposto egli stesso dei piani di difesa, necessari per affrontare il primo assalto, in qualità di comandante reale e insignito dal sovrano di pieni poteri?”

Applausi vi furono da parte di molti Dunedain e alcuni fra questi si congratularono con Elendil per la saggezza che aveva dimostrato nel suo intervento. Ar-Pharazon non si turbò affatto; attese che il silenzio fosse tornato a regnare sovrano, poi chiese di avere nuovamente parola:

“Atarynia, invero Elendil della casata di Andunie mi accusa di aver male agito, per incapacità o codardia, questo non saprei. Tuttavia, se mi è concesso esporre le mie ragioni, allora intendo ricordare a tutti i presenti in quanti modi sia stato io ostacolato nello svolgimento del mio compito da coloro che adesso osano definirsi paladini della verità! Ebbene, sono profondamente dispiaciuto nel dover ammettere che ormai la nostra isola è dominata dall’ipocrisia e dall’arroganza.”

Concluso il suo intervento, Ar-Pharazon sedette, lieto in volto nello scorgere quanti Numenoreani condividessero il suo pensiero in quell’ora. Alta però si levò la voce di Erfea:

“Ben dici, Ar-Pharazon, quando affermi che mai sei rimasto ozioso nella Terra di Mezzo! Mi chiedi cosa vedono i miei occhi, principe? Ebbene, non ti nascondo che la follia sarebbe giunta prima in questo consenso, se i poteri e l’oro a te concessi si fossero dimostrati di misura superiore. No – concluse poi – non credo certo che la colpa sia da addebitare a chi non ti prestò ascolto. Bene fecero quanti operarono in tal senso, impedendoti di operare altre oscure macchinazioni, come quella che vedo dinanzi a me. Eppure Ar-Pharazon, non tutto quello che la tua bocca pronuncia è figlio del tuo pensiero, ché l’eco di altre voci ascolto ora, oscure e minacciose”. Ar-Pharazon era sul punto di replicare duramente, quand’ecco Tar-Palantir alzò nuovamente la mano: “Giovane cugino della sovrana, devo forse rimembrarti quali siano i tuoi doveri nei confronti della corona? Se la mia scelta non è di tuo gradimento, è affar tuo e di quanti sostengono la tua causa. Miriel diventerà la regina di Numenor, e questa è la mia ultima disposizione da regnante”.

Detto questo, Tar-Palantir si spogliò dello scettro e della corona e assegnateli nelle mani della figlia, le si chinò innanzi e pronunciò le parole di saluto che la tradizione imponeva: “Ricevi questa corona e questo scettro dalle mie mani, perché ti indichino quale debba essere il percorso da seguire e quali doveri soddisfare. Eru Iluvatar, Manwe, Varda e gli altri reggenti di Valinor mi siano testimoni”».

Note

[1] Gli Ataranya (“padri”, in adunaico) erano i senatori di Numenor, eredi delle famiglie nobili dell’isola.

[2] Tale termine, nella lingua dei Noldor (Quenya) indica l’inabissamento di Numenor e l’occultamento di Valinor al termine della Seconda Era.

[3] L’Eog era un metallo rarissimo, di origine siderale: chiamato da alcuni, “Vero Ferro”, l’eog era impiegato sovente nella lavorazione della lega di galvorn per conferirle maggior resistenza ai colpi: tale tecnica di forgiatura, sconosciuta agli uomini, fu divulgata solo presso gli Eldar e i Nani di Durin; i primi, realizzarono per Elros Tar-Minyatur le porte del tempio di Eru a Numenor.

[4] Mese di Settembre nella lingua degli Elfi.

Storia di Miriel – Una festa a lungo attesa…

Quando scrissi «Il Racconto del Marinaio e della Principessa» non avevo ancora immaginato quale ruolo avrebbe assunto il personaggio di Miriel all’interno del «Ciclo del Marinaio»: il ruolo della protagonista femminile, infatti, fino a quel momento era ricoperto dalla mezzelfa Elwen, come ho raccontato nell’articolo che illustra la genesi dei miei racconti: In principio era…Othello, ovvero come nacque il Ciclo del Marinaio.
Per questa ragione, mi concentrai essenzialmente su alcuni aspetti della sua relazione con Erfea, in particolare su quello che – fino a quel momento – doveva essere il loro primo incontro «narrato»; per essere più precisi, cioè, si dava per scontato che Erfea e Miriel si fossero già frequentati in passato, ma senza entrare nel merito. Successivamente riorganizzai «Il Ciclo del Marinaio», facendo della principessa di Numenor il principale protagonista femminile e approfondendo perciò il suo carattere e, naturalmente, la sua interazione con gli altri personaggi del volume, a partire proprio da Erfea.
Ciononostante, il brano che mi appresto a presentarvi non ha perso nulla della sua capacità evocativa: al suo interno, come potrete leggere, i protagonisti si confronteranno sul concetto di Bellezza, dopo essere rimasti ammaliati dal fascino di quella che – mi piace ricordarlo – era considerata la più bella donna della sua epoca.

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Da lungo tempo nel palazzo reale di Armenolos non veniva organizzato un simile banchetto; già fervevano i preparativi e alti risuonavano gli splendidi suoni dei corni e dei violini, delle viole e degli archetti. Un’immensa processione di luce venne posta ad entrambi i lati della strada, simile ad un immenso serpente di fuoco, che dal mare saliva in alto, verso il Menalterma.
Carrozze di ospiti illustri giungevano da tutto il paese per rendere omaggio alla principessa, ansiosi di apprendere quali sarebbero state le parole che il sovrano avrebbe pronunciato, ché nonostante il clima allegro e festoso, ben pochi riuscivano ad assaporare fino in fondo il sapore di una gioia improvvisa quanto violenta, circondata come era da nubi cariche di sventura e paura.
Finalmente tutto fu pronto e la festa ebbe inizio: per primi entrarono i principi di Numenor, coloro che sedevano al Consiglio dello Scettro. Il primo a far il suo ingresso fu Numendil, della casa di Andunie[1], seguito dal figlio Amandil, e dal nipote, che, ancora giovane, avrebbe in seguito assunto una notevole fama: Elendil era il suo nome, e la gente stupefatta lo osservava, perché in lui splendeva immensa la luce di Aman e il suo viso non erano ancora toccato dal crepuscolo, ma fiero brillava alla luce della sala. Stupito, ma lieto, il giovane principe, replicava con gesti cortesi al pubblico, che lo scrutava con timore, rapito dalla sua maestà sublime. Erano, gli eredi di Amandil, i parenti più prossimi del sovrano e grande era l’influenza che esercitavano all’interno del Consiglio; onorati dai Fedeli, mai essi avevano mancato alla parola data e infiniti atti di valore i loro animi avevano compiuto, spinti dalla necessità di quei giorni oscuri.

Dopo aver atteso alcuni istanti, ecco che fecero seguito Gilnar, sua moglie Nimrilien ed Erfea della casata degli Hyarrostar: alla loro vista, molti dei presenti inchinarono il capo, ché erano del gruppo di coloro che onoravano gli dei, e ben conoscevano il valore del figlio di Gilnar, e ne ammiravano l’orgoglio e la fermezza del carattere. Non tutti, però mostrarono un simile atteggiamento, e anzi alcuni tra i più arroganti esponenti dei Numenoreani neri mostrarono odio e disprezzo per coloro che consideravano ospiti fastidiosi, quanto mai sgraditi alla loro vista, sebbene non osassero manifestare apertamente il loro dissenso con parole o atti crudeli, ché ancora non erano giunti i loro signori e i loro sottoposti avevano ricevuto disposizioni ben precise a tal proposito.
A stento, perciò, i nemici del re trattennero le lingue biforcute, senza mai distogliere i loro eloquenti sguardi dalla famiglia Hyarrostar, ma, levando al contrario alte grida di giubilo, quando fecero il loro ingresso, seguiti dai loro servi e guerrieri, i principi di Numenoreani a capo della fazione ribelle. I principi del Forastar, seguiti dai loro pari grado di Onostar e di Huarnustar[2], erano gli oppositori di Tar-Palantir: grandi ricchezze detenevano e la loro ingordigia di preziosi era pari solo alla lussuria che essi dimostravano; indossavano ornamenti preziosi e le dame ostentavano gioielli macchiati del sangue delle numerose guerre che i loro uomini avevano combattuto per impossessarsene. Lentamente, i principi dei Numenoreani Neri attraversarono la sala, rivolgendo cenni di saluto solo ai propri pari, mentre uno stuolo di cortigiani cospargeva il suolo di petali di rose e aspergevano nell’aria essenze profumate ed oli orientali; giunti che furono innanzi a Tar-Palantir, essi non proferirono saluto, né accennarono ad un inchino, limitandosi a passargli accanto, in aperta sfida alla sua autorità, atto questo che parve molto irriverente agli occhi dei Dunedain, sebbene non fosse l’unico e il più grave perpetuato a danno del sovrano, tra quelli che avevano compiuto, fin da quando la guerra civile era scoppiata a Numenor alcune centinaia di anni prima.

Nell’ordine, giunsero poi i sacerdoti di Eru Iluvatar e delle altre divinità, gli ammiragli della flotta, della fanteria e della cavalleria, gli ambasciatori dei reami alleati, e infine i rappresentanti del popolo di Armenelos e dell’intera nazione. Grande fu la curiosità, quando entrarono nella sala del trono gli araldi di Durin IV e di Gil-Galad, ché da molti anni gli uomini di Numenor non posavano i loro occhi sui figli di Aule e sui Primogeniti: tuttavia, perfino in tale circostanza, solo i principi dell’Andunie e dell’Hyarrostar si alzarono dai loro scranni e si inchinarono innanzi agli ambasciatori; e furono sempre i principi dei Dunedain a invitare nani ed elfi ad accomodarsi vicini a loro, come si soleva fare in quelle occasioni, fin dalla nascita dell’isola.

Finalmente, non appena gli ospiti si furono sistemati alle proprie tavole, gli araldi suonarono nelle loro trombe e i visi dei presenti si voltarono nel medesimo istante, come per obbedire ad un ordine silenzioso: parola più non si udì in tutta la sala e mentre la Luna si levava in tutta la sua bellezza argentata, una musica, triste e lieto si levò da un’invisibile orchestra, isolando il pubblico in un’estasi indescrivibile.
Una figura apparve in cima allo scalone e qualche istante dopo Miriel, l’erede al trono di Numenor fece il suo ingresso tra i presenti. Molti furono coloro che si chiesero se Lorien[3] non avesse confuso le loro menti mortali, mostrando la bellezza di Varda, sposa di Manwe e regina dei Vala, ché mai si era visto in quel luogo un simile chiarore, simile a quello emanato dalle più nobili stelle del creato. Assorti, ciascuno nel proprio silenzio, i presenti non riuscivano a distogliere il proprio sguardo dal viso della principessa, mentre i loro pensieri vagavano confusi e commossi da tanta bellezza.1

Finanche i nani di Khazad-Dum, rimasero affascinati da tale visione: “ Se mai durante la mia esistenza ho lavorato laen e adamante[4], ebbene polvere e ruggine mi paiono questa sera, ché mai prima d’ora avevo ammirato l’essenza stessa della fiamma imperitura. Invero – sussurrò uno di essi ad Erfea che sedeva accanto a sé – l’isola di Numenor custodisce tesori che saranno sempre di là dalle ambizioni dei mortali, fossero anche i loro cuori e le loro menti mille e ancora mille volte ricolmi d’amore”. “Quanto affermi è giusto – gli rispose Erfea Morluin – perché i nostri animi sono come viandanti sfiniti che giungano alla fonte di montagna dopo lungo viaggio; per quanto la loro arsura sia grande, ecco che essa sarà spenta dall’acqua sorgiva, ché mai nel berne il dolce nettare, si esaurirà tuttavia il dolce diletto che essa procura. Allo stesso modo i nostri animi sempre aneleranno all’essenza della bellezza, senza che questa venga meno, anche quando, svanita la forma, essa non sarà più percepibile ai sensi dei mortali”.

“Sagge sono le tue parole, nobile Numenoreano – interloquì un alto uomo che sedeva di fronte a lui – Imracar Folcwine è il mio nome, cavaliere di una terra a nord di Boscoverde il Grande; mai avevo creduto che un simile piacere si potesse ricavare dalla contemplazione. Il nostro è un popolo rude, guerriero, fiero avversario di colui che non nominiamo. Non temiamo né la morte, né il dolore, e nessun avversario è in grado di abbatterci, ad eccezione del disonore e della codardia che massimamente temiamo: fiere e coraggiose sono le nostre donne, eppure mai ho ritenuto che fossero così remote e distanti da quella che chiamiamo la vita degli uomini. Le Eothraim[5] cacciano, scendono in guerra, partecipano ai nostri consigli al fianco dei loro padri, fratelli sposi e figli, gareggiando nelle medesime competizioni di noi uomini, sovente ottenendo la vittoria. Tuttavia, ritengo di aver assistito questa sera ad una competizione nella quale difficilmente un uomo avrebbe vinto”.

“Erfea Morluin, principe dell’Hyarrostar sono e a te dico che mai il mio cuore ha provato un’emozione così dolce, tale che al confronto la primavera dei Mortali sembra di gran lunga inferiore. Sii felice e non turbarti, nobile cavaliere! Il passato sarà lieto come il presente se sarai in grado di preservare intatto quanto i tuoi occhi hanno visto”.
“Così farò – rispose Imracar chinando il capo – e possa il ricordo della luce illuminarmi quando la tenebra sarà intorno a me”.
Simili commenti stupiti si levarono dagli uomini e dalle dame sedute ai loro tavoli, sussurri che si interruppero quando Miriel ebbe alzato la candida mano:
“Miei graditi ospiti, signori di Numenor, e voi, ambasciatori i cui paesi sostengono la nostra causa, siate benvenuti nella reggia di Elenna. A voi rivolgo il mio più cordiale saluto, augurandomi che la letizia che si respira questa sera possa nuovamente echeggiare anche in altre dimore dei Popoli Liberi”. Tacque per qualche istante, poi afferrato il calice, lo levò in alto, pronunciando parole di buon auspicio, indi si sedette e i festeggiamenti per il raggiungimento della maggior età della principessa Miriel ebbero inizio.
Molti idiomi furono in quella sera uditi ad Armenolos, frammisti a risa e canti: argomenti lieti e meno lieti furono trattati, mentre le stelle sbocciavano ad occidente, diamanti su una tela oscura. Al culmine della notte, infine, si diedero inizio alle danze, dopo che i bardi ebbero a lungo cantato le gesta della casa dei sovrani di Numenor, fin da quando Elros Tar-Minyatur[6] fece il suo ingresso nell’isola del dono; i signori invitarono le dame a danzare nel grande parco che si estendeva dal colle fino al mare, mentre abili musicisti e menestrelli deliziavano i presenti con ballate d’occasione.

Erfea Morluin osservava quanto accadeva, con lo sguardo perso nel ricordo di eventi passati; tuttavia ratto si voltò, quando un lieve tocco lo distrasse dalla sua meditazione. Miriel lo guardava, silenziosa, senza proferire parola alcuna; fattogli poi un rapido cenno lo invitò a seguirlo in una radura poco distante dal luogo in cui si svolgevano le danze. A lungo la principessa osservò Erfea, poi lentamente prese la parola:
“Salute a te, principe della casa degli Hyarrostar! Fresca è la notte e ancor lungi dal terminare sono i festeggiamenti! Tale è la ricorrenza, per cui ogni ospite mi deve un dono, un dono che sia a me gradito. Non ho forse ragione nel ritenere che voi abbiate obliato questo dovere?”
“Mia signora – così le si rivolse Erfea – veritiere sono le vostre parole e non sarò io a negarle. Tuttavia, verrei meno alla mia dignità, se non vi facessi notare che è facoltà degli ospiti ritenere se esista gioiello tale che la sua luce possa adombrare il vostro sembiante”.
Cristallino risuonò nella notte il riso della principessa, mentre rispondeva al suo interlocutore: “Ben mi avvengo di quanto la vostra lingua non sia meno pronta della vostra spada! Devo forse interpretare il vostro gesto come un complimento? E se così fosse, davvero vi aspettate che io lo gradisca?” Sorridendo, Erfea le si inchinò: “Una domanda pericolosa, la vostra, mia signora, alla quale non offrirò riposta. Tuttavia, per porre ammenda alla mia dimenticanza, vi porgerò la possibilità di rivolgermi una seconda domanda, alla quale non esiterò a rispondere”.

A lungo dovette attendere Erfea, ché molto Miriel meditò; infine, quando fu certa di quello che le premeva sapere, così formulò il quesito: “Conoscete forse le parole che pronunzierà mio padre dinanzi al Consiglio dello Scettro?”
Tosto il viso di Erfea si rabbuiò, sebbene la su voce non mostrasse esitazione alcuna: “La vostra domanda è legittima, ma superflua. Questo io posso rivelarvi: è destino che le nostre strade si incontrino nuovamente, tuttavia quando questo accadrà, avremo assunto ruoli diversi, sebbene i nostri animi non saranno mutati”.
Miriel lo ascoltò attentamente, infine parlò a voce bassa, quasi temendo di essere ascoltata da altri che non fosse il suo interlocutore: “Quanto amarezza nel constatare che il mio destino altri hanno forgiato! Come lo schiavo legato ai ceppi, così io ho atteso questo giorno, con timore, ché ben sapevo quali catene avrebbero soffocato, lentamente, la mia esistenza. Voi – gemette – voi davvero credete che io ignori quale decisione Tar-Palantir prenderà quando sarà giunta l’ora? Se io non sapessi – concluse infine – almeno potrei vivere nell’illusione della speranza, ma anche tale privilegio mi è stato privato molti anni or sono”. Tacque qualche istante finché Erfea non le ebbe baciato la mano: allora alzò lo sguardo e scorse tra le lacrime il viso del principe degli Hyarrostar. “Non confondete la speranza con l’illusione, la realtà con la finzione! A voi dico che quest’oggi dovete temere massimamente la paura degli uomini. Altro non mi è permesso dire”.

Tali furono le parole che pronunciò Erfea Morluin, ed esse furono le ultime quella sera, ché egli mai più fu visto dai commensali».

Note

[1] Contrada situata all’interno del grande golfo che i promontori dell’Onostar e dell’Huarnostar creavano nelle acque del Balegaer, il Grande Mare Occidentale, che prende il nome dall’ononima città: feudo degli eredi di Silmariel, primogenita di Tar-Elendil, quarto sovrano di Numenor, essa fu la dimora di molte genti fedeli agli Eldar e ai Vala.

[2] Forostar, Onostar e Huarnustar erano i nomi di alcune contrade di Numenor: la prima si trovava nel nord, la seconda nel nord-ovest e la terza nel sud-ovest del paese.

[3] Vala dei sogni e delle visioni, chiamato dagli Eldar  Irmo.

[4] Il Laen era una roccia di origine magmatica, la cui peculiarità fisica consisteva nel conservare il proprio stato solido alle temperature più alte, mutandolo invece allorché  era immerso in azoto liquido: prodotto durante la cosiddetta “lavorazione a freddo”, il cui segreto non fu mai divulgato né dai nani di Durin, né dagli elfi di Eregion, il Laen si rivelò di grande utilità durante la costruzione delle mura di Osgiliath, in seguito alla Caduta di Numenor; esso si presentava di colore bianco allo stato naturale, ma attraverso i diversi procedimenti attuati nelle aule dei fabbri elfici e nani, poteva mutare aspetto e assumere tonalità più scure. L’adamante, anch’essa una roccia di tipo vulcanica, era reperibile solo in remote contrade di Endor; simile di aspetto al diamante, si caratterizzava per una notevole resistenza agli urti: fu utilizzata durante la realizzazione delle fondamenta di Barad-Dur.

[5] Un popolo di uomini del Nord, imparentati con quanti della stirpe di Hador chiomadoro non attraversarono gli Ered Luin (I Monti Azzurri) e si stanziarono presso le rive dell’Anduin e nelle steppe del Rhovanion.

[6] Figlio di Earendil ed Elwing, fratello gemello di Elrond; scelse una vita mortale e divenne il primo sovrano di Numenor.

Nei giardini di Armenelos – illustrazione definitiva

Finalmente è pronta! Dopo avervi mostrato i vari schizzi e bozzetti di Erfea e Miriel nelle scorse settimane (che potete ammirare in questi articoli: I giardini di Armenelos – bozzetto; Erfea & Miriel – bozze figurini; Studi per nuovi ritratti) sono molto emozionato nel presentarvi l’illustrazione completa, opera della bravissima Francesca Anna Schiraldi, avente come soggetti la regina Miriel e il principe Erfea, raffigurati al termine di un drammatico alterco avvenuto all’interno dei giardini di Armenelos. Il momento è doppiamente felice per me perché mi ha permesso di recuperare un voluminoso racconto del quale avevo perso le tracce in questi ultimi anni (eh sì, la memoria inizia a giocare brutti scherzi!) che si adatta perfettamente a descrivere la scena qui raffigurata. Per sapere ove sarà collocato questo «Racconto del Marinaio e dell’infame giuramento» nella linea cronologica biografica di Erfea, vi suggerisco di leggere l’articolo Cronologia della vita di Erfea e dei racconti del Ciclo del Marinaio, che ho provveduto ad aggiornare questo pomeriggio: permettetemi, tuttavia, di anticipare un piccolo brano da questo «racconto ritrovato» – per usare una terminologia famigliare per i lettori di Tolkien – che potrà aiutarvi a comprendere in pieno l’importanza dell’illustrazione che accompagna questo articolo, nonché la bravura dell’artista (per la quale rimando sempre alla sua pagina facebook https://www.facebook.com/HirviSketch/) nel saper descrivere con i pennelli un momento topico del «Ciclo del Marinaio» come quello che vi apprestate a leggere:

«Ella mi guardò, senza pronunciare parola alcuna; eppure, i suoi chiari occhi parvero domandarmi perdono e mi rispose con un antico detto, quali i Numenoreani adoperano in situazioni invero molto gravi: “Una speranza ho dato ai Dunedain, ma non ne ho conservato una per me”. Tacque per qualche istante, infine sospirò e presami la mano così parlò: “Vorreste, dunque, venire meno agli ordini della vostra sovrana? Non mentirmi, Erfea, ché io scorgo nel tuo sguardo il dubbio e il timore che le mie parole hanno suscitato in te; eppure, se la lealtà dei miei comandanti dovesse venire meno, io perirei e altri avrebbero da patire sofferenze immani”.
Io la osservai, freddo, ché, sebbene il mio cuore sanguinasse copiosamente, pure non potevo ignorare quanto le sue parole avessero, inutilmente, tentato di occultare: “Vaneggi, Miriel, se credi che la nostra lealtà nei confronti di Numenor sia venuta meno; sappi, tuttavia, che ad essa solo risponderemo, quando sarà giunta l’ora e a nessun’altra”. Ella, allora, lasciò cadere la mia mano ed il suo animo diventò gelido: “Va’, figlio di Gilnar e possa la tua lealtà non venire meno quando giungerà l’ora”.»

Storia di Miriel – L’inganno

Come ho scritto nel mio ultimo articolo (I giardini di Armenelos – bozzetto), fino a questo momento ho trascurato di raccontare un episodio cruciale della storia di Miriel, che si interseca strettamente con quella di Erfea: il loro primo incontro. Posso qui anticiparvi che potrà sembrarvi quantomeno un po’ insolito…e in effetti lo è, così come sembra esserlo il titolo di questo articolo. Non voglio rivelarvi di più – a ben pensarci, ho già fatto un grosso spoiler (chi leggerà, capirà)! – e non intendo, in questo cappello introduttivo, dare alcun giudizio in merito alla scelta di questo titolo «anomalo»: sarò tuttavia ben felice di rispondere alle vostre domande e commentare insieme questa parte del racconto de «Il Marinaio e il Messere di Endore». Ricordo ai lettori e alle lettrici che in questa fase della sua vita (cioè a 20 anni) Erfea adottava ancora il nome paterno «Earél», mentre Miriel aveva allora 15 anni e…beh, ho già scritto troppo, non mi resta che augurarvi buona lettura!

«Molto tempo trascorreva Eärél negli archivi di Armenelos, allontanandosene solo quando percorreva i vasti parchi che si estendevano tra il mare ed il Meneltarma[1]: ivi, allorché aveva vent’anni, gli si fece incontro una giovane fanciulla sconosciuta. Una coroncina in perle ornava il suo candido volto ed essa era intrecciata con i biondi capelli che le scendevano lungo la schiena; una cintura d’argento le stringeva una lunga veste azzurra e sulle minute spalle era posato un manto dello stesso colore.
A lungo Eärél la mirò, incapace di pronunziare parola; infine, resosi conto di non essersi ancora inchinato dinanzi ad una simile dama, egli si prostrò e le chiese chi fosse.
Argentina squillò la voce della fanciulla ed ella rise graziosamente: “Il mio nome è Eärien, giovane signore; non meravigliatevi di non avermi mai scorto prima in tale contrada, ché non sono solito percorrerla, essendo la mia dimora situata nella regione dell’Andustar, dalla quale mi allontano raramente”.
“Forse che i vostri avi discendono dalla schiatta di Finwë? – sorrise Eärél, eseguendo un breve inchino – Perdonate le mie parole: non sono molte le dame di queste contrade che possono vantare una tale capigliatura!” Sicuro appariva il volto del principe, eppure, mentre pronunciava codeste parole, il suo cuore tremò: poco avvezzo a discorrere con le dame di corte, non aveva mai visto una simile dama di tale grazia e bellezza adorna.
Rise Eärien e nei suoi occhi potevano leggersi sorpresa e piacere: “Giovane signore, non sono l’erede di Fëanor, né i miei avi vantano simile ascendenza; essi sono, infatti, umili pescatori della costa prigionieri dei capricci della sorte, ché non sempre il mare si mostra generoso nei loro confronti”.
Rispose allora Eärél: “Sappi che il mio cuore non è rivolto al mare: un oscuro presentimento legato ad esso turba infatti i miei pensieri. Eppure, fanciulla dell’Andustar, volentieri ti seguirò alla tua dimora, se tale sarà il tuo desiderio”.
Lesta, allora, Eärien si inchinò dinanzi all’erede degli Hyarrostar e adoperò tali parole: “Non è saggio, giovane signore, che un principe calpesti lo spoglio pavimento della dimora di un umile pescatore. Le nobili dame riderebbero di lui ed egli proverebbe giusta vergogna”.
“Mia signora, non desidero arrecarvi danno in nessun modo: nessun timore, tuttavia, potrebbe impedirmi di visitare la vostra dimora, ché fosse essa oscura e minuta, pure la luce dei vostri occhi la renderebbe più nobile delle dimore di molti principi di Númenor”.
Parve, per un istante, che il volto di Eärien si rabbuiasse, come se una rapida nube ne avesse coperto la calda luce che emanava; pure, in breve il suo viso si ricompose, assumendo nuovamente un’espressione divertita: “Siete stato scortese mio signore! Non vi siete ancora presentato, eppure conosco già il vostro nome: non siete forse Eärél, principe dell’Hyarrostar?”
Stupefatto e confuso, l’erede di Gilnar non seppe replicare a tale osservazione, e il suo sguardo espresse tale stato d’animo; lesta, tuttavia, la dama gli si inchinò cortesemente e domandò perdono: “Mio signore, vi domando scusa se ho turbato i vostri pensieri; perdonate le mie parole. Mio padre conobbe il vostro quando servì sotto le armi: il principe Gilnar era il suo comandante ed egli lo reputava un uomo giusto, privo dell’arroganza mostrata dagli altri ammiragli. Ho veduto in voi, quest’oggi, la stessa nobiltà d’animo di vostro padre”. Lesta, dopo aver pronunciato questo discorso, fece per andare via, ma Eärél le rivolse parole intrise di cortesia e saggezza, sicché ella rimase e percorse con lui gli ampi viali che attraversavano il parco della reggia.

Non vi era alcun sentore della presenza di altri Uomini, eppure Eärél avvertì o credette di avvertire l’eco di un pesante passo; sulle prime, insospettito da tale suono, si fermò esitante, infine, non vi prestò più attenzione, ché la sua mente ed il suo cuore erano altrove. Al termine della giornata Eärél si separò dalla giovane dama ed ella gli porse l’affusolata mano: presala e baciatala dolcemente, i due giovani si congedarono in silenzio.
Trascorsa una settimana, ecco che i due si incontrarono nuovamente nel medesimo luogo ove si erano conosciuti e la mattina trascorse lieta; al termine di essa, poiché Eärél aveva necessità di far ritorno alle aule dei precettori, così si congedò dalla fanciulla del mare: “Mia signora, la scorsa volta ho confidato nella buona sorte per rivedervi; poiché non potrò godere dello stessa fortuna per due volte di seguito, vi do appuntamento per l’indomani, all’ora del pomeriggio che più vi aggraderà”.
Eärien si inchinò e non pronunziò alcuna parola; pure, ella si presentò all’incontro con il giovane principe il giorno dopo e quelli successivi. Insieme, i due giovani percorrevano i viali dei parchi di Armenelos, chiacchierando amabilmente: nessun altro era presente a tali incontri, né Eärél sembrava farvi caso, intento com’era ad ascoltare solo la bassa voce della fanciulla. A volte capitava che Eärél condividesse con la fanciulla il suo pranzo ed ella lo accettava con gioia, trovando il suo gesto spontaneo e gioioso al tempo stesso. Una mattina, tuttavia, la il comportamento di Eärien parve mutare: non prese alcun discorso, limitandosi a rispondere brevemente alle domande che le porgeva il suo compagno. Eärél, infine, reso inquieto da tale comportamento, così la interrogò:
“Mia dolce amica, cosa ti ha turbato? Il mese di Lótessë[2] è prossimo e con quello le grandi feste della Primavera; perché dunque siete pallida e infelice?”
A lungo Eärien ristette in silenzio, infine pronunciò parole amare: “Prossimo è il momento in cui i nostri percorsi si divideranno. Tra breve rientrerò alla mia terra natia, ove aiuterò mio padre e mia madre nelle loro attività quotidiane. In questa stagione, infatti, il mare è ben disposto verso i naviganti ed essi lo solcano volentieri”.
Eärél l’ascoltò attentamente, infine parlò a sua volta: “Eärien, se le tue attività ti renderanno distante da Armenelos, sappi che ti raggiungerò, se avrai il piacere di rivedermi. Hai riempito di gioia il mio animo in questi giorni di primavera, rendendo meno solitari i miei pensieri”.
Eärien proruppe in una risata, un suono amaro ad udirsi: “Mio principe, credete forse che i vostri nobili genitori approverebbero il vostro comportamento? Voi siete giovane ed i vostri sentimenti ignari delle leggi del mondo: non potrei tollerare che il vostro onore possa venir meno. I principi degli orgogliosi Númenóreani non sono avvezzi a simili incontri, sicché sarebbe opportuno che voi conservaste solo il ricordo della mia compagnia”.
A nulla valsero le parole che il giovane Dúnadan adoperò per convincerla a recedere dal suo proposito, ché egli non avrebbe rinunciato alla sua compagnia, né avrebbe permesso che si allontanasse da Armenelos. Nessuna preghiera, tuttavia, né alcuna parola furono sufficienti dal farla desistere dal suo intento e la giovane si allontanò. Eärél ignorava per quali motivi aveva rifiutato di accoglierlo nella sua dimora; pure, era destinato ad incontrarla nuovamente, sebbene sarebbero trascorsi molti anni e numerose vicende avrebbe vissuto fino a quel momento».

Note

[1] Monte di Númenor, sulla quale sommità era stato eretto un tempio dedicato ad Eru Ilúvatar.

[2] Maggio.

Storia di Miriel – Una profezia infausta?

Dopo avervi presentato, nei precedenti articoli, la storia della gioventù di Erfea, passo adesso a dedicare la mia attenzione all’altro personaggio protagonista del «Ciclo del Marinaio»: Miriel, l’unica figlia di Tar-Palantir, destinata a diventare regina di Numenor. Un prima descrizione di questa bellissima e sfortunata donna potrete leggerla ai seguenti articoli: Miriel; Post-scriptum su Miriel; Ritratto di una principessa. In questi nuovi articoli, invece, leggerete dell’infanzia della principessa Numenoreana e degli oscuri presagi che, sin dalla sua nascita, gravarono sul suo destino. Questo racconto mi è stato ispirato dalla lettura di un’antica leggenda, intitolata «La bella Deirdre»: essa mi affascinò sin da quando era piccolo, perché il destino della protagonista, figlia di Conchobar, re d’Irlanda, mi aveva ispirato sentimenti di pietà e di commozione. Il nome di questa fanciulla, infatti, in gaelico era traducibile con «minaccia» e sulle sue spalle gravava un tremendo destino: la sua bellezza, quando fosse cresciuta, avrebbe scatenato grandi spargimenti di sangue, senza, tuttavia che lei potesse attribuirsi qualche colpa per queste sciagure, perché non avrebbe potuto fare nulla per evitare queste disgrazie. L’impossibilità di cambiare il proprio fato, nonostante tutti gli sforzi intrapresi in direzione opposta, rappresenta una delle punte più alte delle tragedie umane; basti pensare alla vicenda dell’eroe greco Edipo, «condannato» da una profezia a uccidere il proprio padre e a sposare la madre (non conoscendo la loro reale identità), sovvertendo così le leggi naturali, senza tuttavia avere alcuna intenzione di macchiarsi di tali crimini, ma finendo vittima di un Fato contro il quale non ci si può ribellare. Per gli antichi Greci, infatti, il Fato era una divinità così potente da atterrire perfino Zeus, il padre degli Dei dell’Olimpo…

Buona lettura, aspetto i vostri commenti! Il racconto che trascriverò nei prossimi articoli è uno di quelli che più mi hanno appassionato nel corso della sua ideazione: mi auguro che possa piacervi, così come a me è piaciuto scriverlo!

«Sul finire della Seconda Era della Terra di Mezzo, grande era diventata la potenza dei Numenoreani, fondatori di un impero quale mai fino a quel momento si era visto: grandi forzieri ricolmi di oro e pietre preziose, tra le più belle di Endor, riportavano in patria i possenti vascelli della flotta del re degli uomini.
Cresceva la gloria dei mortali, e altresì il malcontento e l’invidia, ché mai i Numenoreani erano sazi dei tributi che gli Edain della Terra di Mezzo inviavano loro e sempre desideravano l’immortalità degli elfi, al punto che disdegnavano le loro pur lunghe vite, ritenendole indegne e misere. Agenti di Sauron erano fra loro in quella epoca, ché anche questa era opera sua, ed egli si deliziava ascoltando, chiuso nella sua torre a Mordor, quali frutti avevano fatto germogliare i suoi semi avvizziti. Oscuri erano in quei giorni i pensieri dei Numenoreani, ed ecco essi non volsero più i loro chiari occhi alle limpide acque a levante, lì ove aveva sede Anor, ma presero a desiderare ardentemente le cerulee acque di Tol-Eressea e di Valinor, sede degli dei immortali.
Messaggeri furono inviati da Aman per placare la follia degli uomini, ma a nulla valsero la saggezza e la prudenza.
“Quale diritto hanno i Priminati, per custodire sì gelosamente l’ingresso alle Terre Imperiture? Perché gli dei hanno permesso che i nostri destini fossero mortali? Come bestie trascorreremo dunque le nostre vite, fin quando il presente non sarà più, e il passato e il futuro saranno ricolmi del fetore della morte? Se la nostra esistenza supera in durata quella degli uomini dell’oriente, dobbiamo forse ritenere che essa sia un dono? Dovremmo forse rallegrarci di trascorrere gran parte della nostra vita elevandoci per forza e possanza, per poi doverle cedere di colpo? Come un vascello che trascorre lunghi inverni, sfidando le impietose acque dell’oceano, per poi arenarsi e affondare triste quando le gomene sono strappate e le vele lacere, così la nostra vita si consuma e infine declina. Ahinoi! Tale è dunque il nostro destino, che sarebbe di gran lunga preferibile non godere del dolce ed effimero tepore della vita, piuttosto che doverlo soffocare nel freddo abbraccio della morte!”
Simili parole gli uomini levarono irati verso gli dei, senza mai aver tuttavia la pazzia o la sfrontatezza di invadere le beate terre di Aman.
Per lunghi secoli, essi rovesciarono il loro odio sulle popolazioni della Terra di Mezzo; tale fu dunque l’inizio della guerra tra Numenor e gli altri popoli, sì rovinosa che mai altra sventura portò conseguenze così amare per la stirpe degli uomini. Molti furono i vascelli che gettarono le loro pesanti ancore, colmi di saccheggiatori ingordi e arroganti, nelle verdi baie di Endor; bene conoscevano quelle acque, i Numenoreani, ché all’epoca della prima guerra contro Sauron, quando i loro cuori non erano ancor volti all’oscurità, essi avevano sollevato dalla miseria gli sfortunati e infelici abitanti, sbaragliando le armate dell’Oscuro Signore. Ora invece giungevano da padroni, bruciando villaggi e razziando tutto quello che le loro turpi mani riuscivano ad arraffare; alto allora si levò il grido di agonia e di dolore, e il rosso sangue macchiò le foreste che mai mano umana aveva osato deturpare.
Non tutti i Numenoreani, però, intrapresero la strada senza ritorno della follia; i Fedeli furono chiamati costoro, ché continuavano ad onorare gli antichi dei, mantenendo in vigore l’antica alleanza e amicizia sia con gli Eldar sia con i liberi popoli mortali. A quella epoca il più coraggioso e saggio tra loro aveva nome Erfea Morluin, figlio di Gilnar, della casata degli Hyarrostar, acerrimo nemico di Sauron e dei suoi servi. Numerose imprese il prode Numenoreano compì e grande fu la fama che raggiunse in quelli oscuri e perigliosi anni, quando le armate di Mordor dominavano sulla Terra di Mezzo e i lupi selvaggi scendevano dai monti del Nord in cerca di prede; molti viaggi intraprese Erfea, sia per mare che per terra, e a lungo visitò i boschi e le valli di Endor, subendone il fascino e ammirandone l’antica maestà e bellezza, sì che il suo cuore sempre desiderò riposare in quei luoghi ameni, e ivi attese il dono di Mandos, quando giunse l’ora. A lungo i bardi narrarono delle gesta che Erfea e i suoi compagni compirono in numerose occasioni; tuttavia questo racconto non tratta di quelli eventi, ma di un periodo precedente, prima che il Signore degli Stregoni cadesse innanzi al cancello di Edhellond e Erfea visitasse la fortezza di Umbar[1].

Sul finire di quell’anno[2] nuovamente si era accresciuto il potere dei Numenoreani Neri, ed essi ormai dominavano sia in Senato che nel Consiglio dello Scettro, allora preseduto da Tar-Palantir, che ben si avvide della loro grande influenza sul popolo; non era tuttavia lieto di quanto accadeva, ché i suoi pensieri andavano alla casa della madre, nota ai Fedeli per il suo carattere indomito e fiero.
Tar-Palantir aveva un’unica figlia, Miriel, la cui bellezza era simile alla chiara notte estiva, quando alta splende Ithil sulle bianche montagne di Avallone[3]; luminosa era il lei la bianca luce di Earendil, ché era nata durante la notte di mezza-estate, quando Vingilot lasciava cadere le sue lacrime argentate sulle terre dei mortali. Grande era stata la gioia a corte e già echeggiavano i canti festosi, quando Manea la Veggente[4] si fece strada attraverso una folla ora ammutolita ed atterrita dalla sua venuta inaspettata. Dopo aver atteso che il silenzio ebbe dominato assoluto nella sala, ella levò alto il suo bastone e pronunciò parole terribili ad udirsi: “La sventura è caduta su voi, figli di Numenor! Terribile il giorno nel quale Anor tarda a morire e Ithil dorme nell’oceano profondo! O folli, che attendete lieti l’annunzio terribile, sappiate che la nuova nata domina sul vostro destino, ancor prima di reclamare la corona della Stella! Ascoltatemi dunque: grande sarà la tenebra che avrà come padre il giorno più lungo, ché la fine di Numenor si appresta, e già odo il sangue amaro mescolarsi con il mare salato, mentre il modo è travolto e l’isola sprofonda. Ricordate quanto dico: mai il sangue dell’erede dovrà amare il suo riflesso, mai il suo cuore dovrà essere soffocato dal suo stesso seme, ché altrimenti la fine giungerà trionfante sugli uomini sconfitti!”
Grave divenne allora il silenzio nella sala e i visi dei presenti impallidirono, come foglie sugli alberi spogli, che il vento freddo del Nord sfiora con il suo tocco gelido, solo per prolungarne l’agonia.
A lungo Tar-Palantir osservò l’indovina e rifletté sulle sue amare parole; mai egli aveva temuto i frutti della preveggenza, ché tante volte gli aveva assicurato la vittoria, eppure ora ne scorgeva i limiti amari. Forse egli aveva il coraggio di afferrare con forza il destino futuro che ora così velocemente si ritirava dalla sua mano, niente altro che sabbia soffocante sulla spiaggia di Andunie?
Infine, vedendo crescere in sé la paura e l’angoscia, incapace di domarli ancora, si sforzò di parlare: “Se tale è dunque il suo destino Manea, che cosa desideri che faccia ora? Vuoi che la mano che l’ha accolta al mondo, la rigetti nelle braccia di Mandos? Non chiedermi una tale follia! Eppure se tu sei qui, vi è un motivo ben preciso che entrambi conosciamo: se, infatti, la tenebra cadrà e il modo degli uomini affogherà nell’oblio di una notte senza fine, allora il nostro compito sarà quello di assicurare che la speme possa sopravvivere anche negli anni di là a venire, quando le ceneri del re saranno confuse con quelle del pescatore e insieme giaceranno nel dolce sonno delle morte. Manwe ti ha inviata da me come suo messaggero e di questo ben mi avvedo; forse un altro uomo, preso dal dolore e dallo sconforto chiederebbe agli dei vendetta. Io però non leverò con astio e rabbia le braccia verso il cielo, né spegnerò nelle lacrime la mia triste vita, ché bene conosco quali effetti possano avere i sentimenti degli uomini, anche quando mirano a realizzare il giusto Fato. Ti chiedi se io voglia conoscere il luogo ove si realizza il destino degli uomini? Volere non è potere, e la risposta giace lontana da me quanto da te, ché se alcuni tra noi possono spingere le loro menti di là degli esili confini del presente, tuttavia nemmeno il più potente e saggio tra noi, può prevedere il senso segreto che è dietro ogni esistenza, ogni nostro gesto, ogni nostra parola”.

A lungo ascoltò Manea, poi con voce remota eppure forte così rispose: “O signore dell’isola del dono, bene hai parlato, sebbene abbia tenuto nascosti i tuoi pensieri. Seguimi dunque e ti mostrerò quanto ho appreso nel corso della mia lunga meditazione”. Nessuno, tra coloro che furono presenti quel lontano giorno, ascoltò le silenziose parole che si scambiarono il re e la veggente e mai nessun mortale riuscì a scoprire cosa si celasse dietro la profezia di Manea, fin quando il velo del modo venne squarciato e ogni cosa divenne sì luminosa da accecare per sempre la vista degli stolti e degli usurpatori.
Trenta lunghi anni trascorsero e mai Tar-Palantir dimenticò le parole della Veggente, sebbene questa riposasse ora nelle case degli avi e il suo segreto giacesse con lei.
Mai il sovrano fece parola con alcuno di quanto aveva appreso; egli vedeva sua figlia crescere sotto i suoi occhi, rallegrarlo con il canto e la grazia della giovinezza, senza che mai la sua luce riuscisse a rischiarare le tenebre che si infittivano, tristi, ogni giorno in misura maggiore.
Infine, stanco di non poter condividere il suo dolore con altro uomo, Tar-Palantir prese la decisione che riteneva la migliore fra quante si prospettavano e mandò a chiamare il suo migliore capitano, Erfea figlio di Gilnar, della casata degli Hyarrostar, che il popolo chiamava il Morluin, perché quando era ancora giovane aveva sconfitto un drago così chiamato; quando gli fu innanzi, il sovrano congedò i suoi attendenti e prese la parola:
“Grave è la causa che mi ha spinto a chiamarti, capitano degli Hyarrostar. Sei stato un mio leale paladino, fin da quando hai giurato di servire la nostra causa. È giunto ora il momento di mostrarmi le tue vere qualità, Erfea figlio di Gilnar, ché molti destini dipenderanno dalla tua volontà.”
Tacque per qualche momento, poi lentamente riprese a parlare, rivolgendosi più a sé stesso che ad Erfea:
“La Seconda Era della Terra di Mezzo volge ormai al crepuscolo. Lo sento nell’aria, lo sento nel mare, lo sento nel cuore degli uomini. Io non vedrò tramontare l’ultimo sole”, concluse osservando alcune navi di pescatori ondeggiare placide sulle calme acque; poi con grande fatica proseguì: “Io sono vecchio Erfea, molto vecchio. Il mio tempo si appresta a terminare. In passato i sovrani di questa terra, istruivano i propri eredi al trono nella difficile arte di governare: ma quale popolo governerà un giorno la mia discendenza?”
Si alzò dallo scranno, guardando fisso innanzi  sé, quasi che con i suoi occhi volesse penetrare la tenebra che si infittiva: “Noi siamo divisi, Erfea figlio di Gilnar, divisi come il dì e la notte”. Sospirò un istante, poi riprese a parlare con voce sempre più rauca, finché fu poco più che un bisbiglio soffocato dallo scrosciare del mare:
“Io l’ho visto – rantolò infine – ho scorto il destino che attende Numenor. Non posso dirti cosa i miei occhi abbiano scrutato nelle nebbie del tempo, né in che modo sia venuto a conoscenza di quanto ho detto; sappi invece che vi è ancora una speme, alla quale gli uomini potranno aggrapparsi, per non precipitare nelle profondità dell’Abisso”.
“Quale ancora mio signore? – domandò Erfea, osservandolo attentamente con i suoi occhi, grigi come la spuma marina all’alba – Quali uomini oseranno aggrapparsi a tale speme? La vostra lungimiranza è superiore a quella di ogni altro mortale, pari a quella dei figli di Feanor; tuttavia, mi chiedo per quale motivo il consiglio dello Scettro e il Senato dovrebbero sostenere la nostra causa”. Rifletté un attimo, poi riprese a parlare, con tono malinconico: “Sempre meno uomini si rifiutano di prestare ascolto alle menzogne del Nemico. Ho mirato navi sempre più possenti e massicce, reclamare il loro tributo di sangue. Ho scorto la follia danzare selvaggiamente negli sguardi dei soldati e dei marinai. Ho visto la morte, rapida come il colpo di una lama ben assestato, recidere i fragili fili della esistenza umana.”
Tacque un attimo, rimembrando quegli orrendi momenti, cui aveva assistito in numerose occasioni della sua vita. Poi, con voce roca e bassa, proseguì il suo racconto: “Io ho visto con questi occhi ricolmi di tristezza e di dolore gli immensi arsenali di guerra che il Nemico ha realizzato in questi lunghi anni, mentre tra la gente di Numenor l’ombra andava crescendo. Non vi è alternativa per i Popoli Liberi della Terra di Mezzo, se non quella di distruggere Sauron, prima che tutti i reami siano occupati e annientati. Ost-in-Edhil ha già dovuto soccombere, Khazad-Dum e Lorien sono assediate, così come il Lindon e Rivendell[5].”

Erfea si alzò, dirigendosi verso una terrazza, desideroso di respirare la fresca e salubre aria del Vespro, prima che la notte sopraggiungesse. Nonostante fosse giunto Narie[6], una rapida brezza si alzava dalla baia di Eldalonde[7], facendo gemere gli alberi e sollevando lacrime di Ulmo.
Si voltò poi, lentamente, come se stesse soppesando le sue parole; infine, le pronunciò, guardando fisso avanti a sé: “Mio sire, se la speranza sopravvivrà nei cuori degli uomini, allora tornerà per qualche tempo la Primavera, che sino a poco fa, spandeva delicatamente i suoi profumi; ma finché essa rimarrà imprigionata nelle buie prigioni della disperazione, ebbene non posso che temere per tutti noi.”
Tar-Palantir annuì lentamente: “Le tue parole sono figlie della saggezza e della lungimiranza di Numenor: sempre risuoneranno graditi i tuoi passi nella mia reggia e mai la mia amicizia ti verrà meno. Temo tuttavia che i tuoi lunghi pellegrinaggi ti abbiano stancato; sei giovane e forte, eppure Erfea Morluin, a te dico che deve ancora giungere il momento in cui la tua forza verrà posta alla prova. Suvvia, ora riposati e fa sì che il tuo fardello non gravi troppo sulle tue spalle. Questa sera – proseguì, dopo essersi fermato un istante – darò un ricevimento nel corso del quale festeggeremo il compimento della maggior età di mia figlia Miriel. Ti prego di essere presente” concluse il sovrano, ritirandosi nelle sue stanze private».

Note

[1] Si veda “Il Racconto del marinaio e della mezzelfa”.

[2] Come risulta dal “Calcolo degli anni” posto nell’appendice B, tale anno risulta essere il 3146 della Seconda Era

[3] Aman.

[4] Veggente ed astronoma, Manea predisse le sorti di numerosi uomini e donne di Numenor, compresa quella di Erfea Morluin; nessuno, tuttavia, fu in grado di apprendere il suo vero nome o la sua ascendenza ed ella era solito ripetere che non vi erano favelle atte a pronunciarlo; sebbene nel presente testo si accenni ad una sua dipartita dal mondo, nessuno conobbe il luogo ove era sepolta e vi fu chi, negli anni seguenti, credette di aver compreso che ella non fosse altri che l’incarnazione di Varda, Vala e Signora delle stelle: non tutti, però, prestarono fede a tale rivelazione, ed il suo nome fu obliato al termine della Seconda Era.

[5] Gloriosi regni della Terra di Mezzo durante la Seconda Era, tutti abitati dagli Eldar e dai Moriquendi, ad eccezione di Khazad-Dum, dimora dei nani della stirpe di Durin.

[6] Giugno, nella lingua Sindar o degli elfi grigi: il calendario a Numenor era ispirato a quello degli elfi in esilio e simili fra loro erano i nomi dei mesi e delle maggiori festività dell’anno.

[7] Tale era il nome del litorale sabbioso che si estendeva a poche miglia dalla città di Armenelos, capitale di Numenor.