L’Infame Giuramento_Parte I (Il ritorno di Celebrian)

Care lettrici, cari lettori, bentrovati. Nel mese di agosto vi intratterrò con le vicende narrate nel «Racconto del Marinaio e dell’Infame Giuramento»: prima di leggere questo e gli articoli che seguiranno, tuttavia, vi consiglio la lettura del «Racconto dell’Ombra e della Spada», perché si tratta della continuazione ideale del filo narrativo iniziato in quel testo. Ad ogni modo, eccovi un breve riassunto delle vicende precedenti: al termine de «Il Racconto dell’Ombra e della Spada», Pharazon e i suoi consiglieri Nazgul avevano elaborato la loro strategia per prendere il potere a Numenor e rovesciare il regno della legittima sovrana, Tar-Miriel. In questo racconto, dunque, le premesse sinistre poste in quella riunione segreta tenuta dai Numenoreani ribelli diventeranno realtà; e toccherà ad Erfea, tornato nuovamente protagonista, essere la voce narrante di quanto accadde nell’ultimo anno di regno di Miriel, nel 3255 della Seconda Era.
Si tratta di un racconto molto drammatico e ricco di colpi di scena, al quale sono particolarmente affezionato. La vicenda si apre ad Orthanc (Isengard) nel mese di giugno dell’anno 3429 della Seconda Era: in quel luogo, infatti, si erano ritrovati i principali leader dei Popoli Liberi allo scopo di formare quella che sarebbe divenuta nota come «Ultima Alleanza», destinata a combattere il potere crescente di Sauron; ed è in questo frangente che Erfea ritrova una sua carissima amica…

Spero possa risultare piacevole la lettura di questo testo, così come per me è stato emozionante scriverlo. Aspetto i vostri commenti, buona lettura!

«Due figure si ergevano, l’una accanto all’altra, nel luminoso meriggio di giugno; deferenti inchini rivolgevano loro le alte guardie della poderosa fortezza che i Numenoreani avevano edificato alle sorgenti dell’Isen: Orthanc era il suo nome in lingua elfica e numerosi furono i principi ed i condottieri che quell’anno si recarono nelle sue profonde aule, affinché la minaccia di Sauron fosse allontanata dai reami delle libere genti ed esse non dovessero più patire la crudele schiavitù che i servi dell’Oscuro Signore imponevano a quanti avevano la sventura di cadere sotto i loro laidi artigli.

Lentamente, le due figure procedevano; l’una, ricolma di giovanile grazia e di sapienza vetusta, inspirava finanche nel più pavido figlio di Iluvatar amore per la sua bellezza senza tempo; neri come ala di corvo erano i lunghi capelli e nei vividi occhi brillava serena la luce di Earendil, colui che reca la speme fra coloro che sono in preda allo sconforto.

Vellutato era il passo della dama ed ella calzava morbidi stivali di bianca pelle; allorché, intimorati da tale bellezza, le alte guardie, eredi della maestà dei figli degli uomini, osavano levare lo sguardo, non pronunziavano parola alcuna, ancorché il nobile portamento della Signora ne consigliasse l’uso; ma quale suono poteva levarsi dalla bocca dei Secondogeniti dinanzi a cotanta bellezza, sicché non fosse parso impudico e sgradevole da udirsi? Gli Uomini che avessero avuto l’ardire di ammirare i suoi limpidi occhi, avrebbero scorto la maestà di Ulmo agitarsi in essi e lo stupore ne avrebbe invaso l’animo, ché non vi era dama mortale il cui sembiante fosse così vivido e splendente. Una Signora fra i Noldor ella era, giunta in codesta contrada per discutre dei grandi eventi che erano accaduti in quegli anni, sì lontani dai nostri giorni: grande era la sua lungimiranza ed i popoli abbisognavano del consiglio della figlia di Celeborn del Doriath e di Galadriel del Lorien; Celebrian era il suo dolce nome ed ella appariva simile a Varda, la sposa di Manwe.

Poco o punto l’Elfa si curava degli sguardi che le venivano rivolti, ché era intenta ad ascoltare quanto il suo compagno le narrava; una stinta ed ampia cappa occultava il capo di costui, eppure, le alte guardie mostravano nei suoi confronti la medesima dedizione che ponevano nel volgere il saluto alla dama dei Noldor: nulla era visibile del suo sembiante, eccetto un lungo fodero nero ed argentato che era al fianco ed un ampio mantello color del cielo; finanche i più anziani tra i soldati di Gondor cedevano il passo innanzi al suo e gli rivolgevano inchini profondi e sinceri, ché era noto il nome di tale comandante ai loro orecchi ed essi avevano imparato a rincuorarsi allorché udivano la sua voce, memori di quanto avevano compiuto dinanzi ai loro attoniti occhi durante gli assedi di Minas Ithil e di Osgiliath.
Cortesi cenni l’Uomo rivolgeva ai soldati ed essi erano colmi di ammirazione per il loro Signore e Comandante, ché era dello stesso lignaggio di costoro e proveniva dalla medesima patria ora scomparsa tra i flutti del Grande Mare.
A lungo camminarono, l’Elfa concedendo il proprio braccio all’Uomo che le era al fianco, secondo le usanze cortesi di quei popoli d’arte e di scienza esperti; infine, allorché ebbero percorso un’ampia scalinata e furono usciti all’aperto, Celebrian prese riposo su un alto scranno in pietra che mani savie avevano posto lungo il sentiero che dal pinnacolo di Orthanc conduceva al cancello meridionale delle mura esterne: l’uomo accanto a lei, dopo essersi leggermente inchinato, parlò ancora per qualche istante, infine tacque e l’unico suono che si udì fu quello dei gai e freschi zampilli d’acqua che dalle fontane sgorgavano verso il basso; infine, lieve come la neve in inverno, la dama si scostò una ciocca dai capelli e parlò: «Lungo è stato il tuo racconto, amico mio, ed ogni parola io ho ascoltato della narrazione; ora comprendo quanto dolore alberghi nel tuo animo ed il mio cuore piange perché non posso lenire simili ferite. Ahimé – concluse – questi giorni, di terrore ed oscurità intrisi, non pochi dolori arrecheranno alla prole di Iluvatar; infine mi è nota la sorte di Elwen la Mezzelfa, tuttavia sappi che le parole da te pronunciate in quest’ora nessun altro udirà».
L’Uomo la guardò e per un istante parve che brillasse, nella penombra all’interno della sua cappa, un remoto sorriso di gratitudine; infine ratto si voltò, ché gli era parso di ascoltare il suono di pesanti passi giungere alle sue spalle: due Nani erano intenti a percorrere il medesimo percorso per mezzo del quale egli e la dama degli Eldar erano giunti nel luogo ove riposavano le stanche membra. Nello stesso istante, un Uomo ed un Elfo, entrambi suntuosamente vestiti, comparvero dall’estremità opposta del sentiero; giunti che furono innanzi a Celebrian, il primo si inchinò profondamente, mentre l’Elfo, avvicinatosi, le prese dolcemente la mano; infine egli parlò e la sua voce riecheggiò limpida e profonda tra i maestosi alberi che occultavano quell’ameno luogo alla vista altrui.
«Grandi eventi sono accaduti in questi mesi ed altri ancora potrebbero verificarsi, ché la minaccia di Sauron non è stata ancora respinta ed egli, come una serpe nel suo oscuro anfratto, attende, paziente, che la vittima gli si mostri incauta». «Così è – replicò l’alto Uomo che era con lui – ché i crudeli Spettri dell’Anello hanno invaso le terre che un tempo furono del mio popolo ed esso è dovuto fuggire a sud e ad ovest, abbandonando i ricchi pascoli del Rhovanion alla mercé degli Orchi e degli Orientali asserviti a Sauron».
«Avevo udito, Signore degli Eothraim, narrare delle devastazioni che i Comandanti dell’Oscuro Signore hanno diffuso, simili ad un’empia pestilenza, nelle contrade orientali della Terra di Mezzo; a stento riuscimmo a sbarrare l’entrata dei Cancelli di Khazad-Dum, allorché il Nemico giunse alle porte della nostra dimora»; tali furono le parole che Groin, figlio di Bòr, aveva prounziato, sicché così gli rispose l’Elfo: «Invero non vi è stato regno o dimora dei figli di Iluvatar che non sia stato scosso, di recente, dal flagello delle armate di Mordor, ché l’Oscuro Signore di quella remota contrada ambisce impossessarsi degli antichi cimeli dei popoli liberi onde poterli pervertire a suo piacimento».
Sagge sono le tue parole, mio signore – interloquì allora il nano più anziano – eppure, mai la speme è scomparsa dal Mondo, ché vi sono, perfino in questa ora sì buia, Elfi, Uomini e Nani che ancora osano contrastare la minaccia delle schiere del Maia Caduto, gli uni conducendo alla vittoria armate gloriose, gli altri smascherando i subdoli inganni che costui perpetua a danno dei suoi nemici; non è fra noi, infatti, Erfea, colui che chiamano il Morluin, che molta gloria acquisì nelle sue lotte contro i corrotti Uomini di Numenor e gli eserciti del servo di Morgoth?»
L’Uomo che era accanto a Celebrian fece allora scivolare la cappa stinta ed i suoi compagni ammirarono il volto del figlio di Gilnar, reso saggio dai numerosi anni trascorsi nell’esilio; sorrise, infine parlò ed essi gli prestarono ascolto: «Mio buon Bòr, molti anni sono trascorsi dacché avvennero gli eventi che hai testé richiamato alla memoria di tutti; quali racconti vuoi che narri innanzi a voi, dunque?»
«Figlio di Gilnar, solo ieri udimmo la tua profonda voce narrare ai nostri sorpresi orecchi le vicende di coloro che si impadronirono degli Anelli del Potere e furono corrotti dalla malizia del loro artefice. Suvvia, raccontaci quanto accadde allorché Numenor non era ancora caduta e Tar-Miriel regnava su di una contrada dilaniata da una feroce guerra civile».

Fine I parte (continua)

 

Storia di una grande amicizia: Erfea e Naug Thalion

Erfea Morluin, come forse avranno intuito i miei lettori, è un gran viaggiatore, amante di tutte le contrade della Terra di Mezzo, nei confronti della quale prova fin dall’infanzia una grande attrazione. Ci sarà modo (e tempo) per conoscere le vicende della sua fanciullezza e per capire come mai Erfea anelasse alle verdi sponde di Endore: in questo articolo, invece, voglio soffermarmi sulle origini di una lunga amicizia, quella che legò per molti anni un Numenoreano a un Nano. A uno sguardo superficiale, può sembrare strano un simile sodalizio, tuttavia, come ho scritto in precedenza, Erfea era un uomo di mentalità aperta, molto lontano dal razzismo nel quale si riconoscevano la maggior parte dei suoi connazionali. Un razzismo che, come avrete modo di leggere in questo articolo, spesso non si limitava alle parole, ma diveniva pericolosamente aggressivo nei confronti degli «altri». Buona lettura!

«A lungo Erfea esplorò le selvagge contrade di Endor, stringendo alleanza con quanti tra i figli di Eru si opponevano ai voleri di colui che un tempo era stato il luogotenente di Morgoth. Molte stirpi, i cui nomi sono ora obliati, egli conobbe, e grande era la sua gioia allorché il nero artiglio del nemico allentava la sua ferrea presa dalle contrade a lui care: le genti di Endor ne apprezzavano il forte braccio e la mente acuta, ed egli sovente si recava presso le loro dimore, chiedendo ospitalità, ché Ar-Pharazon lo temeva e ne aveva decretato la condanna a morte, qualora fosse stato tratto in catene nei domini numenoreani. Lungo e periglioso fu il peregrinare di Erfea, ché i servi dell’Oscuro Signore non cessavano di seguirne le tracce e vi erano molti esseri oscuri in quei giorni sì lontani; avvenne dunque, che al termine della stagione di Tuile[1], Erfea si recasse nella ridente città di Brea, logorato dagli scontri con i guerrieri di Ar-Pharazon e di Sauron. Siepi ben curate di eriche e rose lo accolsero, mentre egli percorreva a cavallo il viale principale: un esile fumo si levava da una costruzione che si distingueva dalle altre per dimensioni e sfarzo, ché era la Locanda del Cacciatore, un’antica dimora costruita dai primi Numenoreani al tempo del loro arrivo nella Terra di Mezzo. Edificata su tre piani, questa struttura si affacciava sulla strada su ciascuno dei lati, affinché fosse visibile a tutti i viaggiatori e ai forestieri da qualunque luogo fossero giunti: la fama della locanda si era diffusa per molte leghe intorno e sotto il suo tetto elfi, uomini e nani coabitavano, uniti dalla passione allegra per il vino e la birra; eppure, perfino in tale ambiente caloroso, rissa e litigi non erano rari, ché i servi di Sauron erano sempre all’opera e non mancavano di prendere alloggio a Brea, allorché il loro padrone stendeva il suo nero artiglio così a nord. Oltre a queste, tuttavia, altre stirpi, ostili al luogotenente di Morgoth, alloggiavano nella locanda la sera in cui Erfea fece il suo ingresso, occultato agli sguardi dei presenti dalla sua pesante cappa e dal fumo cinerino che si levava dai grandi bracieri. Era prossima la festa di Loende e molti viaggiatori erano giunti da contrade remote per prendervi parte: fra costoro, Erfea riconobbe una famiglia di Naugrim provenienti dal Regno sotterraneo di Khazad-Dum; a lungo il Dunedain ne osservò i lineamenti e i gesti, ché da numerosi anni non mirava gli eredi di Durin ed il suo cuore si rallegrava nello scorgere i copricapi a punta che i nani indossano durante i loro viaggi.

Breve fu tuttavia la sua gioia, ché egli intravide uomini di Numenor farsi avanti, diretti al tavolo ove i nani banchettavano: con sgomento ed ira, il Dunedain comprese essere quelli del Partito del Re, adoratori di Sauron e di ogni sua malvagia opera; i suoi avversari però non lo notarono, ché la loro attenzione era rivolta unicamente ai figli di Aule: “Feccia del mondo, alzatevi da quegli scranni! La vostra vista infastidisce i miei occhi e le vostre insulse voci turbano discorsi che le vostre rachitiche menti non possono certo sperare di comprendere. Ho udito non esservi stirpe più resistente della vostra fra quante dimorano in Endor, tuttavia non credo che la mia lama, forgiata nel fuoco di Armenelos, possa mancare alla prova! Avanti, raba[2], preparati a strisciare sul fango e la lordura del pavimento!” Rise fragorosamente, palesando la sua ubriacatura a quanti erano sbigottiti dalla sua presenza; eppure egli non se ne curò, ma avanzò attorniato da altri due Numenoreani Neri, arroganti e infidi.

Il nano guardò freddamente colui che aveva parlato, né si mossero le sue sopracciglia, bianche come candida neve sulle vette del Funhuidad[3]; infine parlò, e la sua voce profonda echeggiò per tutta la fumosa sala: “E’ consuetudine che lo straniero si presenti prima di lanciare la sua sfida. Qual è il tuo nome, Numenoreano? Suvvia sii celere nel rispondere, ché i manici delle asce dei nani recano incisi i nomi delle loro vittime e ben m’avvedo quanto tu abbia fretta nel porre a termine la tua futile esistenza.”

Forte echeggiò il riso dei Numenoreani nella sala, e colui che gli aveva lanciato la sfida, gli si inchinò ironicamente: “Adrahil, figlio di Gimilkhad è il mio nome, raba, ed è con sommo piacere che lo pronuncio, affinché esso sia scolpito con abilità sulla tua tomba, in onore di colui che ti ha privato di un fardello sì inutile.” “Allora Adrahil, figlio di Gimilkhad, sappi che la tua lingua è sì caustica che potrebbe lavare via la ruggine che adombrasse la mia ascia, qualora essa ne fosse ricoperta.” Lesto allora il nano estrasse la sua arma dalla cintola, seguito in questo dai suoi famigliari; tra i nani, infatti, sia i maschi che le femmine sono addestrati all’uso delle armi.

Per un istante Adrahil sembrò esitare, infine levò in alta la sua spada, mentre i suoi compagni estraevano lunghi pugnali: silenzio era sceso nella sala e nessuno pareva avere l’ardire di intervenire. I nani più anziani si strinsero attorno a coloro che non erano ancora in grado di impugnare l’ascia: rise ancora Adrahil, mentre il suo sguardo cadeva sulle piccole figure che la fioca luce delle lampade illuminava appena. “Lavoreranno bene costoro, quando l’acciaio di Numenor avrà incatenato loro mani e piedi.” Levò il braccio, pronto a vibrare il colpo, allorché un lancinante dolore gli attraversò il fianco, mentre un pugnale gli sibilava accanto; furente si tastò la ferita, imprecando e giurando atroce vendetta contro chiunque avesse osato intromettersi nel suo duello. Un uomo alto si levò dal proprio scranno, mentre la folla, incuriosita, gli si apriva innanzi: “Straniero, chiunque tu sia, pagherai con la morte un simile oltraggio. Adrahil di Numenor non può tollerare che un cencioso mendicante, avvolto in stracci e lordura, possa sfiorare le mie carni con un’arma sì vile.” Lo straniero lo osservò, e nel suo sguardo baluginava l’acciaio: “Numenoreano di Armenelos, non è per viltà che la vita si agita ancora in te. Mandos avrebbe potuto accogliere sdegnato il tuo spirito, se lo avessi voluto, tuttavia non adoro la Morte e non distribuisco i suoi giudizi imparziali quando non sia necessario farlo.” I compagni di Adrahil lo osservarono timorosi e uno fra quelli sussurrò oscure parole di ammonimento all’orecchio del suo capitano; questi tuttavia lo respinse con forza e perso ogni interesse nei confronti degli eredi di Durin, voltò loro le spalle, concentrando la propria attenzione sull’alta figura che si ergeva innanzi a lui: giovane pareva eppure la voce che aveva ascoltato sembrava provenire dall’eco di numerosi anni di solitudine e da grandiose fatiche. Nulla era visibile del suo volto, coperto da una logora cappa, decorata da ricami ora sbiaditi ed illeggibili; il suo sembiante non pareva differente da quello di numerosi profughi che in quei giorni fuggivano dall’Oriente devastato dalla guerra, eppure i suoi occhi grigi come la spuma marina brillavano profondi e severi nella caliginosa fuliggine che adombrava il salone.

A lungo Adrahil sostenne lo sguardo dello straniero, infine stanco ed irritato, così gli si rivolse: “Sembri saggio e risoluto, straniero! Forse sei davvero un grande guerriero o invece solo un mendicante imprudente; temo tuttavia che non abbia alcuna importanza.” Egli fece allora un cenno ai suoi compagni, affinché si lanciassero contro l’uomo, ma questi, con una rapidità sorprendente, aprì il logoro manto, lasciandolo cadere disteso lungo il pavimento; un orribile grido elevarono quelli ed esitarono, profondamente turbati: finanche Adrahil abbassò la sua lama, ché mai aveva veduto un simile uomo prima di allora. Un elmo alato, forgiato nel mithril, adornato da due pennacchi intrecciati nelle bianche penne degli uccelli marini, copriva il suo capo, mentre lunghi capelli neri scendevano fino alle forti spalle, lambendo una preziosa cotta di maglia in galvorn[4], la cui lucentezza era tale da essere rischiarata finanche dalle fioche luci della locanda. Schinieri affusolati e lucidi bracciali ne adornavano gambe e braccia, mentre al suo fianco pendeva una lunga lama, la cui elsa era scolpita nel laen azzurro e intarsiata da ithildin; un ampio mantello di nobile fattura, differente dalla stinta cappa di cui si era fino a quel momento ricoperto gli pendeva sulle spalle: un grazioso fermaglio di fattura elfica lo cingeva all’altezza del sottile collo.

A lungo lo stupore sembrò echeggiare muto nella sala, infine il capitano dei Numenoreani sorrise sprezzante e gli si inchinò beffardo: “Ben m’avvedo di mirare le fattezze di un signore degli elfi. Troppo preziose e possenti sembrano le tue armi, tali che nessun mortale potrebbe procurarsene di simili. Tuttavia, la mia stirpe denigra gli Eldar non meno dei Naugrim! Pagherai con la tua morte la tua stolta intromissione!” Allora cristallino echeggiò il riso dello straniero nel vasto salone: “Elmo forgiato a Minas Laure, cotta di maglia e spada provenienti dall’obliata Gondolin, manto, pegno d’amore della remota Edhellond, schinieri e bracciali donati dalle genti di Belegost e destriero proveniente dalle steppe del Rhovanion. No Adrahil, non sono un signore degli elfi ma un erede dei principi di Numenor.” Estratta la lunga spada, la cui lama baluginava di riflessi azzurri, pronunciò tali parole di sfida, e tutti coloro che gli furono accanto riconobbero la maestà dei Dunedain dell’Ovesturia: “Mira questa lama, figlio di Gimilkhad, ché essa è nota a coloro che servono Ar-Pharazon il Dorato! Sulring, forgiata a Gondolin da Galdor, fabbro del re è il suo nome!” Nuovo timore ed apprensione crebbero nei cuori dei Numenoreani Neri, ché invero possente e determinato pareva l’uomo che si ergeva dinanzi a loro ed essi non osavano avvicinarsi, temendo sopra ogni altra cosa la lucentezza della lama. A lungo essi rimembrano quanto avevano appreso sui Nimruzirim[5], le genti di stirpe adunaica alleate agli elfi ed avversari del re e del suo partito; infine, uno fra questi, il cui nome era Aghabad, si approssimò ad Adrahil e gli sussurrò parole colme di rancore e di timore: grande fu l’ira che avvampò nell’animo del Numenoreano ed egli pregustò il dolce nettare della vittoria: “I miei uomini affermano che il tuo nome, straniero, è invero noto al sovrano di Anadune[6]; ben comprendo ora per quale motivo ti sia immischiato nei nostri affari, ché lungo è il tuo braccio e insolente la tua mente. Fuorilegge ed esiliato da Numenor, è qui ora, innanzi a me, Erfea figlio di Gilnar, che i suoi amici chiamano il Morluin: non è forse questo il tuo nome? Quanto agli affari che hanno condotto i tuoi piedi lontano dagli osceni tuguri degli elfi, non ho motivo di dubitare che siano i medesimi che ti procurarono un tempo grande e meritata infamia! Tale è la tua curiosità, da spingerti finanche nei domini imperiali e da mostrare il tuo volto sì impunemente ai tuoi esecutori mortali.”

Rise il capitano di Numenor, infine pronunciò parole di scherno: “Lunghi giorni hai trascorso ad Edhellond la Bella! Ebbene, la tua testa compirà ora un ultimo viaggio verso il porto elfico, affinché sia di monito per tutti coloro che sostengono scioccamente la tua causa.”.

Inchinatosi rapidamente, così Erfea gli rispose: “Ben m’avvedo che gli schiavi di Ar-Pharazon non abbiano obliato né il mio nome, né il mio sembiante! Tuttavia hanno esitato troppo lungo e non osano levare un colpo contro un uomo solo. Ahimè, Adrahil, avresti trascorso un’esistenza più serena se fossi rimasto seduto accanto al trono dorato del tuo padrone, colmando le sue orecchie di sciocche illazioni e sorseggiando del buon vino.” Tacque un attimo, infine, osservata la lama che il suo avversario stringeva nel suo fragile pugno, lo derise apertamente: “Mai avrei creduto che i fabbri di Armenelos avessero obliato l’antica arte di forgiare spade, tuttavia ben m’avvedo quanto le corrotti arti dell’Oscuro Signore, al quale dedicate sommi sacrifici, non si limitino a sussurrare il veleno nelle orecchie di chi gli ha prestato stoltamente ascolto, ché ben più simile ad una lama di orchi delle caverne è la spada che impugni Adrahil, figlio di Gimilkhad.” Cieca scese allora la furia sugli occhi del Numenoreano Nero ed egli si scagliò contro il suo avversario, pronunciando parole ingiuriose, ma Sulring fu più rapida della sua favella, ché mandò in frantumi la sua spada, troncandogli di netto la mano destra. Gemendo per il dolore e la vergogna, Adrahil cadde in ginocchio, attendendo il colpo di grazia, ma Erfea si limitò a pronunciare simili parole di condanna: “I servi di Sauron temono la morte nelle sue innumerevoli sembianze, ed a esse innalzano pire fumanti di incenso e obelischi di porpora adorni; i popoli liberi non paventano l’ultimo respiro e rispettano le altrui esistenze, quando le proprie non siano minacciate dalla follia di quanti si nutrono della propria arroganza e delle altrui lacrime: va’ ora e non insudiciare il pavimento con il tuo sangue corrotto.” Furente ed inferocito, Adrahil avrebbe affrontato nuovamente il suo avversario, tuttavia venne trattenuto dai suoi uomini che lo trascinarono fuori, ed essi non turbarono più la tranquillità di Brea.

Dipartiti gli sgraditi ospiti, la gente tornò ai propri posti, conscia di quanto i loro occhi erano stati testimoni quel giorno. Profondamente grato, il nano più anziano si inchinò ad Erfea il quale, preso posto su un basso sgabello, puliva la sua lama dall’umore nero che l’aduggiava: “Nessun figlio di Aule hai mai obliato un oltraggio o un favore che gli sia stato arrecato nel corso della sua lunga esistenza. Invero, figlio di Gilnar, il tuo nome è noto alle genti di Khazad-Dum ed esse lo onorano, ché sono innumerevoli i servi di Sauron che hai abbattuto nel corso delle tue peregrinazioni.” Lesto allora si inchinò Erfea e con liete parole si assicurò che nessuno tra i suoi famigliari fosse stato turbato dai Numenoreani Neri, ma il nano lo rincuorò con allegre risate: “Non temere, Erfea Morluin! Invero le parole pronunciate da Adrahil figlio di Gimilkhad sono veritiere, ché forte e leale è la tempra dei nani, ed essi non temono né le fiamme selvagge né il gelo costrittore. Bòr, figlio di Dwarim è il mio nome, signore dei nani di Durin III, e Naug Thalion sono chiamato in lingua sindarin.” Lesti, allora, i suoi famigliari porsero omaggio all’alto Dunedan e mentre questi si inchinava dinanzi a loro profondamente, lo salutarono con grande deferenza, ponendo al suo servizio le proprie famiglie, secondo le consuetudini del popolo di Durin; infine, non appena Erfea ebbe ricambiato la medesima cortesia nei confronti di ognuno di loro, Naug Thalion esortò il Dunedan a seguirlo, ché grandi rivelazioni aveva da comunicargli; giunti in una sala appartata, l’anziano nano emise un profondo sospiro, infine parlò con voce bassa e profonda: “Da tempo desideravo mirare nuovamente le sembianze di Erfea, figlio di Gilnar, ché nel mio cuore non è svanito il ricordo di una notte di Loende di molti anni fa. Un giovane uomo eri allora, Erfea, chiamato adesso il Morluin, ma la tua lungimiranza era tale che pochi fra coloro che sedevano al consiglio dello Scettro esprimevano pareri più arguti dell’erede degli Hyarrostar; una dama di indicibile bellezza sedeva accanto a te, ed entrambi discorrevate piacevolmente, ché letizia era nei vostri occhi ed ella era erede al trono di Numenor: Miriel la Bella era il suo nome, e mai il ricordo delle sue chiome intessute nell’oro svanirà dal mio cuore, ché esso squarcia la tenebra intessuta di paura ed inganni che altrimenti attanaglierebbe il mio animo”.

Stupefatto lo osservò Erfea, mentre il nano discorreva in tal modo e un’ombra parve oscurare il suo animo quando il nome della sua antica e dolce amica fu pronunciato; tuttavia, sorrise, allorché Naug Thalion ebbe terminato il suo racconto: “Tutto quanto hai narrato avveniva molti anni fa; adesso, tuttavia, ti riconosco, figlio di Dwarim! Invero l’oblio questa sera regnava nel mio cuore, se il tuo nome era suonato estraneo alle mie orecchie; eppure molti eventi hanno turbato il mio animo negli ultimi tempi e alcuni fra coloro che un tempo gioivano, ora hanno voce muta. Gli echi delle forge di Mordor disturbano il mio sonno e innumerevoli sono gli eserciti che si accampano nell’oscurità che avvolge le tetre pianure di Mordor.”

A lungo il nano fissò il Dunedan, infine le sue parole risuonarono chiare e decise nella piccola stanza: “Naug Thalion sono chiamato, ché invero la forza del mio braccio in innumerevoli occasioni è stata messa alla prova dalle battaglie tra le nostre schiere e i servi dell’Avversario. Non desidero – concluse bellicoso – non desidero che il laido artiglio di Mordor ricopra di fetore e morte le aule della mia città.” “Eppure, l’ora in cui lo scontro finale avverrà è prossimo e tosto dovremo far fronte all’oscurità dilagante. Sebbene Numenor sia ormai caduta, il seme degli uomini non è ancora avvizzito ed i suoi petali giungeranno dall’Oceano su fragili vascelli in preda all’ira degli dei: allora l’ora del confronto giungerà. Sarà lesta la tua ascia quando gli Spettri dell’Anello giungeranno invadenti?”

“Ben poche sono le verità di cui gli animi dei mortali si nutrono, eppure se il chiaro albeggiare dovesse morire prima della pugna, mai vedrai Naug Thalion e il suo popolo tradire l’antica alleanza stretta tra i Popoli Liberi all’albore dei tempi.” Silenzioso fu stretto in tale circostanza un patto fra i Dunedain e i Khazad[1],  e in virtù di questo, le armate dei nani delle casate di Belegost e Khazad-Dum, combatterono nelle pianure dinanzi a Mordor; tuttavia, poiché altrove vengono narrate le cronache di quei lontani giorni, qui non se ne trova altra traccia».

Note

[1] “Primavera” nella favella degli Elfi Grigi.

[2] “Cane” in adunaico: in origine tale favella era parlata dalla terza delle case degli Edain, ma tosto si diffuse a Numenor, divenendo in seguito la lingua degli “Uomini del Re”, i Numenoreani Neri.

[3] Una delle tre vette delle Montagne Nebbiose sovrastanti gli scavi di Khazad-Dum.

[4] Lega metallica costituita da eog, mithril e titanio.

[5] I “Fedeli” in lingua adunaica.

[6] “Numenor” in lingua adunaica.

[7] I “Nani” in lingua Khuzdul.