L’Assedio a Osgiliath è finalmente pronto!

Care lettrici, cari lettori,
finalmente il cortometraggio dell’Assedio a Osgiliath è pronto! Si è trattato di un lavoro che ha richiesto due lunghi anni di lavoro e non vi nascondo che in più occasioni ho disperato di poterlo vedere concluso…ma alla fine siamo giunti a questo bellissimo traguardo.

Non vi anticipo niente, se non che nei fotogrammi finali è presente una “piccola” – o forse dovrei dire “grande” – novità che potrebbe aprire nuovi sentieri narrativi…ma per il momento è ancora prematuro parlarne. Un attestato di lode a chi individuerà il cambiamento occorso rispetto al brano. E se la mia osservazione vi ha incuriositi…beh, andate a rileggere il Racconto del Marinaio e del Re Stregone!

Buona visione, aspetto i vostri commenti con la speranza di ottenere il vostro apprezzamento!

Orchi, elfi e nani: l’assedio a Osgiliath

Care lettrici, cari lettori,
mi scuso per la lunga assenza dal mio blog, ma ho avuto settimane molto intense. Mi perdonerete, perciò, se solamente oggi riesco a condividere queste nuove immagini del cortometraggio “Assedio a Osgiliath” che sarà terminato nei prossimi mesi.

Spero di avere presto novità da comunicarvi…intanto vi lascio con le nuove illustrazioni che ritraggono orchi intenti ad assediare Osgiliath…Erfea, Naugh-Thalion e Gor sulle mura della capitale di Gondor…e gli elfi guidati da Glorfindel che accorrono a difesa della città, ritratta, nell’ultima immagine, mentre il sole sorge.

A presto, buon fine settimana!

Naug-Thalion

Bor, son of Dwarim, and father of Groin, one of the ambassadors and lords of the dwarves of Khazad-Dum, was known to the elves as Naug-Thalion. He became close friends with Erfea, when he saved some members of his people from the attack of a band of Numenorean mercenaries loyal to Pharazon. With his troops he defended the city of Osgiliath from the armies of Sauron, rushing to the call of Erfea. He died in the Battle before the Black Gate, killed by the Nazgul Dwar. He appears in the following stories: The Sailor and the Princess (although his name is not yet specified); The Sailor and the citadel of Dwarf; The Sailor and the Witch King; The Sailor and the Great Battle; The Infamous Oath.

Link in italiano:
Dizionario dei personaggi de «Il Ciclo del Marinaio»

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La fine della Battaglia della Dagorlad: la nomina dei nuovi sovrani

Care lettrici, cari lettori,
quest’oggi vi accompagnerò alla fine della battaglia della Dagorlad: dopo aver sconfitto le forze di Sauron grazie anche all’arrivo inaspettato delle forze dei Nani delle casate situate nell’Estremo Oriente (leggi La Battaglia della Dagorlad – La profezia di Oropher si compie) le schiere dell’Alleanza decidono di porre l’assedio alla dimora di Sauron, il complesso di fortificazioni turrite che prende il nome di Barad-Dur. Prima di accingersi a questo difficile compito, tuttavia, ci sono alcuni sovrani che devono essere acclamati al posto di quelli morti in battaglia…

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Benché provati dal dolore della perdita per la scomparsa di numerosi congiunti e dalla stanchezza che la vittoria aveva richiesto alle loro membra, pure i Signori dell’Occidente esortarono le loro armate a compiere un ultimo sforzo, impadronendosi del Cancello Nero, difeso da esigue truppe nemiche; avanzarono allora i possenti Ent ed essi rasero al suolo le imponenti costruzioni che gli schiavi del nemico avevano eretto. Terrorizzate dall’apparizione delle creature di Yavanna, le tremanti schiere di Sauron dopo aver tentato di opporre loro un’effimera resistenza, si arresero, consegnando le proprie armi nelle mani dei sovrani dell’Alleanza, domando loro pietà e di aver salva la vita; magnanimi, i condottieri dell’Occidente acconsentirono alle loro richieste, ché invero essi non avevano alcuna pietà solo verso le creature della Tenebra e non desideravano che, inutilmente, la terra fosse oltraggiata dal sangue di altri figli di Iluvatar quali erano questi uomini che tremanti avevano loro chiesto mercé.

Tre giorni era durata la battaglia campale ed essa aveva mietuto numerose vite in entrambi gli schieramenti, sicché, nelle settimane successive, i soldati del vespro furono occupati nella ricerca delle spoglie degli amici, dei congiunti. Grande invero era la strage, sicché occhio umano mai avrebbe potuto scorgerne la reale estensione e sebbene la vittoria fosse loro arrisa, pure pochi o punti furono uditi canti lieti negli accampamenti che essi avevano edificato all’interno della terra nera, nella piana che era detta di Udun, non distante dalla lugubre dimora dell’Oscuro Signore, ché ciascuno lamentava la perdita dei propri cari.

Bòr, caduto mentre tentava di spezzare l’assedio che le schiere di Mordor avevano mosso a quelle di Gil-Galad e di Elendil, fu seppellito in un tumulo, come richiedeva la tradizione del suo popolo e i sovrani delle liberi genti gli tributarono grandi onori, ché egli era stato trovato con ancora l’ascia stretta nel pugno, nonostante la vita l’avesse abbandonato da tempo: accanto al suo corpo furono deposti i frammenti della scimitarra di Indur, ché tutti sapessero che era stato vittima della crudeltà del Nazgul. Lacrime amare versò Erfea, ché egli considerava l’anziano nano come un secondo padre e nei giorni seguenti nel suo animo balenarono, rapidi come voli di gabbiani nella bruma, immagini dei giorni passati, allorché egli era ancora giovane e Bòr ambasciatore della sua gente presso la corte numenoreana; spesso discorreva con Groin delle imprese che il padre aveva compiuto nei lunghi anni della propria esistenza e, sebbene il dolore scemasse, pure mai venne meno il ricordo di Naug Thalion nel cuore del Sovrintendente di Gondor.

Infine, allorché ogni cerimonia funebre fu compiuta e gli onori ai caduti tributati, il condottiero delle schiere della sesta e della settima casata dei Khazad si inchinò ad Erfea e così lo salutò: “Salute a te, Khevialath, possente tra gli uomini! Tre mesi sono trascorsi dacché comparve il messaggero alato e ci annunziò che il principe dei Numenoreani era sopravvissuto all’assedio che il Nemico aveva mosso alla città del suo popolo e che egli abbisognava dell’aiuto di quanti fossero stati in grado di offrirlo; tosto, le nostre armate furono schierate e ben m’avvedo che se fossimo giunti anche un sol giorno innanzi, non avremmo trovato che la morte ad attenderci, ché invero i servi dell’Oscuro Signore erano sul punto di sopraffare ogni vostra resistenza”.

“Grati sono i nostri animi per quanto i tuoi sovrani hanno ordinato che avvenisse, ché non attendevamo altro aiuto alle nostre armate; possano i giorni delle vostre stirpi non avere mai fine e conoscere gloria e ricchezza sufficienti a rendere a ciascuno di voi grande gioia”.

Piacque a Furin – ché tale era il nome dell’araldo e condottiero delle schiere dei re Druin e Barin – le parole che Erfea aveva tosto pronunciato ed egli si inchinò nuovamente dinanzi a lui, prima di recarsi nella sua dimora.

Nei giorni seguenti, i condottieri dell’Alleanza tennero numerosi consigli di guerra, ché numerosi capitani erano caduti nella battaglia della Dagorlad ed era dunque necessario provvedere ad attribuire tali titoli di comando ad altri delle loro stirpi. Groin, in qualità di figlio di Bòr e per il valore che aveva dimostrato nelle battaglie cui aveva preso parte, divenne il nuovo comandante delle schiere di Khazad-Dum; gli elfi di Edhellond, ancora scossi per la perdita degli ultimi sovrani che avevano condotto loro in battaglia, preferirono, data la gravità della situazione, delegare ogni scelta a giorni di pace, ché, come disse uno fra loro, “siamo della schiatta dei Noldor ed essi hanno giurato fedeltà a Gil-Galad”. I discendenti di Bòr l’Orientale, scelsero il re di Gondor come loro signore, ché messaggeri avevano loro riferito che le contrade in cui un tempo avevano abitato erano state devastate dalla guerra, mentre le donne ed i bambini erano fuggiti al di là dell’Anduin, nella verde contrada del Lebennin, ché Elendil donò loro come feudo, memore delle sofferenze che tale stirpe aveva subito nel passato, con il solo impegno di soccorrere Gondor ed Arnor qualora tali reami avessero abbisognato del loro aiuto. Piacque agli uomini del Sud tale proposta ed essi, allorché la Seconda Era ebbe termine, si stabilirono alla foce del Grande Fiume, ed i loro eredi dimorano ancora in quelle contrade. I silvani originari di Lorien, infine, inviarono rapidi araldi ad Amroth, figlio di Amdìr, il quale non aveva preso parte ad alcuno degli scontri ché era rimasto nella patria, curandosi degli affari interni del suo reame; restio era il suo volere a scendere in guerra, ché egli era simile al padre, tuttavia, allorché apprese della morte di costui non poté rifiutarsi e assunse il titolo di re e comandante delle schiere del suo popolo».

Suggerimenti di lettura:

La Battaglia della Dagorlad – La profezia di Oropher si compie

La Battaglia della Dagorlad – L’intervento di Uvatha e delle Grandi Aquile

La battaglia della Dagorlad – L’arrivo della cavalleria alleata

La Battaglia della Dagorlad – Morte di un eroe

La Battaglia della Dagorlad – La strategia del Re Stregone

La Battaglia della Dagorlad – Una vittoria apparente…

La battaglia della Dagorlad – La carica dei Mumakil

La prima fase della battaglia della Dagorlad

Il discorso di incitamento di Gil-Galad ai soldati dell’Ultima Alleanza

La Battaglia della Dagorlad – Il catalogo delle forze alleate e nemiche

La Battaglia della Dagorlad – L’arrivo degli Ent

I piani di battaglia per la Dagorlad

Dwar a colloquio con i Signori dell’Ovest

Il coraggio di Morwin e la morte di Oropher e Amdir

Il primo attacco ai Cancelli Neri

Un giuramento infranto. La follia di Amdir e Oropher

Un’alleanza difficile

Gil-Galad, l’Alto re degli Elfi

 

La Battaglia della Dagorlad – Morte di un eroe

Care lettrici, cari lettori,
proseguo in questo nuovo articolo la narrazione della Battaglia della Dagorlad, combattuta alla fine della Seconda Era. Nel precedente articolo (clicca qui), avete letto delle strategie messe in campo dal Re Stregone per contrastare l’avanzata delle truppe di Uomini ed Elfi e del soccorso portato dai Nani (Naugrim) alle schiere dell’Alleanza: in questo capitolo leggerete del prezzo pagato dai Popoli Liberi per portare a termine questa manovra e impedire alle truppe del Re Stregone di trionfare sul campo di battaglia.

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Indur, che sostava alla retroguardia con le sue legioni, si avvide del pericolo che le fresche ed esperte armate dei Popoli Liberi recavano seco, sicché il suo animo fu colmo di odio ed egli balzò in avanti, raggiungendo Naug Thalion nel bel mezzo della mischia; lesto come il serpente allorché addenta la sua sfortunata preda, il Nazgul colpì il prode signore dei nani al costato; la lama dello spettro andò in frantumi, ché invero gli usberghi in mithril forgiati nelle miniere di Moria erano impenetrabili e finanche le armi di uno dei Nove potevano ben poco contro di loro; l’anziano cuore del nano, tuttavia, non resse, ed egli si accasciò lentamente, stringendo nella sua morente mano l’arma che così tante vite aveva mietuto sin dal giorno in cui l’aveva ereditata dal padre.

Rise Indur, eppure la sua letizia si tramutò tosto in terrore, ché si avvide della rovina che i suoi fanti avevano subito per mano delle schiere di Gondor, sicché lesto fuggì nella tenebra, portandosi ove ancora i servi di Mordor resistevano».

Consigli di lettura:

La Battaglia della Dagorlad – La strategia del Re Stregone

La Battaglia della Dagorlad – Una vittoria apparente…

La battaglia della Dagorlad – La carica dei Mumakil

La prima fase della battaglia della Dagorlad

Il discorso di incitamento di Gil-Galad ai soldati dell’Ultima Alleanza

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Un’alleanza difficile

Gil-Galad, l’Alto re degli Elfi

La Battaglia della Dagorlad – La strategia del Re Stregone

Care lettrici, cari lettori,
nel ringraziarvi per seguirmi con tanto entusiasmo (sfiorate ormai i 200 followers!), riprendo in questo appuntamento settimanale la narrazione della battaglia combattuta dall’Ultima Alleanza contro gli eserciti di Sauron. In questo brano avrete modo di scoprire la letale strategia portata avanti dal Re Stregone, il comandante di tutte le truppe dell’Oscuro Signore, in grado di mettere seriamente in difficoltà le armate dell’Alleanza…

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

[l’immagine in copertina ritrae il Re Stregone (Er-Murazor), il Primo dei Nazgul, quando era ancora in vita, opera di Fabio Porfidia]

«Ignare di quanto sarebbe loro accaduto, le truppe dell’Alleanza marciarono a passo di carica, trucidando, durante la loro vittoriosa avanzata non pochi servi di Sauron; giunti che furono innanzi al Cancello, esse però subirono gravi perdite, ché in molti caddero trafitti dalle velenose frecce che arcieri invisibili ai loro occhi scagliavano dalle mura della fortezza; resosi conto di quanto accadeva, Gil-Galad ed Elendil diedero l’ordine immediato di retrocedere e, nel contempo, mandarono rapidi messaggeri affinché le ali muovessero all’attacco per coprire la loro ritirata: sorrise allora il Capitano degli eserciti di Mordor, ché si avvide essere le schiere dell’alleanza giunte ove non vi era protezione né da parte della retroguardia, né delle ali, sicché impartì l’ordine di attaccarli e di circondarli, di modo che i suoi nemici fossero costretti a difendersi piuttosto che ad attaccare: rapide, le legioni di orchi si disposero ai loro fianchi e alla loro spalle, finché le schiere di Elendil e di Gil-Galad non furono circondate ed esse dovettero contrastare i crudeli fanti haradrim e i possenti troll.

Cavalcalupi furono inviati presso Adunaphel ed Akhorahil ed entrambi gli Ulairi presero ad avanzare, nel tentativo di bloccare, o quantomeno ritardare, l’avanzata delle ali dell’Alleanza: invero abile si rivelò tale strategia, ché né Erfea o Elrond, né Isildur o Glorfindel poterono portare soccorso alle armate dei loro congiunti ed essi furono intrappolati tra l’incudine ed il martello, ché alcune schiere fra quanto servivano l’Occhio, resesi conto dell’esigua consistenza delle armate avversarie alle ali, presero ad avanzare impedendo loro di ricongiungersi finanche alla retroguardia e costringendo i Signori delle liberi genti ad opporre una eroica resistenza; lieti erano i malvagi cuori dei Nazgul, ché ogni cosa sembrava procedere secondo le loro aspettative, eppure costoro non mostravano di tener conto delle armate di Gondor che sostavano alla retroguardia, né delle schiere dei Naugrim e dei Silvani: costoro, infatti, avvedutosi che le armate dei popoli dell’ovest erano in palese difficoltà, lanciarono possenti grida di battaglia e si lanciarono all’attacco, travolgendo nel loro impeto ogni resistenza, che inutilmente i servi di Mordor tentavano di opporre loro; simile a Durin I allorché il mondo era giovane e le sale di Khazad-Dum gloriose, tale era il sembiante di Bòr e le schiere dei nemici arretrarono dinanzi alla sua furia, sicché i Naugrim riuscirono ad aprirsi un varco tra le file degli orchi e a raggiungere Elendil e Gil-Galad che ancora resistevano».

Suggerimenti di lettura:

La Battaglia della Dagorlad – Una vittoria apparente…

La battaglia della Dagorlad – La carica dei Mumakil

La prima fase della battaglia della Dagorlad

Il discorso di incitamento di Gil-Galad ai soldati dell’Ultima Alleanza

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Un giuramento infranto. La follia di Amdir e Oropher

Un’alleanza difficile

Gil-Galad, l’Alto re degli Elfi

La prima fase della battaglia della Dagorlad

Care lettrici, cari lettori,
riprendo in questo articolo la narrazione della battaglia combattuta dinanzi al Cancello Nero al termine della Seconda Era. In questo brano vi presenterò la disposizione di entrambi gli schieramenti – quello dell’Ultima Alleanza e delle forze di Sauron – e per facilitarvi il compito di seguire le loro mosse, ho inserito come immagine in evidenza uno schema che spero possa esservi d’aiuto. Troverete la medesima immagine anche al termine dell’articolo.
Aspetto i vostri commenti, buona lettura!

«Infelici erano i cuori dei figli di Iluvatar, eppure, le menti ancora libere dai sortilegi di Mordor, si apprestarono a disporsi secondo le volontà palesate dai loro comandanti durante l’ultima riunione del consiglio di guerra; al centro dello schieramento vi erano i soldati di Arnor, terribili, eppure belli a vedersi nelle loro armature in mithril e in acciaio; tale era stata, infatti, la volontà di Elendil e di Isildur, che essi avevano costituito l’avanguardia, nonostante Erfea ed Herugil avessero sovente espresso perplessità relative a tale scelta, ché essi ritenevano, e non a torto, che i guerrieri di Gondor fossero forgiati dal cupo fuoco della guerra in misura maggiore di quanto lo fossero i loro fratelli del Nord. Riluttanti erano stati, tuttavia, i Sovrani dei Dunedain ad accettare tale suggerimento, ché, sebbene i loro animi fossero lungimiranti, pure si avvedevano che le schiere di Arnor erano impazienti di scontrarsi con quel Nemico che aveva subito una ignominiosa sconfitta per mano delle armate del Sud,  sicché desideravano emularne le nobili gesta; invero, tale scelta addusse numerosi lutti ai sudditi di Elendil, ché essi, non avendo subito il medesimo addestramento dei gondoriani, cara pagarono la loro inesperienza, finendo trucidati in gran numero.

L’avanguardia dell’Alleanza, affinché la sua azione bellica risultasse più efficace, fu preceduta da rapidi lancieri silvani, armati di leggeri giavellotti, il cui compito consisteva nel costringere i servi di Mordor ad accettare il combattimento, anziché permettere che essi si adunassero e marciassero a file serrate contro le loro schiere; alla retroguardia furono, infine, schierati i fanti di Gondor e di Khazad-Dum e di Belegost.

Vasto era il fronte ove erano disposte le armate dell’Alleanza, ché era intenzione dei comandanti delle libere genti attirare all’aperto quanti più soldati del nemico possibili, facendo loro credere che le schiere dell’Occidente fossero meno esigue di quanto non lo erano in realtà. Non era tuttavia dall’esito dello scontro delle avanguardie che sarebbe dipeso l’esito della battaglia che testé avrebbe scosso gli scudi e arrossato le lame; era alle ali, infatti, che si sarebbe combattuto lo scontro più aspro, ché gli Ulairi erano soliti schierare i loro guerrieri migliori in tali posizioni. Consci di questo, i capitani del Vespro disposero sulla destra, ove massiccio sarebbe stato l’attacco dei mumakil, le colonne dei fanti elfici, supportati dagli arcieri noldoli, la cui precisione nella mira era ben nota e temuta dai nemici. Alla destra, invece, lì ove sarebbero giunti i mastini di Dwar e la cavalleria degli haradrim e degli esterling, i capitani delle liberi genti, consci della loro netta inferiorità numerica, avevano escogitato, seppure al termine di estenuanti dibattiti, una strategia dal quale felice esito sarebbe dipeso per gran parte la vittoria campale; anziché i cavalieri del Lindon e del Rhovanion, essi schierarono un reggimento di fanti, la cui arma principale era costituita da una picca lunga otto piedi, interamente realizzata in acciaio e cava all’interno, sicché risultasse di minor ingombro per colui che l’avesse impugnata; erano, coloro che si accingevano ad occupare questa posizione nello schieramento, i superstiti di Minas Ithil e di Pelargir, resi furiosi da quanto i loro occhi avevano scorto nel corso del saccheggio delle loro città e che ben conoscevano i nemici contro i quali avrebbero combattuto.

Stupiti sarebbero stati, se alcuni fra loro fossero mai sopravvissuti al lento, ma implacabile logorio del tempo, gli antichi guerrieri di Numenor, ché essi avrebbero mirato uno spettacolo quale mai i loro occhi mortali avevano scorto nel corso della loro pur lunga esistenza. Le schiere dei Dunedain, infatti, non furono disposte su linee orizzontali, ma verticali, distanziate l’una dall’altra di quaranta passi, sia per disorientare il Nemico, impedendogli di scorgere il numero dei soldati che gli si opponevano contro, sia per evitare ai mumakil di sconvolgere i ranghi serrati secondo le antiche tradizioni, ché, posto che fossero sopravvissuti ai pesanti dardi scagliati dagli elfi, essi, atterriti dalle fanfare di trombe e corni, sarebbero stati impauriti e disorientati, sicché avrebbero provocato scompiglio fra le colonne di fanti umani che ne seguivano il maestoso incedere: se anche, per qualche ragione fortuita, essi fossero giunti sino alla retroguardia dell’Alleanza, pure avrebbero trovato la morte per opera delle letali asce dei Naugrim e delle lunghe lame dei Dunedain.

Lesti, nonostante le pesanti armature che molti fra essi indossavano, i soldati dell’alleanza si schierarono; allorché ogni cosa fu pronta, gli araldi soffiarono nelle trombe e percossero tamburi; allora furono issati i vessilli dei Popoli Liberi ed essi svettarono tutti alla medesima altezza, ché non vi sono differenze tra coloro che servono un medesimo scopo, motivati da nient’altro che il loro libero volere.

A destra erano Isildur, figlio di Elendil e Glorfindel della casata di Finarfin ed i loro vessilli rilucevano, dolcemente cullati dal vento dell’Ovest; al centro, ove furioso sarebbe stato l’assalto delle schiere degli Orchi e delle altre creature della Tenebra, erano i sovrani degli Eldar e dei Dunedain, Gil-Galad ed Elendil l’Alto e nessuna ombra vespertina si posava sui loro stendardi, quasi che il sole avesse voluto rendere omaggio a coloro che marciavano diretti verso luoghi ove il suo nome era stato da lungo obliato; a sinistra, erano Elrond, figlio di Earendil, signore dei Noldor, ed Erfea Morluin, figlio di Gilnar e Sovrintendente di Gondor ed i loro sguardi erano impassibili, ché la pugna era prossima; alla retroguardia, infine, avevano preso posizione i Signori del popolo di Durin, Bòr, colui che chiamavano Naug Thalion e sui figlio Groin Corpo di pietra, e con loro erano Anarion, secondogenito del sovrano dei Reami in esilio e Thranduil, re degli elfi di Bosco Verde il grande.

Mai alcun cronista dei tempi remoti ha lasciato elenco completo dei nomi dei capitani e dei sovrani che militarono in entrambi gli eserciti, ché invero sarebbe stata fatica troppo grande, finanche per uno del popolo degli Onodrim, compilare un simile catalogo, dato il grande numero di costoro; eppure, quanto è sopravvissuto sino ai nostri giorni è motivo di grande meraviglia, ché invero gloriosi erano i capitani delle liberi gente ed essi nulla temevano, ché erano esperti nell’arte di maneggiare le armi e di comandare i soldati. Forte risuonò la sfida che essi mossero al Signore di Mordor, né dovettero attendere a lungo, ché abili esploratori mandati in avanscoperta recarono seco tali notizie: “Un grande esercito è stato avvistato a meno di due miglia dalle nostre armate: mastini e lupi ne guidano la spietata avanguardia e la Tenebra è sopra di loro, sicché i nostri cavalli ne furono impauriti e nessun volere, né preghiera, poté costringerli a restare ove eravamo”.

“Sentinella di Gondor – gli rispose Gil-galad – lieto risuonerà il tuo nome al mio orecchio, nei giorni a venire, se sarai in grado di riferirmi quante schiere marciano contro di noi: sei tu, dunque, in grado di rivelarmi quanto il mio cuore desidera apprendere?”

“Alto sovrano degli Eldar, i nostri nemici sono di gran lunga superiori in numero rispetto a noi, si ché i miei occhi, non so se ingannati da qualche oscuro sortilegio o dalla follia che si impadronisce degli uomini in simili frangenti, stimarono essere costoro tre volte il totale dei nostri soldati”.

“Vi è dunque la possibilità che Sauron o il suo oscuro capitano disponga, Gil-Galad, di oltre mezzo milione di guerrieri disposti a battersi per lui – interloquì allora Elendil – né, questo, risulta essere motivo di sorpresa per noi, ché ben sapevamo essere di gran lunga superiore alla nostra la sua armata”.

Congedato l’esploratore con grate parole, il figlio di Fingon chiamò a sé Erfea, mentre costui esortava i suoi soldati e, presolo in disparte, gli sussurrò tali parole: “Invero rischioso è il tuo piano, Erfea Morluin, né vi sarà occasione per mutarlo allorché ogni nostra azione dovesse risultare vana; vi sono, infatti, almeno mezzo milione di soldati del Nemico pronti a scontrarsi con le nostre armate”.

Stupore si dipinse sul volto del re dei Noldor, ché Erfea sorrise ed era il suo un volto spietato: “Mezzo milione! Mai avrei sperato che Sauron ci inviasse contro sì tante schiere! Non vi sarà altra opportunità, Gil-Galad, per sconfiggere in campo aperto le armate di Mordor, come quella che il Nemico stesso, incauto, ci offre: non abbandoniamo il percorso intrapreso allorché la mia proposta venne approvata dal Consiglio dei Capitani e mostriamo all’Oscuro Signore quanto egli non hai mai scorto nel corso della sua lunga esistenza”».

I_fase_Dagorlad

Suggerimenti di lettura:

Il discorso di incitamento di Gil-Galad ai soldati dell’Ultima Alleanza

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Un’alleanza difficile

Gil-Galad, l’Alto re degli Elfi

Il discorso di incitamento di Gil-Galad ai soldati dell’Ultima Alleanza

Care lettrici, cari lettori,
in questo articolo scoprirete quali furono i discorsi che i condottieri dell’Ultima Alleanza pronunciarono per esortare le truppe alla battaglia incipiente. So bene che molti di voi avranno presente il discorso tenuto da Aragorn al Cancello Nero, una scena presente nella versione cinematografica di Jackson, ma assente nel romanzo dove l’erede di Isildur ebbe poco tempo per decidere come schierare le truppe e certamente non ebbe modo di pronunciare quelle parole che sono diventate così celebri da essere riprese in centinaia di meme sui social. Spero che troverete epici anche i discorsi di Gil-Galad & C….a me non resta che augurarvi buona lettura e aspettare i vostri commenti!

«Sospirò a lungo, il figlio di Fingon, infine, avvedendosi che il pericolo sarebbe presto piombato su di loro e non essendoci più alcun tempo per mutare quanto era stato deciso, montò a cavallo e issato il suo nobile vessillo sulla candida lancia, il cui nome era Aiglos, così parlò ai guerrieri che erano intorno a lui e la sua voce fu come il suono dell’olifante allorché squilla nel chiaro mattino:

“Soldati! Compagni d’armi! Fratelli! Se c’è qualcuno fra voi che tema la malizia del Nemico, non esiterò a confessargli che, invero, condividiamo la medesima paura; se c’è qualcuno fra voi che lamenti la nostalgia della propria dimora, ebbene, sappia che non sarò io a dichiararmi insensibile al suadente richiamo che essa sussurra ai nostri cuori; se c’è qualcuno tra voi che osi sfidare colui che impedisce agli Eldar di accarezzare le corde del liuto e dell’arpa anziché la lama della lancia e della spada, io lo chiamerò figlio e mai egli sarà solo, ché, ecco, io gli offrirò la mia Aiglos!
Soldati del regno, vi è qualcuno che desideri la mia arma?”

Possenti si levarono allora le voci dei Quendi ed essi presero a scuotere i giavellotti sugli scudi, si ché l’aree echeggiò dell’orgoglioso furore dei Primogeniti di Iluvatar; allorché esso scemò nelle voci, ma non nei cuori e negli animi, parlò Elendil, sovrano degli uomini:

“I nostri padri, le cui vite mortali furono strappate dai loro forti corpi dalle bieche azioni dell’Oscuro Signore, sorriderebbero, se fossero qui, ché mai come in questa ora il nome degli eredi di Numenor è sì temuto: a voi, progenie di Elenna ancora viva nei nostri cuori, dico di mostrarvi fieri del sangue che scorre nelle vostre vene, si ché nessuna infame voce possa asserire che la gloria della stirpe di Elros Tar-Minyatur, nostro avo, sia scomparsa nei flutti del tempestoso mare!

A voi, uomini del Nord e del Sud che avete offerte le vostre spade alla nostra alleanza, dico che siamo fratelli e congiunti nel sangue, ché invero i nostri avi combatterono assieme e assieme trionfarono: siate dunque fedeli ai vostri capitani e possano le vostre lame vendicare quanti non sono più!”

Simili al fragore di una frana che si abbatte con forza sui miseri alberi a valle, simili al poderoso canto che dalle profondità delle dimore di Ulmo sale alla superficie, così eruppero le grida da battaglia degli Uomini e si narra che esse giungessero fino a Barad-Dur, ove l’Oscuro Signore ne ascoltò i remoti echi e fu invaso da grande paura e odio indicibile; lesto, allora, egli diede ordini al suo Capitano affinché i suoi nemici fossero vinti, ché non gli pareva possibile che una simile armata, adornata di valore e splendore, potesse sostare ai confine della sua terra.

Si levò, infine, la roca e profonda voce di Bòr ed egli esortò le sue schiere con tali parole:

“Figli di Aule, ove sono adesso l’ascia e lo scudo adorno d’acciaio? Ove sono l’usbergo in maglia e il lungo manto rosso? Non sono forse essi posseduti da coloro che ne faranno un sapiente uso, si ché le schiere di Mordor fuggiranno in preda al terrore, non appena esse scorgeranno il vessillo di Khazad-Dum, la maestosa reggia dei nostri padri?

E voi, valorosi guerrieri di Belegost, non siete forse gli eredi di Azaghal il possente, colui che ferì il Grande Padre dei Draghi e ne umiliò l’arrogante spirito? Sia dunque imperituro nei vostri animi il ricordo di tale gesta, ché, ecco, vi si presenta oggi l’occasione di eguagliarne il valore, portando a termine imprese che ancor nessun figlio di Mahal ha compiuto. Siano dunque saldi i cuori e valorosi gli animi, Khazad!”

In coro giunse la risposta dei Naugrim, sicché parve che la terra stessa parlasse in loro vece: “O con gli scudi, o sopra gli scudi!”

Nessun discorso pronunciò in quell’ora oscura e gloriosa Erfea, né egli avrebbe desiderato che vi fosse altra voce a parlare in sua vece che quella dei ricordi; lentamente, allora, accarezzò l’elsa della sua lama e il nobile fodero che ne tutelava il duro filo, rimembrando essere stato quello un dono di Miriel allorché egli aveva fatto ritorno a Numenor dopo il suo primo viaggio diretto alle sponde della Terra di Mezzo, una sera di duecento anni prima, allorché i suoi occhi erano giovani e non ancora colmi della triste saggezza che apprendono i Secondogeniti nel corso della loro esistenza.

Si avvide Elrond di quanto rimembrava nel suo animo Erfea e gli posò la forte mano sulla sua spalla; lieto, allora il viso di Erfea si destò dall’oblio del passato in cui era piombato ed i due presero ad esortare le proprie schiere, facendo leva l’uno sull’orgoglio della propria stirpe, l’altro sull’onore che sarebbe stato attribuito loro, qualora fossero riusciti vittoriosi da tale conflitto; infine, coloro che erano degli Eldar, la cui vista è simile a quella di Manwe, scorsero, ancora lontane nella pianura, minuscole figure approssimarsi e lanciarono grida d’allarme, si ché ognuno potesse schierarsi prima che la pugna piombasse su di loro.

Rapidi e silenziosi, preghiere e canti si levarono rivolti ai reggenti di Varda e ai loro congiunti, e molti idiomi diversi fu possibile ascoltare in quell’ora, il khuzdul accanto al quenya, l’adunaico accanto alle favelle degli uomini del Nord e del Sud, il sindarin accanto ai dialetti silvani di Bosco verde il Grande e di Lorien».

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Questo brano chiude, idealmente, la tragedia che ho trascritto negli interventi precedenti. Non si tratta di un testo inedito; al contrario, esso era stato già presentato in questo articolo: Erfea dinanzi alle porte di Khazad-Dum, perdendo, tuttavia, la sua drammaticità, a causa della sua collocazione all’interno di una storia che si svolgeva in un contesto molto differente, ossia negli antri profondi di Khazad-Dum. Per questa ragione, prima di riprendere la trattazione dell’assedio di Gondor – che, a ben vedere, non costituisce altro che il prossimo tassello della Storia della Terra di Mezzo nel corso della Seconda Era – ho deciso di riproporre questo brano. Mi piacerebbe, in un futuro spero non troppo lontano, presentare un’illustrazione inedita nella quale, in una sorta di collegamento telepatico fra Erfea e la sua amata e mai troppo rimpianta Miriel, il principe di Numenor possa condividere con lei lo sgomento e la tristezza di chi si accingeva a pagare in prima persona e a carissimo prezzo la scelleratezza dei suoi atti.

Buona lettura, aspetto i vostri commenti!

«Poche miglia avevano percorso i compagni, allorché il mondo fu mutato, ché Manwe Sulimo revocò il suo volere dal mondo e Eru Iluvatar scagliò nell’Abisso l’isola di Numenor con i suoi forzieri traboccanti di gioielli. Come è narrato altrove, nessuno, ad eccezione di coloro che veneravano gli Ainu o di coloro che erano fuggiti altrove anzitempo, fu salvato dal cataclisma e lo stesso Sauron, il cui potere vantava essere superiore a quello di Manwe, fu scagliato nel profondo dell’Oceano. Un greve silenzio cadde sui nebbiosi colli degli Emyl Gortayd[1], disturbato solo dal profondo eco di una collera impetuosa; pochi sono i racconti sopravvissuti alla caduta di Numenor, eppure nessuno scritto potrebbe rendere lo sbigottimento e l’angoscia che presero gli esseri della Terra di Mezzo: finanche le feroci belve delle remote giungle del sud si rintanarono nelle loro tane inaccessibili, desiderose di sfuggire la violenza della collera di Eru Iluvatar. È stato detto che perfino i servi di Sauron, acquietati nelle tetre fortificazioni di Mordor abbiano volto lo sguardo l’un l’altro, in preda a grande paura e sgomento; finanche i servi degli Anelli, gli Ulairi, la cui perfidia e malizia erano note presso tutte le genti della Terra di Mezzo, paventarono che fosse giunta sulle ali della tempesta la collera dei signori del Vespro, ed ebbero tema del giudizio dei Vala, fuggendo in luoghi oscuri e privi di speranza.

Una Tenebra senza nome ricoprì l’intero creato, né gli astri del cielo furono visibili, finanche agli acuti sguardi degli Eldar, finché essa non scomparve; grave divenne allora il peso del dolore sui cuori degli orgogliosi numenoreani ed essi compresero alfine quanto la follia del loro signore avesse condotto i loro destini alla follia: eppure, nessuno di loro scampò al giusto castigo, ché trovarono la morte ad attenderli in qualunque pertugio essi si rifugiassero per sfuggire l’ira di Iluvatar. Turbati in volto, i nani esitarono e più non proseguirono, osservando sgomenti quanto accadeva intorno a loro: tetre divennero allora le loro espressioni ed essi non parlavano né osavano respirare, temendo di disturbare la collera del possente Iluvatar. Presto tuttavia gli uccelli presero nuovamente a cantare nelle fronde delle selve e l’aria non fu più satura dell’ira dell’Uno; allora essi sospirarono e volsero il proprio sguardo al Dunadan: egli sedeva su una roccia che il tempo aveva reso simile ad un enorme scranno, e, silente, non pronunciava parola. Perso e vuoto era il suo sguardo, eppure lacrime amare non turbavano il suo viso, ché sebbene fosse grande il suo dolore, nel suo cuore Numenor era svanita anni prima ed essa non era più la sua terra.

Trascorsi alcuni istanti in profonda meditazione, egli si levò dallo scranno, e lasciato cadere il prezioso elmo, rivolse le labbra ad occaso, pronunciando tristi parole di commiato: “Miriel, Tye-mela[2]”; sebbene i nani avessero ascoltato ogni parola, solo Naug Thalion comprese quale doloroso significato esse esprimessero e chinò lo sguardo a terra, colmo di dolore. Lungo tempo trascorse in doloroso silenzio, infine Erfea parlò nuovamente, ché egli aveva compreso quanto era accaduto e non temeva doverlo rivelare ai suoi compagni: “Una nuova era del mondo è prossima ad iniziare, ché Endor è mutata e più sarà visibile Aman agli occhi dei mortali.” Stupefatti allora i nani gli strinsero attorno, ponendogli numerose domande, ma il Dunadan non seppe placare tutti i loro dubbi “ché – si giustificò – non è il mio animo la fonte che ispira tali parole” ed altro non volle aggiungere».

Note

[1] Tale regione collinare, nota anche come la Terra dei Tumuli, si estendeva ad ovest della città di Brea: durante la Prima Era del mondo, numerosi Edain provenienti dall’estremo oriente, avevano eretto numerose costruzioni e fortificazioni sui suoi colli ed ivi avevano riposo i gloriosi corpi dei guerrieri periti durante la Battaglia dell’Ira.

[2] “Miriel, ti amo” nella favella degli Eldar.